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Esercitazione di stile.
di Fabrizio Piazzolla
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“Esercitazione di stile”

Una lunga notte insonne se n’era appena andata via risucchiata da un sole tiepido ma caparbio, lasciando la solita scia fumosa e tossica. Fu netta la sensazione che quella appena passata non fosse stata nient’altro che il preambolo di una giornata ancora più schifosa. Una specie di titolo, un antipasto, l’avamposto di un esercito del male. Da qualche tempo le dormite perse erano superiori a quelle andate a buon fine. A Morfeo stavo sulle palle e lo si capiva da come si comportava svegliandomi all’improvviso senza un motivo apparente. Al mio risveglio avevo sempre la bocca arsa e le narici cementate, occluse da piccole valanghe di pensieri che sembravano fermare proprio lì la loro corsa verso una possibile evoluzione. Le delusioni si stavano accatastando come legna marcia bagnata dall’umido persistente della mia esistenza, sulla quale non batteva un raggio caldo di speranza non saprei più dire da quanto. Guardavo il soffitto striato a muffa senza originalità, come un insonne qualunque. L’armadio con le ante aperte pareva un suggerimento, sembrava incitarmi ad un amplesso finale quasi che il buio nero del suo utero di legno potesse essere l’ultima voragine disponibile per la salvezza. Dove sarei arrivato, mi chiedevo senza desiderare davvero una risposta. La discarica dei sogni andati a male era ormai colma oltre ogni limite e tutto sembrava predisporsi per un’imminente putrefazione. A mio avviso, di tutte le cose orribili che possono colpire un uomo quella di non sognare mi sembra davvero la più insopportabile. I sogni erano il mio rifugio e la mia riscossa, del resto sono un fallito. Nei sogni sono sempre qualcun altro che sa bene quello che va fatto, senza paura, senza indugi. Qualche volta mi riesce addirittura di scegliere chi essere, barando ovviamente, perché in quei casi ho di solito gli occhi fintamente chiusi. Come sempre verso l’alba la tapparella bloccata permetteva alla luce di passare da sotto, come un toro che attraversa incolume il drappo rosso del torero. Ingurgitai, così come mi vennero incontro, resti di pizza, della crema di formaggio acido per l’attesa, coca cola liscia come acqua e qualche altra cazzata che in queste rappresentazioni nauseanti non manca mai. Mi ero trascinato faticosamente in ufficio dove ero arrivato a pezzi anche se doveva considerarsi ancora una condizione accettabile in confronto a come mi sarei sentito da lì a poco, quando sarei stato sezionato in brandelli ancora più piccoli. Quel giorno l’ascensore era un mulo che aveva preso una decisione. Si era impuntato e non ne voleva proprio sapere di fare su e giù nel ventre artificiale del palazzo. Realizzai che non avrebbe fatto salire nessuno fino all’arrivo del tecnico: o tutti per le scale oppure a casa. Cinque piani nella norma non sono considerati un ostacolo impossibile, ma per me erano la Via Crucis spalmata sull’Everest. Pesavo 130 chili e ancora ce ne stava. Quello che non ho ancora detto è che non arrivo nemmeno a centosettanta centimetri e che mi stavo in pratica trasformando in un box per auto. Accumulavo chili e adipe senza uno schema preciso, senza entusiasmo ma con costanza, come quando un collezionista compra per inerzia fino a che non piazza il colpo giusto. Qualunque cibo andava bene purché mosso da odio profondo per il mio fegato e detestasse le mie arterie più di ogni altra cosa al mondo. Non mi bastava mai. Ero fatto a strati come una lasagna: pelle-grasso-vene-grasso-nervi-grasso. Era ormai evidente: avevo detto sì al colesterolo e anche a tutti i grassi catalogati dalla scienza alimentare: saturi, monoinsaturi, polinsaturi e tirrannosaturi. Raggiunsi rantolando la soglia dell’ufficio in preda ad un vero martirio, e a quel punto, fare un altro passo e oltrepassarla, poteva voler dire arrivare direttamente all’inferno. Mi lasciai cadere sulla poltrona girevole il più velocemente possibile se non volevo morire strozzato da un affanno che non trovava vie d’uscita. Uno scricchiolio che non faceva presagire niente di buono salì vorticosamente da sotto per entrare implacabilmente nel mio orecchio infischiandosene altamente della tragedia imminente. Avevo sperato, nonostante il disastro incombente, di non fare danni questa volta. La nuova poltrona mi era costata un bel po’ di quattrini e gli affari non giravano un granché bene da un po’ di tempo a questa parte. Ansimavo furiosamente come un verro a cui avevano appena ammazzato la scrofa prima di fargli fare la stessa fine. Pensavo di assomigliargli oltretutto. Il culo mi sbordava da destra e da sinistra a sud come a nord. La poltroncina continuava a gemere ad ogni mio impercettibile movimento. I miei respiri parevano passi incerti sul palco di un vecchio teatro abbandonato. Ci volle un nuovo record, trenta minuti all’incirca, per rimettere il mondo nella sua giusta posizione. Tanti ne furono necessari al sangue per smettere di bollire all’interno della pentola a pressione più grande mai vista. Globuli rossi e bianchi, lipidi, enzimi, ormoni, creatina e piastrine erano stati appena sceckerati e mischiati a casaccio tra loro. Avevano danzato vorticosamente per mezz’ora e mi avevano trasmesso un’immobilità umiliante. Ero stremato e, per la prima volta, anche impaurito. Questa volta il giro sulla giostra era stato particolarmente agitato e l’ingranaggio aveva rischiato di rompersi definitivamente. Il fiume di sangue smise finalmente di fare mulinelli pericolosi. Una calma improvvisa e inattesa sventolava bandiera bianca annunciando un provvidenziale quanto mai benvenuto armistizio e, nel cuore, un’anima buona smise di suonare il tamburo. A detta dei medici ero un soggetto a rischio. Capirai la difficoltà della diagnosi. Lo avrebbe