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Ho incontrato me stesso
di Iuri Lombardi
Pubblicato su PB19


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Credo di aver capito chi sono, cosa faccio, se sono vivo o meno, l’altra sera quando per caso mi sono specchiato in una vetrina del centro. Prima di allora non mi ero accorto di vivere, o meglio non sapevo chi fossi, che ruolo svolgessi all’interno di quel mega contesto che i sociologi più scaltri chiamano società. Tu mio caro, mi dicevano, sei… sei uno come tanti, forse un intellettuale, E no! Mia cara, a mio avviso lui è un circense, un pagliaccio, sì insomma un uomo da circo, un giocoliere di parole e d'immagini che centrifuga secondo gli stati d’animo, questo sostengano di me. L’altra sera, dicevo, e solo l’altra sera vedendomi riflesso ho capito tutto, sì mi sono visto realmente, guarda là come sono, non credevo d’essere così e poi perché? Perché sono quello che sono? Perché io e non un altro, e poi che vuol dire Io? Tu? L’altro? Insomma, finalmente ho capito, ho compreso tutto. Per filo e per segno. La strada illuminata dal bianco del neon mi faceva pallido, in altre parole, proiettava su di me un fascio di luce insipida quasi fosse il riflettore della ribalta, di un palcoscenico teatrale, di un teatrino di campagna, i cui spettacoli non godono d'innumerevoli spettatori ma di un prete (in prima fila, perché gli ignoranti siccome non sentono, almeno cercano per finta di sentire), di un contadinello tutto pepe e carota, di una devota perpetua. Ora il mio volto era bianco come la neve e cozzava col blu della luce della vetrina e sembrava incarnare la maschera di un confessore: tu, mio caro, tu sei condannato, e di questo non ne devi fare un cagnareccio da cucciolo, a raccontare storie, eventi, emozioni, sì sei un giocoliere di parole, un ruolo felice insomma, da antagonista più che da spettatore, in cui nulla è definitivo, un lavoro felice ecco, ecco tutto. Sì, d’accordo, ma cosa vuol dire questo, come si può definire questa specie di lavoro? Anzitutto, mio caro, non è un lavoro, ma una sorta, si dice sorta non specie, specie è offensivo, di divertimento il cui senso non è altro che raccontare se stesso e gli altri con altre parole, con definizioni poco comuni, si potrebbe azzardare a dire che tu sei… sei uno scritto - gista. Scritto - gista, che significa? Come cosa significa, è semplice; ho semplicemente abbreviato due parole, due definizioni se questo ti può far felice, in poche parole: sei un giornalista (scarso, lasciamelo dire) e uno scrittore un po’ pazzo un po’ poeta, secondo come ti va la penna, se in versi o in prosa. Prova a fare mente locale, sinora cosa hai fatto? Di cosa ti sei occupato? La risposta è semplice: di scrittura! Hai scritto su di te, su di Martina, la ricordi Martina, vero? Hai scritto su Giorgio, spiato il tabaccaio di fronte casa tua per vedere, pensa che imbecille, se nella sua vita ci fosse un aspetto interessante per scriverci un racconto, oppure intervistarlo, o semplicemente bestemmiarlo per il tabacco negato in un epigramma scritto con una zampa di gallina. Sì, destati, sei quello che sei uno scrittore, in erba ma pur sempre uno scrittore, e un giornalista, neppure tanto in erba perché come sai con il cemento armato dov’è più l’erba, un imbonitore di favole felici, il più delle volte drammatiche, di poveretti che vivrebbero lo stesso anche senza delle tue operette da pupi siciliani. Voi degli esempi? No, lascia fare, tanto su di chi ho scritto lo so, ne sono a conoscenza, non importa che me lo ricordi sino alla dissenteria verbale o al vomito di vocali arrugginite, buone soltanto da essere seppellite all’ombra di un cipresso da un becchino ubriaco, che a stento sa chi ha seppellito il giorno prima o mezz’ora prima. Magari, dato che tu sei il confessore e io il giudice, ma il più delle volte sono io l’imputato, potrei raccontarti quanto ho scritto su Martina, ti andrebbe di ascoltare? E allora ascolta.
