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Carne da macello
di Rosario R. Battiato
Pubblicato su SITO


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Simultaneità (0)
Rughe di pianto solcano le tenebre del mio viso. Se solo riusciste a vedermi. Immaginate un innocuo, putrido, malato, scheletro dinoccolante ed idiota. Un fetido avanzo d’un vecchio uomo. Un essere marcio biascicare oscure sentenze. Piango la tragedia della mia esistenza dibattuta violentemente tra le ripide pareti d’un torrione macilento. Le mie nocche sono consumate a furia d’investire le pareti di mattoni squadrati e rossi. Sono rigidamente oppresso dallo spessore della sofferenza. Un malessere sottile, quasi inconsistente, scava pazientemente le mie povere ossa. Il mio mondo si consuma cibandosi delle pene dei suoi stessi abitanti, annaspando nel tentativo di superare la sua stessa involuzione. Processo inarrestabile. Inevitabile.

Il concetto di simultaneità è un tratto distintivo della moderna comunicazione di massa. Esso è intrinsecamente legato alla culminazione d’un evento mediato e offerto al vasto pubblico. Ma cosa accade se l’ingerenza dei media arriva a modificare l’esistenza stessa del concetto di tempo? Nel mio mondo la simultaneità rappresenta l’unica e perfetta dimensione dell’esistenza. Noi viviamo in una sorta di cristallizzazione degli eventi, dove ogni cosa viene riproposta con instancabile continuità.

Anelo una morbida vangata di terra. Il mio corpo tra il terriccio umido, che sa tanto di pianto. Il mio capo lievemente reclinato in avanti, in una posa oscenamente provocatoria: il coito genuflesso del mio membro virile. Adombrato da freschi cipressi vedrò corrompersi i rimasugli di carne del mio cadavere. E riderò rinfrancato dall’estremo testamento della mia esistenza: morire per morire. Fosse così semplice. Potessi davvero essere divorato dai parassiti senza prima pagare il pegno della vita ai fabbricanti di realtà. Vorrei poter osservare una carpa nel lago, e per una volta poter credere fermamente che si tratti davvero d’una carpa. Sarebbe straordinario.

I media si delineano quale estensione delle percezioni umane, rappresentando realtà tentacolari delle nostre limitate capacità cognitive. Nella pratica il processo mediatico più che attuare un’amplificazione delle nostre facoltà percettive si è molto più semplicemente sostituito a noi, forgiando nuove realtà. I nuovi mezzi tecnologici concretizzano riproduzioni di realtà, rimodellando a loro piacimento le vecchie strutture esistenti. Così il mio mondo è in realtà il loro mondo. Il mondo dei consigli mediati. Siamo ridotti a semplici lacchè della loro potenza, ad un groviglio di risposte per i loro test di gradimento. Le nuove imposizioni non si limitano a ricreare esclusivamente nuove strutture di movimento, ma sfociano altrove, permettendosi di organizzare nuove e svariate forme di pensiero. Il loro obiettivo pragmatico è puntato nell’annientare ogni forma d’arte preesistente, o per essere più precisi nell’annullare il concetto stesso di forma d’arte. Le loro creazioni artistiche sono il mezzo attraverso cui raggiungere uno scopo. Invano Schiller si era affannato nell’esaltare le gesta dell’uomo che antepone la forma alla materia, che esalta la bellezza senza ricercarne secondi fini. Regrediamo alla nostra forma peggiore. Bachi di luce coperti di fango. Non risorgeremo. Mai più.


Requiem d’un corpo (1)

Il lobo destro vomita lacrime di luce. Riflette l’olocausto solare irradiando il circondario di luce marcia. Si dondola stupidamente, emettendo distorsioni rumorose fino a coronare in cachinni beffardi e folli. Il mio capo sul tavolo. In bella mostra. Lo osservo inebetito. Lui osserva me. Un uomo senza capo. Le orbite vuote, scariche come vecchi pezzi d’artiglieria, accennano ad un sorriso. Almeno credo. La fronte rugosa, grassa, amplifica la sofferenza. Non reggerei ancora un’altra dose. Lo stomaco brontola ed ho già vomitato tre volte dal collasso del mattino. Una buona manciata di tabacco ritempra il mio mezzo polmone adagiato all’interno di un involucro verdastro e viscido. Potrei muovermi. Se solo volessi. I miei arti intorpiditi soffocano flettendosi. Mi sento contrarre lo stomaco. Sputo sul terreno. Un grumo dalle sfumature verdastre espande le sue venature per i corridoi di una mattonella. Divertito osservo i filamenti del mio sputo correre su e giù per la stanza. Fino a formare una ragnatela. E sulla ragnatela una gigantografia dell’ultimo veleno. Un essere squamoso abbraccia le lunghe gambe nude di una donna. Lei è bionda, volgare, seducente. Con i seni prosperosi e la mandibola schiacciata dall’urto col mostro. In mano regge una deliziosa etichetta che rotola lasciva sino al pube. Mi piacerebbe bere quella roba. Potrei prenderla se solo volessi.

