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Non c'è proprio niente che non va
di Simone Ranucci
Pubblicato su SITO


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Alla mia tribù

Non c’è proprio niente che non va, a parte che ho un mal di testa che mi trapana il cervello, e forse ho un cancro. Ma a questo il dottore mi ha ordinato di non pensarci, almeno per tutto il week end, almeno fino a che non saranno pronte le analisi. Allora io non ci penso, e se proprio devo pensarci, provo a guardare la faccenda dal suo lato positivo. Se solo ne avesse uno. Comunque ieri mattina mi sono svegliato con una gran voglia di vivere e di fare cose. Poi ho chiuso gli occhi per un attimo, e quando mi sono svegliato per la seconda volta, la mattina era già terminata. Ho guardato l’orologio che segnava le due, ma visto che nella notte era finita l’ora legale, in realtà erano le tre. Comincia l’inverno, mi sono detto, e l’inverno è davvero una cosa molto brutta da passare per quelli che non sopportano il freddo e le giornate corte. Io naturalmente sono tra questi. Ma insomma, tutte queste cose che ho detto fino ad ora non servono certo a chiarire tutta la storia che mi è successa scendendo dall’autobus oggi pomeriggio. Storia che, detto tra noi, è appena all’inizio, e dentro cui oramai, ci sono impelagato come un sasso nello stagno. Se capite cosa intendo. Comunque io mi chiamo Mario Valle e ho trent’anni. Certo se mi vedeste pensereste tutti che ne ho molti di meno, ma non è così. Trenta tondi tondi ne ho. Prima avevo una libreria dalle parti di via Fratina, poi l’ho data via e adesso vivo coi soldi che mi hanno lasciato i miei genitori. Per fortuna, anche se forse, il termine fortuna non è il più appropriato, i miei genitori sono morti prima di fare testamento; se no, forse, non mi avrebbero lasciato tutto quello che in effetti mi hanno lasciato. Forse avrebbero lasciato qualcosa pure a mio cugino Franco, che per loro era come un figlio. Ma il destino è stato ostile per loro e propizio con me. Ora non vorrei che pensaste che io li odiavo i miei genitori. Diciamo semplicemente che il nostro rapporto era basato su una reciproca indifferenza. Io non chiedevo niente a loro, e loro facevano lo stesso con me. Adesso che non ci sono più forse, dovrei sentirmi in colpa per tutte le cose che non sono mai riuscito a dirgli, ma a pensarci bene, non ci sono cose, almeno importanti, che non sono riuscito a dirgli. Quelle che ho taciute, le ho taciute in piena coscienza e ancora oggi, sono contento di averlo fatto.
Ora sta per farsi sera. Un’altra di meno. Quando hai il vago sospetto che potresti morire da un momento all’altro, il tempo diventa improvvisamente troppo prezioso per vederselo sfuggire sotto il naso in questo modo. Ecco forse dovrei passare quel che mi resta, spero il più possibile, a escogitare un meccanismo per fermarlo, il tempo. In cuor mio sono sicuro di riuscirci, se solo ne avessi davvero voglia. Comunque per adesso la mia testa è da un’altra parte. E’ da quella ragazza che tra poco passerà sotto casa mia. Ora non vorrei che mi vedeste come il solito puttaniere mal intenzionato. Liberi di non crederci ma è stata lei a far tutto. L’ho incontrata sull’autobus mentre andavo a fare un giro in centro. Ci vado tutte le domeniche, sempre nello stesso posto, che è un bar vicino via del Governo Vecchio. Lì mi conoscono e non mi rompono le palle. Sanno che quando sono solo è perché voglio stare da solo.
Insomma l’ho incontrata sull’autobus mentre tentavano di borseggiarla. Non è stato difficile prendere a calci il ragazzino che aveva le mani ben dentro la sua borsetta e costringerlo a scendere al primo momento utile. Cioè subito. Lei mi ha guardato negli occhi e io ho notato che aveva tutto il rimmel che gli colava sulle guance. Insomma aveva appena finito di piangere. Non le ho chiesto il perché. Mi sono preso i ringraziamenti per il bel gesto, e mi sono voltato dall’altra parte. Ma lei mi ha battuto il dito sulla spalla e mi ha costretto a prestarle attenzione. Così stavolta l’ho guardata bene. Avrà avuto all’incirca venticinque anni, ed era magrissima. I capelli rossi corti con una frangettina davvero improponibile che le spioveva sulla fronte. Il viso era fatto di linee decise e dure. Ma gli occhi, che brillavano per le lacrime appena versate, erano di un azzurro intenso come il mare di certe mattine d’estate in certi posti del sud. Insomma erano bellissimi. Io ho provato a non farmeli piacere lo giuro, ma proprio era impossibile. Così ho accettato il suo invito a prendere un caffé e mi sono abbandonato alla sua volontà. Cosa che si è rivelata alquanto faticosa. Prima di tutto perché non la finiva più di parlare, nel disperato tentativo di riassumermi in dieci minuti tutti gli avvenimenti essenziali della sua vita. Tentativo fallito, questo lo dico subito, visto che l’unica cosa che mi è rimasta davvero impressa di tutto il suo racconto è il suo nome. Azzurra. Per il resto non ho capito se è stata sposata con un filosofo mente lei faceva l’operaia edile, o se era una studentessa di filosofia sposata con un operaio edile.
Il fatto è che tutte le cose che diceva, le diceva gettando via le parole, come se avesse fretta di passare a quella successiva che, nella sua testa, doveva essere quella risolutiva per spiegare il groviglio della sua esistenza.
Naturalmente nessuna di esse lo era. Eppure devo ammettere che, in certi momenti, mi meravigliavo ad essere preso dalle trame, fitte come quelle di una spy story, che prendeva il suo racconto. Era come stare ad ascoltare una persona che ti legge un libro d’avventure. Tu non devi fare niente, solo spegnere il cervello e abbandonarti alla musica delle parole. E poi lei aveva una gran bella voce. In effetti da giovane, cioè due anni prima, era stata anche una cantante di un certo successo. Almeno nell’ambiente dei teatri off di Roma. Poi il gruppo si era sciolto e lei si era lasciata col ragazzo di allora, uno studente di medicina che a forza di studiare le malattie altrui era diventato ipocondriaco. Per un attimo, anche qualcosa di più di un attimo, ebbi il sospetto che anche lei fosse diventata ipocondriaca, visto che non la finiva di trangugiare pasticche sottili come mentine. Diceva che erano per la gola. Comunque la fine della sua avventura col medico ipocondriaco, fu l’ultima cosa che mi raccontò. Subito dopo il suo sguardo si spense, come quello di chi ha preso troppi sonniferi, e poi, per inerzia, si sollevò in dritta in piedi. “Devo andare”, fu la sola cosa che mi disse. Poi uscì.
Per dieci minuti buoni continuai a sorseggiare il mio cioccolato caldo chiedendomi il senso di tutta quella storia. O accidente, che forse è la parola giusta per una situazione così. Alla fine mi vennero in mente le parole di Cechov sul senso della neve che cade, e mi misi l’anima in pace. Pagai il conto anche per lei e mi rimisi in strada pensando che quel incontro, era stata una delle esperienze più bizzarre che avessi vissute negli ultimi anni. Camminai per un po’ intrufolandomi nei vicoli dietro via De’Coronari, in mezzo alle botteghe d’antiquariato quasi tutte chiuse. Lì c’era un silenzio che conciliava il pensiero. Così mi misi a pensare a qualcosa da fare per la sera. Non c’erano molte alternative. Lunedì si ricomincia a lavorare e, tra i miei amici, io sono l’unico che non lavora. Per un attimo mi venne in mente che anche io, forse, avrei dovuto mettermi a lavorare prima o poi. Per fortuna rinsavii subito, ricordandomi il fondamentale assunto di Pavese. “Lavorare stanca”. Così continuai a camminare, ma senza più proporre alla quiete del mio cervello, certe idee balzane. Per sicurezza mi feci cura di spegnerlo del tutto, il cervello, così, tanto per non correre rischi inutili. In realtà quello che temevo era che tornassero in superficie tutte le mie paure sulle analisi da ritirare. In fin dei conti quella era davvero una questione di vita o di morte. Proprio mentre pronunciavo nella mia mente la parola morte però, ecco che sentii chiamarmi da dietro. Non col mio nome, ma con un appellativo alquanto strano, almeno per me.
- Uomo gentile aspettami! Fu così che mi sentii chiamare.
Avevo già capito tutto, ma ci misi un po’ per girarmi. Quasi volessi gustarmi lo stesso la sorpresa. Quando terminai l’operazione, Azzurra stava piantata davanti a me con una rosa rossa in mano. Sorrideva con un sorriso infantile che le stava davvero bene lì, in mezzo alle guance.
- Azzurra! Fu l’unica cosa che riuscii a dire. Praticamente niente. Ma a lei bastò lo stesso per darmi un bacio. Un bacio vero, sulle labbra. Il contatto colla sua lingua fresca che mi spennellava la gola fu davvero un bel toccasana. Quando ci staccammo e ci ritrovammo a guardarci negli occhi, più o meno dalla stessa altezza, non trovammo di meglio da fare che sorriderci forte, mostrando i denti lucidi. Guardandola così, che sembrava l’immagine della purezza, mi sembrò evidente che il passo da fare oltre, almeno per me, sarebbe stato maledettamente complicato. In qualche modo ebbi l’impressione che dovevo scegliere. O con lei o senza di lei. In realtà stavo semplicemente correndo troppo avanti sui corridoi della mia fervida fantasia. In realtà ci eravamo appena conosciuti, ecco tutto. Certo il fatto che fossi irrimediabilmente attratto dal suo aspetto fisico, andava a costituire una bella aggravante a tutta la situazione. Diciamo che stavo per entrare in un vicolo cieco, ma a quel tempo, ancora non lo sapevo.
Per un po’ camminammo mano nella mano, come fossimo già una coppia, senza dirci nulla. Forse non ce n’era bisogno, o semplicemente non avevamo niente da dirci. A un certo punto davanti a un portone mi disse che per lei la strada finiva lì. Il che voleva significare che quello era il portone di casa sua.
Io non tentai di salire e comunque lei non me lo chiese. Mi disse solo che sarebbe passata a prendermi alle nove. Si fece lasciare il mio indirizzo e poi mi salutò. Questa volta senza bacio.
Io rimasi a respirare tutto il suo odore davanti a quel portone ora deserto, fino a che il suo odore non si sperse nell’aria. A quel punto tornai a casa.

