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Questo piccolo grande amore
di Silvano Maino
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INTRODUZIONE

Quando nel 1972 uscì il 33 giri “Questo piccolo grande amore” di Claudio Baglioni io sono stato tra i primi a scoprirlo e per me è stata una scoperta emozionante. Per la prima volta un cantautore usava un disco non per metterci i suoi successi, più qualche canzone un po’ moscia, più quei due o tre pezzi che la radio non avrebbe mai trasmesso, ma per raccontare una storia con un inizio, uno sviluppo ed una fine, una storia che aveva il profumo dell’autobiografica autenticità. Già qualcosa di simile (un disco a tema) lo avevano fatto Giorgio Gaber con “Il Signor G.” e Fabrizio de André con “La buona novella”, i New Trolls con le poesie di Mannerini in “Senza orario senza bandiere” e gli spagnoli “Aguaviva”, bravissimi, ma quasi del tutto ignorati in Italia (anni fa li sentii svillaneggiare dalla Smemoranda, insieme ad altri illustri sconosciuti per aver cantato al festival di Sanremo una canzone di Al Bano, ma gli “Aguaviva” erano ben altro…) ma nessuno dei grandi artisti che ho appena citato era stato così realistico nel trattare, come in questo caso, un’avventura tipo di un ventenne qualunque.
Da subito “Questo piccolo grande amore” mi era parsa la trama ideale per un romanzo e da anni io progettavo di scriverlo: proprio perché il disco mi era piaciuto moltissimo, a parte la canzone furbetta che dà titolo al lavoro e che divenne famosissima, creando ahimè il mito di Baglioni cantante dell’adolescente sfigato in amore che gli sarebbe rimasta attaccata per anni costringendolo a clonare decine di pezzi identici tra loro da “Amore bello” a “Sabato pomeriggio” da “Tu come stai” a “Solo” ecc..
Ho scritto “ahimè”: infatti già nel disco successivo c’era più mestiere, più astuzia, ma solo tre canzoni che conservavano l’autenticità del lavoro precedente: “Oh Merilù” e “Lampada Osram”, che io ho inserito in questo romanzo breve come “flashback” di avventure precedenti dei due protagonisti e la deliziosa, simpaticamente caciarona e maschilista “W l’Inghilterra” a cui non sono riuscito, e me ne dispiace, a trovare una collocazione nella mia storia.

In seguito, proprio perché il mestiere ed il calcolo discografico hanno preso il posto dell’ispirazione, non sarei più riuscito ad apprezzare Claudio Baglioni… ma questa è un’altra storia.

Ottobre 2006


I

Marzo, Sabato
Piazza del Popolo

Nel ricordo rivivo quella mattina come una giornata di sole, serena e calda (beh…oddio… calda come può essere calda una mattina di marzo…), ma ripensandoci potrebbe benissimo non essere stato così. Sarà un caso, ma tutti i ricordi della mia giovinezza hanno come sfondo mattine luminose, col cielo terso ed una brezza deliziosa.
Quello invece di cui sono sicuro (fu la prima cosa che notai) è che a Piazza del Popolo c’erano meno turisti del solito, la manifestazione li aveva forse spaventati o dirottati su altri punti della città; in compenso, quando ci sono arrivato io verso le dieci la piazza era già piena di manifestanti: studenti universitari e delle superiori, qualche operaio, un gruppo di disoccupati. A quel tempo avevo vent’anni, un diploma di ragioniere, nessun lavoro in quanto non ero militesente e, come molti miei coetanei, ero un po’ imbranato. Sì sì, hai capito bene: imbranato. Capisco le tue obiezioni: anch’io leggevo ogni settimana sull’Espresso, gli articoli che parlavano della mia generazione: “i fratelli minori dei sessantottini… i primi ad andare in vacanza da soli, a provare l’erba, a vivere una sessualità più libera rispetto a quella dei loro padri” e tutte quelle storie lì… beh io “sociologicamente” ero forse un’eccezione, ma, pensando ai miei amici di allora, di eccezioni come me ne ricordo parecchie. Ero di sinistra, perché allora tutti i giovani erano di sinistra tranne ovviamente i fascisti; dopo la maturità avevo smesso di frequentare il collettivo della scuola e mi guardavo bene dal frequentare quello del mio quartiere. Però andavo alle manifestazioni per stare coi ragazzi della mia età: gli slogan, le canzoni, gli striscioni, i volantini, ma persino certi colori e certi odori, mi facevano star bene. Qualcosa del genere l’ho provato una decina di anni dopo, ai tempi del cosiddetto riflusso, diventando un tifoso della Roma. Chi sostiene che non abbia alcun senso impazzire per undici pallonari in mutande, ricchi e capricciosi, non ha mai provato la sensazione inebriante e consolatoria di sentirsi un tutt’uno con mille sconosciuti; antidoto potente contro la solitudine e l’anonimato a cui questa vita ci costringono: la mia gioia è la tua gioia, la mia amarezza è la tua amarezza, ci abbracciamo, anche se non ci conosciamo quando segna Falcao; ci guardiamo con gli occhi tristi e ci consoliamo a vicenda quando vince la Lazio. Io ti capisco e tu mi capisci, anche se età, censo, idee politiche ci dividono.
Quella mattina essere lì, tutti assieme, a cantare le nostre canzoni, mi dava un’allegria inesprimibile. Eravamo lì per cose importanti, ma eravamo lì anche e soprattutto (un po’ di ritegno e di indulgenza per il ragazzo che sono stato impongono alla mia penna di non scrivere “soltanto”) per sentirci bene. Era una festa, una scampagnata, una gita fuori porta.
Non ho mai saputo di preciso cosa sia successo, né nei giorni successivi, frastornato com’ero, ho voluto andare a fondo della questione. A maggior ragione oggi a distanza di più di trent’anni non saprei dire chi all’improvviso ci abbia rovinato la festa. Gli autonomi? I fascisti? La polizia? Ricordo soltanto un urlo lancinante, prima singolo, poi collettivo, seguito da un fuggi fuggi verso le vie laterali; gente che spingeva, che correva a perdifiato, le ragazzine del Mamiani, bellissime nei loro maglioncini colorati con le gonne lunghe a fiori, che piangevano come disperate.
Io fin da bambino ho sempre odiato la calca, gli affollamenti, la violenza. Appena mi resi conto di quello che stava succedendo cominciai a correre, via, a perdifiato, senza voltarmi indietro, cercando di evitare le strade e privilegiando i vicoli della vecchia Roma che conosco alla perfezione.


* * *

Una faccia pulita

Smisi di correre solo quando fui tanto lontano da non sentire più il frastuono della piazza. Mi ritrovai da solo in una via poco frequentata. Due negozi di alimentari, un calzolaio, un bar. Ero in un mare di sudore, per cui decisi di entrare a rilassarmi. Al barista decisamente non piacevo; mi squadrava da capo a piedi, cercando di capire se fossi un borseggiatore, un drogato… avevo il fiatone, non stavo più in piedi, nemmeno mi accorsi della ragazza che si alzò da un tavolino e mi si avvicinò.
“Scusa, hai una sigaretta? io le mie le ho finite”. Era un’adolescente bionda, esile, dai grandi occhi blu. Come molte ragazze di quel tempo non portava un filo di trucco. Vestiva in maniera semplice, una Lacoste verde attillatissima ed una gonna bianca. La guardai divertito, poi estrassi il pacchetto delle Muratti. Ce n’era rimasta una sola, ma pazienza. Gliela porsi. “Scusa la faccia di tolla -mi disse con un improvviso senso di disagio accendendosi la sigaretta ed aspirando con voluttà- ma ne avevo una voglia pazza. A proposito, io mi chiamo Camilla. Perché non ti siedi un momento?”.
“Piacere, Claudio” sussurrai. Lo specchio del bar mi rimandò la mia immagine: avevo un’aria sconvolta. “Quando capitano questi incontri sarebbe meglio essere ben pettinati” pensai con un soldo di ironia e due di rammarico. Ordinai un panino e una coca e mi sedetti vicino a lei. Cominciammo a chiacchierare di tutto, era gentile, ironica, gradevolissima. Parlavamo a ruota libera: politica, cantautori, scuola, viaggi, animali domestici, vacanze estive… all’improvviso, di punto in bianco mi chiese se avessi mai subito un intervento chirurgico ed io le parlai della mia appendicite.
“Hai avuto paura?” mi chiese.
“Così così” risposi, facendo la media matematica tra il ricordo della paura folle che avevo provato in ospedale e la tentazione di rispondere “io non mai ho paura di niente” accompagnando le parole con una smorfia da duro e dondolando una Muratti penzolante tra le labbra. Già, una Muratti… Peccato che non ne avessi… Pensare che lei ebbe persino la faccia tosta di chiedermi se le ricomperavo. All’improvviso balenò nitidissimo alla mia mente un fotogramma immagazzinato ma non analizzato qualche minuto prima: Camilla portava la minigonna!!! L’avevo intravista entrando al bar e me ne ero praticamente dimenticato (“Claudio stai invecchiando” mi dissi…). Per evitare di perdere altri punti con me stesso cercavo di guardarle le gambe sotto il tavolino e lei, che se ne era accorta, faceva di tutto per non farmele vedere, ma non se la prendeva, tuttaltro: era un gioco, una schermaglia; mi accorsi che la cosa la divertiva moltissimo. Ogni tanto invece Camilla guardava l’orologio e questo non mi faceva per niente piacere..
“Dài, Camilla, mica ti muore il gatto sei stiamo ancora un po’ qui”
“No, vedi, è che ho dei genitori che rompono… mia madre mi sta aspettando per pranzo, poi stamattina, col casino che c’è a Roma…”
Ci misi un po’ a capire a cosa alludesse. Com’era lontano il casino di Roma per me che stavo vivendo una mattinata stupenda. Quanto a lei… non ci giurerei, ma avevo la netta sensazione di piacerle.
Ad un tratto guardò di nuovo l’orologio, fece una smorfia e si alzò con decisione.
“Io vado, Claudio. Ti lascio il mio numero, se ti fa piacere chiamami. Tranquillo che mi trovi. Non esco mai.