Qualcuno accennava anni fa all’importanza della pornografia nello sviluppo delle percezioni umane. Non aveva tutti i torti. Voler mitigare l’esplosione intellettiva dell’orgasmo tramite anacronistiche regoli morali sembrava decisamente fuori luogo. Un tipico esempio di malsano, mascherato, senso delle regole. L’esplosione è l’unica certezza. Ora siamo così percettivi da aver perso la nostra estensione nello spazio. Se esistiamo, lo dobbiamo allo spessore del tempo. Probabilmente.
Raccolgo il mio corpo accuratamente disseminato per la stanza. Faccio particolare attenzione nell’evitare di distruggere i miei organi genitali, che galleggiano allegramente in una pozza di latte cagliato. Mi muovo con discrezione. Il pericolo è latente. Gli orribili angoli delle stanze nascondono oscene trappole colleriche. Uscire di casa è impresa eccessiva. Ogni stanza una croce. Da trasportare, da vomitare, da consolare, da costruire. La porta d’uscita come un oscuro simulacro danza sinuosa davanti il mio sguardo spento. Scopro, con profondo disgusto, di aver posizionato il mio povero capo nella cavità d’uno dei mie due arti inferiori. Rimedio. Finalmente fuori. Espulso a forza nel mondo. Fuga dal grembo materno. Cacofonia. Barcollo investito da fucilate di ottimi consigli. La totale anarchia percuote, come una verga impazzita, le strade cittadine, irrompendo voracemente tra i sottili perimetri esistenziali di una vecchia umanità. Tasto i miei sottili ed impalpabili rimasugli di vertebre alla ricerca dello spago. Le mie falangi assaporano la durezza scolpita in ogni singola particella delle sue fibre. Lo spago tortuosamente avvinghiato alla mia vertebra. La terza. Un nodo scorsoio trattiene la mia vita ancorata alle fondamenta della casa. Per non morire. Quasi un cordone ombelicale. Lo spago mi è essenziale. Rischierei di perdere la via del ritorno. E stavolta sarebbe fatale per le mie ossa spezzate. Muovo i primi passi sul selciato sgualcito delle strade. Ad ogni movimento milioni di voragini si squarciano, mostrando spudoratamente tutta la loro intimità. L’escremento fumante di un cavallo ingloba una giovane donna. (Il rumore del masticamento è insopportabile. Ve lo risparmierò.) Mentre si agita in un amplesso primordiale appare l’etichetta che ondeggia seguendo le stesse movenze dell’escremento. Mi servirebbe. Già. Devo affrettarmi.

Il consiglio si è dimostrato l’unico termine appropriato nell’esprimere un concetto alquanto complesso. Potreste immaginarlo figlio d’un acuta e ripetitiva proposizione pornografica e d’una serie alquanto grottesca di robaccia costosa ed inutilmente interessante per le vostre membra. I consigli sono le entità modellatrici della nostra esistenza. Un condensato d’inutili bisogni accoppiato con un appagante sensazione di benessere, o di violenza. Scegliete voi. Scuserete certamente la rozzezza del mio intelletto, ma la mia attuale situazione non permette un’analisi ulteriore.

