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La sposa di Antonio
di Valeria Francese
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La sposa di Antonio



Mi sono fermato per ascoltare la voce di mio fratello che chiama mamma. Non vi daresti un’età, è come un suono che non si può declinare.
Forse può ricordare un piccolo uccello nato da pochi giorni.
Antonio è appena nato sì, ma da 25 anni, e vive nel nido diventato troppo piccolo per il suo corpo lievitato. Eppure ci sta dentro con l’ostinazione di un inquilino tenace, ancora avvolto di placenta, che nel tempo si è fatta densa.
Ha il nome di una sigla, questo suo stare al mondo, timbrata dai medici sopra il suo certificato di nascita, che nel tempo ho finito per dimenticare. Se dovessi spiegare la patologica resistenza di Antonio a crescere, direi che si tratta di una sua scelta o di semplice ossequio alla più amabile delle infanzie.
Questa storia non è affatto lunga ma ci vuole pazienza nell’ascolto.
Tutto è cominciato quando nacqui cinque anni dopo di lui. E da allora, lo start si è liberato dalla scatola dei giochi e la clessidra si è rovesciata.
Ci scambiammo i ruoli, come lo schiavo che diventa padrone ed il padrone che cede per uno straccio la sua noiosa libertà.
Io il più grande e lui più piccolo di me . Appena ha avvertito il mio primo passo, Antonio mi ha salutato, ha chinato il capo intriso di placenta e mi ha sorriso, dentro la furbizia soffice di ogni grande inventore. Perché il brevetto è soltanto suo, del gioco del Fermati ed Ascolta. Un gioco che solo pochi fratelli maggiori al mondo, ci scommetto, saprebbero fare cosi bene e senza mai annoiarsi.
E la simulazione è diventata fiction d’autore quando lui è riuscito a sembrare più piccolo anche di se stesso. Il pensiero si è contratto, riduzione a scala di tutte le possibili intenzionalità, scoperta della più misteriosa delle reversibilità. Mio fratello vive oggi nell’infanzia, accorciando il passo o forse distraendolo dai percorsi banali e solitamente abusati. Non sono cosi perbene per non riconoscere tutte le volte che l’ho odiato, quando nel tempo avevo appreso quali fossero i giochi che un fratello maggiore può insegnarti.
Ammetto senza pudore di aver desiderato che mio fratello mi mostrasse le chiavi che aprono i segreti delle donne, che mi insegnasse il destro formidabile da scagliare contro il bullo del quartiere. Ho desiderato, per tratti non brevi della mia adolescenza, quel fratello maggiore inavvicinabile, amato ed odiato, quello che ti spalma sulla fronte un bell’adesivo “Don’t disturb”. E che quando sgomma con la Polo fresca di velocità, e tu resti dietro la finestra, e vorresti afferrarlo, chiami ad alta voce. Lui però non ti ascolta. E non si ferma.
Non è proprio questo il fratello maggiore? Quello che non si ferma mai per ascoltare anche solo la più concitata delle storie, quella del primo pelo sul viso? Ed invece Antonio è sempre stato qui, immobile, il centro di tutte le mie fughe e continuando a sorridere quando io lo odiavo. Antonio ha sempre fermato tutti, si è fermato pure lui, e ci ha messo in ascolto di tutti i suoi ascolti.
Quando mi fermo, ed ascolto Antonio che chiama sua madre, e a me sembra indeclinabile quel richiamo, mi viene in mente che ogni cosa, in mano all’uomo, diventa una sigla.
Ma a chiamare mattine o notti, è sempre mio fratello, che ha l’arte della seduzione di certe semplici metafore, traveste le azioni e le parole perchè siano meno scontate e meno ruvide. Scatta l’amabile ironia di chi sa giocare con il mondo, di chi per scherzo nasconde al pianeta i suoi satelliti e di chi cola il tramonto nel rosa, per farlo sembrare un’alba quando è quasi già sera. E’ fermandomi ad ascoltare Antonio che si può forzare il segreto delle donne, perché è unico per tutte le creature che volano, farfalle o lucertole con le ali, spiriti o profumi; è vivendo con lui che impari a lanciare cazzotti non sulle guance, ma a sferrarli nell’aria per spostare le nuvole che coprono il sole; è ascoltando mio fratello che ho imparato a fermarmi quando qualcuno mi chiama dietro la finestra, mentre io sgommo sopra un pattino di qualche robivecchi. Mi fermo e so che uno qualsiasi che somiglia oggi a mio fratello, vuole solo che ascolti la storia del primo pelo sul suo viso.
E poi c’è lei, mia madre che sguazza nel proliferare della placenta, come una sirena angustiata dal petrolio, lei che taglia come piani perpendicolari quella materia opaca che pare vetroresina. Se ne incolla le dita ma continua a foderarvi le azioni di suo figlio, insonorizzare i piccoli dolori che ogni giorno egli avverte.
E’ sera. Sto osservando mio fratello fuori in cortile. Io sono dentro la mia stanzetta, un piano semirialzato che papà ha costruito perché io avessi un ingresso indipendente. O forse anche, un’uscita preferenziale, quando certe volte, preferisco arrestare la clessidra e ritrovarmi più piccolo di lui. Mio fratello non sa che io sono qui.
Gli ho raccontato che in questa stanza non dovrà mai entrare perché vi abita una sposina che si prepara per il suo giorno più bello. È un’invenzione che risponde al male di vivere, questa come altre, questa come ogni altra pretesa convinzione della normalità.
E lui come sempre incuriosito dalla stanzetta della sposina, ma obbediente e dolce come solo la sua impossibilita di crescere sa essere, si ferma appena nel cono d’ombra fuori dalla mia finestra. Lo vedo, stringersi nelle spalle come se temesse che la sua mole lo tradisca, percepisco appena il suo respiro che si attorciglia come il rincorrersi di un ricciolo. Un po’ di vento denso si ruba qualche ciocca dei suoi capelli e lui si stringe nel giubbotto di jeans. Spengo allora la luce per non farmi vedere, per non tradire la legge della sua sposina, per non svelare il sorprendente abito bianco, bianco come il vuoto che a volte compare nel suo sorriso, bianco come il passo di chi procede senza linee.
Accendo solo una piccola torcia perché l’amica che ora è qui con me, ha paura del buio. Paroline eccitate escono come libellule fuori dal greto delle sue spalle nude. Le dico di far silenzio perche fuori c’è lui che non deve scoprirci e lei si apre in un bianco movimento di labbra e sussurra che anche lei vorrebbe essere una sposina come quella della favola di Antonio. Vorrei allontanarla, d’istinto, mi viene rabbia per lei e per chiunque a questo mondo non ha imparato a reggere le metafore.
Ma lei si stringe più forte a me, i suoi capelli ricci arrancano lungo un seno e con le sue dita sfiora la mia toga della laurea, che è adagiata sul pavimento, accanto al letto.
Per la prima volta l’ho indossata oggi, eppure certi diplomi, la vita con Antonio , me li ha marcati a fuoco sul cuore, da quando mi promossero fuori tempo a fratello maggiore. Sono un decorato senza aver mai studiato, con la sola capacità di prendere in giro, insieme a lui, le serrature di tutti i teoremi possibili.
Antonio non si allontana dalla finestra, adesso la luna se lo abbraccia e qualche riflesso gli gocciola sulla fronte. Ricordo solo adesso, che Antonio deve mettere il pigiama.
E’ il rifiuto di Antonio, ogni sera, prima di andare a letto. Braccia conserte e labbra attorcigliate dentro il “no”, gli occhi che si riempiono di lacrime, come vasi stracolmi di una bevanda opaca.
Allora finisco di fumare la mia sigaretta, saluto la mia amica e le lascio sognare la forma del suo velo nuziale, lei prova a fermarmi, ma non ci riesce. Perché ora devo giocare con Antonio. Esco fuori e lo raggiungo nel cortile. Insieme entriamo in casa. Lui mi segue, come un’ombra che la sera rende meno densa, quasi mi sembra per qualche istante, di perderlo. Allora mi volto e lui è lì. Mi segue.