Ora dopo averci ripensato mi sembra che in fondo questa non sia per niente una storia strana. Cioè sicuramente sarà successo anche a qualcun altro di essere rimorchiato da una ragazza dopo averla salvata da un borseggio. Eppure c’è qualcosa che non mi torna. Non è tanto quello che è successo ma il modo. Troppo naturale. E’ come se lei stia seguendo un disegno di cui ha perfettamente chiari i contorni. Ecco appunto lei, non io. Io sono come un cieco che si lascia guidare dal suo cane fedele, o, ancora meglio, dal fato. Spero solo che il fato mi sia alleato, almeno per questa volta.
Nel frattempo il tempo passa. Troppo lentamente per me, che sono una persona impaziente quando ha qualcosa per cui esserlo. Non capita spesso ma quando capita, riuscirei a mettere in ansia anche il Dalai Lama. Intanto mi sono già mangiato le unghie di tutte e due le mani, e ora procederei anche con quelle dei piedi, se solo ne fossi capace. Ma non ne sono capace, così prendo a fumare. Solo alla terza sigaretta di fila mi ricordo che in realtà io non fumo, e che quel pacchetto l’ho comprato nell’eventualità nefasta che le analisi fossero andate male. In fondo è una buona cosa incominciare a fumare dopo che ti hanno diagnosticato un cancro. Così spengo in tutta fretta il mozzicone e vado al frigo per farmi una birra. In frigo non c’è nessuna birra però, né alcunché di alcolico. Così ripiego sul latte: Me ne verso una tazza colma fino all’orlo e comincio a berlo. Freddo. A metà mi viene un gran sonno. Anche se ho lo stomaco pesante ho lo stesso un gran sonno. Provo a resistere ma lui è più forte. Poggio la testa sul tavolo. Dormo.