Evitando di diventare parte stesso dei consigli finendo in una delle voragini mi avvicino docilmente ai bordi della strada. La zona tranquilla. Le mattonelle sembrano trattenersi le une alle altra, formando una curiosa membrana di ceramica. Non lottano tra loro sino a frantumarsi e a divorare il vuoto. In questa porzione di strada avverto la deliziosa sensazione di tastare spazio esistente. Diversi passanti arrancano flettendosi come vecchi manichini di frassino spezzati in due da seghe impazzite. E’ assordante lo stridore delle ossa, lo spezzarsi, il frantumarsi. Un pulviscolo bianco si alza leggero di tanto in tanto. Una volta erano uomini. Molto tempo fa. Osservo i loro volti emaciati elemosinare la morte. Riesco a scorgere i neuroni impazziti scontrarsi e soffocare. Un suicidio collettivo, un annullamento spontaneo. In un pirotecnico gioco di luce. La brevità dell’esistenza è la forza vitale dei consigli. Sempre più voraci. Vorrei aiutarli. Ma anche io non ne avrò per molto. Osservo la donna alle mie spalle. Sta per cedere. Lo percepisco dall’alito. Ha lo stesso odore del mio polmone seppellito in giardino. Sarebbe un buon acquisto per l’oscenità dei consigli. Molto in carne. O perlomeno questo lascia presagire la struttura ossea slargata, specialmente nei pressi dei fianchi. Contorcendosi e ruttando violentemente si accascia al suolo. Le sue deformità saziano una voragine aperta di fianco. Avrei rivisto quella donna. Ne sono certo. Avvicino la mia mano alle vertebre. C’è ancora abbastanza spago. Stavolta non rischierò di perdermi.

La presenza umana della prima scena di questo paragrafo, sebbene non sia oralmente attiva, adotta una forma di espressione progredita ed efficace. Il linguaggio non è esclusivamente vuota struttura d’insieme, ma soprattutto intonazione dei vocaboli. Dostoevskji narrava d’un colloquio tra ubriachi in cui l’unico termine usato era una parolaccia. Ebbene l’intonazione adoperata presentava lo stesso termine con odio, amore, rabbia, vendetta. Nel mio mondo per capirsi bisogna comprendere l’intonazione facciale. L’espressione del viso è il nostro unico modo di comunicare, nonostante i nostri visi siano tutti invariabilmente straziati dalla sofferenza. La nostra è una furente reazione all’appiattimento del linguaggio imposto dai consigli.

La mutevolezza del paesaggio lascia presagire l’avvenuto superamento del settore. Il vecchio manto stradale s’infittisce sino a formare dei grossi bozzi sopraelevati. Materia cerebrale e sangue. I consigli elaborano le loro astruse visioni manipolando le fantasie collettive di intere generazioni. Le loro ultime creazioni appaiono meno credibili. Il tentativo di evasione dalla realtà suggerisce alla nostre menti mirabolanti fughe da condurre sul dorso di una macchina mai esistita. Il nuovo settore è vicino. Purtroppo. Non potrò più evitare i consigli adesso. Dovrò solo sperare che loro non scelgano me.

Alcuni filosofi medievali credevano che nella loro epoca il perfido Belial avesse creato una realtà fittizia del pianeta per sostituirsi a dio. La “scimmia di dio” veniva definito quel progetto oscuro e indefinito. La mia teofania non si preoccupa nemmeno d’apparire in qualche modo reale. Combina le tessere del puzzle secondo il personale compiacimento, innalzando e immergendo senza soluzione di continuità. Le realtà s’inseguono avvicendandosi, sovrapponendosi, fondendosi. Non si tratta, come apparirebbe chiaro di realtà parallele, attraversabili e ad ogni modo reali, ma di costruzioni fittizie che cessano d’esistere una volta sostituite. Sarebbe persino probabile immaginare il resto degli scheletri vaganti in queste terre come fumose esalazioni del mio povero intelletto. Avrei potuto creare questo macabro teatrino d’anime solo per compiacermi? Il resto smette di funzionare senza la mia presenza? O forse io stesso non esisto.

Il prossimo incontro è rappresentato da un’immensa sfera nera. S’erge sul terreno maestosamente, tappezzata d’etichette oblunghe. Fuma collerica appesantita da mucchi d’ossa involuti. Scrosta il suolo fetido con la sua prestanza, innalzando dei mucchietti di terra tutt’intorno. Sembrerebbe stesse per essere inghiottita dalla viscere della terra. Ma è necessario passare di là. Ho bisogno di passare. La mia liturgia di morte. In un globo oscuro si consumerà la mia tragedia. Non vedrò i miei carnefici, e non assaporerò la morte. Sarò preso. Violentemente. Imploderò gemendo, divorato da me stesso. Come Windigo, il grande dio cannibale talmente assurdo da arrivare a cibarsi del suo corpo celeste. E mentre assaporerò esaltato i miei rifiuti organici sarò felice d’essere morto in una palla oscura. Il buio inghiotte la luce. L’oscurità salva la vista.