* * *

Domenica
Battibecco

Passarono poco più di ventiquattro ore e la domenica pomeriggio telefonai a Camilla chiedendole se veniva con me a fare un giro a piazza di Spagna. Il suo tono, ma soprattutto la sua risposta mi gelarono: “Certo che ci vengo, ne abbiamo di cose da chiarire”.
Mentre camminavo con una vaga inquietudine verso il luogo dell’appuntamento continuavo a rimuginare tra me queste misteriose parole. Chissà cosa avrà voluto dire… certo che per essere una che ho visto ieri mattina per la prima volta si allarga bene la piccola.... Da una finestra spalancata mi colpì l’orecchio la voce di Lando Fiorini:
“fiore de pepe…
tutte le cose a modo vostro fate…
ma verrà il dì che a modo mio farete”.

Toh eccola là, tra un momento sapremo
Si avvicinò senza un saluto, senza un gesto, senza preamboli, mi cacciò in faccia i suoi occhi blu che la mattina precedente mi erano parsi molto più dolci e sibilò con aria scocciata:
“Ehi, bello, cos’è che abbiamo fatto io e te? No, davvero, dimmelo, perché io non me lo ricordo, meno male che ci sono i tuoi amici a rinfrescarmi la memoria”.
All’improvviso, come un lampo di luce in una notte buia (cazzo, Claudio, quando scrivi queste cose mi fai girare le palle, mi sembri Snoopy…) compresi l’arcano ed in quel momento mi sarei dato una martellata in testa.
La sera prima ero uscito come tutti i sabati con i miei amici e chissà come mai tutti già sapevano che la mattina ero stato visto in un certo bar con una biondina acqua e sapone sì, ma pur sempre un gran bel pezzo di figliola. Subito avevano cominciato a tempestarmi di domande non tanto sul “chi è” e sul “dove sta”, ma sul “cosa ci hai fatto”. Sarà stata la brezza di marzo, sarà stato un gin tonic di troppo, sarà stato il mio narcisismo di ventenne, saranno state, diciamola tutta, le mie ricorrenti frequentazioni di riviste porno, unica via di scampo dalla mia casta vita, insomma mi ero messo a raccontare di tutto di più, con un’abbondanza di particolari di cui io stesso mi divertivo e mi stupivo mentre mi uscivano dalla bocca… Peccato che la sera stessa il mio amico Gigi avesse spifferato tutto ad un suo amico che era amico del fratello di Camilla.
“Ascolta, Camilla, prima di incavolarti cerchiamo di ragionare… probabilmente c’è stato un equivoco, qualcosa da chiarire, ma a noi che ce ne frega, su non stiamo a parlare di queste cose… ma lo sai che ti sta bene questa maglietta…”
“Senti, non cercare di cambiare discorso”
“Ma dài Camilla, uno ti dice una fregnaccia e tu subito abbocchi, non ti fidi di me?”
“Non è questione di fiducia, solo che…”.
“Solo che?”
“Solo che a me i dongiovanni mi stanno sulle palle ecco tutto”
“A fanatica, dongiovanni tu lo dici a tuo fratello, hai capito? E poi io ai miei amici racconto quel cazzo che mi pare”.
“Ecco, bravo, racconta. E’ l’unica cosa che sai fare. Che poi mi piacerebbe vederti impegnato in tutte quelle performances erotiche… quanto ad erotismo ne provavo di più da bambina, quando mio nonno mi portava all’asilo”
“Questa non l’ho capita”.
“Ah no? Intendo dire che almeno lui un bacetto sulla guancia me lo dava”.
“Oh ciccia, se non ti vado bene, pedalare, la strada è quella”.
“E vai Claudio!!! Mica male come approccio erotico”.
“Ascolta Camilla, parliamo seriamente. Io ogni volta che stiamo assieme ho una gran voglia di baciarti, ma tu hai un modo di fare un po’, non so come dire… aristocratico, un’ironia… sai, io ho il mio orgoglio”.
“Ironia? Aristocrazia? Orgoglio?A Clà, mi sa che sei un pochino imbranato… che mi stai a dire, che devo prendere io l’iniziativa?”
Eravamo ad una fermata del metrò. Lei fece il gesto di imboccare la scala.
“Pace?” dissi senza troppa convinzione.
Camilla alzò le spalle. “Pace – disse- ma ti avverto che non sopporto questo tipo di smargiassate”.
In quel momento non era proprio il caso di provare a baciarla; la seguii con lo sguardo finché la metropolitana non la inghiottì. Da un vecchio giradischi Sergio Centi cantava

“fiore de poi…
che tutta la cagione foste voi…
me dassiro ‘na spinta e ce cascai”.

PRIMO FLASHBACK: (Camilla ricorda)
Lampada Osram

Camilla seduta nel vagone semivuoto si passò un filo di burro cacao sulle labbra e fece una piccola smorfia. “Mi ero ripromessa che non avrei mai usato in vita mia la parola imbranato e invece… Che poi le persone che la gente chiama imbranate sono di solito quelle più ingenue, più tenere, più indifese…”
Socchiuse gli occhi e le tornò alla mente un fatto di un paio di anni prima, quando ancora abitava in borgata e frequentava la prima superiore. Un giorno di maggio era venuta a Roma con la scuola. Tra il Colosseo e i fori imperiali l’aveva avvicinata un pariolino ed aveva attaccato bottone. Era bello, elegante, simpatico, non goffo e timido come lei.
Quando già stava perdendo la testa (come avrebbe detto suo padre) o aveva deciso di starci (per usare un lessico a lei più consono) era arrivata l’insegnante di matematica e l’aveva riportata nel gruppo, non prima che il ragazzo, di cui manco sapeva il nome, le fissasse un appuntamento per il sabato pomeriggio.
“Sabato? E dove” aveva chiesto.
“Alle otto. A Stazione Termini”
“Eh ma è grande Stazione Termini” aveva detto lei, quasi pentita di aver accettato.
E lui “Non ti puoi sbagliare, ci vediamo sotto il cartellone pubblicitario della lampada Osram”.
Camilla aveva detto ai genitori che sarebbe andata a studiare a casa di un’amica (“sai, la Lalla, quella che è appena arrivata da Frosinone, poverella, non conosce nessuno, sì quella che non ha ancora il telefono…”) e che sarebbe poi andata a vederla giocare a basket. Miracolosamente le avevano creduto e, pur con mille raccomandazioni, le avevano dato il permesso. (Piccola nota storica per i lettori più giovani: oggi nell’era dei cellulari nessuno lo ricorda più, ma ancora pochi anni fa, quando non si voleva dire ai genitori dove si andava, si diceva sempre che si andava dall’amico o dall’amica senza telefono). Camilla socchiuse gli occhi con un senso di disagio. Ricordare le dava fastidio, ma anche una specie di sottile piacere.
“Ero lì dalle sette e venti, ma ovviamente mica pensavo che lui sarebbe arrivato in anticipo… o meglio ci speravo sì, ma non con un anticipo così forte… quaranta minuti… trenta… quindici… cinque… ecco adesso però sono le otto… Dio che casino, mi gira la testa, macchine, valige, taxi, venditori di cartoline, persone di ogni razza, preti, suore, soldati… comincia a fare fresco, l’aria mi scompiglia i capelli, meglio annodare il foulard... eccolo è lui, no è uno che gli somiglia, anzi da vicino non gli somiglia neanche un po’… sono io che ho le traveggole… è il primo appuntamento della mia vita, ci tengo da matti… non vedo l’ora che arrivi… chissà se avrà ancora quei pantaloni a zampa d’elefante che aveva l’altro giorno… mi piacciono i pantaloni a zampa d’elefante, anzi no, mi piace lui… otto e un quarto, ormai ci siamo, sta per arrivare, chissà che emozione, non devo arrossire quando mi saluta, quando mi bacia… io gli dirò ciao poi parlerà lui, a me non verrebbero le parole… salivazione azzerata come dice quel comico della televisione… e quello chi è? cosa vuole da me? Via Boncompagni? Non sono pratica della zona, mi spiace… pussa via, avrai anche un gradevole profumo di lillà, bello mio, ma decisamente hai una faccia da galera, mai però come gli altri tre con cui eri in macchina… perché è tutta sera che mi vengono in mente due canzoni che ascolta sempre il mio papà? “Madeleine” di Brel e “L’appuntamento” della Vanoni… beh perché hanno in comune l’argomento… uno che fissa un appuntamento e si becca un bidone della madonna…otto e venti… ma io mica l’ho dato l’appuntamento, io l’ho accettato, non avrebbe senso darmi un appuntamento e non venire…non devo pensare a queste canzoni, devo pensare che tra un attimo arriverà e mi porterà a vedere il tramonto… magari si inventerà delle scuse, i maschi ne hanno sempre una pronta, solo per non dirmi che si è fermato al bar con gli amici…e poi si dichiarerà come ha fatto quel tipo che gioca a tennis con la mia amica Laura… anzi no glielo dico io che mi piace tanto tanto… si brava l’imbranatissima Camilla che si dichiara al primo amore, ma che stai a dire, pensa piuttosto se è qui che lo devi incontrare… ma avrò capito giusto? Di pubblicità della lampada Osram io vedo solo questa… altre non ce ne sono in tutta la stazione… devo fare l’imbronciata o la felice quando lo vedo? E che ne so, è così difficile vivere una situazione per la prima volta… otto e trenta, fa buio, altro che tramonto… ormai è notte…laggiù c’è giusto un autobus che va dalle parti mie, sarà il caso che me ne torni a casa… senti come rimbombano i miei passi sul selciato… mi sembra che tutti mi guardino… che tutti sappiano… chissà dove ho messo il biglietto”.