Oggi ho visto l’alba. Non è che mi sono svegliato presto. Non ho proprio dormito, ecco tutto.
Azzurra è qui accanto a me. Sta rannicchiata colle ginocchia al petto. Da sotto il vestito bianco appena sollevato le si vede la fica. Ha un’espressione vuota disegnata in faccia. Parla da sola, sembra. Io non capisco cosa sta dicendo, ma non mi importa. La odio in questo momento. La odio e basta. Quello che mi ha fatto passare ieri sera, e poi per tutta la notte, non ha scuse. E’ matta, ecco tutto, e io sono più matto di lei che le sono andato appresso. Prima o poi dovrò smetterla di ragionare col cazzo!
Comunque adesso non possiamo far altro che aspettare. Aspettare e sperare che gli dei del cielo ci siano propizi. Alle nove e mezza devo andare a ritirare le analisi, ma in questo momento non mi importa. La prospettiva di passare il resto dei miei giorni in galera mi sembra anche più nefasta del cancro.
- Che cazzo stai blaterando! Le urlo in faccia.
Lei alza la testa e mi guarda come se si fosse appena ripresa da uno stato di trance. Fa un cenno d’assenso col capo e mi saluta. Sicuramente si è presa troppe pasticche. Magari sta andando in overdose. Non so che pensare ormai, così decido di agire. Mi alzo in piedi e comincio a scuoterla. Lei all’inizio mi lascia fare, poi comincia a piangere e mi abbraccia. Io non sono preparato a questo, e così mi lascio abbracciare. Mossa sbagliata, perché,come nella migliore tradizione, lei dal dito si prende tutto il braccio, nella fattispecie mi si attacca addosso a peso morto facendomi perdere l’equilibrio.
Cadiamo all’indietro. E’ un attimo e me la ritrovo sopra, la sua testa sulle mie labbra. Sento le sue lacrime che mi strusciano la pelle. Provo a baciarla. Lei si scosta e poi mi ferma la testa colle mani. Ora mi sta sopra. Mi guarda e ride.
- Lo sapevo che eri tu quello giusto, mi dice. Poi ricomincia a ridere.
Io provo a scrollarmela di dosso ma lei si piega e questa volta mi bacia. Allora io la lascio fare.
In fondo se devo andare in galera, o morire, è comunque sempre meglio farsi una scopata. Hai visto mai fosse l’ultima.! Trovo che il ragionamento non fa una grinza e così comincio a spogliarla. Lei me lo permette, ma niente di più. Rimane immobile, immobile e rigida. Ma a questo punto non ho scelta, tornare indietro sarebbe da fessi, e così continuo. Proprio mentre sono dentro però sento un gran rumore alla porta. Qualcuno sta cercando di entrare. Non so se sono gli sbirri o gli amici di quello che abbiamo ammazzato. In entrambi i casi la cosa fa problema. Ma io sono troppo eccitato per smettere. Sperare nella sua prontezza poi, manco a parlarne. Mi sembra di starmi a scopare un cadavere, figuriamoci se posso pretendere qualcosa di più che la totale passività. Così alla fine, tacitamente, decidiamo di continuare. Muoia Sansone e tutti i Filistei! Non passano nemmeno trenta secondi che ci sono addosso. Due mani possenti mi sfilano dal suo sesso e mi tirano in piedi col cazzo al vento. Non è un bello spettacolo, nemmeno per loro che infatti alzano lo sguardo. Io copro i miei gioielli colle mani e aspetto che mi colpiscano.
Ma nessuno mi colpisce. Un omone colla divisa che sembra trasbordargli dal corpo mi dice solo di rivestirmi. Naturalmente lo dice con disprezzo. Io guardo in basso e individuo i miei vestiti. Sono sotto di lei, di Azzurra, che sta dormendo. Due guardie la osservano indecise se intervenire o meno. Io mi faccio strada in mezzo a loro e mi piego provando a tirarle via da sotto il culo la mia camicia.
Un giovanotto dall’aria spaesata, quasi più di me, mi ferma allungandomi il braccio teso sul petto, come un passaggio a livello.
- Non vedi che dorme, mi fa
- E tu non vedi che sono nudo? Gli rispondo.
Allora quello mi guarda, ed io capisco che prima non l’aveva fatto, e l’unica reazione che ha, nel vedermi così “nature” davanti a lui, è trattenere un conato di vomito e assestarmi un pugno sulle gengive che mi fa cadere in terra come corpo morto cade.