L’inopportuna presenza dei media in ogni aspetto della quotidianità, storna la quotidianità stessa. Non saranno il disastro aereo, il sisma o l’omicidio a frastornare la linearità della giornata umana, ma la logorroica paranoia dei dibattiti mediatici. L’evento si cristallizza, e si vende. La sofferenza è interminabile perché avviene una continua proposizione del fenomeno. Proprio come in un globo oscuro.

Siamo in migliaia nel globo oscuro. Muti e disperati. Mastico i loro odori. Sono malsani effluvi di sofferenza. Rancidi. Si elevano, inseguendo le profondità dei gorghi, in volute diafane. S’incrociano danzando, vaporizzati dal dolore. La massa parcellizzata si contorce uniformemente, proprio come la coda d’uno di quei serpentoni cinesi. Ossa tra ossa. Il contatto è lancinante. Le mie tibie sghembe sono perpetuamente martellate dai talloni d’una grassona disgustosamente volumetrica. Lei sarebbe stata troppo persino per loro. Per i consigli. Immaginate milioni di esseri come me. Concentrati in un’enorme membrana umana. Esseri nudi, glabri, con orbite vuote ed ossa spezzate. Le nostre oscenità aggrovigliate, come un enorme feto osceno che gongola del suo stesso orrore. La lordura straripa dai minuscoli cervelli piantati sui capi silenziosi. Soffro. Il continuo, martellante, insopportabile, sottile, maledettamente umano, sfregiarsi dei nostri corpi mi condannerà. Non resisterò per molto. I vicini m’incalzano con la loro indesiderata presenza. Mi schiacciano verso altri. Il mio povero teschio ondeggia stupidamente seguendo gli istinti di questo coagulo immondo di vecchia umanità. Mi toglierebbero il respiro, se fosse ancora necessario respirare. Impotente. Come un condannato a morte. I loro volti sono così estranei. Tutto mi è estraneo.

I diversi paragrafi sopra espressi potrebbero essere riordinati in maniera differente quaqle conseguenza inevitabile delle recenti metamorfosi del pensiero. Ammettiamo intanto l’assoluta labilità del pensiero. La sua modificazione viaggia di pari passo con l’innovazione degli strumenti che permettono la divulgazione o la mediazione della cultura. L’impatto delle nuove tecnologie sul pensiero è sempre stato devastante: l’utilizzo della carta ha soppiantato in parte l’importanza della memoria orale, suggerendo di fatto la concentrazione dei nostri sforzi su altri settori. La celebrazione delle più recenti scoperte informatiche ha determinato forse l’ultima mutazione del pensiero, ormai condotto docilmente in una situazione di non competitività. L’estrema duttilità delle nuove scoperte ha di fatto reso instabile il pensiero umano. La mia mente si riproduce secondo canoni atemporali, proprio come è possibile riordinare i paragrafi d’un testo ricorrendo agli strumenti informatici.

I miei vicini salutano. Escono di scena. Miseramente. Come avevano vissuto. Stiamo ammonticchiati come cadaveri nell’attesa di una sepoltura. Non osiamo muoverci, immobilizzati non tanto dal dolore, ma dalle nostre furiose deformità. Siamo il pasto nudo dei consigli. Si accalcano invisibili selezionando la carne da macello. Gustano silenziosi i freddi rimasugli di corpi. Li osservo nebulizzarsi per poi sparire in un condensato fumoso. La visione è grottesca. Giocosi satiri greci affamati di carne. Un’enorme cattedrale da incubo, oscenamente perversa. Le santità s’inseguono incendiando i rispettivi corpi di perverse allucinazioni. Il gran sacerdote compie in religioso silenzio il rispettoso rito della purificazione. Le anime sono nude e scoprono stupite le forme dei loro corpi. Hanno dapprima lembi di carne esclusivamente alle tempie, poi la massa continua ad espandersi fino a ricoprire l’intero tessuto osseo di muscoli dal delicato colore roseo. Sembrano vivi. Chissà che sensazione. Ansimanti apprezzano le capacità sessuali delle nuove armature carnee. Il gran sacerdote ha terminato il rito. I corpi si assiepano al centro della cattedrale. Lingue di fuoco lambiscono l’involucro della loro limitata esistenza. Mentre l’incendio corrompe le menti e le carni, l’etichetta campeggia al centro dell’evento, assolutamente incurante delle fiamme. Divertente osservare i miei ex vicini. La loro culminazione esistenziale è durata l’attimo d’un consiglio. L’esaltata celebrazione delle loro membra vive ha raccontato la gestazione deforme d’un’altra trappola psichica per le mie malandate percezioni sensoriali. Ed io andrò dove mi diranno. Servo l’onestà corrotta dei consigli.