mercoledì
Con tutto l’amore che posso

A quei tempi del calcio non me ne fregava niente, ma l’idea che i miei fossero andati con un treno speciale della ditta dove lavorava mio padre a Graz a vedere la Roma in coppa Uefa mi aveva dato un senso di felicità inaudito. Telefonai a Camilla e scoprii con incredulità che anche i suoi e suo fratello erano andati alla partita.
“Allora stasera siamo soli… vengo da te?”
“Sì bravo, così domani i vicini lo dicono ai miei e mio padre mi spara”
“Ti direi di venire da me, ma ho una portiera che non si fa mai i cazzi suoi”
Ci accordammo per farci una pizza in centro e poi due passi sul lungotevere.
Il tramonto era di una bellezza da togliere il respiro. Mi venne in mente uno dei pochissimi frammenti di letture scolastiche che ti entrano nella pelle e ci rimangono per tutta la vita. Una volta in quinta il professore di italiano ci aveva letto l’inizio di un romanzo. Non chiedetemi titolo ed autore perché non me li ricordo. Una palla micidiale: un tipo che se la tirava da matti, principe, spadaccino e poeta aveva avuto una relazione con una mezza baldracca, tale Elena Muti (anche se il giorno dell’interrogazione avrei fatto ridere i polli chiamandola Ornella), poi si erano piantati, erano passati due anni e lui l’aveva invitata di nuovo a casa sua e fremeva nell’attesa “e se Elena non venisse… ma verrà… eccola è lei… non è lei… e preparava il tè… e il camino… e naturalmente il letto… e ne ricordava il viso… e la voce.. e il passo… mai letta una menata più pallosa, tutta la classe che sbadigliava e si lamentava… eppure al momento, quando il professore aveva cominciato a leggere, le prime due righe mi avevano affascinato, ero rimasto estasiato come raramente mi accadeva. Me le ero trascritte, me le rileggevo spesso e me le ripetevo a memoria: “L'anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma”. Quelle parole mi avevano emozionato, come sempre mi emoziona un tramonto romano. Ed eccoci qui questa sera a veder tramontare il sole dietro i colli… Il vento ci soffia in faccia; la luce del tramonto colora magicamente tutto il paesaggio… io all’improvviso, come in un film, mi metto a gridare: “Camillaaaaaaaa” e lei di rimando: “Claudioooooooooooo” .
Ed io di nuovo: “Camillaaaaaaaa” e lei subito: “Claudioooooooooooo” .
Ci fosse un albero o un muro vi incideremmo il cuore trafitto e le nostre iniziali.
Io dico “Camilla, ma tu fai sul serio o per te è un gioco?”
C’è un momento di silenzio. So che dovrei tacere i due dettagli che sto per dire; sono vecchio ormai e so cosa “crea un clima” e cosa “lo distrugge”. Ma ogni volta che ci penso (e ci ho pensato tante volte a questo che è stato uno dei momenti più belli di tutta la mia vita), non riesco a censurare questi due dettagli. Allora sfidando impassibile la smorfia di disgusto del lettore romantico, continuo.
Camilla si mette a fare delle facce buffissime, come quelle di certi cartoni animati… io mi sto scaccolando… a un certo punto una fisarmonica in lontananza attacca “Lara’s theme” . Prendo Camilla tra le braccia e la faccio ballare su quest’aria di valzer. Senza accorgerci inciampiamo in un bacio. Lungo, profondo, appassionato.
Non dico altro. Come hanno detto mille volte i poeti ci sono sensazioni che è bellissimo vivere quanto inutile tentare di descrivere. C’è una frase banale e risaputa, ma efficacissima per fotografare quello che provai in quel momento: “troppo bello per essere vero”. Anche l’aria della sera divenne magica, come se Camilla ci avesse spruzzato dentro qualcosa di suo… sentivo la mia mente pervasa dal pensiero di lei, non riuscivo a pensare a nient’altro, Roma era Camilla, il mondo era Camilla, l’universo era Camilla. Eppure, mi sforzavo di pensare con un briciolo di razionalità, questa ragazza non ha niente di diverso dalle altre, domenica sera tornando a casa mi ero soffermato a pensare che era anche un po’ stronzina… eppure… la sentivo importante, molto importante per me… sentivo confusamente che nulla sarebbe più stato come era stato finora. Passai una mezz’ora a temere che tutto fosse un sogno. Ho già provato questa sensazione –mi dicevo- tra un attimo mi sveglierò e mi ritroverò nel mio letto. Invece chiudevo gli occhi, li riaprivo e davanti a me vedevo sempre lei. Camilla prima di ogni cosa, Camilla sopra ogni cosa. Davanti a lei mi sentivo niente. Persino tutto l’amore che provavo o che credevo di provare era niente. Restammo a parlare per tutta la notte. Credo di ricordare le parole che ci dicemmo (o forse le ho rielaborate ogni volta che ho ripensato a questi momenti e ci ho aggiunto qualcosa via via che le circostanze facevano di me una persona diversa nel corso della mia lunga vita). Ma delle mille parole che sussurrammo al cielo non ce n’è una che mi vada di scrivere qui dentro. Era quasi l’alba quando la presi per mano e la guidai verso casa mia. Un fornaio aveva già messo sul banco degli sfilatini caldi e ne comprammo due. Mi accorsi di non avere la chiave di casa, ma non me ne importava più di tanto. Spuntò il sole, ma noi non lo vedemmo. Ci eravamo addormentati, mano nella mano sulla scala.

II

Aprile
Che begli amici

Passarono tre settimane di passeggiate, baci, risate, gelati, ma né io né Camilla parlavamo di “metterci assieme”. Forse la parola ci faceva paura; io (ma quante volte avrò ancora modo di dirlo raccontando di quegli indimenticabili sette mesi?) non mi sentivo sicuro… e lei forse aspettava impaziente che io mi sentissi sicuro. Quando Camilla mi disse che avrebbe dovuto trascorrere un week end in Umbria con i genitori, per sistemare alcune questioni familiari, per un attimo mi sentii mancare il terreno sotto i piedi, poi mi dissi che per anni avevo passato tutti i sabato sera al bar con gli amici e così avrei fatto ancora per una volta.
Mentre mi avvicinavo al locale, con la camicia bianca fresca di bucato, i jeans di marca ed i mocassini a punta, pensavo a come mi avrebbero accolto i miei amici. Un semplice ed asciutto “ciao, toh chi si rivede?” o un esplosione di gioia, un applauso, un urlo da stadio?
Il primo a vedermi da lontano fu Marco detto Cristo in bici, perché era stato per un paio d’anni in seminario prima di fuggirne inorridito, ma gli era rimasta l’abitudine di intonare col suo vocione ad ogni piè sospinto: “Christus vincit, Christus regnat, Christus Christus imperat”. E noi a fargli il coro, ma a modo nostro: “Cristo in bici, Cristo frena, Cristo Cristo è lì in terra”. Era davanti al bar a parlare con suo padre che aveva appena giocato la schedina del Totocalcio e stava tornano a casa, conoscendolo penso che volesse scucirgli un deca… ma quando mi vide si congedò dal padre, entrò nel locale… ed uscirono in nove!!!
Gigi era paonazzo per l’emozione e cominciò a gridare “A Cristo in bici, ma questo non è Claudio… questa è la pecorella smarrita di cui parlate voi preti”.
Intanto Paolino “puzzetta” e Michele “flipparolo” urlavano all’orecchio di Mattia “dai che lo circondiamo, ragazzi c’è da divertirsi con la pecorella smarrita”
“E dàgli con ‘sta pecorella smarrita… -dissi tra me con una smorfia- questa non mi piace”.
Due o tre del gruppo facevano il gesto di inchinarsi e prostrarsi come nei film sul medioevo
Kiko invece avanzava verso di me: “ma che onore, ragazzi, sua eccellenza si ripresenta all’umile compagnia dopo un lungo mese… ma dov’è il tappeto rosso? Dove la banda? Bentornata la nostra pecorella smarrita”.
Mi maledissi per la mia idea di passare la serata al bar. Se solo li avessi visti ed avessi capito le loro intenzioni sarei sgattaiolato via… ero riuscito a defilarmi da una manifestazione, possibile che non riuscissi a defilarmi da una decina di stronzetti?
Ma Gigi mi prese per le spalle e mi spinse al centro del gruppo.
“Possiamo avere l’onore di conoscere il motivo della vostra lunga assenza o nobile signore?”
“Beh ragazzi, visto che non trovo lavoro ho deciso che a settembre mi iscrivo a lingue…”
Mi accorsi di aver detto una parola veramente infelice e che si poteva prestare a mille battutacce, mi sarei sprangato da solo, ma ormai era inutile piangere sul latte versato.
“Ah le lingue, capisco” fece Puzzetta mimando con la lingua un bacio erotico come le puttane nel film “Roma” di Fellini.
“Cazzo ragazzi lasciatemi parlare… mi iscrivo a lingue, ma io conosco solo l’inglese, quindi mi sono messo a studiare…”
“Con Camilla?” interruppe Aldo che fino a quel momento era rimasto silenzioso.
Ormai avevo imboccato una corsia e non potevo uscirne. “Sì con Camilla, proprio. Mi aiuta in francese.”
“A Clà, facci capire -intervenne Cristo in bici- ma con Camilla che ci studi oltre al francese del french kiss, del rendez vous e del pied à terre…? Anatomia? Scopologia? Scienza del letto?”
“Cazzo, ma saranno cazzi miei?”
“Ragazzi, se si scalda vuol dire che la cosa è grossa. Sotto con le domande, a chi tocca?” infierì Andrea.
“Ragazzi ci conosciamo da anni, a voi non ho mai mentito. A me di Camilla non me ne frega niente”.
“Sì, ma te la sei fatta o no?” questo era Mattia, il brufoloso borgataro capace solo di taroccare motorini e sbavare sugli amori degli altri.
Memore della scenata in piazza di Spagna evitai di rispondere.
“Allora?” fece Aldo prendendomi per un braccio.
“Allora niente. E’ una rompicoglioni… ho deciso che ci sto assieme un po’ per divertirmi e farmi quattro risate… anche te Andrea quando hai preso la patente ti sei preso una cinquecento scassata per imparare a fare le manovre, no? Poi il giorno che rompe le invento una bugia, la prima che mi viene in mente, tanto è così scema che ci crede, e la mando via.
Ma Cristo in bici finse di non aver sentito e continuò imitando con la voce il cardinale vicario.
“E proprio tu, Claudio, il più fedele al sacro vincolo del gruppo… chi avrebbe mai pensato che proprio tu avresti per primo abbandonato il nostro sodalizio?”
“Sai che dispiacere… una congrega di stronzi ecco cosa siete”.
“No giovane Claudio, novello Romeo, novello Tristano, novello checazzonesò… non devi provare dispiacere per questa tua dipartita che farà di te uno sposo amoroso e felice… bacetti… confetti… bimbetti…”
E tutti ad intonare sull’aria della marcia nuziale