E’ notte, non una notte buia e tempestosa ma lo stesso è notte. Il fresco dell’autunno romano mi refrigera un po’. Ho la gola secca e sto mettendo il casco. E’ troppo piccolo per la mia testa ma provo lo stesso a farcelo entrare. Azzurra è sul motorino pronta a partire. Aspetta solo che mi sieda accanto a lei per dare gas. Io esito un po’ più del necessario, devo ancora riprendermi. Quando ha citofonato mi ero appena svegliato. Non so perché ma ho pensato che dovevo fare in fretta a scendere, se no lei se ne sarebbe andata. Così mi sono dato solo una veloce sciacquata e sono uscito. Probabilmente ho dimenticato le chiavi dentro casa ma non mi va di pensarci. Sarebbe troppo un partire col piede sbagliato. Quando la vedo lei indossa un abito scuro lungo fino all’inizio delle cosce. Sotto ha solo i sandali, e un anello sul dito medio del piede. Mi sorride radiosa. Sembra che per tutta la vita non abbia fatto altro che aspettare questo momento. Io la bacio e lei mi tiene cinque minuti buoni inchiodato in quel punto coprendomi di tutto l’affetto di cui è capace. Un buon inizio, non c’è che dire. Poi mi passa il casco e mi dice solo “Sali”. Tutto molto semplice, in fondo. Io mi sono preparato tutto un discorso da farle, nel sonno me lo sono preparato. Ma adesso non ricordo né le parole né il contenuto. Non ricordo niente insomma. Se non che a questo punto il minimo che posso fare è farla innamorare di me. Salgo e partiamo. La prima cosa che noto è che guida come una pazza. Forse in un’altra vita era un pilota professionista. Spero solo che vada tutto bene. Il vento sulla faccia mi mozza il respiro. Devo tenere la bocca aperta e incamerare grosse volute d’aria. Lei non si volta mai, nemmeno per un momento. Le basta sentire le mie mani che si aggrappano sempre più forte alla sua vita per capire che sono ancora lì. Credo che per ora questo le basti. Quando arriviamo, davanti a noi c’è il nulla. Solo la notte e qualche albero spoglio. Poi nient’altro. Solo un silenzio ottuso carico di prospettive incerte.
Lei mi prende per mano e mi porta dentro la boscaglia, diciamo così. In realtà sono tronchi d’albero disseminati qua e là e filamenti d’erba umidi. Le foglie ingiallite tremano sotto i nostri passi resi pesanti dalla fretta. Più che altro è lei che sembra impaziente di mostrarmi qualcosa. Io mi lascio portare, ma quanto ad impazienza di sapere cosa mi dovrà mostrare, beh non ne ho
A un certo punto ci fermiamo davanti a un punto qualsiasi, perfettamente identico a tutti gli altri. Azzurra si guarda intorno, poi comincia a scavare nel terriccio. Una scena così l’avevo vista solo nei film. Ma questo non è un film, è tutto vero, anche la pistola che ora tiene in mano. E’ grossa, l’unica cosa che so dire è che è dannatamente grossa. Lei sorride ed io avrei una gran voglia di chiederle che cazzo c’ha da sorridere tanto.
- E’ carica! Mi fa.
Se questa cosa doveva rassicurarmi, beh non ci riesce affatto. Anzi penso proprio che da un momento all’altro dovrei darmela a gambe. Sono un uomo adulto io. Non ho tempo per certe stronzate. Ma lei tiene in mano l’arma, e l’arma è carica. Così decido di aspettare e vedere come va a finire. A conti fatti non è stata una grande idea ma ancora non lo sapevo. Lei mi bacia e mi dice che quella ci servirà per cambiar vita, per partire. Non capisco, ma non dico niente per contraddirla, in fondo lei ha sempre una pistola carica in mano. Così si convince che anche io non vedo l’ora di partire e cambiare vita. D'altronde ancora non lo sa che sono un pigro. Facciamo qualche passo verso il motorino, poi a un certo punto lei si ferma e comincia a sparare in aria. E’ contenta quando lo fa. Sembra proprio che la divertano certe insensate manifestazioni di giubilo, o idiozia, a secondo di come la si vuol vedere. Io però sbotto. Va bene tutto ma la pazienza ha un limite, soprattutto la mia. E ora questo limite è superato.
- Che cazzo fai? Le urlo
- Sparo. Mi risponde lei tranquilla. Sembra che con quella pistola in mano sia la donna più forte del mondo. A vederla sotto quest’ottica, potrebbe anche sembrare una cosa affascinante. Provo a ripetermelo tra me e me. Sto con la donna più forte del mondo. Non è convincente ancora, ma poco ci manca. Perlomeno ora accetto la situazione. Non la condivido ma l’accetto, e chiaramente con la situazione accetto anche quella pistola stretta nel palmo della sua mano.
- Cosa dobbiamo fare?
- Devi dare una lezione a uno.
- A chi?
- Adesso mi chiedi troppo. Mi dice, e mentre lo dice mi stampa un bacio che mi lascia senza fiato.
Quando si allontana prendo una gran boccata d’aria.
Lei intanto si è già avviata verso il motorino. Ora è ferma con il casco in mano che mi aspetta.
Io esito un attimo ancora. Questa storia non mi convince. Stringo la pistola che lei mi ha lasciato. Pesa, non credevo potesse pensare così. In generale credevo che nella mia vita non l’avrei mai saputo quanto pesa una pistola.
Lei mi fa un cenno con la mano. Significa che non c’è più tempo. Devo decidere. O seguirla o andarmene e mollarla qui, in culo al mondo, con una pistola carica in mano.

I poliziotti non sono certo famosi per essere persone delicate. Infatti anche in questo caso non lo sono. Mi hanno storto le braccia dietro la schiena e ora mi trascinano fuori tenendomi per i capelli. Io vorrei urlare almeno, se non ribellarmi, ma proprio non c’ho le forze per farlo.
Così mi lascio trascinare. Per fortuna non ci sono curiosi che si affacciano dalle porte delle loro casa mentre scendiamo la scale. Forse lo spettacolo non è abbastanza decoroso per stimolare la loro morbosità, o più semplicemente mi stanno guardando dallo spioncino. Cerco di non pensarci comunque. Dietro di noi Azzurra ci segue in silenzio. Due agenti donna la tengono per le braccia. Ma con delicatezza. Come se la stessero portando all’altare. Ora lei si è ripresa. Ha lo sguardo vigile e il busto eretto. Un attimo che riesco a scorgerla mi sembra stia sorridendo, come Norma Desmond nel finale di Viale del Tramonto. Solo un po’ meno folle.
Quando mi fanno entrare dentro l’autocivetta, anzi mi sbattono dentro l’autocivetta, urto colla testa il vetro dello sportello opposto a quello in cui sono entrato. Per fortuna è vetro plastificato, così a parte il dolore non ci sono conseguenze, né schegge. Accanto a me si siede uno sbirro corpulento che subito mi cinge in un abbraccio che, non fosse per la situazione, parrebbe affettuoso. Poi la macchina parte sgommando.
Le luci della città, viste da qui mi sembrano nuove. In generale ogni cosa che vedo è come se la vedessi per la prima volta. Magari dipende anche dal fatto che ho la vista annebbiata. Nessuno dice niente. Si sente solo il gracchiare della radio con una voce femminile che impartisce indicazioni in codice. Vorrei tanto riuscire a comprenderle, se non altro per tenere la mente impegnata. Ma restano solo parole senza significato. Ho paura. Ecco come mi sento. Come uno che ha una gran paura di ciò che sta per succedergli.