L’esaltazione dell’amplesso negli antri d’una cattedrale non è un semplice recesso atavico dell’incestuoso ed ombroso gotico ottocentesco, ma la proiezione distorta d’una mente profondamente innamorata della divinità. Il mio storpio desiderio interpreta i luoghi d’accesso all’assoluto come delle improbabili camere da letto eteree. Tutto ciò si riallaccia con la sregolatezza dei costumi sessuali mediatici che certamente disinibiscono talune visioni represse, ma riducono notevolmente il raggio d’azione della mente nell’ambito del puro piacere edonistico. Uno studio rivoluzionario di Wilhelm Reich ha ipotizzato l’esistenza di una straordinaria carica sensuale nella figura del Cristo. Egli rappresenterebbe l’espressione completa del carattere genitale, e da qui ne deriverebbe il fascino naturalmente esercitato sulle folle. I consigli hanno compreso pienamente il suo messaggio, rendendolo nei panni d’una efficacissima proiezione.


Trapasso d’una carcassa (2)


Ero allibito. Non mi avevano scelto. Non ancora perlomeno. Avrebbero potuto farlo in qualsiasi momento. Evidentemente sarei stato molto più utile in questa condizione, piuttosto che inglobato dalla loro fauci. Non è stata la mia volontà a vincere sulla loro. Sono poco più di una gelatina friabile per le loro ancestrali capacità psichiche. Le loro violente incursioni quotidiane hanno portato il mio intelletto ad apprezzare l’odiosa sessualità della morte. L’odore di putrefazione attraversa trionfalmente le mie narici, assumendo nella mia mente i contorni sfumati d’una sorta di piacevole necrofilia. La mia è una convivenza opprimente, putrida e malvagia. In qualche modo i miei ormoni hanno assimilato la sensualità malsana e morbosa di un cadavere dilaniato. Il cancro ammuffito che lacera il mio olfatto rappresenta l’estremo legame d’unione col trapasso. L’odore dei miei familiari. Brutalmente caduti nelle spire dei consigli. Una mattina mi attendevano. Freddi. Umidi. Grezze statue di rigida oppressione. Imbalsamati. Una ciocca di capelli castani, una gamba ben tornita, un polso spezzato, due gelidi occhi, un seno oscenamente devastato, glutei ben formati, sparsi pezzi di loro. Erano scheletri con lembi d’umanità. Solo per permettere il riconoscimento. Solo per umiliarmi ancora. Io nato umiliato. Umiliato perché nato. Avrei pianto abbracciando i loro corpi, se solo avessi potuto senza irritarli. Ho trascinato le ossa in giro per casa, osservando una sorta di sottesa sofferenza. Dopo qualche minuto erano adagiati nelle casse di liquore della cantina. La lapide resterà pallidamente asciutta per il resto dei miei giorni. Io non ho mai conosciuto i loro nomi. Non una parola ha mai sfiorato le nostre vergini labbra. Semplicemente un giorno mi accorsi d’avere moglie e figli. L’accettai come dato di fatto. Evidentemente era necessario. La mia sofferenza per il loro decesso assume l’accezione di impotenza, non di pura sofferenza. A volte mi capita di starmene in loro compagnia. Mi addormento teneramente sul terriccio umido, accoccolato ai piedi delle casse di liquori. Ma il rischio è enorme. I consigli filtrano silenziosi ogni singola manchevolezza. Il mio abbandono sul terreno umido richiederebbe perlomeno un’adeguata copertura. I loro olfatti colgono le più lievi emanazioni gassose, le più istintive secrezioni ormonali; posseggono la chiave del mio metabolismo, sebbene le mie funzioni organiche siano nulle. Credo comprendano i movimenti delle mie terminazioni cerebrali.