“Con tanto amor/ a questo altar
Claudio e Camilla si vanno a sposar…
Chissà perché/ chissa perché
forse Camilla aspetta un bebé”

“Oh sentite… Andate a fare in culo. Ma, dico, l’idea di farvi i cazzi vostri proprio non vi passa manco per la mente?”
“Se ti scaldi vuol dire che sei cotto davvero” infieriva Andrea.
“Cotto io? Ma siete scemi?”
“Cotto marcio. La piccola ti ha fatto un buco nel cuore” aggiungeva Aldo.
“Il buco …” stavo per dirne una grossa, ma mi fermai in tempo.
Cristo in bici riprese il suo tono officiante. “Preghiamo per la pecorella smarrita Claudio che non ha più bisogno dei suoi amici, ma solo del suo grande amore. Basteranno le nostre preghiere, unite al bel corpo di Camilla…”
Non volli sentire altro, li strattonai e me ne andai gridando con quanto fiato avevo in gola “Andate vaffanculo!!! Tutti!!! Dal primo all’ultimo!!!”.
Li sentii di lontano che intonavano sghignazzando: “Cristo in bici… Cristo frena…”
Tornai a casa che non erano ancora le dieci. Dissi a mia madre che avevo mal di testa e mi infilai a letto.
Due giorni dopo chiesi a Camilla di metterci assieme. Mi strinse forte e mi baciò a lungo senza parlare.

SECONDO FLASHBACK (Claudio ricorda)
Oh Merilù

Ma guarda un po’ che serata. Scemo io che li ho cercati. Che fossero degli stronzi l’ho sempre sospettato, ma non fino a questo punto. E pensare che fino a poco tempo fa questi amici erano tutta la mia vita. E quando eravamo regazzini allora? Non parliamone. Kiko, Aldo e Gigi con me avrebbero potuto diventare i nuovi Beatles… sarebbe bastato un po’ di fortuna, perché eravamo dei mostri, ma soprattutto sarebbe bastato che gli altri tre non avessero sempre in mente quella sciacquapalle della Merilù… Che tempi, vacca rana. Sembra ieri, ma sono già passati sei anni. Ricordo ancora l’emozione quando comprammo la prima chitarra: la mia era una Kit di terza mano. Giorni e giorni sulla “Bambolina che fa no no no” e sulla “Canzone del sole” di Battisti (ebbene sì, tutti i giovani chitarristi degli anni Sessanta hanno cominciato con questi quattro accordi maggiori: La… Mi… Re… Mi… a proposito devo scrivere a quel mio amico di Milano che mi ha mandato la sua ultima canzone che si chiama “Ferragosto” per dirgli che fa cagare), poi via col grande beat. Avevamo trovato una cantina a seimila lire al mese… un amplificatore quasi inesistente, ma ci davamo dentro con il repertorio dei Beatles e dei Rolling Stones, e alla fine (ce l’aveva insegnata il papà di Kiko un giorno che era a casa dal lavoro) si terminava sempre con “Rock around the clock” suonata in Re (Perché in Re e non in Mi come Dio comanda? Ragioni artistiche? Ma non diciamo cazzate… semplicemente perché io mi incasinavo con le dita e non riuscivo a fare il Si7). Mia mamma preparava il supplì, Gigi portava una sigaretta fregata a suo padre (e ce la fumavamo in tre, perché grazie al cielo Aldo non fumava), e per tre ore sognavamo il momento in cui ci saremmo esibiti a Woodstock o all’isola di Wight. Ma quando il clima si faceva magico, quando la musica cominciava a decollare, quando il gioco si faceva duro ed i duri avrebbero potuto cominciare a giocare c’era sempre qualcuno che diceva “scusate, interrompiamo… non sto bene” ed usciva fuori solo per vedere se affacciata al balcone ci fosse quella stronzissima della Merilù. Ci ha divisi. E’ stata la nostra Yoko Ono… Beh, sinceramente mica è stata lei l’unico ostacolo… mettiamoci anche il padrone che voleva i soldi dell’affitto (e chi ce li aveva?) mettiamoci la vecchia che minacciava sempre di chiamare i carabinieri… Eppure eravamo forti. “Come cazzo ci chiamiamo?” ci eravamo chiesti dal primo giorno. Uno proponeva “The musical beat and rock sound system”, un altro “i figli del diavolo”, Aldo che faceva il classico propose “Fervet opus”, o, come scrissi io sul foglietto su cui raccoglievamo tutte le proposte, “Ferve Topus” (non ho mai saputo che cazzo volesse dire…), poi grazie al cielo passò la mia proposta di chiamarci “i Sandokan”, un nome gagliardo trovato sull’ “Enciclopedia dei Ragazzi” . Altra questione mica da ridere per dei beatniks come noi che avevamo nel sangue il “Liverpool sound”: dove troviamo i soldi per la batteria? Non li trovammo da nessuna parte ed infatti usavamo due fustini del Dixan... Ma eravamo forti, un vero mito saremmo potuti diventare… tanto che una sera ci chiamarono a suonare al Fox… Non dimenticherò mai quanto spendemmo per noleggiare gli abiti adatti… non dimenticherò mai le ore ed ore di prove per copiare alla perfezione la mossa dei Rokes in “Bisogna saper perdere”… ma non dimenticherò mai neppure che alla quarta o quinta canzone qualcuno gridò “a coatti… se manco sapete suonare non è meglio che vi togliete dai coglioni?… ma ve ne volete annà o ve dobbiamo cacciare a pedate nel culo?”. Ci guardammo in faccia, attaccammo “Rock around the clock” (rigorosamente in Re, nonostante Kiko mi supplicasse di farla in Mi) e poi via… senza manco il coraggio di andare a ritirare le venticinquemila lire che ci avevano promesso. Io avevo le lacrime agli occhi e continuai per tutta la sera a dire, ragazzi non ci siamo esercitati abbastanza, alla musica dobbiamo dedicare più tempo e tutti a trovare scuse… io ho judo… io devo studiare… io abito lontano… balle… tutti e tre si catapultavano come deficienti sotto il balcone della Merilù. La cosa mi scocciava un casino, anche perché, ormai posso ammetterlo tranquillamente, avrei voluto esserci io sotto quel balcone. Anche a me piaceva da pazzi. A noi ci ha rovinato la Merilù. E’ stata la nostra Yoko Ono. Ma sono stati anni stupendi. E’ stata un’amicizia stupenda. Stasera mi hanno deluso.


* * *

Mia libertà

La sera dopo, all’ora di cena, ha telefonato Aldo. Si è scusato a nome di tutti per il loro comportamento del sabato, ha detto che si sono accorti di aver esagerato… poi ha aggiunto: “però anche te, cacchio…”
“Io cosa?”
“No, niente”. E’ stato un attimo in silenzio poi ha aggiunto “Claudio, vorrei farti sentire una canzone che mi prende un casino… è forte, davvero”. Ha armeggiato un po’ col giradischi ed ha messo una canzone di Franco Califano che mi ha fatto venire i brividi.

L' urtimo amico va via,
domani se va a sposà,
se gioca la libertà pure lui.
Er vecchio gruppo ‘ndò stà,
me li so' persi così
se sò scordati de me,
Tanto amici e poi... tiè!
Ogni cosa se ne và,
finisce er ciclo de 'n'età,
domani chiude er bar in fondo a 'na via.

La notte questi versi mi ronzavano nelle orecchie al punto che non riuscivo a prendere sonno. Beh io mica mi vado a sposare -pensavo-, ma il fatto di essermi messo con Camilla… solo adesso me ne sto rendendo conto… mi fa perdere un po’ della mia libertà. Mortacci! La libertà!! La cosa a cui tengo di più in assoluto!!!
In effetti fin da ragazzino ho sempre anelato alla libertà, la mangiavo col pane la libertà… alle medie ero un ragazzino ingenuo e sprovveduto, credevo che tutti mi volessero bene… e vivevo di libertà… cinema… amici… scorribande. Vicine di casa con quel modo di fare ambiguo, un po’ amicone e un po’ nave scuola… luoghi comuni…frasi fatte… ragazze che volevano appiccicarsi a me, mentre io sognavo pizze e corse in motorino…. Ecco, da giovane, ogni volta che vedevo qualcuno o qualcosa mettere a rischio la mia libertà io mi sono sempre chiuso a riccio… ed ora, di colpo la mia libertà si riduceva… sabato con Camilla, domenica con Camilla, magari qualche sera con Camilla… per carità era una cosa stupenda… ma, per dire una cazzata, se una domenica mi fosse venuto voglia di andare a vedere la Roma, mica avrei potuto portarci che lei odiava il calcio. Quella notte compresi che tra me e la libertà c’era un vetro. Non avrei mai permesso a nessuno di mettercelo, né ai miei genitori né alla scuola… e sono andato a mettermelo da solo. Avevo vent’anni e pur senza conoscerle rifiutavo d’istinto tante cose del mondo adulto; provo a fare un elenco, ma so già che senz’altro risulterà incompleto: i debiti, la pubblicità, le puttane, il moralismo, i partiti politici, le trasmissioni TV a puntate, quelle che, come sirene, ti invitavano ogni giorno oppure ogni settimana alla stessa ora… sentivo confusamente che tutte queste cose che sto citando alla rinfusa avevano un denominatore comune che me le rendeva invise, odiose, ripugnanti, ma non riuscivo a definirlo. Solo oggi che sono carico di rughe e di capelli bianchi (stavo per scrivere di saggezza, ma mi sembra poco saggio anche solo pensarlo nonché scriverlo…) ho capito quale fosse questo denominatore comune: erano tutte persone cose o situazioni che avrebbero limitato la mia libertà. Ma quella sera, nel mio letto in cui non riuscivo a prendere sonno, mi posi una sola domanda: sto facendo una scelta intelligente o una cazzata a buttarmi a capofitto in questa storia con Camilla? Boh. “The answer my friend, is blowin’ in the wind, the answer is blowin’ in the wind” come diceva il grande Bob Dylan. Quella notte però, come altre volte nella mia vita, ebbi la netta percezione che stavo varcando una soglia. Come la prima volta che mi sono allontanato da casa… come quando ho acceso la prima sigaretta… come la prima volta che ho pensato “io quella lì me la farei”… come la prima volta che un tipo in strada mi ha dato del lei…come la prima volta che mi hanno fermato i carabinieri. C’è sempre una prima volta per tutto.

