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Agnieska
di Maurizio Cometto
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Da qualche tempo ero più attirato dalle fredde membra di Eleonora piuttosto che dal caldo abbraccio di Mara; e questo, prevedevo, non poteva che essere foriero di catastrofi. Ma avvertivo nei miei sentimenti l'instabilità; e sapevo che sotto le braci di ghiaccio del mio amore per Eleonora covava ancora l'ariosa passione verso Mara.
Chi l'avrebbe mai detto, dunque, che presto le due donne si sarebbero trasformate nella stessa, identica copia della contessa Agnieska von Magath? E adesso che sono costretto a star sveglio la notte per godere delle gioie dell'amore, adesso che fatico a mandare avanti l'edicola - devo pur farlo, per sopravvivere -, adesso mi chiedo: ho forse finalmente trovato l'unica, vera donna della mia vita: e cioè appunto, la contessa Agnieska von Magath?
Fino al novembre dell'anno scorso la mia vita era normale. Gestivo l'unica edicola di un piccolo paese di montagna. Il lavoro ed Eleonora mi assorbivano del tutto. Ci piaceva fare l'amore in posti sperduti: per esempio, in castelli abbandonati, di cui la mia regione abbonda. E fu proprio in uno di questi castelli che, una notte di novembre, ci rifugiammo per ripararci da un temporale.
Il castello era appartenuto al conte von Magath; la leggenda voleva che sua moglie, la contessa Agnieska, fosse finita sul rogo a causa di una strana passione: i pipistrelli. Si diceva che per tramite loro conversasse con il diavolo in persona. E prima che la fatidica lingua di fuoco le seccasse l'ultima goccia di vita, aveva chiamato a raccolta i suoi amici pipistrelli; e allora, divisa la propria anima in tanti pezzetti, l'aveva trasferita nei loro corpi, di modo che in ognuno di essi dimorasse un frammento di se stessa.
Le rovine ospitavano un gran numero di pipistrelli. Eleonora ne rimase affascinata. Quando giungemmo nella sala principale, ove regnava un'oscurità quasi totale, mi costrinse a sdraiarmi su un largo tavolo di pietra, per poi scivolarmi addosso. Era quella la sua posizione amorosa favorita.
La sala fu invasa da un rumore di ali che sbattono. Alzai il capo di scatto; non si vedeva nulla, ma avrei giurato che i pipistrelli svolazzassero a pochi centimetri dalle nostre teste.
Eleonora non ne fu spaventata. Anzi, mi parve che si lasciasse andare con maggiore trasporto. Ma nel momento culminante la sentii urlare. Ed erano urla che mi parvero più di dolore che di passione.
Dopo un po' ci separammo. I pipistrelli se n'erano andati, ma lei continuava ad ansimare.
"Che c'è?", ricordo che le chiesi.
"Una di quelle bestie... mi ha morso", rispose lei.
"Dove?"
"Sul collo."
D'improvviso fu come un peso morto tra le mie braccia: era svenuta. Ne approfittai per tastarle il collo. Incontrai subito il corpo di un pipistrello: si aggrappava al collo di Eleonora per mezzo dei denti, in particolare - mi parve - i canini. Riuscii a staccarlo, nonostante l'oscurità, e lo gettai lontano; tamponai la ferita con un fazzoletto, presi Eleonora tra le braccia ed uscii.
In macchina delirava. "Presto in me si compirà il volere della contessa Agnieska von Magath", diceva. "E allora il traditore verrà colto con le mani nel sacco, e per questo punito con estrema giustizia e con sommo rigore". Nel mio cuore iniziò allora un lento mutamento, che mi avrebbe portato alla pura indifferenza nei suoi confronti.
A casa si riprese completamente; e mi stupì con una richiesta che mi parve eccessiva: voleva di nuovo fare l'amore. In altre circostanze avrei acconsentito, ma quella sera la sentivo lontana. Per distrarla le chiesi della contessa von Magath.
"Non è una leggenda", asserì. Rimase per un attimo silenziosa; poi mi guardò negli occhi, diritto e senza esitazioni. "L'anima di Agnieska è una parte della mia anima", affermò.
Non sapevo che pensare. Ma nei giorni seguenti due circostanze mi lasciarono perplesso. Il grado della sua passione nei miei confronti aumentava, giorno dopo giorno; anzi, dovrei dire: notte dopo notte; perché era sempre più infastidita dalla luce del sole. A vista d'occhio impallidiva; le sue gote, un tempo così accese, presero il colore della neve.
Nel mio animo germogliò l'indifferenza, sia verso le sue avances, sia verso il decadimento fisico. E più per stabilire le distanze che per gioco, cominciai a chiamarla Agnieska. Per tutta risposta divenni il suo Sandor, dal nome del conte.
Soprattutto la notte risultava insopportabile (di giorno dormiva, dormiva e dormiva). Non riuscivo a chiudere occhio a causa sua; non faceva altro, a letto, che cercare il contatto, scivolarmi addosso, sussurrarmi strane frasi d'affetto distorto.