La persona a cui devo dare una lezione occupa una palazzina vicino al Quadraro. Un edificio vecchio, ma sembra che ci passino acqua e luce, e poi non è nemmeno troppo umido. Almeno dove vive lui. Guardo prima Azzurra e poi quel posto. Non c’entrano niente Una come lei non potrebbe mai vivere qui. Infatti scopro che lei non c’è mai vissuta. Ma una volta ha riaccompagnato il tizio cui sto per dare una lezione. Così ha imparato a memoria dove vive. Ci fermiamo poco fuori dalla palazzina e ci togliamo i caschi. Dovremmo essere rapidi. Rapidi e cattivi. Lei mi dice così. Lo fa avanzando il petto in avanti. Le tette le ballonzolano nel vestito. Io sento già caldo. Ma adesso non c’è tempo per queste sconcezze. Adesso dobbiamo fare bene quello per cui siamo venuti. Guardo l’orologio. E’ quasi mezzanotte.
- Sta già dormendo. Mi fa Azzurra come se mi avesse letto nel pensiero. Lui va sempre a letto presto, dice che lo fortifica.
Chissà che razza di rapporti c’erano fra lui e lei. Sarei proprio curioso di conoscerli. Forse glieli chiederò prima di farla finita.
Quando entriamo nel palazzo non c’è nessuno, nemmeno la solita vecchia che decide di uscire di casa al momento sbagliato. Così prendiamo a salire le scale, l’ascensore no, quello qui non l’hanno ancora inventato sembra. Dopo due rampe alquanto ripide mi volto verso Azzurra e m’accorgo che c’ho il fiatone. Lei mi osserva stupita, forse pensava che fossi un atleta non lo so, comunque ha il viso riposato come dopo una seduta dall’estetista. Solleva il mento come per chiedermi cosa c’è, ed io faccio segno con l’indice verso l’alto. Nel mio linguaggio dei segni significa quanto manca. Lei non so se non capisce o fa finta di non capire. Mi sorride e mi supera. Riprendiamo a salire. Ci fermiamo tre piani più in là. Nel pianerottolo la prima cosa che vedo è la porta di uno studio odontotecnico che prende due abitazioni. Poi schiacciato contro la parete opposta alle scale un terzo appartamento davanti a cui si pianta Azzurra, colla mano poggiata sul campanello. Prima che riesca bene a realizzare la situazione lei fa pressione sul campanello che emette un unico lungo acuto. Se c’è qualcuno lì dentro l’ha sentito, non ci sono santi. Infatti qualche secondo dopo si sente una voce biascicare da dentro. Una voce roca e bassa. Sicuro si è appena svegliato. Non sembra troppo contento di ricevere visite. Almeno a giudicare da tutti i santi che smadonna avvicinandosi all’entrata. Azzurra non dice niente. Sta davanti alla porta immobile. Io sono nascosto dietro lo stipite pronto come un felino ad assaltare a qualunque figura animata mi si pari davanti. C’è un attimo di silenzio che a me sembra enorme; in realtà sono solo pochi secondi, ma si sa il tempo è una questione maledettamente relativa in certi casi. Quando apre la porta, il tizio impallidisce, come se si fosse trovato davanti, nel cuore della notte, la sua ex ragazza insieme a uno sconosciuto.
- Ciao Giancarlo, contento di rivedermi?
- Azzurra, ma che cazzo ci fai da ste’ parti.
Poi è il mio turno.
- E questo chi cazzo è? Domanda puntandomi con l’indice.
- Un amico. Fa Azzurra. Ti devo parlare. Aggiunge.
Ora sto a poco meno di mezzo metro dal tizio, e quello che vedo, è che. non c’ha proprio un aspetto rassicurante. Alto poco più di un metro e settanta, la pelle lampadata, una stempiatura frontale a cui fa da contrappunto la lunga coda che si allunga fin sotto le spalle. Il resto è una montagna di muscoli tirati a lucido nascosti da una canottiera troppo stretta per tenerli tutti.
- Se devi parlare con me lui che cazzo c’entra?
- Anche lui deve parlare con te. Dice Azzurra.
- Ah si? Fa lui sarcastico.
- Si. Dice Azzurra sempre più seria.

Il commissariato odora di chiuso, di chiuso e di nicotina. Pare che qui la legge Sirchia non sia mai arrivata. Mi sbattono dentro una cella un metro per un metro, con una porta di ferro e le sbarre alle finestre. C’è solo una panca ad arredarla. Per fortuna almeno sono solo. Non me la sentirei di passare questo tempo con qualche pappone.
Così inizio a passeggiare lungo il perimetro della stanza. Ripeto l’operazione due o tre volte poi mi stanco. Ecco, questa è un tipo d’attesa che logora i nervi. Comincio a dare pugni contro la porta di ferro. Il risultato, l’unico, è che adesso mi sanguinano le nocche delle mani.
Per il resto nessuno mi risponde. Probabilmente ci sono abituati a vedere persone andare in escandescenza.
Mi vado a sedere sulla panca. E’ dura. Avevo un mezzo pensiero di sdraiarmi ma adesso c’ho rinunciato. Cosi mi metto in ascolto. Non ci sono particolari rumori. Eppure sono quasi sicuro che in questo momento stanno interrogando Azzurra. Non sapete che darei per sentire che stronzate gli sta dicendo. Matta com’è potrei aspettarmi di tutto. Il tempo intanto sembra si sia fermato. Vista la situazione in cui mi trovo non è nemmeno troppo un male. In fin dei conti in questo modo tutto è ancora possibile. Anche un miracolo. Il fatto che io solitamente non creda ai miracoli, adesso, mi appare del tutto irrilevante. In fondo è l’unica cosa a cui posso attaccarmi. Vorrei piangere, ma poi temo che sarebbe troppo difficile smettere. La cosa più assurda, quella per cui non riesco a darmi pace, è che non capisco che mi è preso. Io non sono il tipo di persona che va in giro a sparare alla gente. Men che meno per fare contenta una ragazza. Io sono una brava persona vorrei urlare, se solo avessi la certezza di essere sentito da qualcuno, e che questo qualcuno avesse la compiacenza di credermi. Ma non credo che andrebbe così. Non ora almeno. Intanto è passata mezz’ora e l’appuntamento con le mie analisi si avvicina inesorabile. Forse dovrei augurarmi che siano brutte. Almeno avrei qualcosa a cui appellarmi. Potrei dire che ero disperato. Che ero pazzo. Ma no, non è per questo che sono andate così le cose. Non del tutto almeno.