L’incessante persistenza d’una sempre più auspicabile chiamata dei consigli determina la necessità d’una pacata convivenza con l’imprevisto. In tale estremizzazione del fenomeno ogni malvagio benessere concesso al proprio corpo viene accettato con la beata indifferenza d’un uomo in caduta libera dal sesto piano. Nella randomizzazione della selezione naturale non c’è criterio, sebbene una sorta di preselezione venga affidata in relazione agli arbitrari piaceri dei consigli.
I consigli s’insediano quale fughe dalla realtà. La questione diventa se accettare la loro realtà importata, corrosa ed invadente o se supporre la stabilità di questo sistema. Sinora la scelta è sempre stata univoca: l’intrusione possiede i geni stessi dell’individuo, non permettendo di fatto alcuna scelta.
Sebbene l’opzione nessuna scelta racchiuda l’estrema aspirazione umana di pieno apprezzamento dell’autodeterminazione nel senso di soffocamento della sofferenza quale conseguenza di opzioni errate è ad ogni modo tristemente nota la bieca alienazione sancita dal dissolvimento di caleidoscopiche opportunità.

Evidentemente è possibile stabilire dei limiti entro cui collocare la funzionalità dell’esistenza. Personalmente, l’involuzione del mio cadavere ha spudoratamente oltrepassato la soglia dell’autodistruzione sino a prostrarsi in una sorta di nera catarsi. Indubbiamente la mia timida effige non permette ch’io affermi ancora d’esistere. Non sono altro che una bestemmia levigata dalle lame dei consigli. La loro presenza è una gigantografia onnipotente. Persino la mia casa non è ormai sicura da secoli. S’insinuano subdoli, come roditori radioattivi, tra le piaghe del mio mondo, attendendo in una esplosione silenziosa. Ed io osservo: i vicoli laccati di porpora e le salde porte di quercia espandersi e contorcersi straziati, le morbide porcellane e i lucenti apparecchi sofisticati lacerarsi, spezzarsi in disgustosi filamenti. Ed io spettatore demoniaco d’una folle opera. I consigli mi appaiono inaspettatamente, simultaneamente a tratti, stagliandosi urlanti fino a ricoprire ogni centimetro del mio spazio vitale, fino ad omettere l’esistenza stessa della mia abitazione. Ed io immobile osservo, mentre la bava scivola lentamente dal mio capo sino ad orinare tutto il vestito. Catturato. Impacciato subisco la loro importuna presenza sino a divenire parte integrante dell’illusione. Sono ormai prossimo alla morte ed il mio viso incartapecorito ne è testimonianza evidente. Il mio decesso avverrà silenziosamente, sfumando in un soffuso bagliore di squallore. Sarò dapprima inglobato dai consigli, poi rigenerato e utilizzato per le loro volgari proposizioni pornografiche. A quel punto, svuotato dell’ultimo barlume di dignità sarò riportato in casa. La mia tragedia verrà riproposta, e migliaia di cadaveri osserveranno la forza prorompente delle mie carni mentre mi consumerò nell’ultimo atto d’un antica umanità. E magari mi invidieranno. E magari mi odieranno. Ma non m’importerà, io sarò già morto. Sebbene le mie immagini in pose ridicolmente pornografiche continueranno a percorrere le fila del meccanismo immutabile dei consigli, io non sarò. Uscirò di scena immaginando la mia morte nera in un mare di fango brulicante d’antichi dei deformi.

Le flessuosità dei moderni apparecchi di cucina sono stati recentemente studio d’un gruppo promettente di giovani designer con cui tra l’altro collaborava Bruce Sterling, il guru del cyberpunk. I risultati hanno appurato l’assoluta aderenza dell’aspetto sessuale nella progettazione dei macchinari. La loro funzionalità è certamente secondaria all’elargizione dello stimolo sessuale. Tutto ciò è evidentemente correlato alla richiesta incessante di materiale pornografico da ogni ceto e da ogni età. Gli esperti di merchandising hanno evidentemente canalizzano tale bisogno diffondendolo in tutti i reparti del consumo: dall’automobile al panino.