Ero davanti alla vetrina e non mi accorgevo che parlavo ad alta voce di Martina, uno dei miei tanti personaggi, esistenti, che io ho dissimulato in una fantasia spicciola a cominciare dal nome. Uno scrittore ha, infatti, un gran privilegio, quello di cambiare la vita alla gente, di intervistarle, di renderle celestiali in un poemetto o in una poesia, e ancor peggio, di ribattezzarle a suo piacimento. Martina nella realtà non si chiama così, il suo nome è Giacinta ma a me non piace, proprio non lo tollero, e così le ho mutato il nome di battesimo con quello di Martina, in onore di San Martino, il santo del mantello, un liberale sicuramente. Cambiare nome alla gente mi diverte, mi rende imprevedibile, folle, impreciso, pagliaccio, dio, con la d minuscola s'intende, prete (senza voto di castità), eretico, genitore, ladro di vocali. Martina la conobbi durante l’estate del novanta e m'innamorai di lei, mentre lei non mi filava minimamente. Così dovetti inventare mille escamotage per raggiungere la sua attenzione, dovetti esercitare mille peripezie, tipo quella di funambolo, perché i suoi occhi, anche al di là del limite consentito, mi vedessero. Di principio grazie a Marcello, uno dei miei tanti amici, si usciva tutti insieme, poi, dopo il fattaccio, separati. Marcello era amico dell’amica di Giacinta, Barby, una terrorista degli anni settanta, prima esponente di Potere Operaio e poi dinamitarda post- sessantottina, e così conoscendo lei si conobbe Martina, ma andiamo per ordine. Ricordo che il principio non fu il verbo e neppure l’azione, bensì le strade di notte bagnate dalle luci bianche dei lampioni a neon. Quella mia e di Martina non fu un'amicizia, ossia un legame d’affetto non peccaminoso consumato tra caffè fumanti o nelle ore di (in)religione, ma semplicemente fu un rapporto di sesso che si sviluppò due notti dopo il nostro in contro, in un motel alla periferia di Florence. No, nulla di Bit c’era in questa storia, non c’erano i presupposti per esserlo. Semplicemente era una storia di sesso, un legame da camera, da letto (sopra e sotto), da cucina, da tavolo, non bisogna dimenticarsi il tavolo, prediligo scopare durante le partite di poker, magari subito dopo, a gioco vinto, o al limite una specie d’amore free – lance, nel senso di collaborazione esterna, di personaggio sconosciuto, non amico, non parente, non fidanzato, che solo a volte s’affaccia nella vita di una persona. Non essendo Don Giovanni, Giacomo Casanova, il mio scrittore preferito del settecento italiano, tutto ciò che ho fatto con Martina l’ho fatto col presupposto di doverlo scrivere, magari in un secondo momento, tra una pausa e l’altra, o di notte mentre il popolo dei vivi s’addorme . Ricordo che oltre a (dis)amarsi sul letto, secondo la tradizione, l’abbiamo fatto anche sulla lavatrice o sul pavimento sporco mentre lei, per ammortizzare questo squallore, mi offriva della coca. L’aneddoto preferito, comunque, che ricordo con commozione è quando me la feci contro lo stipite della porta d’ingresso del suo appartamento di Viale Duca D’Aosta. Ma forse, per continuare il discorso, poco importa della mia storia con Martina. Quello che interessa è che uno scrittore o scritto- gista vive per scrivere, esiste o tenta di esistere, per annotare tutto quello che gli si presenta davanti agli occhi. Spesso mi trovo a scendere per strada, ad incontrare amici, discutere animatamente bestemmiando vocali di fuoco, per il solo piacere di rimuginare e scrivere in un secondo tempo. Tante volte ho inseguito Tizio o Sempronio in strada per vederlo rivivere in una delle mie storie, Sì mio caro pagliaccio, delle storie, e siccome io sono come tu dici uno scritto-gista, il disonore di ciascuna ambizione, il massimo della vocazione, spesso mi tocca fare anche l’investigatore inconsapevole, addirittura