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Un prigioniero come tutti gli altri
di Ettore Zani
Pubblicato su SITO


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Fi Gen sedeva di fronte a lui. Adamson lo guardava a capo chino, secondo la regola. Da quella posizione poteva vederne il volto, leggermente triangolare, con delle mascelle pronunciate a chiudere un sorriso ambiguo. Al centro di quel viso impossibile stava l’orifizio attraverso cui Fi Gen - e quelli come lui - potevano sentire. Si trattava di una specie di naso-orecchio, umido come quello di un cane. La pelle in quel punto era più scura, simile al colore del muschio bagnato. Attorno invece la pigmentazione era quasi arancio, macchiata da efelidi marroni. Fi Gen ne aveva molte: questo indicava che era vecchio perché con l’avanzare dell’età ricoprivano sempre più il loro viso, come delle rughe. Gli occhi non erano tanto dissimili da quelli umani, solo posti in alto nel mezzo della fronte. Sbozzavano all’attaccatura dei capelli come dei fari montati su un cofano marrone. Non erano luminosi però, né brillanti. Degli occhi umani senza lacrime che sembravano disegnati su della carta.
La capigliatura di Fi Gen era ancora folta, per quanto nessuna loro capigliatura si potesse definire tale. E nemmeno si trattava di capelli. Quello che avevano in testa erano dei peli sì, ma assomigliavano anche a degli alberelli dal fusto sottile. Crescevano ramificandosi a due a due ed alle estremità diventavano mollicci e si allargavano a piede di papera. Il colore era nero. Sempre lo stesso per tutti gli individui.
Adamson si chiese come avessero potuto evolversi con quel naso-orecchio al centro del viso.
Niente percezione stereoscopica dei suoni.
Come potevano capire da che parte provenivano i rumori ostili, là in chissà quale prateria o giungla del loro pianeta natale. “Milioni di anni fa saranno stati anche loro dei primati”, si domandò, “o qualcosa di simile, avranno pur dovuto difendersi”. Come avevano fatto?
Era una domanda che lo aiutava a trastullarsi nell’attesa che Fi Gen gli rivolgesse la parola.
Per evolversi una specie ha bisogno di percepire le cose il più chiaramente possibile, ha bisogno di potersi cibare in fretta e poi scappare dai predatori. Come poteva aver fatto quel lontanissimo antenato di Fi Gen, che immaginava nella sua testa, a mangiare attraverso quel foro stretto, orizzontalmente oblungo e senza labbra che era la sua bocca. Per non parlare di come avrebbe masticato.
Nella stanza entrò qualcuno. Adamson notò che Fi Gen non ebbe il minimo problema a volgersi nella direzione giusta per vedere il nuovo arrivato. Si trattava del colonnello Ha Sun. O almeno Colonnello era il parigrado sulla terra. “Ma che sto pensando”, rimuginò Adamson, “sulla terra non c’è nessun parigrado a loro, neppure per uno sturacessi.”
Infine Fi Gen parlò. La sua voce proveniva da un altoparlante che portava appeso alla blusa, appiccicato a mò di spilla. La vera voce di Fi Gen, Adamson non la poteva sentire: era ad una frequenza troppo alta.

- Signor Presidente, non siamo contenti di quello che sta succedendo – disse.

Adamson se lo aspettava. Ora doveva solo limitare i danni. In fondo a negoziazioni stava messo bene quanto loro. “Non avremo le stesse armi, ma con le parole anche gli umani ci sanno fare”.

- Posso comprenderlo grande Fi Gen, ma come tu ben sai non ho potere sulla parte Ovest del paese. I ribelli non mi ascoltano. Loro ascoltano solo Gillian. È lui che sta a capo della ribellione.

- Gillian è un problema tuo presidente. Non è un problema nostro!

L’altoparlante non poteva tradurre in suono la voce adirata di Fi Gen, ma l’espressione bastava a far capire al presidente Adamson che doveva essere cauto.

- Grande Fi Gen tu hai ragione, come sempre. Ma io non ho il tuo potere né le tue armi. Devi avere pazienza, te ne supplico, vedrai che alla fine ogni resistenza verrà sedata.

- Th Den sta cambiando idea su voi umani Adamson, sta pensando che il vostro pianeta non valga la nostra clemenza. Che le vostre terre non siano così utili. Sta pensando che sia più facile bruciare tutto un'altra volta.
Un minuto, Adamson: questo è il tempo che mi servirebbe per sedare i tuoi stupidi rivoltosi. Uno!