"Il tuo sangue farebbe gola ad Agnieska", disse una notte, "se non desiderasse ancor di più il tuo corpo". Mi girai dall'altra parte. Lei mi tirò verso di sé; nel contempo sentii le sue unghie raschiarmi sul ventre e infilarsi laddove non volevo. La respinsi.
"Domani andiamo da Vanelsio", la informai. Il dottor Vanelsio era il medico di famiglia.
"Non sono mica malata", disse lei.
"E Agnieska?", la provocai.
I suoi occhi luccicarono. "Forse hai ragione", asserì. "E' Agnieska, la mia malattia".
Mi chiusi a chiave nello studio. La noiosa presenza di lei m'impediva di concentrarmi nella lettura. Fu tutto inutile. Infatti ogni tanto la sentivo bussare alla porta. "Perché non torni a letto?", implorava.
E al mio silenzio: "Non mi ami più?"
"Non ti ho mai amata", rispondevo allora; e non per offenderla, ma perché cominciavo a scoprire che ciò corrispondeva a verità.
Dietro la porta una specie di ringhio. "Trema, o mortale", urlava con voce roca. "Presto Agnieska mi vendicherà, e allora proverai la solitudine". Sempre quell'Agnieska. Era preda di infinite crisi isteriche. Mi infilavo le cuffie e accendevo lo stereo, per non udire più i suoi tetri vaneggiamenti.
L'indomani mattina non mi fu possibile portarla da Vanelsio. Non c'era verso di svegliarla. Giaceva immobile sul letto, le braccia incrociate sul seno in una morsa inviolabile. Mi accorsi che era morta. Si era forse suicidata, ingurgitando qualche veleno o una dose letale di sonniferi? La postura del corpo era troppo ordinata, infatti, per far pensare ad una morte improvvisa, non attesa.
Per risolvere l'enigma chiamai subito Vanelsio. Il fatto in sé che Eleonora fosse morta non mi turbava più di tanto; ho già detto dell'indifferenza; aggiungo ora che in fondo lo sapevo che per così dire stava solo riposando.
Il dottore giunse accompagnato da un'assistente. Aveva una folta chioma di capelli ricci che subito attirò la mia attenzione. Si chiamava Mara.
Vanelsio constatò il decesso di Eleonora."Ma non si rattristi", disse subito. "Forse sua moglie non è poi così morta come sembra..."
"Che intende dire?"
Mi invitò verso il letto; nel raggiungerlo sfiorai con un'abile mossa il corpo di Mara, la quale mi gratificò di un sorriso che giudicai radioso.
Vanelsio digrignò la bocca di Eleonora. Naturalmente capii tutto subito. I canini di Eleonora spuntavano del doppio rispetto al consueto. La cosa non mi fece la minima impressione.
"Stanotte potrà tornare a riabbracciarla", mormorò Vanelsio, con un tono che non sapeva se essere triste o allegro, e guardandomi interrogativo.
Rimasi nauseato da quella prospettiva. "Non si potrebbe...", tentai.
Il dottore sorrise. "Sbarazzarsene?", chiese.
Ammirai la sua assistente. "Se fosse possibile".
"Certo che lo é. Bastano un martello e un paletto di frassino. Nel caso si decida, ha solo da chiamarmi. Ma la consiglio di pensarci su. In fondo, si tratta di sua moglie..."
Qualcosa di morboso mi indusse a dare ascolto al consiglio del dottore.
Quel giorno all'edicola molti domandarono di Eleonora. Spiegai che non si sentiva troppo bene. A mezzodì venne a trovarmi Mara. Mi parve più bella rispetto al mattino; come se la sua avvenenza culminasse con il sole. Anche lei chiese di Eleonora.
"Stazionaria", le risposi indifferente.
"E tu?", fece di rimando. Aveva le pupille dilatate.
"Hai notato la giornata?"
"L'ho notata...", rispose invitante.
Chiusi l'edicola, presi la macchina e la portai a fare un giro.
Fu un pomeriggio memorabile. Non tanto per i luoghi che visitammo, che conoscevo a memoria; o per la limpidezza del cielo, o il calore di un sole quasi primaverile. No. Era Mara il centro di tutto. Ciò che più mi colpì furono le sue risate: mi pareva che celassero un intimo desiderio di essere consolata.
Nei pressi di un vecchio fienile parcheggiai l'auto. Il sole era al tramonto e Mara sembrava intristita. Scendemmo. Senza por tempo in mezzo la strinsi a me. Lei, come previsto, non oppose resistenza; anzi, mi sembrò che cercasse rifugio nel mio abbraccio.
"Cos'è che ti preoccupa?", le chiesi.
"Tu non puoi capire. E' come una malattia...", fece lei.
"Hai paura del buio?"
Per tutta risposta, aumentò la pressione con cui si stringeva a me.
"Non può esserci ombra senza luce...", tentai di consolarla.
"Anche l'inferno è stato creato da Dio; eppure Dio non lo si vede, dall'inferno...", disse lei.
"Invece ti sbagli: lo si vede eccome", la corressi io. "E con maggiore nitidezza, anche" Parve colpita dalla mia affermazione.