detto anche un infermiere al primo anno di corso e molto probabilmente anche il mio meccanico se interpellato. Impiegai un milione di squilli di telefono per realizzare che la segretaria aveva preso qualche giorno di ferie. Il telefono continuava a squillare e non mi avrebbe dato pace, non fino a quando qualcuno non avesse alzato la cornetta. Quel qualcuno ero io. Era per un sondaggio svolto a campione, e, visto il momento, lasciatemi aggiungere anche a cazzo, in merito alle retribuzioni dei politici. Risposi, annuì, annotai, annuì ancora, salutai e, chiamati a raccolta tutti i miei neuroni, misi su una hola e mandai affanculo tutte le segretarie del mondo e le loro ferie del cazzo. D’altronde, cos’altro si può dire dei politici se non che hanno vinto? Ci possono fare tutto ormai e ce lo fanno. Stop. Mi guardai attorno notevolmente intontito ed ebbi la sensazione che qualcuno avesse fatto esplodere una bomba a mano poco prima del mio arrivo. Il caos era a livelli da medaglia d’oro alle olimpiadi del sudiciume dove, per il vero, avrei potuto misurarmi con onore in diverse discipline. Ricapitolando, ero dunque stanco, grasso, malato e pure sporco. Molto sporco. Tutta la stanza pareva il risultato dell’esperimento di un mago fallito. Il vetro della scrivania era come pelle morta di leopardo a macchie indelebili tatuate senza speranza. Tra torri di fogli senza nessun futuro, giornali ingialliti, agende stremate, manuali presi in prestito, eserciti di molliche senza generale, stagnole di cioccolato sepolte come piccole bare, portacenere incontinenti e matite sbeccate, non riuscivo a trovare più nulla se non il mio immenso talento per il caos. Ero il Picasso dell’unto, il Renzo Piano del disordine per come riuscivo a dargli forme stupefacenti. Ero anche il disonore di mio padre. Il dolore di mia madre. Avevo oltrepassato tutti i confini della decenza e, quel che era peggio, mi ero avventurato oltre. Fili di depressione si intrecciarono velocemente fino ad avvolgermi come il pranzo di un ragno gigantesco. Tutto era iniziato male ma sarebbe finita anche peggio se fossi rimasto ancora un po’ alle prese con la celebrazione della mia disfatta. Mi chiesi allora se non fosse il caso di imitare quella stronza di segretaria e andarmene all’aria aperta, dove un senso delle proporzioni più ampio avrebbe almeno potuto concedermi un principio di sollievo. In quel preciso momento sentì che qualcuno mi stava strizzando lo stomaco come una pallina antistress. Dovevo mangiare subito qualcosa e quel qualcosa distava cinque piani e qualche decina di metri da me. Ero stato davvero male solo qualche minuto prima e pensai che un ultimo tentativo per ristabilire un contatto con la realtà andava seriamente preso in considerazione. Temevo solo una domanda: ce l’avrei fatta a sostenere un altro fallimento? Così, racimolati a fatica gli ultimi milligrammi d’orgoglio, decisi che avrei mangiato una mela o, più verosimilmente, un multiplo di essa. Sapevo a quel punto che non si trattava solo di mangiare ma di salvarmi la vita, per quel che valeva. Sembra poco, ma la decisione era cruciale. Che farne di me? E soprattutto, se non mi sforzavo io per trovare dentro di me un antidoto allo sfacelo, chi mai avrebbe potuto salvarmi? Non lo sapevo naturalmente. Ci sono momenti in cui non sapere che fare per un secondo in più può condurti dritto al manicomio. Mi accorsi che altre domande mi stavano circondando per un agguato mortale e primo di finire dritto dritto nel bel mezzo di un’imboscata, mi misi alle spalle la porta dell’ufficio e dopo qualche minuto ero già per strada, salvo e a braccetto col mio appetito. Fu confortante constatare che, le stesse scale che poco prima ti stavano per ammazzare, quando scendi, per qualche miracolo insondabile per il quale credo si debba ringraziare la fisica che così ha stabilito, non fanno nessuna resistenza. Mi venne in mente quando la psicologa nell’unica seduta della mia vita mi chiese se pensavo di avere qualcosa di buono. Non ci penso, fu la mia risposta. Si meravigliò molto del fatto che non pensassi mai alla possibilità di avere almeno un pregio, senza considerare che la mia risposta era la mia virtù. Ero davvero un campione quando si trattava di non pensare alle conseguenze. Saltai compiaciuto una rosticceria e un bar ed entrai nella boutique della frutta che avevo fin allora guardato come si guarda un pianeta sconosciuto al telescopio senza essere un astronomo. Non posso definirmi un esperto di questo genere di negozio, ne al momento prevedo di diventarlo, perciò credo che rimarrà per sempre un mistero il motivo per cui uno decide di chiamare un negozio di frutta “boutique”. Ma ho troppa fretta per la troppa fame per perdermi in faccende da pizzicagnolo. All’interno, solo qualche esitazione iniziale ma in ogni modo deciso al grande passo, come un ex-guerrigliero che si consegna per chiedere asilo politico e, possibilmente, una nuova vita. Mi avventuro nel misterioso mondo vegetale ed è come essere entrati alla NASA. Patate lunghe mezzo metro che non sono patate, topinambur, radici di Chiavari, soncino, mapo, pesca-noce sedano-rapa e caco-mela che evidentemente accontentano nell’ordine gli estimatori del primo e i tifosi della seconda; e poi verdure appese come lampadari, cipolle e limoni per lampadine. E’ proprio vero che la vita quando decide di stupirti lo fa con cose semplici, a portata di mano. Io che passeggio nel regno delle vitamine e delle fibre sarebbe stato un evento da filmare. Forse sono in tempo: una preghiera a san macdonald può salvarmi. E invece continuo, la tensione lentamente cala e la mia temerarietà sembra avere la meglio. Il mio sguardo rimbalza a ritmi frenetici e senza schemi da una parte all’altra come il riflesso di uno specchio nelle mani di un bambino. Finalmente riconosco il mio obbiettivo. Sono di fronte ad una cassa di