III

Luglio
La prima volta

Quando Camilla andò in vacanza con i suoi a Marina di Camerota mi feci prestare da un vicino di casa una canadese ed andai nello stesso campeggio in cui si trovava lei. Il “Camping delle Sirene” era un posto tranquillo, fresco, il ristorante non era granché per quanto riguarda i secondi piatti, ma le pizze erano passabili, la parmigiana di melanzane migliore di quella servita solitamente nei ristoranti del sud ed in fin della fiera ci si mangiava una pasta alle vongole fantastica; un posto di famigliole, pensato più per bungalows in legno e camper che per le tende, ma riuscii ugualmente a trovare una bella postazione ombreggiata. I genitori di Camilla sulle prime avevano fatto un po’ di storie, ma alla fine mi avevano accettato volentieri, stavo simpatico a loro ed avevo fatto amicizia anche con Lele, il fratello di Camilla un ragazzone alto, biondo con gli occhi azzurri particolarmente benvisto dalle ragazzine, quindi avevamo formato una compagnia affiatata e ci divertivamo come matti a nuotare, a pescare i ricci, a tuffarci da uno scoglio per poi raggiungere a nuoto una grottina, ad uscire in pedalo, a partecipare, solo per il gusto di boicottarli goliardicamente, ai giochi organizzati dall’animazione: risveglio muscolare, gioco aperitivo, aqua-gym, balli latino-americani ecc. Quasi ogni sera scendevamo in paese, ci facevamo una pizza (beh ogni tanto una cenetta coi fiocchi alla “Cantina del Marchese”), poi Camilla ed io ce ne andavamo in spiaggia e gli altri a prendere un gelato in piazzetta s. Domenico o a ballare al “Ciclope”. Una sera tutti assieme prendemmo un vecchio peschereccio sul quale ci mostrarono come si pescava in passato alla luce delle lampare, poi ci sbarcarono a porto Infreschi che era l’una ed al lume della luna ci arrostirono tutto il pesce pescato e lo mangiammo in grande quantità accompagnato da enormi fette di anguria e dal forte vino bianco del sud. Non avevo mai visto in vita mia un posto tanto bello, romantico e pittoresco come porto Infreschi, una spiaggetta raccolta, protetta da alte montagne, l’acqua cristallina, i sassoni bianchi… decidemmo che ci saremmo tornati la sera dopo. Affittai una barca (da ragazzo avevo imparato a remare sul Tevere, quindi il placido Tirreno non mi faceva certo paura…) ci fermammo per un po’a Cala Luna dove un gruppo di francesi cantava Brassens attorno ad un falò, poi raggiungemmo porto Infreschi. Quella notte, incredibilmente, non c’era nessuno. Forse, chissà, al Bolivar, l’unico cinema del paese c’era un film di grande richiamo, forse al “Ciclope” si esibiva una star della musica leggera… ma a noi piacque pensare che un posto così fosse “prenotato” per noi e per il nostro amore.
Sulla barca c’era un materassino e lo stendemmo a terra sui sassi. La luna piena si rifletteva sul viso di Camilla… il mare sciabordava dolcemente, sembrava che cantasse una canzone solo per noi.
Ci abbracciammo. Camilla era tesa, ed anch’io lo ero, anche se cercavo di non darlo a vedere. Sentivo la sua bocca sulla mia, le mani dapprima esitanti, poi sempre più forti che mi stringevano e mi accarezzavano da tutte le parti. Altre volte eravamo rimasti da soli in spiaggia, a giocare, a coccolarci, a baciarci, ma stavolta entrambi sentivamo che non sarebbe stata la stessa cosa. Un muro di seta mi divideva dal possederla completamente. Quando capì la mia intenzione Camilla sorrise ed il suo corpo aderì completamente al mio. Fu un’esperienza dolcissima, il viso delicato di Camilla, il suo seno bianchissimo inargentato dalla luna, il suo respiro, la sua voce roca che gridava il mio nome… La sentivo indifesa… per un momento pensai che avrei anche potuto morire sui suoi fianchi, ma non me ne sarebbe importato nulla. Era troppo bello, troppo intenso, era qualcosa di indescrivibile. Sia per lei sia per me era la prima volta.

IV

Agosto
Quel giorno

Di ritorno da Marina di Camerota Camilla partì per la Spagna con i suoi ed io, per evitare la tristezza di una Roma ferragostana calda, deserta e deprimente, decisi di andare qualche giorno in un paese alla periferia nord di Milano a trovare un mio amico che non vedevo da tempo, un neolaureato in lettere di tre o quattro anni più grande di me che tutti chiamavano Gatto, forse perché era un fanatico dei felini, o più probabilmente per la sua assoluta incapacità di eseguire qualunque esercizio ginnico. La prima cosa che mi colpì fu la bruttezza del posto: un quartiere dormitorio fatto di casermoni popolari, che soffocavano quello che era il vero paese di una volta, ancora riconoscibile in alcune corti che denunciavano la loro origine agricola, in un paio di ville signorili, in un cotonificio abbandonato, nei campi bruciacchiati dal sole. Per fortuna ad un certo punto del paese c’era un polmone verde, un bel parchetto con tanti alberi e tanti giochi per bambini, altrimenti avrei potuto pensare di trovarmi nel terzo mondo.“E poi parlano male delle borgate romane” mi dissi. Il Gatto lo trovai in forma, molto meglio dell’ultima volta in cui ci eravamo incontrati (allora era innamorato senza speranza di una ragazzina delle magistrali, una tipa dai capelli rossi che gli aveva sempre detto no, ora invece era innamorato di una studentessa di fisica, ma contraccambiato e felice, inoltre si era appena laureato ed aveva schivato il militare –che culo, pensare che a me potevano chiamarmi da un momento all’altro!!!- per una serie di foruncoletti spuntati sulla schiena proprio nel punto preciso dove i soldati poggiano lo zaino, come disse il dermatologo militare, ma il motivo vero era un altro: il mio amico era obiettore di coscienza ed il Parlamento aveva da poco approvato la legge Marcora, ma si era dimenticato di emanare il regolamento applicativo; quindi nessuno sapeva dove mettere gli obiettori: non più in galera, la legge lo vietava, ma certo non nell’esercito, mancando una regolamentazione. Gli chiesi di presentarmi la sua ragazza (le foto appese in camera che la ritraevano coi capelli al vento, in copricostume a fiori affacciata ad una finestra del tempio di Giove Anxur o in bikini pervinca sulla spiaggia di Terracina promettevano bene…), ma il Gatto scosse la testa: “eh, magari…mica sta qui, abita a Legnano e poi in questi giorni è in clausura… sta preparando un esame universitario e guai a chi la disturba… magari uno di questi giorni l’andiamo a trovare”. Ho detto che l’ho trovato bene, ma in realtà soffriva di gastrite (dovuta a mio parere ad un’alimentazione sbagliata: dolci, salumi e caffè a go go, pessima abitudine che non ha abbandonato ancora oggi che è vecchio, pur soffrendo di quasi tutte le malattie di questo mondo). Mi chiese se lo accompagnavo dal dottore che stava dall’altra parte del paese, oltre la ferrovia ed io accettai, ma quando mi trovai davanti allo studio medico, con la sala d’aspetto collocata in un negozio stretto, angusto, buio cambiai idea e gli chiesi se lì non ci fosse qualcosa di turistico da visitare. Sulle prime la prese molto male: “Claudio, mi stai prendendo per il culo? che cazzo vuoi che ci sia di turistico in questo paese di merda? , apri gli occhi e guarda tu stesso”, poi cambiò tono “beh in effetti, ora che ci penso, qui è pieno di ricordi manzoniani… se vai diritto c’è il cimitero con la tomba di tutti i familiari di Manzoni, tutti tranne lui che, contro la sua volontà, fu sepolto nel Famedio del Monumentale di Milano… là in fondo –vedi quegli alberi?- c’è la villa dove il poeta risiedeva sei mesi l’anno, dentro è bellissima, io ci sono stato tante volte, ma ora non si può più visitare; l’ha comprata una contessa siciliana e l’ha chiusa al pubblico… beh lì a sinistra c’è una chiesetta che non è male… era una vecchia cappella di campagna che il Manzoni ha fatto ristrutturare a sue spese”.
Piuttosto che entrare in quell’orrida sala d’aspetto optai per la chiesetta del Manzoni.
Era, appunto, una chiesetta di campagna, raccolta, silenziosa, freschissima. La prima cosa che mi venne in mente fu che non mettevo piede in chiesa almeno da cinque anni, da quando si era sposata mia cugina. “Eh sì, caro Dio –pensai- non è che io e te si vada molto d’accordo. Però stasera mi sento di pregarti: vorrei che tu benedicessi questo amore... Voglio… voglio sposare Camilla. Beh, magari non qui, ma in una chiesa come questa… e tenerla sempre con me, nel bene e nel male, nei giorni lieti e nei giorni tristi, con tutto l’amore che posso.