la parte di colui che finge sapendo di non fingere. Come nel caso di Alberto, il parente di Goffredo, l’ortolano della porta accanto, che grazie a me ora rivive in un romanzetto da gossip che ho abbozzato e poi dimenticato nel buio di qualche cassetto. Talvolta, ne sono consapevole, questo lavoro è allegro, ma il più delle volte è triste, drammatico, ad esempio come nel caso della mia storia con Clarissa finita perché ella si innamorò di Alex, un tipaccio da spiaggia, e lui, a sua volta, di Gianni, lo studente di educazione fisica dell’istituto magistrale. Ricordo che in quei giorni, ma sarebbe più indicato parlare di ore, perché i migliori disamori durano un paio di ore, tre al massimo, ero sempre in compagnia di Alex, soprattutto dopo la fine del mio rapporto con Clarissa. Si era innamorato così tanto di Gianni che persino lo andava a prendere a scuola, oppure a sorprenderlo nell’ora di ricreazione, regalandoli un bacio casto sulla guancia tra le sbarre del cancello. Per scrivere tutto questo, o tutto ciò che vedevo, che riuscivo a percepire del suo amore, corrisposto, tra le lacrime di Clarissa e i baci tra le feritoie della cancellata, dovevo fingere a me stesso d’essere anch’io innamorato di uno dei due, sicché così facendo iniziai a scrivere frase dopo frase, senza presunzione alcuna, dove Alex diventa Filippo e Gianni Dario. Per raccontare, dovetti immaginarmi i loro sogni, i loro incontri, le lettere, scusate l’email, che si mandavano a vicenda, cosa che riuscii a scoprire entrando nella posta elettronica di Alex, un giorno che inconsapevole e innocentemente disse il codice, che era poi la data di nascita di sua madre Elvira. Fu così che mi stampai una delle tante, migliaia, email in nome di Gianni, forse la più profonda, lirica, emotiva, suggestiva lettera che, senza nessuno scrupolo di coscienza, d’altronde fa parte del mio lavoro, riporto di seguito a danni di chi la legge:

Caro Alex, sono ancora io, Gianni, e ti scrivo per comunicarti, scusa l’invadenza ma in amore non debbono esserci pudori, quanto ti amo, quanto ti penso e per scusarmi se come un fantasma compaio e scompaio dai tuoi sogni, dai tuoi giorni, da quello stupido e ridicolo, se pur affascinante, palcoscenico chiamato vita, o esistenza tanto per usare un eufemismo. E’ inutile, anzi retorico, dirti quanto ti amo, ma devo farlo. Ogni volta che ti penso, ti sogno, o peggio ti vedo assorto passeggiare per Firenze, consumato dalla tua bellezza, dai tuoi venticinque anni, trascorsi tra i fumi dell’alcol e le aspettative vitae, mi sobbalza il cuore di dentro che sembra quasi uscirmi dal petto per precipitare in Arno. A volte ti penso per sere intere, d’altronde, come puoi ben capire, le mie notti sono diverse dalle tue. Tu di notte vivi, per questioni d’età, oltre il perimetro delle mura di casa, io no! I miei, sporchi borghesi i quali credono che la vita sia tutta casa e lavoro, soldi e chiacchierate con le amiche all’ora del thè, la sera non mi lasciano uscire. Pensano che la mia esistenza debba concentrarsi tra le mura di scuola e quelle di casa, ma ignorano che al liceo, ad un solo passo dalla strada, tra le grigie inferiate del cancello vive un amore clandestino. Loro non sanno, e non sono degni di sapere, che il clandestino vive tra noi, riempie i nostri giorni di una felicità condizionata, tutta sogni e cancello, eco di risate e… Ignorano quella volta quando, spacciandoti per un idraulico, sei venuto a scuola nell’ora di ricreazione, lasciando i tuoi amici fuori a fumare e a ridere di noi, e abbiamo fatto l’amore, scambiandoci i ruoli del maschio e della femmina, vivendo per qualche istante l’ebbrezza della clandestinità, della costrizione, calandosi nei panni di una scimmia in calore. Ora debbo lasciarti, scusami. Ci vediamo a scuola domani. Tuo Gianni.