mele da qualche secondo e dalla loro immobilità capisco che tocca a me fare la prima mossa. Con un movimento deciso inizio un’ispezione tattile, millantando una certa esperienza, mentre cerco velocemente di decifrare il meccanismo con il quale si scelgono, se mai ce ne fosse uno. Ho assunto spudoratamente un’espressione il più virile possibile per mascherare la mia totale allergia all’ambiente. Un po’ di solennità non guasta, in fin dei conti si tratta pur sempre di una circostanza importante visto che si celebra il mio battesimo vegetale. Il tentativo si rivela maldestro e puerile e in ogni caso del tutto inutile. Mentre tengo tra le mani la mela più lucida, che rigiro freneticamente come un rompicapo, sento qualcuno che mi picchetta la schiena bussando come di fronte ad un portone e con una fretta bestiale di entrare. E’ il commesso, un tipo nerboruto e abbronzato che, con l’espressione stravolta di chi ha appena visto il diavolo, mi disarma e si offre di risolvere i miei problemi con lo spirito afflitto di chi si è appena immolato. Mi spiega che è vietato toccare la merce, facendomi intendere non so ancora come, con una vera acrobazia circense, che le mie mani potrebbero essere, in base a non meglio precisate vicissitudini, non solo non qualificate ma addirittura portatrici inconsapevoli di interi battaglioni di microbi che, a quanto scopro, amano viaggiare in incognito e a scrocco nelle pieghe delle mie estremità. Mentre cerco di contenere tutta la mia inadeguatezza mi accorgo che una signora sta armando il suo sguardo esattamente come un sottomarino arma un missile dopo aver agganciato il bersaglio. I missili devono essere due perché guarda prima le mie mani e poi mira dritto in direzione della mia faccia. Altre signore, perfettamente a loro agio tra piramidi d’arance e trecce d’aglio, sembrano fare a gara a chi mi scruta con il peggior compatimento possibile. Effettivamente le mie mani sono a piccole chiazze scure come il sintomo di una nuova e sconosciuta malattia. Avverto netta la sensazione che, a questo punto, potrei essere denunciato per vilipendio alla natura e decido che è ora di interrompere immediatamente questo viaggio nel forno crematorio delle calorie. Mentre esco con il mio sacchetto pieno di mele e di speranza cerco di ricordare esattamente quand’ è stato il momento in cui ho deciso di diventare il miserabile che sono. Perché non è possibile trasformarsi in questo modo senza un piano studiato nei dettagli. Sono allo stesso tempo, la mente e la manovalanza di un’operazione criminale ai limiti della follia. La risposta mi viene incontro con l’incedere tipico di chi ha capito finalmente le istruzioni, di chi non ha più tempo da perdere e altre concessioni da fare. La mia ex moglie mi passa accanto come una visione, senza guardarmi e, ciò nonostante, attenta a non sfiorarmi nemmeno con la fragranza del suo profumo preferito di fiori d’arancia, lavanda, vaniglia e una punta di rosa canina. Qualcuno ha avuto il cattivo gusto di fermare la scena mettendo su un piccolo presepe usando come sfondo la mia tragedia. Io chiuso a chiave dentro un corpo gelatinoso che mi soffoca e che mi impone di guardare e lei perfettamente a suo agio nel ruolo rancoroso assegnatole dal nostro destino. Un ferma immagine più tragico e platealmente reale non sarebbe stato possibile inventare. Niente parole, nessuna colonna sonora se non quella in sottofondo, appena accennata, della mia impotenza. Ci sono film che non si dovrebbero mai girare ma per questo è troppo tardi. Qualcuno ha dato il via alla scena successiva che prevede che io la guardi mentre sprofonda nelle braccia nervose del commesso. Del resto, a lei la frutta è sempre piaciuta. Mi avvalsi della facoltà di alzare i tacchi e mi illusi che non mi avesse visto, distratta da tutti quei muscoli insperati e tutti per lei. Mi avviai lentamente in direzione opposta, e dopo solo pochi passi, fui attraversato dall’onda d’urto invisibile del suo disprezzo.
Stazione di Servizio

“Esercitazione di stile”

Una lunga notte insonne se n’era appena andata via risucchiata da un sole tiepido ma caparbio, lasciando la solita scia fumosa e tossica. Fu netta la sensazione che quella appena passata non fosse stata nient’altro che il preambolo di una giornata ancora più schifosa. Una specie di titolo, un antipasto, l’avamposto di un esercito del male. Da qualche tempo le dormite perse erano superiori a quelle andate a buon fine. A Morfeo stavo sulle palle e lo si capiva da come si comportava svegliandomi all’improvviso senza un motivo apparente. Al mio risveglio avevo sempre la bocca arsa e le narici cementate, occluse da piccole valanghe di pensieri che sembravano fermare proprio lì la loro corsa verso una possibile evoluzione. Le delusioni si stavano accatastando come legna marcia bagnata dall’umido persistente della mia esistenza, sulla quale non batteva un raggio caldo di speranza non saprei più dire da quanto. Guardavo il soffitto striato a muffa senza originalità, come un insonne qualunque. L’armadio con le ante aperte pareva un suggerimento, sembrava incitarmi ad un amplesso finale quasi che il buio nero del suo utero di legno potesse essere l’ultima voragine disponibile per la salvezza. Dove sarei arrivato, mi chiedevo senza desiderare davvero una risposta. La discarica dei sogni andati a male era ormai colma oltre ogni limite e tutto sembrava predisporsi per un’imminente putrefazione. A mio avviso, di tutte le cose orribili che possono colpire un uomo quella di non sognare mi sembra davvero la più insopportabile. I sogni erano il mio rifugio e la mia riscossa, del resto sono un fallito. Nei sogni sono sempre qualcun altro che sa bene quello che va fatto, senza paura, senza indugi. Qualche volta mi riesce addirittura di scegliere chi essere, barando ovviamente, perché in quei casi ho di solito gli occhi fintamente