* * *

Io ti prendo come mia sposa

Nella penombra dolce della chiesa cominciai a sognare ad occhi aperti. La cerimonia prendeva corpo. Io in vita mia avevo assistito a due matrimoni: uno da bambino, e lì tutto mi era parso semplice e veloce, il prete interrompeva la messa in latino, faceva una domandina a cui gli sposi rispondevano “sì” e via andare. Invece cinque anni fa, al matrimonio di mia cugina, ero rimasto stupito da tutta la pappardella che gli sposi dovevano dire… chissà se la leggevano o se la dovevano imparare a memoria? La cosa mi preoccupava un po’, dato che io di memoria non ne ho mai avuta… Sentivo dietro di me il respiro dei miei genitori, la mamma che singhiozzava, papà che tirava su col naso ed ansimava come se avesse l’asma… Camilla bellissima al mio fianco in un lungo abito bianco che le fasciava i fianchi… Lele e Gigi in blu a fare da testimoni… il prete che mi guardava con aria interrogativa… toccava a me…Minchia, devo improvvisare… non c’è niente di scritto, poteva dirmelo prima mortacci sua… “Camilla, io ti prendo come mia sposa davanti a Dio (beh questa è facile…)… e ai verdi prati (che stai a dire, Claudio? Mo’ che c’entrano i verdi prati? Che ne so li ha nominati prima il Gatto, ha detto che qui al tempo del Manzoni era pieno di prati verdi…)… ai mattini di nebbia (si vede che sono a Milano) ai marciapiedi addormentati (questa mi è venuta così…porca zozza, devo andare avanti… il prete mi fa segno di continuare…) alle fresche sere d’estate, a un grande fuoco sempre acceso (beh dopo tutto le notti di Marina di Camerota hanno cementato il nostro rapporto…basti pensare a quella notte di luna… ah sì…) alla luna bianca… alle foglie gialle d’autunno… al vento che non ha riposo (il vento, certo… ricordo che la sera del primo bacio sul fiume tirava un vento eccezionale…) al mare calmo della sera (ancora mi torna in mente quella notte a porto Infreschi…) ed ora? Non è ancora finita? Perché il prete mi guarda? Io ti prendo come mia sposa davanti ai campi di mimose (un po’ di femminismo non guasta mai… ma com’è bella Camilla tutta in bianco ah sì…) agli abiti bianchi di neve… ai tetti delle vecchie case (questa non so proprio come mi sia venuta…certe volte mi sembra di essere un poeta…) ad un cielo chiaro e sereno al sole strano dei tramonti (e dagli col tramonto sei fissato, Claudio… davvero quella sera sul fiume ti ha fatto breccia nel cuore…ed ora che dico? Il prete mi guarda… tutti mi guardano…Camilla mi guarda… la città l’ho già messa…il mare l’ho già messo… ah la montagna ecco…) all’odore buono del fieno, all’acqua pazza dei torrenti… (finalmente il curato fa segno di darci un taglio) io ti prendo come mia sposa davanti a Dio. Amen”. La chiesa gremita fino all’inverosimile sembra esplodere mentre l’organo intona la marcia nuziale; toh guarda, ci sono anche i francesi che abbiamo incontrato quella sera a Cala Luna… ma come avranno fatto a sapere del nostro matrimonio? E’ bello sentirli cantare a piena voce sulle note di Mendhelson:

Claudio et Camilla se marient
oh le jour benit...

parenti ed amici applaudono, tutti escono di chiesa prima di noi…ci aspettano fuori… ecco, usciamo sottobraccio…stringo forte in un bacio appassionato la mia Camilla… tra un attimo ci lanceranno il riso, i confetti e comincerà la sarabanda delle foto… Camilla lancerà il bouquet (bellissimo, tutto roselline e margherite)… eccoci, ragazzi, arriviamo… siamo fuori dalla chiesa.
Non dovevo avere un’ aria molto intelligente quando uscii. Davanti a me non c’era nessuno… niente genitori commossi, amici goliardici, conoscenti con i loro consigli risaputi…niente fiori, niente clacson, niente riso. Solo il Gatto, che mi guardava perplesso tenendo in mano un barattolo di Carbonesia. Ripercorremmo la strada verso casa sua progettando le gite dei prossimi giorni… Milano…Como…Monza… Legnano per conoscere la ragazza del mio amico… Entrammo in casa e sua madre mi guardò con aria afflitta.
“Claudio… ha telefonato tua mamma… è arrivata la cartolina precetto”.

* * *

Cartolina rosa

Tornai a Roma col magone. Da quella stupenda notte d’amore a porto Infreschi era passato solo un mese. Chiamai Camilla ed uscimmo a passeggiare per le strade di Roma. Non mi sembrava la Camilla dei tempi passati, ma attribuii questa differenza alla tristezza per la mia imminente partenza. Però mi stupì, e, lo confesso, mi irritò, quando disse che non mi avrebbe accompagnato alla stazione.
“Ma stai scherzando? Perché non ci vieni?”
“Mah… così… ci saranno tutti i tuoi parenti… gli amici… tutta gente che non conosco… sarei a disagio.”
“No, dài, Camilla, non puoi mancare in un momento del genere”.
“A Clà, i tuoi non li conosco, i tuoi amici non mi cagano, o peggio, mi odiano… sembra che se non esci più con loro sia colpa mia…”
“Camilla, ci tengo veramente…”
E infatti la mattina in cui partii per il servizio militare in stazione ci venne, ma si tenne in disparte; non si unì al chiassoso gruppo di parenti ed amici che mi salutavano… più io cercavo di traghettarla nel gruppo, più lei se ne tirava fuori… ora doveva fare una telefonata… ora doveva andare in bagno… ed ogni volta si rimetteva in un angolo. Aldo, Kiko, Gigi cercavano di tenermi allegro, mia mamma non riusciva nemmeno a parlare… io ogni tanto mi avvicinavo a Camilla che fissava il vuoto con aria spaesata e cercavo di farla sorridere. Era a disagio… e mi metteva a disagio. “Dài Camilla, mica sto via vent’anni e mica vado in guerra… tra un po’ torno in licenza”. L’altoparlante annunciò che al binario 12 era in partenza il direttissimo ecc. ecc… Gli amici mi accompagnarono al vagone intonando “Claudio in bici… Claudio frena… Claudio Claudio è militar”… tutti mi abbracciarono e mi baciarono. Camilla era rimasta indietro, da sola. Mi staccai dal gruppo e mi avvicinai a lei, cercando di farla sorridere.
“Camilla… sai come si chiama la guardia forestale russa?”
“No”
“Ivan Periboski”.
Rimase impassibile.
“E la cuoca russa”
“Che ne so, Claudio”
“La cuoca russa si chiama Galina Kocimilova”.
Negli occhi di Camilla passò un lampo d’insofferenza. Lei stava male, certo, ma cosa pretendeva? stavo male anch’io.
L’abbracciai e posai le labbra chiuse sulle sue. Mi scostò delicatamente, ma con fermezza; dai suoi occhi scese una lacrima e finalmente mi rivolse la parola.
Dài, Claudio che perdi il treno”.

V

Settembre
Questo piccolo grande amore

La prima sera in caserma fu atroce. Mi guardavo attorno: tutto era grigio, sporco, squallido, maleodorante; vedevo facce tese, stranite, incattivite, dovunque porgessi l’orecchio sentivo ordini urlati con voce antipatica, scherzi cattivi, bestemmie.
Pensavo (e mi si chiudeva lo stomaco) che per un anno avrei dovuto vivere qui dentro, mangiare qui dentro, dormire qui dentro… e Camilla era lontana.
Sedevo su una panca con la testa bassa e gli occhi gonfi. Avevo voglia di piangere, ma temevo gli sberleffi dei “nonni”.
Non avevo fame, non avevo sonno, le tempie mi martellavano, mi buttai sulla branda ed appena suonò il silenzio mi sforzai di dormire, ma invano. Mille pensieri mi ronzavano nel cervello. C’era qualcosa che non quadrava nel rapporto tra me e Camilla, ma quel “qualcosa” mi sfuggiva.
Cercavo di capire il suo atteggiamento, davvero sconcertante ed allora riandavo agli ultimi tempi, a quella bellissima vacanza al mare a Marina di Camerota e ne analizzavo ogni istante, fotogramma per fotogramma, per cercare di scoprire qualche indizio che mi aiutasse a venire a capo del mistero.
La rivedevo con la sua maglietta bianca con disegnato al centro un grande gabbiano azzurro… tre taglie in meno della sua, aderentissima quindi, che lei portava senza reggiseno, poco o nulla lasciando alla mia immaginazione… la sua aria acerba quasi da preadolescente, ma guai a dirglielo, era un aspetto di sé che non accettava e pensare che a me piaceva da matti…, i baci in spiaggia, la voglia e la paura di fare l’amore (all’epoca in Italia la pillola ancora non c’era e comunque Camilla aveva solo sedici anni…) il nostro sporadico dirci “ti amo”. Ecco, comincio ad intuire qualcosa… forse c’entra qualcosa con i miei “ti amo”… forse io non ero molto convincente quando glielo dicevo, a lei piaceva sentirselo dire, ed infatti mi abbracciava forte, ma ora che ci penso (come mai non me ne sono accorto allora?)mi guardava con aria sospettosa… beh forse avrei dovuto essere più rassicurante, ma d’altra parte non ero convinto pienamente nemmeno io di essere innamorato… l’amore mi faceva paura…eppure quella sera in quella branda scomoda e traballante Camilla mi mancava, capivo di aver trovato… il grande amore… pensavo… beh non esageriamo, mi dicevo, Claudio, hai solo vent’anni… è un po’ assurdo parlare di grande amore…beh diciamo un piccolo grande amore. E Camilla mi mancava al punto che stavo male. Mi mancava il suo modo buffo di camminare (l’avrei riconosciuta anche a distanza per quel suo ciondolare un po’ scomposto…), mi mancavano le sue labbra sempre salate anche nel momento del bacio… mi mancava il suo intercalare… “ma che frana che sei Claudio” (anche se neppure per un istante ho mai dubitato che avesse questo giudizio di me), mi mancavano le corse nelle notti estive, le stelle cadenti di san Lorenzo osservate assieme mano nella mano sulla terrazza del camping (chissà che desiderio avrà espresso quella notte, mica ha voluto dirmelo…), mi mancavano i giochi da spiaggia, le corse, le carezze sempre più audaci, le canzoni stonate che cantavamo a squarciagola… All’improvviso però un pensiero mi paralizzò la mente ed il respiro e mi colpì brutalmente come una sassata in pieno volto. Una sera, in uno di questi momenti che stavo rievocando con dolce nostalgia, lei si era improvvisamente irrigidita e mi aveva chiesto con una voce fattasi improvvisamente seria, con un’espressione del volto divenuta quasi per sortilegio adulta: “Claudio, ma tu mi ami davvero?”
“Camilla… sì… credo di sì, ma non sono sicuro, siamo giovani, Camilla, molto giovani, ti voglio bene come ci si vuol bene alla nostra età”.
Era rimasta in silenzio a guardare la luna, a far saltare i sassi nell’acqua, a farsi carezzare i suoi lunghi capelli biondi dalla brezza marina… il suo viso però esprimeva una sofferenza che non avrei mai immaginato.
“Che c’è, Camilla” le avevo chiesto.
“Niente, Claudio, sono un po’ stanca, io torno in bungalow”.
Ero arrivato al cuore del problema, ma c’ero arrivato con un mese di ritardo. All’improvviso la branda, la stanza, la caserma mi parvero soffocanti. Mi mancava il respiro, stavo male, male davvero. Scoppiai a piangere senza ritegno e so solo io quanto piansi quella notte. “Camilla mi manchi” –singhiozzavo- mi manca da morire questo piccolo grande amore”. Ah se solo potessi tornare indietro, mi comporterei diversamente, ora sì che saprei cosa dire, cosa fare… ma non tutto è perduto. Adesso che ho capito dove ho sbagliato il problema è per metà risolto. “Ti amo, Camilla -sussurrai senza sentirmi ridicolo- lascia che mi diano la prima licenza e vedrai che cambia tutto”.