Non pongono limiti al loro increscioso bagaglio di volgarità. Negli ultimi tempi utilizzano persino i bambini. Quei corpi minuscoli imbevuti di bianco candore sono adattati forzatamente in una grottesca cornice di sporco piacere. S’inseriscono timidamente nell’orgia bestiale delle proiezioni, seguendo categoricamente la loro parte. E per un attimo sembra che anche loro possano godere di quella porzioncina di vitalità elargita dai consigli. Manifestano la loro capacità di poter apprezzare la sensualità dei loro gesti infuocati dalle droghe. Si lanciano in una macabra danza di piacere, misurandosi in prestazioni impettite coi loro colleghi di maggiore età. La loro follia è molto più lucida di tutti gli altri, perché la loro carica sessuale è ancora pura e potenziale, non eccessivamente consumata dalle droghe. Potrebbero persino controllare le proiezioni a loro piacimento. Ma anche loro finiranno presto. Non sono altro che residui d’un vecchio mondo. Ultime emanazioni di un’esistenza costruita con le braci della vita stessa. Braci ormai spente da tempo. Noi fingeremo fumino ancora per poco tempo. Giusto il tempo di sparire per sempre. Giusto il tempo di gettare i panni d’un orrenda farsa e di accomodarci tra le nostre bare di frassino. E i bambini ci saluteranno festanti, morendo con noi.

Il riscontro tra la violenza proposta e il comportamento dei bambini può non essere raffrontato nell’immediato futuro. Le visioni sono centellinate e somministrate con cura all’interno della loro mente, in modo tale da non aver conseguenze devastanti sulle giovani psiche. Ma una mente totalmente disinibita da un accorto uso di droghe e sottoposta ad ininterrotto martirio di violenza sviluppa nei fanciulli un delirio d’onnipotenza non mitigato da una sufficiente esperienza. Il risultato è un’amplificazione della forza sessuale.

Sono venuti a prendermi. I consigli arrivano senza preavviso, senza alcuna ragione apparente. Mi sono deliziosamente scomposto mentre li aspettavo. Ho distribuito i miei oggetti corporei in ogni angolo della casa. Non crediate sia talmente stupido dal pensare di poterli mettere in difficoltà. Ho voluto semplicemente irritarli. Avete mai ricevuto il vostro datore di lavoro in mutande. Disgustosa indifferenza. In qualche secondo sono nuovamente tutt’intero. A volte credo di essere una sovrapposizione di due ruoli. Vittima e carnefice. La loro presenza non è tangibile, eppure un impulso imperante m’induce a commettere azioni riprovevoli per la mia persona. Servirò ancora. Ancora per una volta. Semplicemente una minuscola particella. Non percepisco il mio corpo, eppur sento ancora di essere. Brancolo in un plasma universale talmente denso da risultare solido. Sento di essere parte integrante della memoria umana, di una sorta di inconscio collettivo. Miliardi di proiezioni diramate per tutti i mondi e gli universi conosciuti.

I consigli hanno creato un messaggio universale, totalizzante. La loro conquista del potere, sebbene virtualmente siano ancora una nostra creazione, accoglie la medesima carica dell’ecumenismo cattolico. Il loro desiderio è rappresentato dalla pacificazione dei sensi umani, dal completamento dell’espiazione. L’errore fu nel considerare appagabile l’insaziabile richiesta dell’uomo. Il loro scopo è tuttora da completare. Solo allora spariranno liberandoci dal giogo oppressivo della loro presenza. Sono dei buoni, in fin dei conti. I nostri benefattori.

Continuo a provare l’inconsistente sensazione di vuoto mentre vengo trascinato in giro. Discutono la punizione da affibbiarmi. Non hanno dimenticato il mio innocente scherzo. Probabilmente mi invieranno nel set di proiezione peggiore del cosmo. Comprendo che la decisione è stata presa. Il mio moto viene rallentato, sino a stabilizzarsi in uno stato di quiete. Le diverse proiezioni, prodotte dai consigli, sono realizzate negli angoli più disparati del cosmo, ed alcuni di questi luoghi sono sommessamente celebri per la loro autentica ferocia psichica. Andrò ad Eldritch [1] Town. Il confine dei mondi.