E’ un attimo. Il tempo di estrarre la pistola e puntargliela contro, ed entriamo. Io e Azzurra. Lui indietreggia tenendo le mani in alto anche se nessuno gliel’ha chiesto.
Io sorrido, e il mio è il sorriso sicuro di uno che sa che non ci sono cazzi, è lui a dominare la situazione, da qualunque punto la si voglia guardare.
- Adesso stiamo calmi però. Dice il tizio rivolto ad Azzurra.
- Calmi un cazzo. Dico io per sottolineare meglio la merda in cui ormai il tizio naviga.
Intanto continuo a tenerlo sotto tiro e più passa il tempo più mi sento a mio agio nel ruolo che mi è stato assegnato. Quello del giustiziere.
Azzurra chiude la porta e si sistema al centro dell’ingresso.
- Non ci fai accomodare. Dice con voce calda.
- Certo. Balbetta Giancarlo, e si avvia incerto verso il salotto.
Quando entriamo nella stanza mi trovo davanti a una vera fiera del kitch.
Tappeti, divani, stereo piazzato sulla libreria piena di fumetti sparsi con studiato disordine. Poi casse disseminate su tutta la superficie. Ma soprattutto sono i colori ad aggredire lo sguardo. Gialli e rossi accesi che sembrano stare lì per fortificare la sensazione di cattivo gusto nell’arredamento.
- Siediti. Gli ordina Azzurra, e lui si va a sedere su una sedia vicino alla finestra cercando di tenersi il più lontano possibile da me.
Adesso ci guardiamo, anzi è lui che guarda me, e il suo sguardo è una teoria di suppliche silenziose. Non vorrei crederci, ma sembra che è la prima volta che si trova davanti a una pistola, carica. La cosa mi sorprende, a giudicare dall’aspetto dovrebbe esserci abituato a questo tipo di avventure.
Azzurra intanto si accende una sigaretta, sputa il fumo in alto e aspetta. Non so nemmeno io bene cosa, ma aspetta. E allora anche io comincio a innervosirmi. Ormai sono completamente compreso nel ruolo e quello che desidero è l’azione, carne e sangue, o sangue e merda fa lo stesso. Quello che desidero è continuare a sentirmi uno stramaledetto angelo della morte. Stendo completamente le braccia in avanti in modo da simulare un colpo che sta per partire immantinentemente. Funziona. Giancarlo arretra col busto parandosi il viso colle mani. La sedia su cui è seduto striscia sul pavimento lasciandovi sopra due righe bianche.
- Che cazzo fai tremi è? Merda che cazzo fai? Gli urlo avvicinandomi di qualche passo. Azzurra ora è dietro di me e ride. Ride di gusto come una bambina davanti al suo giocattolo preferito. Ecco, a questo punto dovrei capirlo che è completamente pazza, ma al momento non ci faccio caso, forse perché ora sono pazzo anche io. Giancarlo sta zitto. Se pure volesse dire qualcosa sicuro non saprebbe che dire.
- Mi hai fatto soffrire lo sai? Dice Azzurra mentre gli si avvicina. La sua voce è sempre più bassa, sempre più sensuale. Impregna di sé tutta l’aria. Ora è dietro di lui. Gli accarezza i capelli e continua a rimproverarlo, a rimproverarlo e a baciarlo. Sul collo, poi sulle guance. Gli prende la testa tra le mani e lo bacia in bocca. Un bacio lungo che finisce con un urlo lancinante che mi fa sobbalzare. Quando riesco a vedere ciò che ho davanti, ciò che ho davanti è il viso di Giancarlo che gronda sangue. L’ha morso! Ecco che ha fatto la mia madamigella. Ora se ne sta scostata di lato ad osservare il flusso di dolore che scende lentamente a imbrattare la maglietta troppo stretta per tenere tutto quel corpo di muscoli.
- Perché mi hai fatto soffrire così tanto. E nel sentirlo io trattengo a stento un risolino stupido. Lo trovo uno splendido argomento paradossale il suo. Almeno in questo momento.
- Ma io? Insomma non credevo..
- Dovevi saperlo tu dovevi sapere tutto scemo! Gli ribatte Azzurra e nella sua voce sento un’incrinatura di commozione che mi sorprende.
- Io ti ho detto le cose più vere che abbia mai detto a qualcuno e tu te ne sei fregato, hai calpestato il mio piccolo cuore, e questo non è bene!
- No non è bene. Ripeto io come un automa.
Lui ci guarda basito. Credo proprio che gli sembriamo due pazzi, e la cosa non deve rassicurarlo molto.
- Io non credevo, cioè pensavo fosse tranquilla anche per te
- Tranquilla un cazzo. Urla Azzurra e per un attimo sembra che tutta la sofferenza e la rabbia del mondo siano concentrati in quella voce.
- Ammazzalo questo stronzo. Mi dice digrignando i denti. Ammazzalo come un cane.
Io allora gli punto contro la pistola e comincio a urlare, non so cosa, ma urlo lo stesso. Ho kili di tensione da dover scaricare, ho tutte le corde vocali da seccare. Giancarlo adesso urla pure lui, ma la sua più che altro è una supplica. Si mi sta proprio supplicando di lasciarlo stare. Per terra intanto comincia a formarsi una piccola pozza liquida e giallastra. Si deve essere pisciato sotto il povero stronzo. Azzurra intanto si gusta la scena. Dobbiamo sembrargli due idioti.
- Perché dovrei lasciarti stare eh? Dimmelo un po’ pezzo di cretino? Non so da dove mi esca questa domanda, in fin dei conti non me ne frega un cazzo delle sue ragioni, non me ne frega un cazzo di tutta questa storia. L’unica cosa che conta adesso è che sto facendo un passo così lungo che poi sarà impossibile rimanere in piedi. Sto per varcare la mia dannata linea d’ombra, lo so benissimo, l’unica cosa che non so è il perché lo sto facendo. Guardo Azzurra, e il mio è uno sguardo che la raccoglie da testa a piedi. Forse è lei il senso di tutta questa cosa. Forse lo sto facendo per lei, perché sono innamorato di lei. La guardo ancora, in tutta la sua bellezza che adesso mi sfianca. Ma no, non sono innamorato di lei. Non lo sono per nulla. E allora perché? Non lo so. Intanto Giancarlo sta parlando. Sta biascicando qualche scusa. Ma io non lo ascolto, nonostante la domanda gliela abbia fatta io. In fin dei conti che razza di argomenti può tirare fuori? Nessuno, per il semplice motivo che ormai è già tutto deciso, che il suo destino è compiuto.
Ma lui continua. Sta dicendo qualcosa del tipo che è stato tutto un equivoco. Che lui non voleva abbandonarla senza nessuna spiegazione. Che c’ha pure provato a sentirla, a spiegargli tutto. Ma poi non c’ha avuto le palle. Ecco tutto. Credeva che sarebbe stato troppo doloroso e allora ha lasciato perdere. Insomma l’ha fatto per proteggerla. Per proteggerla dal dolore. Dice proprio così.
- Stronzate. Dico io prima che Azzurra possa proferir parola, e allora lei mi guarda stupita. Forse per la prima volta da quando ci conosciamo ci sentiamo davvero intimi.
Il fatto è che io appartengo alla sua stessa categoria. Di quelli che vengono lasciati. Cazzo se ci penso mi si riempie di tristezza il cuore. Mai una volta che l’abbia fatto io l’ultimo passo. Anche quando sarebbe stato necessario. Anche quando non vedevo l’ora di levarmele dalle palle. Sono sempre state le altre a mandarmi fuori dai piedi. Ogni volta con una motivazione diversa.. Ogni volta soppesando al meglio le parole per far sembrare la cosa perfettamente normale, necessaria quasi. Adesso lui mi sembra tutte quelle donne, tutte le mie donne, e più parla più mi sento io, quello abbandonato. Ancora una volta. Più parla più mi si annebbia la vista, e così comincio a confondere i contorni del suo viso con quelli di tutte loro. Inizio a sudare, caldo e freddo. Sudo come un beduino nel deserto. Sudo e non ci capisco più niente. Le pulsazioni mi stanno aumentando, centoventi, centotrenta e poi sempre più su. Gli urlo di stare zitto, che così sta peggiorando la situazione. Che se non sta zitto lo ammazzo subito. Lo ammazzo come un cane. Azzurra sta sempre dietro di noi. Immobile nella stanza. Ormai lei non c’entra più niente. Ormai ci siamo solo io e lui.