chiusi. Come sempre verso l’alba la tapparella bloccata permetteva alla luce di passare da sotto, come un toro che attraversa incolume il drappo rosso del torero. Ingurgitai, così come mi vennero incontro, resti di pizza, della crema di formaggio acido per l’attesa, coca cola liscia come acqua e qualche altra cazzata che in queste rappresentazioni nauseanti non manca mai. Mi ero trascinato faticosamente in ufficio dove ero arrivato a pezzi anche se doveva considerarsi ancora una condizione accettabile in confronto a come mi sarei sentito da lì a poco, quando sarei stato sezionato in brandelli ancora più piccoli. Quel giorno l’ascensore era un mulo che aveva preso una decisione. Si era impuntato e non ne voleva proprio sapere di fare su e giù nel ventre artificiale del palazzo. Realizzai che non avrebbe fatto salire nessuno fino all’arrivo del tecnico: o tutti per le scale oppure a casa. Cinque piani nella norma non sono considerati un ostacolo impossibile, ma per me erano la Via Crucis spalmata sull’Everest. Pesavo 130 chili e ancora ce ne stava. Quello che non ho ancora detto è che non arrivo nemmeno a centosettanta centimetri e che mi stavo in pratica trasformando in un box per auto. Accumulavo chili e adipe senza uno schema preciso, senza entusiasmo ma con costanza, come quando un collezionista compra per inerzia fino a che non piazza il colpo giusto. Qualunque cibo andava bene purché mosso da odio profondo per il mio fegato e detestasse le mie arterie più di ogni altra cosa al mondo. Non mi bastava mai. Ero fatto a strati come una lasagna: pelle-grasso-vene-grasso-nervi-grasso. Era ormai evidente: avevo detto sì al colesterolo e anche a tutti i grassi catalogati dalla scienza alimentare: saturi, monoinsaturi, polinsaturi e tirrannosaturi. Raggiunsi rantolando la soglia dell’ufficio in preda ad un vero martirio, e a quel punto, fare un altro passo e oltrepassarla, poteva voler dire arrivare direttamente all’inferno. Mi lasciai cadere sulla poltrona girevole il più velocemente possibile se non volevo morire strozzato da un affanno che non trovava vie d’uscita. Uno scricchiolio che non faceva presagire niente di buono salì vorticosamente da sotto per entrare implacabilmente nel mio orecchio infischiandosene altamente della tragedia imminente. Avevo sperato, nonostante il disastro incombente, di non fare danni questa volta. La nuova poltrona mi era costata un bel po’ di quattrini e gli affari non giravano un granché bene da un po’ di tempo a questa parte. Ansimavo furiosamente come un verro a cui avevano appena ammazzato la scrofa prima di fargli fare la stessa fine. Pensavo di assomigliargli oltretutto. Il culo mi sbordava da destra e da sinistra a sud come a nord. La poltroncina continuava a gemere ad ogni mio impercettibile movimento. I miei respiri parevano passi incerti sul palco di un vecchio teatro abbandonato. Ci volle un nuovo record, trenta minuti all’incirca, per rimettere il mondo nella sua giusta posizione. Tanti ne furono necessari al sangue per smettere di bollire all’interno della pentola a pressione più grande mai vista. Globuli rossi e bianchi, lipidi, enzimi, ormoni, creatina e piastrine erano stati appena sceckerati e mischiati a casaccio tra loro. Avevano danzato vorticosamente per mezz’ora e mi avevano trasmesso un’immobilità umiliante. Ero stremato e, per la prima volta, anche impaurito. Questa volta il giro sulla giostra era stato particolarmente agitato e l’ingranaggio aveva rischiato di rompersi definitivamente. Il fiume di sangue smise finalmente di fare mulinelli pericolosi. Una calma improvvisa e inattesa sventolava bandiera bianca annunciando un provvidenziale quanto mai benvenuto armistizio e, nel cuore, un’anima buona smise di suonare il tamburo. A detta dei medici ero un soggetto a rischio. Capirai la difficoltà della diagnosi. Lo avrebbe detto anche un infermiere al primo anno di corso e molto probabilmente anche il mio meccanico se interpellato. Impiegai un milione di squilli di telefono per realizzare che la segretaria aveva preso qualche giorno di ferie. Il telefono continuava a squillare e non mi avrebbe dato pace, non fino a quando qualcuno non avesse alzato la cornetta. Quel qualcuno ero io. Era per un sondaggio svolto a campione, e, visto il momento, lasciatemi aggiungere anche a cazzo, in merito alle retribuzioni dei politici. Risposi, annuì, annotai, annuì ancora, salutai e, chiamati a raccolta tutti i miei neuroni, misi su una hola e mandai affanculo tutte le segretarie del mondo e le loro ferie del cazzo. D’altronde, cos’altro si può dire dei politici se non che hanno vinto? Ci possono fare tutto ormai e ce lo fanno. Stop. Mi guardai attorno notevolmente intontito ed ebbi la sensazione che qualcuno avesse fatto esplodere una bomba a mano poco prima del mio arrivo. Il caos era a livelli da medaglia d’oro alle olimpiadi del sudiciume dove, per il vero, avrei potuto misurarmi con onore in diverse discipline. Ricapitolando, ero dunque stanco, grasso, malato e pure sporco. Molto sporco. Tutta la stanza pareva il risultato dell’esperimento di un mago fallito. Il vetro della scrivania era come pelle morta di leopardo a macchie indelebili tatuate senza speranza. Tra torri di fogli senza nessun futuro, giornali ingialliti, agende stremate, manuali presi in prestito, eserciti di molliche senza generale, stagnole di cioccolato sepolte come piccole bare, portacenere incontinenti e matite sbeccate, non riuscivo a trovare più nulla se non il mio immenso talento per il caos. Ero il Picasso dell’unto, il Renzo Piano del disordine per come riuscivo a dargli forme stupefacenti. Ero anche il disonore di mio padre. Il dolore di mia madre. Avevo oltrepassato tutti i confini della decenza e, quel che era peggio, mi ero avventurato oltre. Fili di depressione si intrecciarono velocemente fino ad avvolgermi come il pranzo di un ragno