VI

Ottobre
Domenica ore 9
Porta Portese

La prima licenza arrivò inaspettata una quarantina di giorni dopo il mio arrivo in caserma. Approfittai di un passaggio offertomi dal padre di un commilitone ed una domenica mattina verso le otto e trenta arrivai a Roma. Mi accorsi con mio grande disappunto che in questo mese ero dimagrito moltissimo: non mangiavo quasi nulla, ero sempre teso e nervoso… avevo ripreso a fumare come un turco… avrò perso sette o otto chili, ma non era quello il problema: mi resi conto immediatamente che tutti i miei pantaloni borghesi sarebbero stati esageratamente larghi. Presentarmi a Camilla in divisa manco a pensarci… i negozi erano tutti chiusi… non so come mi venne la malaugurata idea di farmi lasciare al mercatino dell’usato di Porta Portese. Nonostante fosse mattina presto il mercato era già sveglio, le bancarelle erano strapiene di roba, la gente cominciava ad affollarsi. Provai una sensazione strana, un misto di tenerezza e nostalgia ripensando alla mia infanzia, a certe mattine di qualche anno fa quando a Porta Portese ci venivo con mio padre… e questo ricordo si fece più vivo quando casualmente passai davanti al banco della signora Lella, che vendeva ritratti e foto di Papa Giovanni XXIII di tutte le forme e dimensioni. Papa Giovanni… mi sembrava ieri la sera che aveva fatto quel discorso in TV che tanto mi aveva colpito “stasera tornando a casa troverete i vostri bambini… date loro una carezza e dite questa è la carezza del papa”… quelle parole mi avevano emozionato… quando mai un papa, o comunque una persona importante di quelle che parlano dallo schermo della televisione si era occupato dei bambini?…avevo dieci anni quella sera… ed ora ne avevo il doppio… forse per la prima volta nella mia vita elaborai nella mia mente quel concetto tanto banale e scontato quanto vero: “il tempo vola”. Salutai la signora Lella. Che tipa! A me a scuola la storia non è mai piaciuta, l’ho sempre odiata, nomi, date, battaglie, sai quanto me ne fotteva a me di quanti erano gli efori di Sparta prima della riforma di Licurgo e quanti dopo… ma quando la signora Lella cominciava a parlare delle cose che aveva visto lei nella sua lunga vita: Vittorio Emanuele III ed Elena del Montenegro sottobraccio che parevano l’articolo “il”… Hitler e Mussolini sui Fori Imperiali… il papa in lacrime a San Lorenzo dopo il bombardamento… il rastrellamento nel ghetto… il comizio di Togliatti a San Giovanni in Laterano due giorni prima delle elezioni del ’48… e poi Totò, la Magnani, Fellini, Sordi, Fabrizi…ti affascinava e non saresti andato più via. Sulle sue labbra la storia e la cronaca diventavano vita vissuta. Inoltre c’era sempre qualcuno che si divertiva a stuzzicarla:
“A Lella, che ce l’avete voi un omo?”
“Ma lassame perde, faccia de trasteverino.”
“A Lella ve piacciono i capelloni?”
“E come no… mo’ pure gli uomini se travestono da donna… capelli lunghi, collane… camicie a fiori, ma annate a scònderve”
“A Lella, ma voi per chi votate?”
“Ma nun me parlate de politica, che so’ tutti figli de mignotta, tutti dal primo all’urtimo… Venissero qui a lavorare come li cristiani, capirebbero tante cose”. Poi si interrompeva bruscamente e cominciava a gridare con la sua voce stentorea nonostante l’età: “ma dove trovate roba più meglio che a Porta Portese? Manco a Parigi se trova roba bella come da noi”. Avanzai a fatica sgomitando tra la gente che andava in giro un po’ come le oche, mi fermai un attimo davanti ad un banco di roba chiaramente rubata… c’erano pezzi di macchina, spade antiche e moderne, quadri di tutte le fatture (con nettissima prevalenza di paesaggi montani e lacustri in doppia versione estiva ed invernale), continuai a camminare guardando la merce esposta. Tra Radiomarelli d’epoca, dischi a settantotto giri, cesti di vimini e ninnoli che cambiavano di colore a seconda del tempo, c’era in bella vista la foto di una biondina con le tette in fuori che una didascalia pretendeva essere Brigitte Bardot, ma bastava un’occhiata per capire che se quella era la Bardot io ero un tirannosauro.
Figurine Liebig, pezzi di ricambio originali Guzzi, Ducati e Gilera, bambole di pezza e di ceramica, ferri da stiro col contenitore per le braci, macinacaffè in legno, libri per ragazzi della Scala d’Oro, dell’Aristea e della Salani, manuali della Hoepli e Bignamini usati da generazioni di ginnasiali, l’Enciclopedia Italiana quasi completa, bigiotteria da due soldi, legumi secchi e spartiti d’opera, poi finalmente una bancarella di abiti usati.
Sollevai un paio di jeans sporchi e sdruciti (oggi sarebbero all’ultima moda, ma allora nessuno avrebbe avuto il coraggio di girare con pantaloni bucati, scuciti o anche solo lisi).
“Settemila” disse il ragazzo dietro il banco.
“Settemila lire sta ciofeca? Ma lo vedi quanto so’ sporchi e bucati?” dissi io.
“A lorbrùmmel, ma indove te credi d’essere: in una boutique de via Veneto o al mercatino dell’usato? e poi… sei capace di leggere o no?”
“Certo che so leggere: “CALZONI USATI”, sì, ma io intendevo usati da un cristiano, porca zozza, questi li ha usati un trucido, un coatto, un…”
Non terminai la frase perché mi parve di udire in lontananza l’inconfondibile risata argentina di Camilla.
Mi voltai di scatto. Avevo il sole negli occhi, ma in controluce vedevo avanzare Camilla e suo fratello Lele. “Che teneri –pensai- fratello e sorella mano nella mano, mai vista una roba del genere, vabbè che sono figlio unico…”. Ma mano a mano che si avvicinavano realizzai che lei sì era Camilla, ma l’altro in comune con Lele aveva solo il metro e ottantasette di altezza: Lele sto cazzo!!!: si trattava di un ragazzone sui ventidue – ventitré anni: moro, atletico, abbronzato; maglioncino di cachemire color salmone, pantaloni di velluto, calzini inglesi, mocassini di camoscio…
“Hai capito la stronza? –pensai- altro che fratello… io sto a fare il soldato e lei si è andata a mettere con un pariolino… e che bel ragazzo oltretutto… e chissà da quanto lo conosce… pollo io che ci sono cascato”.
Istintivamente mi nascosi dietro il camper che fungeva da punto di ristoro e li vidi passare senza che si accorgessero di me, poi me ne andai di corsa dalla parte opposta.
Mi parve di sentire la voce del ragazzo che mi urlava dietro “a ragà, ma allora sti carzoni li voj o nun li voj?” ma non ne sono certo.
Da un vecchio disco a settantotto giri mi raggiunse invece, e di questo ne sono certissimo la voce di Claudio Villa

“Fiore de sale…
l’amore fa penà ma nun se more…
d’amore nun se more, ma se sta male”.