- Fi Gen sai che verrai soddisfatto alla fine. Le nostre terre potranno essere molto utili per voi. Sono terre ricche Fi Gen, noi le lavoreremo e saranno produttive. Th Den si sbaglia, cioè no, non può sbagliarsi – Adamson stava per commettere un grave errore ma cercò subito di porvi rimedio, Th Den era il comandante in capo di quel settore di spazio, un piccolo imperatore delle stelle. Non poteva avere torto, era scontato – volevo dire che Th Den ha espresso il suo dubbio, ma sono sicuro che si tratti solo di questo: un dubbio passeggero, una nuvola nel cielo. Il Saggio è lungimirante, sa che le nostre terre sono importanti. Cibano i vostri soldati impegnati nella grande guerra ai confini dell’universo. Noi umani le sappiamo fare rendere, le coltiviamo da millenni.

Fi Gen sorrise. Niente denti. “Chissà come masticano?” si domandò ancora il presidente. Quindici anni, quindici e ancora non ne sapeva nulla sulla loro razza.

- Il tuo pianeta non è il solo a sfamarci Adamson. È solo una goccia della grande cascata del nostro impero.
Hai un mese presidente. Un ultimo mese per sedare i rivoltosi. Poi vedrai arrivare sulle tue terre Ha Sun e lo vedrai pazzo di gioia mentre brucerà i tuoi figli, i tuoi cari, la tua casa. Il tuo pianeta.
Ha Sun la pensa diversamente da te uomo. Per lui non ci sono dubbi.

Sottolineò quest’ultima parola corrugando le sopracciglia come avrebbe fatto un umano. Anche se Adamson non era sicuro di poter chiamare quella piega di pelle che sormontava gli occhi di Fi Gen, sopracciglia

Quando Fi Gen ed il colonnello Sun se ne andarono Adamson si ritrovò solo nella sala ovale. Pensò al suo predecessore, l’ultimo presidente degli Stati Uniti d’America ad aver potuto mangiare un cheese burger da uomo libero.
Sapeva bene cosa fare, ma non gli piaceva come non gli era piaciuto nulla delle sue azioni in quegli ultimi quindici anni. Pensò cosa sarebbe successo se avesse dato man forte a Gillian ed alla sua rivolta. Si domandò quanto fosse importante il pianeta per Fi Gen, per Th Den, e per tutte le loro gerarchie militari. Li avrebbero davvero sterminati senza batter ciglio? O forse avrebbero solo trovato un altro pupazzo da manovrare come lui e lasciato agli umani il compito di combattersi tra loro, con quelle armi infantili che li facevano sorridere?
Si sentì impotente. Non poteva correre nessun rischio perché aveva sudato duramente per ottenere quell’equilibrio.
Avrebbe sguinzagliato quel che rimaneva del corpo dei marines addosso a Gillian ed alla sua gente, avrebbe ordinato di uccidere. Avrebbe visto i suoi soldati piangere, li avrebbe visti indugiare, magari passare tra le file dei rivoltosi. Allora avrebbe mandato altri soldati.
Quid pro quo, tutto si riduceva a questo. Sulla terra rimanevano ancora milioni di famiglie che, sebbene in schiavitù, potevano ancora sopravvivere. Fece ricorso a tutto il suo cinismo per convincersene. In fondo cos’era stato il mondo prima di quella guerra, quelle stesse famiglie erano schiave di altrettante catene invisibili. Erano cambiati solo i padroni.
Forse, col passare del tempo la situazione sarebbe migliorata, ci sarebbero voluti decine, forse centinaia di anni, ma alla fine l’umanità si sarebbe potuta vendicare. Forse la grande guerra dei mondi che stava dilaniando le profondità dell’universo sarebbe finita, forse Fi Gen sarebbe stato dalla parte dei perdenti. Forse gli uomini avrebbero smesso di essere solo schiavi.
Tutti i popoli, sulla terra, avevano dovuto attraversare periodi difficili, pieni di orrore e violenza ma alla fine tutte queste barbarie finivano, cominciava un nuovo ciclo. La storia era arrivata solo ad una grande svolta, il suo palcoscenico si era enormemente ingrandito, ma la trama, quella forse non sarebbe cambiata. I rulli del tempo decretano i vincitori. Non sono quelli con le armi più forti, sono quelli che sopravvivono.
Adesso però lui era solo una piccolissima pedina, ed avrebbe dovuto continuare ad esserlo per sopravvivere ancora.
“No, non è esatto”, pensò mentre si avvicinava alle finestre. Affacciandosi poteva vedere il panorama così come era da quindici anni, dal 13 Gennaio del 2016.
Attorno per miglia e miglia c’era solo deserto, e la casa bianca era una prigione in mezzo al nulla.
- Io sono solo un prigioniero. Come tutti gli altri - si disse.


Zani Ettore – Novembre 2005

© Ettore Zani



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(1) Un prigioniero come tutti gli altri di Ettore Zani - RACCONTO
(2) L'uomo di paglia di Ettore Zani - RACCONTO
(3) La casa della miniera di Ettore Zani - RACCONTO
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