gigantesco. Tutto era iniziato male ma sarebbe finita anche peggio se fossi rimasto ancora un po’ alle prese con la celebrazione della mia disfatta. Mi chiesi allora se non fosse il caso di imitare quella stronza di segretaria e andarmene all’aria aperta, dove un senso delle proporzioni più ampio avrebbe almeno potuto concedermi un principio di sollievo. In quel preciso momento sentì che qualcuno mi stava strizzando lo stomaco come una pallina antistress. Dovevo mangiare subito qualcosa e quel qualcosa distava cinque piani e qualche decina di metri da me. Ero stato davvero male solo qualche minuto prima e pensai che un ultimo tentativo per ristabilire un contatto con la realtà andava seriamente preso in considerazione. Temevo solo una domanda: ce l’avrei fatta a sostenere un altro fallimento? Così, racimolati a fatica gli ultimi milligrammi d’orgoglio, decisi che avrei mangiato una mela o, più verosimilmente, un multiplo di essa. Sapevo a quel punto che non si trattava solo di mangiare ma di salvarmi la vita, per quel che valeva. Sembra poco, ma la decisione era cruciale. Che farne di me? E soprattutto, se non mi sforzavo io per trovare dentro di me un antidoto allo sfacelo, chi mai avrebbe potuto salvarmi? Non lo sapevo naturalmente. Ci sono momenti in cui non sapere che fare per un secondo in più può condurti dritto al manicomio. Mi accorsi che altre domande mi stavano circondando per un agguato mortale e primo di finire dritto dritto nel bel mezzo di un’imboscata, mi misi alle spalle la porta dell’ufficio e dopo qualche minuto ero già per strada, salvo e a braccetto col mio appetito. Fu confortante constatare che, le stesse scale che poco prima ti stavano per ammazzare, quando scendi, per qualche miracolo insondabile per il quale credo si debba ringraziare la fisica che così ha stabilito, non fanno nessuna resistenza. Mi venne in mente quando la psicologa nell’unica seduta della mia vita mi chiese se pensavo di avere qualcosa di buono. Non ci penso, fu la mia risposta. Si meravigliò molto del fatto che non pensassi mai alla possibilità di avere almeno un pregio, senza considerare che la mia risposta era la mia virtù. Ero davvero un campione quando si trattava di non pensare alle conseguenze. Saltai compiaciuto una rosticceria e un bar ed entrai nella boutique della frutta che avevo fin allora guardato come si guarda un pianeta sconosciuto al telescopio senza essere un astronomo. Non posso definirmi un esperto di questo genere di negozio, ne al momento prevedo di diventarlo, perciò credo che rimarrà per sempre un mistero il motivo per cui uno decide di chiamare un negozio di frutta “boutique”. Ma ho troppa fretta per la troppa fame per perdermi in faccende da pizzicagnolo. All’interno, solo qualche esitazione iniziale ma in ogni modo deciso al grande passo, come un ex-guerrigliero che si consegna per chiedere asilo politico e, possibilmente, una nuova vita. Mi avventuro nel misterioso mondo vegetale ed è come essere entrati alla NASA. Patate lunghe mezzo metro che non sono patate, topinambur, radici di Chiavari, soncino, mapo, pesca-noce sedano-rapa e caco-mela che evidentemente accontentano nell’ordine gli estimatori del primo e i tifosi della seconda; e poi verdure appese come lampadari, cipolle e limoni per lampadine. E’ proprio vero che la vita quando decide di stupirti lo fa con cose semplici, a portata di mano. Io che passeggio nel regno delle vitamine e delle fibre sarebbe stato un evento da filmare. Forse sono in tempo: una preghiera a san macdonald può salvarmi. E invece continuo, la tensione lentamente cala e la mia temerarietà sembra avere la meglio. Il mio sguardo rimbalza a ritmi frenetici e senza schemi da una parte all’altra come il riflesso di uno specchio nelle mani di un bambino. Finalmente riconosco il mio obbiettivo. Sono di fronte ad una cassa di mele da qualche secondo e dalla loro immobilità capisco che tocca a me fare la prima mossa. Con un movimento deciso inizio un’ispezione tattile, millantando una certa esperienza, mentre cerco velocemente di decifrare il meccanismo con il quale si scelgono, se mai ce ne fosse uno. Ho assunto spudoratamente un’espressione il più virile possibile per mascherare la mia totale allergia all’ambiente. Un po’ di solennità non guasta, in fin dei conti si tratta pur sempre di una circostanza importante visto che si celebra il mio battesimo vegetale. Il tentativo si rivela maldestro e puerile e in ogni caso del tutto inutile. Mentre tengo tra le mani la mela più lucida, che rigiro freneticamente come un rompicapo, sento qualcuno che mi picchetta la schiena bussando come di fronte ad un portone e con una fretta bestiale di entrare. E’ il commesso, un tipo nerboruto e abbronzato che, con l’espressione stravolta di chi ha appena visto il diavolo, mi disarma e si offre di risolvere i miei problemi con lo spirito afflitto di chi si è appena immolato. Mi spiega che è vietato toccare la merce, facendomi intendere non so ancora come, con una vera acrobazia circense, che le mie mani potrebbero essere, in base a non meglio precisate vicissitudini, non solo non qualificate ma addirittura portatrici inconsapevoli di interi battaglioni di microbi che, a quanto scopro, amano viaggiare in incognito e a scrocco nelle pieghe delle mie estremità. Mentre cerco di contenere tutta la mia inadeguatezza mi accorgo che una signora sta armando il suo sguardo esattamente come un sottomarino arma un missile dopo aver agganciato il bersaglio. I missili devono essere due perché guarda prima le mie mani e poi mira dritto in direzione della mia faccia. Altre signore, perfettamente a loro agio tra piramidi d’arance e trecce d’aglio, sembrano fare a gara a chi mi scruta con il peggior compatimento possibile. Effettivamente le mie mani sono a piccole chiazze scure come il sintomo di una nuova e sconosciuta malattia. Avverto netta la