Ora sono morto, qui non c’è niente, è buio e fa freddo, quindi per forza devo essere morto. Provo a camminare, ma ho le gambe pesanti e un senso di affanno che mi lacera il petto. Meglio che fermarsi allora. Adesso da nonsodove mi viene incontro un vecchio. Cammina piegato su se stesso e sembra non si sia accorto di me. Mi passa accanto e mi urta la spalla. Continua a camminare. Io lo fisso. Non ha proprio un bella cera, la pelle accartocciata su se stessa e un senso di malattia che emana da tutta la sua figura. Più che di malattia di morte. Poi all’improvviso si volta, si volta e mi indica.
- Tu. Mi fa
- Io?
- Si proprio tu
- Mi dica
- Che ci fai qui?
- Non lo so mi ci avete mandato voi?
- Noi chi?
- Non lo so voi che gestite sto posto
- Smettila di parlare e va con gli altri
- Quali altri?
Non faccio in tempo a dirlo che una serie di facce da sgherri mi si mette vicino. Loro camminano in fila indiana legati da pesanti catene. Io mi accodo, anche se per ora le catene non ce le ho.
Procediamo a passo lento, e non si sente un fiato. Solo il rumore del vento gelido che picchia sulla pelle facendola arrossare.
Mi guardo intorno. A parte loro c’è solo buio però. Buio e freddo.
Forse è così che deve essere l’inferno, semplice e desolato. Come un posto di merda in cui vivere per il resto dell’eternità!

Il colpo parte senza che io me ne accorga. Un tonfo. Il rinculo all’indietro è leggero. Solo pochi passi. Vedo la testa di Giancarlo caracollare all’indietro. Il corpo rovinare in terra. Un fiotto di sangue coprirgli la faccia e poi tutto il corpo. E’ morto. Non ci sono dubbi. E’ morto e l’ho ammazzato io. Azzurra urla. Trema. Non credo che si immaginasse che fosse così. Comunque a parte le urla non fa niente. Io nemmeno faccio niente. Volgo solo la testa di lato. Non voglio vedere. Non voglio saperne più niente di questo posto. Del morto e anche di Azzurra. Mi viene da vomitare ma mi trattengo. Sarebbe troppo. Esco di corsa dalla stanza fino al pianerottolo. Ho bisogno d’aria.
Appena fuori un lieve friccicorio mi sfiora il collo, poi il fresco scende per tutte le membra. Respiro. Mi guardo intorno, guardo le scale, la via di fuga. Ecco, la fuga. Ecco il mio solo pensiero adesso. Ma neanche riesco a concepirlo del tutto questo pensiero, perchè mi sento placcato alle spalle da un abbraccio. Le braccia di Azzurra mi stringono il collo e mi tirano a sé. Sento il viso coperto dalla sua saliva, dai suoi baci.
Mi giro. Lei ha le lacrime agli occhi. Lacrime dolci che scivolano lentamente sulle guance. Prova a sorridermi ma si vede chiaramente che è un sorriso forzato, come per rassicurarmi. Come se potessi essere rassicurato ormai.
Io le metto le mani sulle spalle, con un dito le carezzo il viso e lo pulisco dalle lacrime. Poi mi volto.
- Non farti vedere mai più. Le urlo mentre comincio a scendere le scale.
- Guarda che non puoi andartene. Guarda che tutto questo l’hai fatto tu.
Il ragionamento non fa una piega in effetti. Mi volto e torno sui miei passi, e mentre torno bestemmio, contro di lei, contro di me, contro tutto il mondo. Quando me la trovo vicino le dò uno schiaffo che le piega la faccia. Quando la rialza vedo che sanguina dal naso. Sanguina e ride con occhi spiritati.
- Credi di avermi fatto male. Mi chiede come se mi stesse chiedendo di passarle il sale. Io non so cosa rispondere, è tutto maledettamente difficile adesso e sento che la testa potrebbe scoppiarmi da un momento all’altro.

- Avanti alzati!
I due agenti che mi stanno davanti ora, sono muscolosi. Anzi solo uno lo è. L’altro è basso e un po’ tarchiato. C’ha la faccia da scugnizzo napoletano con qualche anno di troppo.
Io li guardo intontito. Se sono morto loro che ci fanno qui?
Sento che mi prendono per le braccia. Mi lascio trascinare fuori in corridoio. Appena gli occhi incrociano la luce al neon, ho come un mancamento. Le mie gambe sono più deboli di quel che credessi. Nel tragitto fino alla stanza del commissario incrocio Azzurra. Non mi guarda nemmeno, e se lo fa, è per mostrarmi un rancore sordo che proprio non capisco. Non basta che mi trovi in questa situazione per lei? Evidentemente no! Forse ho sbagliato qualcosa, forse non sono stato troppo delicato nell’ammazzare quel uomo? Forse è questo che pensa lei. Ma davvero credeva che l’avremmo fatta franca? A giudicare dalla sua incazzatura, che traspare nel modo in cui mi da le spalle e cammina di fianco all’agente, pare di si.
Io allora guardo avanti, e d’ora in poi sarà questa la mia politica. Guardare sempre avanti, qualsiasi cosa succeda. Però, prima che diventi un puntino invisibile all’orizzonte, lancio un’ultima occhiata alle mie spalle. Verso Azzurra. Lei continua a camminare sculettando. Sembra sempre che sia su una passerella invece che in un commissariato. Vorrei tanto che si voltasse. In questo momento ho tante cose da dirle, e se non gliele dico ora non gliele dirò mai più. Ma lei non si volta. Allora capisco che è così che dovevano andare le cose. Non so perché ma lo capisco.