* * *

ore 11.30
Quanto ti voglio

Cominciai a correre come un disperato, senza ragionare, senza riflettere su cosa stessi facendo; mi sembrava di avere dentro la mia testa i Pink Floyd che suonavano a manetta “One of these days”; avevo freddo e caldo nello stesso tempo, sentivo una contrazione nervosa in fondo allo stomaco, avevo voglia di piangere, di urlare, di vomitare. Attraversai con un balzo una strada costringendo una Fulvia Coupé ad una brusca frenata.
“A coso, ma all’asilo le suore non ti hanno detto che prima di traversare la strada si guarda?” mi disse un tipo non dissimile dalla nuova fiamma di Camilla.
“Ahò, ma che stai a dire –gli risposi- parli proprio te che hai fatto arrivare la patente coi punti della Mira Lanza”.
“A pischello, ringrazia quella divisa e le stellette che porti se non ti spacco quella faccia di cazzo. Era meglio se ti tiravo sotto, invece di frenare.” E ripartì sgommando, mentre l’autoradio a tutto volume diffondeva “Hey Joe” di Jimi Hendrix.
Ci rimasi male. “In effetti –pensai- sarebbe stato meglio davvero, almeno finiva tutto…”
Avevo perso l’orientamento, dove mi trovavo? Roma che conoscevo come le mie tasche mi pareva una metropoli sconosciuta… meno male che ad un certo punto vidi la chiesa del Gesù… ecco, basta passare il bar e lì dietro c’era casa mia. Sperai che i miei genitori fossero a messa, per evitare di incontrarli e fiondarmi a letto a leccarmi le ferite… bella sorpresa davvero, e adesso chissà che scusa troverà –continuavo a pensare- ma che cosa è cambiato rispetto ad un mese fa, ci amavamo… dicevamo che era amore.. ecco, mi piacerebbe sapere il mio amore dove lo ha buttato… figura di merda ecco che cosa ho fatto… roba da non farsi vedere più al bar, a Roma.. roba da andare nella legione straniera… nel Vietnam… nel Biafra… ma no io non riuscirei a vivere neanche un istante senza di lei, senza quegli occhi azzurri che mi sono entrati nell’anima… sempre però che lei sia ancora quella che ho conosciuto io, quella della prima volta in quel bar del cacchio…quella del primo bacio sul lungotevere, quella del mare… io glielo devo dire: Camilla, ascolta io non posso vivere senza di te, senza i tuoi grandi occhi chiari, senza… porca zozza, guarda chi c’è, questa proprio non ci voleva: mia mamma sulla porta di casa, sorriso a sessantaquattro denti, mani che tremano, lacrimuccia in agguato”
“Ciao soldato!, bello di mamma fatti vedere, Luigi vieni c’è Claudio, Luigi metti in fresco una bottiglia di Frascati, ma come stai bene in divisa, Dio come sei bello, Luigi vieni ti dico, fatti vedere cucciolo, passerotto della tua mamma, hai fame vero?, ti preparo i rigatoni col ragù, che cce vò, li fa in un attimo la mamma per il suo soldato che ha tanta fame… e di secondo scaldiamo un pezzo di abbacchio, l’ho fatto ieri, basta metterlo in forno”.
Non la salutai, non le dissi niente, la scostai con un gesto brusco ed entrai in casa.
“Claudio, amore che succede? Hai fame? C’è qualche problema, dillo alla tua mamma, sarai mica scappato dalla caserma…”
“Mamma non ho niente, ti prego, lasciami stare, non ho bisogno di niente, non rompere”.
“Dio, ma come sei cambiato, ma cosa ti è successo, cosa ti hanno fatto in quella dannata caserma? Luigi vieni che Claudio sta male. ”
“Mamma ti prego non rompere i coglioni, non voglio niente, non ho bisogno di niente e di nessuno”.
Entrai in camera mia e sorrisi amaramente di quell’ultima mia frase: “non ho bisogno di niente e di nessuno”.
Palle!!! Avevo bisogno di Camilla, la desideravo con tutto me stesso, ma chi se ne frega se era stata con un altro, anche se ci era andata a letto, sai che roba, mica siamo nel medioevo, sono cose passeggere, il tempo aggiusta tutto…nello stesso tempo ero incazzatissimo, ma come si era permessa quella… io la odio Camilla –pensai- la odio con tutto il cuore, ha fatto una carognata tremenda, ma io… come si fa ad odiare una ragazza così bella… ma anche lei, però, a mettersi con un altro, porca troia, almeno una volta le donne avevano più dignità, quando si innamoravano di uno che non era il loro promesso dicevano “esco dalla tua vita” e scomparivano come quella… come cazzo si chiama… oppure si buttavano sotto il treno come Anna Karenina, ecco cosa dovrebbe fare Camilla, sparire per sempre o ammazzarsi e perché non lo fa?” No Camilla non deve sparire, non deve ammazzarsi, Camilla deve tornare con me. La chiamo”.

* * *

ore 16.30
Sembra il primo giorno

Le telefonai e le proposi un appuntamento per il pomeriggio. Arrivò puntualissima, a me sembrò persino che corresse, ma forse, ripensandoci col senno di poi, e sono più di trent’anni che ogni tanto ripenso a quel pomeriggio, momento per momento, è una cosa che ci volli vedere io. Nonostante fosse ottobre c’erano un’aria frizzantina ed un cielo luminoso di primavera.
“Ciao amore, sembra il primo giorno, ti ricordi? Lo stesso cielo azzurro, la stessa brezza, e poi non eravamo molto lontani di qui”.
Camilla annuì. Ci abbracciammo e ci scambiammo un bacio leggero, senza passione né coinvolgimento, da parte sua, intendo. Cominciammo a camminare in silenzio; le strade della vecchia Roma erano deserte. Ci inoltrammo in un quartiere popolare in cui sembrava che il tempo si fosse fermato. Incontravamo sul nostro cammino fresche osterie col pergolato da cui uscivano frammenti di parole “ma che ti dormi? dovevi giocare il cavallo…”, parolacce e bestemmie di ogni tipo, ordini gridati a voce roca tra cui mi fece sorridere il classico “pòrtace ‘n altro litro”. In un altro momento mi sarebbe piaciuto sentire il rumore delle carte sul tavolo, il gorgoglio del vino nei bicchieri, il rumore del fiume, ma c’era qualcosa di strano, stavo per dire di inquietante. Sentivo il respiro di Camilla e mi sembrava diverso dal solito; nel contempo avevo paura che si sentisse il battito del mio cuore… Tra noi un silenzio pesante. Io non osavo parlare per evitare che capisse che l’avevo vista la mattina, ma lei…
“Camilla, lo sai come si chiama il ministro dei trasporti cinese?”
“No”
“Fur Gon Cin”
Sorriso tirato.
“E la puttana greca?”
“Dimmi”
“Mika Teladogratis”.
“Carina”.
“ E il giudice italiano più severo?”
“Questa la sapevo, ma non me la ricordo”.
“Massimo Della Pena.
“Ah, sì”.
Smisi perché mi accorsi che quelle battute suonavano false, creavano disagio a lei, ma anche a me. Camminammo in silenzio per altri dieci minuti. Ogni tanto io la abbracciavo o le prendevo la mano… non rifiutava il contatto, questo no… per un po’ passeggiavamo così, poi lei tossiva, o si metteva a posto i capelli, o si grattava il naso… e alla fine ogni motivo era buono per staccarsi da me.
Fu Camilla a rompere il silenzio.
“Sai una cosa, Claudio? Noi due abbiamo riso, scherzato, passeggiato, ci siamo baciati, abbiamo fatto l’amore…”
“Ed è stato bellissimo” la interruppi.
“Ed è stato bellissimo –ammise con un sorriso malinconico-, ma non abbiamo mai parlato. Non ci siamo mai confrontati su niente”.
“Camilla non ti capisco, non so cosa intendi dire… comunque non so come sia potuto capitare… in ogni caso abbiamo costruito qualcosa”
“Forse, Claudio, ma… -restò pensierosa un momento poi continuò a fatica, quasi con le lacrime agli occhi- ma se abbiamo costruito qualcosa l’abbiamo perso”.
Nella mia mente era come se un proiettore diffondesse il film del nostro primo incontro: “Scusa, hai una sigaretta? io le mie le ho finite”. Era un’adolescente bionda, esile, dai grandi occhi blu. Come molte ragazze di quel tempo non portava un filo di trucco. Vestiva in maniera semplice, una Lacoste verde attillatissima ed una gonna bianca. La guardai divertito, poi estrassi il pacchetto delle Muratti. Ce n’era rimasta una sola, ma pazienza. Gliela porsi. “Scusa la faccia di tolla -mi disse con un improvviso senso di disagio accendendosi la sigaretta ed aspirando con voluttà- ma ne avevo una voglia pazza. A proposito, io mi chiamo Camilla. Perché non ti siedi un momento?”.
“Piacere, Claudio” sussurrai. Lo specchio del bar mi rimandò la mia immagine: avevo un’aria sconvolta. “Quando capitano questi incontri sarebbe meglio essere ben pettinati” pensai con un soldo di ironia e due di rammarico…. Com’era lontano il casino di Roma per me che stavo vivendo una mattinata stupenda. Quanto a lei… non ci giurerei, ma avevo la netta sensazione di piacerle.
Ora invece eravamo sul punto di finire tutto ed io non riuscivo a capire la ragione. Chi lo avrebbe detto un mese fa? Due mesi fa? Tre mesi fa?
Feci per baciarla, ma Camilla mi fermò.
“No, Claudio, meglio di no”.
Mi sentivo un cretino, lì, con lei, fermo in mezzo ad una strada.
“Camilla non è vero –le dissi –non può essere vero che la nostra storia finisce”.
“Claudio, ti prego, non complicare le cose… tanto… non serve a niente”.
Avrei avuto voglia di urlare, di picchiare pugni contro il muro, di pregarla di rimanere, ma mi resi conto che sarebbe stato del tutto inutile.
Mi bloccai e le porsi la mano con un gesto da adulto. Come mi sarebbe successo spesso nei momenti drammatici della mia vita cercavo rifugio in una canzone. Come faceva quella canzone che cantava sempre mia zia quando ero bambino? Cercai di ritrovare le parole nella memoria, perché sentivo vagamente che chi l’autore le aveva scritte per me in quel momento.

“Abbiamo sfidato l’amore quasi per gioco
ed ora fingiam di lasciarci soltanto per poco (…)
con una stretta di mano
da buoni amici sinceri
ci sorridiamo per dir “arrivederci”.

Se ne andò col suo passo leggero, solo leggermente più curvo del solito. Fui sul punto di richiamarla indietro, ma poi mi dissi “non serve a niente”.
Da quel giorno sono passati più di sei lustri, tante gioie e tanti dolori hanno cambiato la mia vita, ma ogni tanto mi accorgo che sto pensando a questo piccolo grande amore. Recentemente ne ho parlato per email al Gatto e lui per tutta risposta mi ha mandato una frase di uno scrittore francese che mi sembra scritta per questi miei sentimenti: “Tante persone ho visto morire nella mia vita, ma la morte per cui più ho sofferto è quella del ragazzo che sono stato”.
Roma è grande, ma è pur sempre una città, mica un continente; ci sono luoghi in cui prima o poi si va tutti e tutti ci si ritrova: piazza di Spagna, l’Olimpico, stazione Termini, Villa Borghese, il Pincio, il Circo Massimo. Beh… non mi è mai più capitato di incontrare Camilla.

© Silvano Maino



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