sensazione che, a questo punto, potrei essere denunciato per vilipendio alla natura e decido che è ora di interrompere immediatamente questo viaggio nel forno crematorio delle calorie. Mentre esco con il mio sacchetto pieno di mele e di speranza cerco di ricordare esattamente quand’ è stato il momento in cui ho deciso di diventare il miserabile che sono. Perché non è possibile trasformarsi in questo modo senza un piano studiato nei dettagli. Sono allo stesso tempo, la mente e la manovalanza di un’operazione criminale ai limiti della follia. La risposta mi viene incontro con l’incedere tipico di chi ha capito finalmente le istruzioni, di chi non ha più tempo da perdere e altre concessioni da fare. La mia ex moglie mi passa accanto come una visione, senza guardarmi e, ciò nonostante, attenta a non sfiorarmi nemmeno con la fragranza del suo profumo preferito di fiori d’arancia, lavanda, vaniglia e una punta di rosa canina. Qualcuno ha avuto il cattivo gusto di fermare la scena mettendo su un piccolo presepe usando come sfondo la mia tragedia. Io chiuso a chiave dentro un corpo gelatinoso che mi soffoca e che mi impone di guardare e lei perfettamente a suo agio nel ruolo rancoroso assegnatole dal nostro destino. Un ferma immagine più tragico e platealmente reale non sarebbe stato possibile inventare. Niente parole, nessuna colonna sonora se non quella in sottofondo, appena accennata, della mia impotenza. Ci sono film che non si dovrebbero mai girare ma per questo è troppo tardi. Qualcuno ha dato il via alla scena successiva che prevede che io la guardi mentre sprofonda nelle braccia nervose del commesso. Del resto, a lei la frutta è sempre piaciuta. Mi avvalsi della facoltà di alzare i tacchi e mi illusi che non mi avesse visto, distratta da tutti quei muscoli insperati e tutti per lei. Mi avviai lentamente in direzione opposta, e dopo solo pochi passi, fui attraversato dall’onda d’urto invisibile del suo disprezzo.
Stazione di Servizio

“Esercitazione di stile”

Una lunga notte insonne se n’era appena andata via risucchiata da un sole tiepido ma caparbio, lasciando la solita scia fumosa e tossica. Fu netta la sensazione che quella appena passata non fosse stata nient’altro che il preambolo di una giornata ancora più schifosa. Una specie di titolo, un antipasto, l’avamposto di un esercito del male. Da qualche tempo le dormite perse erano superiori a quelle andate a buon fine. A Morfeo stavo sulle palle e lo si capiva da come si comportava svegliandomi all’improvviso senza un motivo apparente. Al mio risveglio avevo sempre la bocca arsa e le narici cementate, occluse da piccole valanghe di pensieri che sembravano fermare proprio lì la loro corsa verso una possibile evoluzione. Le delusioni si stavano accatastando come legna marcia bagnata dall’umido persistente della mia esistenza, sulla quale non batteva un raggio caldo di speranza non saprei più dire da quanto. Guardavo il soffitto striato a muffa senza originalità, come un insonne qualunque. L’armadio con le ante aperte pareva un suggerimento, sembrava incitarmi ad un amplesso finale quasi che il buio nero del suo utero di legno potesse essere l’ultima voragine disponibile per la salvezza. Dove sarei arrivato, mi chiedevo senza desiderare davvero una risposta. La discarica dei sogni andati a male era ormai colma oltre ogni limite e tutto sembrava predisporsi per un’imminente putrefazione. A mio avviso, di tutte le cose orribili che possono colpire un uomo quella di non sognare mi sembra davvero la più insopportabile. I sogni erano il mio rifugio e la mia riscossa, del resto sono un fallito. Nei sogni sono sempre qualcun altro che sa bene quello che va fatto, senza paura, senza indugi. Qualche volta mi riesce addirittura di scegliere chi essere, barando ovviamente, perché in quei casi ho di solito gli occhi fintamente chiusi. Come sempre verso l’alba la tapparella bloccata permetteva alla luce di passare da sotto, come un toro che attraversa incolume il drappo rosso del torero. Ingurgitai, così come mi vennero incontro, resti di pizza, della crema di formaggio acido per l’attesa, coca cola liscia come acqua e qualche altra cazzata che in queste rappresentazioni nauseanti non manca mai. Mi ero trascinato faticosamente in ufficio dove ero arrivato a pezzi anche se doveva considerarsi ancora una condizione accettabile in confronto a come mi sarei sentito da lì a poco, quando sarei stato sezionato in brandelli ancora più piccoli. Quel giorno l’ascensore era un mulo che aveva preso una decisione. Si era impuntato e non ne voleva proprio sapere di fare su e giù nel ventre artificiale del palazzo. Realizzai che non avrebbe fatto salire nessuno fino all’arrivo del tecnico: o tutti per le scale oppure a casa. Cinque piani nella norma non sono considerati un ostacolo impossibile, ma per me erano la Via Crucis spalmata sull’Everest. Pesavo 130 chili e ancora ce ne stava. Quello che non ho ancora detto è che non arrivo nemmeno a centosettanta centimetri e che mi stavo in pratica trasformando in un box per auto. Accumulavo chili e adipe senza uno schema preciso, senza entusiasmo ma con costanza, come quando un collezionista compra per inerzia fino a che non piazza il colpo giusto. Qualunque cibo andava bene purché mosso da odio profondo per il mio fegato e detestasse le mie arterie più di ogni altra cosa al mondo. Non mi bastava mai. Ero fatto a strati come una lasagna: pelle-grasso-vene-grasso-nervi-grasso. Era ormai evidente: avevo detto sì al colesterolo e anche a tutti i grassi catalogati dalla scienza alimentare: saturi, monoinsaturi, polinsaturi e tirrannosaturi. Raggiunsi rantolando la soglia dell’ufficio in preda ad un vero martirio, e a quel punto, fare un altro passo e oltrepassarla, poteva voler dire arrivare direttamente all’inferno. Mi lasciai cadere sulla poltrona girevole il più velocemente possibile se