Quando usciamo dal palazzo fa un freddo cane. La temperatura deve essersi abbassata di dieci gradi. Adesso avrei proprio bisogno di qualcosa per coprirmi. Magari abbastanza grande per nascondermi tutto. Non credo che esista però. Stringo forte la vita di Azzurra che guida come una pazza. Le strade sono vuote, e l’unica cosa che si sente è il gracchiare del motorino. Prendiamo molte buche, e ad ogni buca c’è un sobbalzo, l’incertezza della salita in aria e il tonfo dell’atterraggio, ogni volta senza conseguenze. Io vorrei che questa corsa finisca il più presto possibile, mi sento provvisorio come mai nella mia vita. Sento che tutto il mio corpo mi sta sfuggendo di mano, sta cercando di andarsene da un’altra parte. Anche lui si deve essere stancato di me. La luna in cielo sembra aver fretta di scivolare via, come fosse un testimone scomodo che vuole togliersi di mezzo il prima possibile. Proprio mentre arriviamo si spengono le luci dei lampioni. Adesso tutto è illuminato da una luce incerta, liminale tra il giorno e la notte.
Ho paura di quello che può succedere. Ho paura di salire a casa sua. Ho paura di lei, che mi guarda sicura e mi fa strada. Potrei andarmene ma anche questa volta non ho le palle di farlo. La seguo a testa bassa fin dentro il portone. Vada come vada mi dico.

Quando finisco di raccontare tutto il commissario tira un lungo sospiro. Sembra un padre seccato per la marachella di suo figlio. Si massaggia il mento e si solleva con fatica dalla poltrona in cui è sprofondato sempre più in basso ad ogni mia parola. Adesso gironzola per la stanza come per cercare le parole giuste e il modo migliore per dirle. Credo che anche per lui non sia facile in questo momento. Io lo seguo con gli occhi, ma dopo un po’ mi stanco e allora comincio a fissare la finestra. Fuori tutto sembra come tutti i giorni.
- Ma lei si rende conto di quello che ha fatto? Mi domanda in un solo fiato.
Io non rispondo, ma se dovessi proprio, risponderei di si, che me ne rendo conto di quello che ho fatto. Ho fatto una stronzata, ma adesso è tardi per riparare. L’orologio sul muro segna le nove e mezza. A quest’ora dovrei essere a ritirare le analisi. Forse qualcuno è andato a ritirarle al posto mio. So che non è una procedura ortodossa ma mi hanno assicurato di non preoccuparmi. Tra poco saprò la mia sorte, ma quasi non ci penso affatto.
Il commissario continua a girarmi intorno, e intanto mi guarda con l’unico sguardo che probabilmente conosce. Quello del giudice. Io provo a sottrarmi alle sue occhiate ma so già che non posso. Provo allora ad assumere l’espressione più neutra che conosco eppure so che anche questo è inutile, che non posso farcela a lungo. Tra poco crollerò, sento già le lacrime che sono in fila sotto le pupille, che premono per uscire. Ma non devo farlo. Non ancora. Mi vergognerei troppo di me. Non so perché mi ostini in questo atteggiamento disumano. Io non sono così, eppure quello che è successo questa sera è come se mi avesse tolto qualcosa. Una parte consistente della mia sensibilità si è anestetizzata. Adesso sarei capace di assistere alle peggiori atrocità senza battere ciglio.
- Ma lei non prova nessun rimorso? Ha ucciso un uomo questo lo capisce?
Si certo che lo capisco, non sono mica così idiota. Ma che ci posso fare adesso? Niente.
- Avanti, non se ne stia lì senza dire niente. Qualcosa dovrà pur provarla. E mentre lo dice tira una manata al posacenere che cade in terra.
- Quello che provo non credo che sia così importante. Non lo è per me figuriamoci per lei.
- Io vorrei solo riuscire a credere che in questo momento sto parlando con un essere umano. Le sembra che chieda molto?
- No, lei non chiede molto. Solo che mi dispiace deluderla ma non è così. In questo momento lei non sta parlando con un essere umano. E’ di questo che vorrei si convincesse. In questo momento quello che ha davanti è qualcos’altro. Qualcosa di diverso da tutte le altre persone che sono entrate in questa stanza in tutti gli anni che l’ha occupata.
- Non creda di essere così speciale. Mi fa lui a mo’ di sfida.
- Credo che ognuno di noi sia diverso per il semplice fatto che ognuno ha il proprio macigno impossibile da digerire. Ognuno l’ansia e il terrore di doverlo espiare.
Ecco credo che le mie parole gli suonino come definitive. Infatti sospira, e poi tace.
Bussano alla porta. Un agente in divisa chiede di conferire col commissario. Gli si avvicina e gli sussurra qualcosa all’orecchio. Non ne sono sicuro ma in mano credo abbia una cartellina di plastica. Il commissario annuisce. Poi mi guarda, poi annuisce di nuovo.
Io li guardo sempre più incuriosito. Adesso l’agente se ne va, anzi resta in attesa dietro la porta che rimane un poco aperta.
Il commissario si siede. Ha un certo sollievo negli occhi. Forse è il suo modo di esprimere pietà per me. Io abbasso lo sguardo. Ho freddo.
- Lei è una persona fortunata. Non ha nessun tumore. Le sue analisi sono ottime.
Non so che dire. Non ho niente, vivrò per tanti tantissimi anni ancora. E’ tutto maledettamente bello, la vita, il mondo, è tutto maledettamente perfetto oggi!
E’ proprio questo che mi viene da pensare mentre l’agente mi porta via.

© Simone Ranucci



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