“Mani in alto, fermo o sparo” E lui ride, si spoglia e finalmente accetta di mettere il pigiama. E’ questo il gioco di ogni sera, quello che ad Antonio serve per prepararsi alla notte che forse gli fa paura.
A volte, soprattutto quando sono stanco e tutti i nervi si fanno contratti per certi pesi che la vita ha parcheggiato sopra il mio collo, la posizione del poliziotto che acciuffa il ladro mi stanca: gambe appena divaricate e flesse, braccia tese a simulare l’atto dello sparo.
Ma Antonio è un ladro gentiluomo, e allora ride non appena gli punto addosso una pistola caricata d’amore ; su di lui sparerei solo coriandoli e schizzi di passione e farei esplodere quella placenta forgiandola in mille emoticons di quelli che si vedono sul web. Sarebbero queste le espressioni facciali, morbidamente flessibili, annunci di vita, che la notte, infilandosi nel pigiama tanto odiato, gli possono rendere meno triste la notte.
Sono questi i giorni con Antonio. Quando poi, mi rendo conto che il gioco prevede un vincitore, volo più forte per andare avanti, di modo che, finisca una competizione.
Poi magari spaventato ne faccio troppa di strada, sono avanti nel mio tempo e mio fratello ancora non c’è. Allora a tratti torno indietro, ma so che devo andare avanti. E so che a fargli compagnia, ci sarà sempre una sirena che galleggia nel petrolio ed una sposina che ogni giorno indosserà il suo abito di pizzo. Quando la sabbia nella clessidra è gia scomparsa, senza che lui se ne accorga, ristabilisco un fiat e ricominciamo daccapo. Perché se mi fermo, mi rendo conto di quanto sia bello e doloroso non avere voglia di ascoltare nient’altro che le favole che invento per lui.


© Valeria Francese



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