non volevo morire strozzato da un affanno che non trovava vie d’uscita. Uno scricchiolio che non faceva presagire niente di buono salì vorticosamente da sotto per entrare implacabilmente nel mio orecchio infischiandosene altamente della tragedia imminente. Avevo sperato, nonostante il disastro incombente, di non fare danni questa volta. La nuova poltrona mi era costata un bel po’ di quattrini e gli affari non giravano un granché bene da un po’ di tempo a questa parte. Ansimavo furiosamente come un verro a cui avevano appena ammazzato la scrofa prima di fargli fare la stessa fine. Pensavo di assomigliargli oltretutto. Il culo mi sbordava da destra e da sinistra a sud come a nord. La poltroncina continuava a gemere ad ogni mio impercettibile movimento. I miei respiri parevano passi incerti sul palco di un vecchio teatro abbandonato. Ci volle un nuovo record, trenta minuti all’incirca, per rimettere il mondo nella sua giusta posizione. Tanti ne furono necessari al sangue per smettere di bollire all’interno della pentola a pressione più grande mai vista. Globuli rossi e bianchi, lipidi, enzimi, ormoni, creatina e piastrine erano stati appena sceckerati e mischiati a casaccio tra loro. Avevano danzato vorticosamente per mezz’ora e mi avevano trasmesso un’immobilità umiliante. Ero stremato e, per la prima volta, anche impaurito. Questa volta il giro sulla giostra era stato particolarmente agitato e l’ingranaggio aveva rischiato di rompersi definitivamente. Il fiume di sangue smise finalmente di fare mulinelli pericolosi. Una calma improvvisa e inattesa sventolava bandiera bianca annunciando un provvidenziale quanto mai benvenuto armistizio e, nel cuore, un’anima buona smise di suonare il tamburo. A detta dei medici ero un soggetto a rischio. Capirai la difficoltà della diagnosi. Lo avrebbe detto anche un infermiere al primo anno di corso e molto probabilmente anche il mio meccanico se interpellato. Impiegai un milione di squilli di telefono per realizzare che la segretaria aveva preso qualche giorno di ferie. Il telefono continuava a squillare e non mi avrebbe dato pace, non fino a quando qualcuno non avesse alzato la cornetta. Quel qualcuno ero io. Era per un sondaggio svolto a campione, e, visto il momento, lasciatemi aggiungere anche a cazzo, in merito alle retribuzioni dei politici. Risposi, annuì, annotai, annuì ancora, salutai e, chiamati a raccolta tutti i miei neuroni, misi su una hola e mandai affanculo tutte le segretarie del mondo e le loro ferie del cazzo. D’altronde, cos’altro si può dire dei politici se non che hanno vinto? Ci possono fare tutto ormai e ce lo fanno. Stop. Mi guardai attorno notevolmente intontito ed ebbi la sensazione che qualcuno avesse fatto esplodere una bomba a mano poco prima del mio arrivo. Il caos era a livelli da medaglia d’oro alle olimpiadi del sudiciume dove, per il vero, avrei potuto misurarmi con onore in diverse discipline. Ricapitolando, ero dunque stanco, grasso, malato e pure sporco. Molto sporco. Tutta la stanza pareva il risultato dell’esperimento di un mago fallito. Il vetro della scrivania era come pelle morta di leopardo a macchie indelebili tatuate senza speranza. Tra torri di fogli senza nessun futuro, giornali ingialliti, agende stremate, manuali presi in prestito, eserciti di molliche senza generale, stagnole di cioccolato sepolte come piccole bare, portacenere incontinenti e matite sbeccate, non riuscivo a trovare più nulla se non il mio immenso talento per il caos. Ero il Picasso dell’unto, il Renzo Piano del disordine per come riuscivo a dargli forme stupefacenti. Ero anche il disonore di mio padre. Il dolore di mia madre. Avevo oltrepassato tutti i confini della decenza e, quel che era peggio, mi ero avventurato oltre. Fili di depressione si intrecciarono velocemente fino ad avvolgermi come il pranzo di un ragno gigantesco. Tutto era iniziato male ma sarebbe finita anche peggio se fossi rimasto ancora un po’ alle prese con la celebrazione della mia disfatta. Mi chiesi allora se non fosse il caso di imitare quella stronza di segretaria e andarmene all’aria aperta, dove un senso delle proporzioni più ampio avrebbe almeno potuto concedermi un principio di sollievo. In quel preciso momento sentì che qualcuno mi stava strizzando lo stomaco come una pallina antistress. Dovevo mangiare subito qualcosa e quel qualcosa distava cinque piani e qualche decina di metri da me. Ero stato davvero male solo qualche minuto prima e pensai che un ultimo tentativo per ristabilire un contatto con la realtà andava seriamente preso in considerazione. Temevo solo una domanda: ce l’avrei fatta a sostenere un altro fallimento? Così, racimolati a fatica gli ultimi milligrammi d’orgoglio, decisi che avrei mangiato una mela o, più verosimilmente, un multiplo di essa. Sapevo a quel punto che non si trattava solo di mangiare ma di salvarmi la vita, per quel che valeva. Sembra poco, ma la decisione era cruciale. Che farne di me? E soprattutto, se non mi sforzavo io per trovare dentro di me un antidoto allo sfacelo, chi mai avrebbe potuto salvarmi? Non lo sapevo naturalmente. Ci sono momenti in cui non sapere che fare per un secondo in più può condurti dritto al manicomio. Mi accorsi che altre domande mi stavano circondando per un agguato mortale e primo di finire dritto dritto nel bel mezzo di un’imboscata, mi misi alle spalle la porta dell’ufficio e dopo qualche minuto ero già per strada, salvo e a braccetto col mio appetito. Fu confortante constatare che, le stesse scale che poco prima ti stavano per ammazzare, quando scendi, per qualche miracolo insondabile per il quale credo si debba ringraziare la fisica che così ha stabilito, non fanno nessuna resistenza. Mi venne in mente quando la psicologa nell’unica seduta della mia vita mi chiese se pensavo di avere qualcosa di buono. Non ci penso, fu la mia risposta. Si meravigliò molto