Seguii questo amore, questo clandestino come dice Dario, per circa un mese, con tanto di taccuino e penna con la speranza di scriverci un romanzo, che poi non feci, suonando il gong prima dell’epilogo infelice. Così, reduce da questa disavventura, cominciai a pedinare, forse sarebbe più indicato dire frequentare, Felice, un ragazzo follemente innamorato di Elena: un amore non corrisposto, se vogliamo di solo sesso, terminato alla stazione Santa Maria Novella al binario nove. Sì, avete capito giusto, terminato con la stessa freddezza di come si compie un aborto alla riva di un fiume, o nell’orina di un cesso. Reduce, ma allora sei sempre reduce, e mai possibile che tutte le storie che vivi non riesci a fermarle con un romanzo, non riesci a immortalarle nei versi di un poemetto, o a farle confluire nei capoversi di un monologo insensato, No, non posso riuscirci, almeno non sempre, mio caro pagliaccio. E’ vero qualcosa, poche volte, sono riuscito a far rivivere ciò che ho vissuto o che mi sono imposto di vivere, ma sono poche. Ho scritto versi, giochi linguistici secondo l’esempio di Wittgestein, aforismi, ma non bastano, voglio scrivere finché campo, ed è per questo che vivo per rubarmi la vita, che offro amicizia con amore per giocarmi l’esistenza degli altri con la speranza, magari, di immortalarla con il flash delle parole. Come sai, mio caro pagliaccio, io sono un ladro, come tutti gli scrittori, i giornalisti, un ladro in senso buono, un mariuolo di storie, simile al protagonista di Otto e Mezzo, quel capolavoro del grande Federico. Almeno così credo. Si, ma allora ti è capitato anche a te di vivere storie impossibili e non saperle trascrivere, ti è capitato di ballare su di una spiaggia, magari in riva all’Arno nel tuo caso, nell’ora del crepuscolo? Certo che sì, e ti dirò di più, una volta tornando da un servizio giornalistico quasi per caso mi trovai ad una cena tra sconosciuti e lì, scompigliandomi i capelli, mettendomi la cravatta in testa, sganciandomi la camicia, da ubriaco ho recitato versi, o declamato prosa che il giorno dopo erano svaniti dalla mia memoria – e lo sai perché?-: la letteratura, l’arte in genere è carpe diem. Nient’altro. Ad esempio mi è capitato in pieno set giornalistico, probabilmente a causa della tragedia che stavo per raccontare, o forse per qualche indizio, di rivivere scene della mia infanzia, che senza accorgimene ho confluito nel reportage, o ancora peggio l’ho immortalate là, sulla scene del servizio, in una risata da clown ferito.
Certo, tutto quello che stavo a dire al mio ego riflesso, al pagliaccio, o all’ombra della mia persona, alla figura remota che sembrava essere di paglia, nella sera, tra il buio della strada e le luci bianche a neon, alla vigilia di un incendio nella notte, cioè il mio, era vero. A volte ho la sensazione che a forza di vivere allo scopo di inventare personaggi, alla fine diventi anch’io una drammatis personae, mi incarni in uno di quei ruoli pseudo - fantastici degni di Cinecittà, o ancor meglio di Hollywood. Spesso mi accorgo che la mia esistenza sia un film del quale io stesso sono il regista, l’attore, il direttore della fotografia, il parrucchiere e il truccatore. Insomma, spesso mi accorgo di vivere in un teatro di posa, dove la notte e il giorno, l’alba e il tramonto, sono solo momenti che vendo a degli sconosciuti che mi si fingano lettori, che scambio come prodotti da marketing, o in casi più gravi li confondo con i riflessi delle luci dei riflettori, dimenticando la differenza tra luce naturale e quella ovvia. Tutto mi diventa finzione, come dire, diagetico, come se la mia esistenza e quella altrui sia un mero prodotto di poesia, di finzione, una trama sottile, quasi inesistente, di un romanzo infinito. Così tutto diventa finto, si confonde col vero, assume al tatto e alla vista la forma di qualcosa di sintetico, persino nei momenti in cui mi trovo a viaggiare, quando ripongo nelle valigie i miei strumenti di lavoro, le immagini che mi invento o che vivo, per la maggiore iconoclaste, ogni pretesto è buono per farne motivo di poesia o di cronaca. L’altra sera quindi, davanti alla vetrina, ho capito chi sono, ho incontrato me stesso, tanto che ai passanti non restava difficile pensare loro che nei miei armadi non vivono scheletri, non sono un becchino né tanto meno un medico legale, ma fantasmi, fantasmi veri. In quei momenti non solo ho discusso con me stesso, forse in modo concitato, ma mi sono spogliato da ogni sorta di mediazione artistica, mi sono struccato, ucciso e risorto, meditato senza redenzione, insomma mi sono fatto gli analisi dell’ego e non del sangue, perché ricordando, quelli me li sono fatti il giorno prima. In altre parole, ho innescato in me una resa dei conti, forse un po’ hollywudiana, ma vera, sincera finalmente. Una resa che a fine battaglia, vinta ovviamente, mi ha dispensato con momenti di riposo, lasciandomi sedere sul marciapiede a fumare, concedendomi una riflessione profonda, il cui responso è stato laconico: devo continuare ad essere quello che sono. In poche parole: devo continuare, con tanto di imperativo, a fare ciò che faccio, senza mezze misure. L’altra sera mi ricordai inoltre che, stranamente, la sigaretta che stavo fumando era la prima della giornata. E così continuai a fumare.

© Iuri Lombardi



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