Eldritch Town (3)


E’ fantasmagorica Eldritch Town. La terra demoniaca. I palazzi fatiscenti spuntano come funghi nucleari dal terreno marcio. Sono appena rischiarati dalle luci, curiose emanazioni opache d’antichi fulgori. Mi sembra di stare in uno di quei film dell’espressionismo tedesco: le vie segmentate e claustrofobiche, i cunicoli laterali come mappe cerebrali e folli dell’esistenza, i tortuosi dedali d’interminabili giri d’anime, le cattedrali dell’incubo sospese a mezz’aria e tutt’intorno le fiaccole d’un fuoco rosso antico. I colori sono tenui e mi appaiono appena levigati dall’oscurità eterna: osservo vivamente i promontori di porpora sfumare, iniettando lo spazio circostante di venature agghiaccianti. L’immenso stradone centrale che spezza la città in due parti è tappezzato da grosse venature grigio pastello, quasi fossero enormi lombrichi in decomposizione. Le linee di confine non sono esattamente marcate, e sembrano inseguirsi in circolo sino a svanire nel polveroso orizzonte. Il marciume imperversa in ogni segmento della città: stipato inverosimilmente ai bordi della strada, ammucchiato caoticamente nei rari secchi dell’immondizia, curiosamente distribuito tra i tetti e le finestre dei palazzi. Ma il vero orrore è ingenuamente diluito nella struttura stessa della città ed è concentrato nell’assoluta mancanza di geometrie valide. Le costruzioni, la strada, il cielo, le nubi, il vento stesso, non sembrano adeguarsi a delle forme solide conosciute. Sembrano organismi oblunghi disseminati disordinatamente da un dio malvagio ed idiota.

James Ballard, straordinario autore postmoderno, ha intrapreso un curioso viaggio dentro la psiche devastata dagli allucinogeni mediatici. Diversi suoi racconti raffigurano l’inconscio umano quale proposizione di eventi contestualmente reali. Ovvero la psiche turbata può venire effigiata come un qualsiasi evento quotidiano. Le realizzazioni di Ballard sono composte da un’efficiente scansione geometrica, prettamente lineare. Le mie visioni sono assolutamente prive di qualsivoglia caratterizzazione geometrica al fine di determinare l’assoluta inconsistenza della mia psiche. In sostanza il mio stesso inconscio è stato modellato dalle immonde spire dei consigli.

Sebbene i consigli qui non esistano direttamente, possono penetrare a loro piacimento ed indurmi a compiere qualsiasi azione. In un certo senso dovrei sentirmi libero dall’oppressione. Ma non esiste peggiore condanna per un uomo abituato all’obbedienza, al controllo. Hanno spento in me ogni possibilità di creazione sin dalla nascita. Ed ora che ho la piena possibilità per esprimermi, non genero nulla. Solo squallore e morte. E’ una tortura infernale. Nessuno mi indica la strada da intraprendere. Ed io soffro terribilmente.

Philip Kindred Dick probabilmente apprezzerebbe l’esatta realizzazione della sua teoria. Diversi suoi romanzi delineano la realtà governata da una sorta di folle demiurgo, presunto creatore del cosmo. In realtà semplice burattino del vero dio. Semplice burattino dei consigli.

Francamente non mi sento l’assoluto padrone di questa città. Sebbene io stesso ne sia il creatore. Non mi appartiene, allo stesso modo di come non mi appartiene la mia psiche. Sono stato semplicemente modellato, minuziosamente definito da un freddo blocco di granito. In questa terra ove non esiste nulla, fatico persino a credere esista ancora la mia persona, tutto ha l’apparenza di un guscio vuoto. Un’innocua porzione di materiale intellettivo ingenuamente sagomato dal mio essere per evitare di precipitare nel vuoto. Ma esiste una differenza tra questa condizione ed il vuoto? Io non credo.

La mia situazione può essere facilmente interpretabile studiando una splendida opera di Renè Magritte. Il quadro in questione è Il terapista e raffigura una scena simmetricamente compatibile con la mia sventura. La maschera di validità della mia esistenza si scopre essere una gabbia d’uccelli, inconsistente e vana.
Io sono la gabbia d’uccelli.

L’ora è giunta. Giustiziato a Eldritch Town. Come avevo previsto. Senza colpa. Giustiziato da me stesso. Giustiziato da un mondo da me costruito. E non vedrò la luce come il pallido signor K.
Il fuoco sul mio corpo. Il terreno accoglie le mie membra quasi abbracciandomi in un amplesso d’esaltazione.
Smetto d’esistere, l’esistenza smette di esistere.


© Rosario R. Battiato



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