del fatto che non pensassi mai alla possibilità di avere almeno un pregio, senza considerare che la mia risposta era la mia virtù. Ero davvero un campione quando si trattava di non pensare alle conseguenze. Saltai compiaciuto una rosticceria e un bar ed entrai nella boutique della frutta che avevo fin allora guardato come si guarda un pianeta sconosciuto al telescopio senza essere un astronomo. Non posso definirmi un esperto di questo genere di negozio, ne al momento prevedo di diventarlo, perciò credo che rimarrà per sempre un mistero il motivo per cui uno decide di chiamare un negozio di frutta “boutique”. Ma ho troppa fretta per la troppa fame per perdermi in faccende da pizzicagnolo. All’interno, solo qualche esitazione iniziale ma in ogni modo deciso al grande passo, come un ex-guerrigliero che si consegna per chiedere asilo politico e, possibilmente, una nuova vita. Mi avventuro nel misterioso mondo vegetale ed è come essere entrati alla NASA. Patate lunghe mezzo metro che non sono patate, topinambur, radici di Chiavari, soncino, mapo, pesca-noce sedano-rapa e caco-mela che evidentemente accontentano nell’ordine gli estimatori del primo e i tifosi della seconda; e poi verdure appese come lampadari, cipolle e limoni per lampadine. E’ proprio vero che la vita quando decide di stupirti lo fa con cose semplici, a portata di mano. Io che passeggio nel regno delle vitamine e delle fibre sarebbe stato un evento da filmare. Forse sono in tempo: una preghiera a san macdonald può salvarmi. E invece continuo, la tensione lentamente cala e la mia temerarietà sembra avere la meglio. Il mio sguardo rimbalza a ritmi frenetici e senza schemi da una parte all’altra come il riflesso di uno specchio nelle mani di un bambino. Finalmente riconosco il mio obbiettivo. Sono di fronte ad una cassa di mele da qualche secondo e dalla loro immobilità capisco che tocca a me fare la prima mossa. Con un movimento deciso inizio un’ispezione tattile, millantando una certa esperienza, mentre cerco velocemente di decifrare il meccanismo con il quale si scelgono, se mai ce ne fosse uno. Ho assunto spudoratamente un’espressione il più virile possibile per mascherare la mia totale allergia all’ambiente. Un po’ di solennità non guasta, in fin dei conti si tratta pur sempre di una circostanza importante visto che si celebra il mio battesimo vegetale. Il tentativo si rivela maldestro e puerile e in ogni caso del tutto inutile. Mentre tengo tra le mani la mela più lucida, che rigiro freneticamente come un rompicapo, sento qualcuno che mi picchetta la schiena bussando come di fronte ad un portone e con una fretta bestiale di entrare. E’ il commesso, un tipo nerboruto e abbronzato che, con l’espressione stravolta di chi ha appena visto il diavolo, mi disarma e si offre di risolvere i miei problemi con lo spirito afflitto di chi si è appena immolato. Mi spiega che è vietato toccare la merce, facendomi intendere non so ancora come, con una vera acrobazia circense, che le mie mani potrebbero essere, in base a non meglio precisate vicissitudini, non solo non qualificate ma addirittura portatrici inconsapevoli di interi battaglioni di microbi che, a quanto scopro, amano viaggiare in incognito e a scrocco nelle pieghe delle mie estremità. Mentre cerco di contenere tutta la mia inadeguatezza mi accorgo che una signora sta armando il suo sguardo esattamente come un sottomarino arma un missile dopo aver agganciato il bersaglio. I missili devono essere due perché guarda prima le mie mani e poi mira dritto in direzione della mia faccia. Altre signore, perfettamente a loro agio tra piramidi d’arance e trecce d’aglio, sembrano fare a gara a chi mi scruta con il peggior compatimento possibile. Effettivamente le mie mani sono a piccole chiazze scure come il sintomo di una nuova e sconosciuta malattia. Avverto netta la sensazione che, a questo punto, potrei essere denunciato per vilipendio alla natura e decido che è ora di interrompere immediatamente questo viaggio nel forno crematorio delle calorie. Mentre esco con il mio sacchetto pieno di mele e di speranza cerco di ricordare esattamente quand’ è stato il momento in cui ho deciso di diventare il miserabile che sono. Perché non è possibile trasformarsi in questo modo senza un piano studiato nei dettagli. Sono allo stesso tempo, la mente e la manovalanza di un’operazione criminale ai limiti della follia. La risposta mi viene incontro con l’incedere tipico di chi ha capito finalmente le istruzioni, di chi non ha più tempo da perdere e altre concessioni da fare. La mia ex moglie mi passa accanto come una visione, senza guardarmi e, ciò nonostante, attenta a non sfiorarmi nemmeno con la fragranza del suo profumo preferito di fiori d’arancia, lavanda, vaniglia e una punta di rosa canina. Qualcuno ha avuto il cattivo gusto di fermare la scena mettendo su un piccolo presepe usando come sfondo la mia tragedia. Io chiuso a chiave dentro un corpo gelatinoso che mi soffoca e che mi impone di guardare e lei perfettamente a suo agio nel ruolo rancoroso assegnatole dal nostro destino. Un ferma immagine più tragico e platealmente reale non sarebbe stato possibile inventare. Niente parole, nessuna colonna sonora se non quella in sottofondo, appena accennata, della mia impotenza. Ci sono film che non si dovrebbero mai girare ma per questo è troppo tardi. Qualcuno ha dato il via alla scena successiva che prevede che io la guardi mentre sprofonda nelle braccia nervose del commesso. Del resto, a lei la frutta è sempre piaciuta. Mi avvalsi della facoltà di alzare i tacchi e mi illusi che non mi avesse visto, distratta da tutti quei muscoli insperati e tutti per lei. Mi avviai lentamente in direzione opposta, e dopo solo pochi passi, fui attraversato dall’onda d’urto invisibile del suo disprezzo.

© Fabrizio Piazzolla



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