La trascinai all'interno del fienile, che conoscevo come le mie tasche. Era appagata da tutte le posizioni, tranne quella preferita da Eleonora. E perfino nei momenti culminanti conservava la sua freschezza, la sua radiosità.
Uscimmo dal fienile che era già notte. Mara impallidì; si strinse a me come una bambina al suo papà. "Portami a casa", disse. Anche in macchina continuava a starmi appiccicata. Eppure non mi nauseava; non provavo quel senso di freddo distacco, quasi di fastidio, che provavo con Eleonora nei momenti successivi all'amore.
Davanti a casa sua fu difficile staccarsi. Mi disse queste strane parole: "Durante la notte ricordati di me". Sul momento le giudicai banali.
A casa trovai Eleonora già in piedi; era in cucina, davanti al gas: stava controllando un pentolino pieno di liquido rosso.
"Ma non eri morta?", domandai.
"Lo sono ancora adesso, morta", fece lei. Indossava una lunga vestaglia nera.
"Cos'è quella roba?", indicai il pentolino.
"Sangue".
Arretrai di scatto. "Umano?", chiesi.
Ignorò la mia domanda. "Oh, non è per me, ovviamente", disse invece. "E' per Agnieska". Mi guardò sorniona, toccandosi le labbra.
"E perché lo fai scaldare?"
"Meglio essere prudenti, no?"
Non aveva sostenuto di essere già morta? Non era forse una non-morta anche Agnieska, almeno stando a quanto deducibile dalla leggenda? E allora perché quell'inutile precauzione?
In fondo non mi riguardava. Andai nello studio. Mi misi le cuffie e accesi lo stereo; poi non feci altro che pensare a Mara.
Ad un tratto la musica cessò. Nel contempo la luce s'era spenta.
"Agnieska!", urlai.
"Sandor, sono qui! Cosa aspetti a raggiungermi?". La voce proveniva dalla camera da letto.
"Cos'è successo alla luce?"
"Che fastidio quella luce...". Doveva aver disattivato l'interruttore generale. Decisi che in fondo non me ne importava nulla. Mi distesi sul divano e attesi che l'ombra del sonno calasse su di me.
"Che freddo che fa senza di te, Sandor..."
"Un freddo mortale, suppongo", ribattei.
Non ebbi tempo di afferrare la risposta. La porta dello studio s'era spalancata. "Agnieska ha sete del tuo corpo", m'informò. La chiave della porta dello studio: m'ero dimenticato di girarla. O forse se l'era presa lei: insieme a tutte le altre chiavi di tutte le altre stanze.
Mi voltai lentamente. Stava sulla soglia, ingobbita e pallida come uno straccio.
"Che vuoi?", chiesi.
"Un po' di calore umano". Poi mostrò i canini. Non erano un bello spettacolo, davvero. Ma ciò che mi convinse appieno fu come piegò, davanti ai miei occhi, l'attizzatoio del caminetto che s'era portata dietro. Da qualche parte dovevo aver letto della strabiliante forza dei non-morti.
"Vada... vada per il po' di calore umano", balbettai. "Ad una condizione, però", e mi feci coraggio.
Sorrise. "Quale condizione?"
La condizione era in realtà una precauzione. Riguardo alla morte non mi consideravo un bastiancontrario; in altre parole, non ambivo certamente diventare un non-morto.
Fu la stessa Eleonora a darmi una mano. Tagliò una striscia di metallo da un vecchio vassoio e lo piegò a formare una specie di collare; poi, avuta la mia approvazione, me lo fissò intorno al collo.
"Perché fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio", dissi infilandomi sotto le coperte.
Fu una notte memorabile. Mi sforzavo di pensare di avere tra le braccia Mara; ma la freddezza delle sue membra, la rigidezza con cui si muoveva, la continua fissazione per quell'unica posizione amorosa - lei sopra io sotto -, tutto in lei contribuiva a smentire Mara. Un unico pensiero riuscii a tenere lontano. Ne avvertivo la presenza da qualche parte della mia testa, ma era come se la mia coscienza se ne ritraesse. Solamente a cose fatte mi si rivelò in tutta la sua chiarezza.
‘Ho fatto l'amore con una non-morta'.
Scoprii che in fondo non m'importava. Forse perché il fatto che si trattasse di mia moglie riusciva a rendere banale tutto il resto.
Quando mi svegliai la mattina, lei era rigida lì accanto a me. Nel scendere dal letto la urtai: me ne ritrassi con fastidio.
Suonarono alla porta. "Che ci fai con quella specie di collare?", era Mara.
Già, il collare: me n'ero del tutto scordato. Come fare a levarmelo senza la forza di Eleonora? Ma davanti alla freschezza di Mara lo giudicai un problema irrilevante.
"Come sta la malata?", s'informò.
Appena la vide ammutolì. Le presi la mano e la posai sul petto di Eleonora; e lei, come il pomeriggio precedente, si strinse subito a me come per cercare rifugio.
Fuggimmo via. Avevo chiuso l'edicola adducendo motivi di salute. In realtà stavo vivendo un periodo troppo delicato per pensare a frivolezze del genere. E dire che era novembre: a me pareva primavera, con quel sole quasi caldo, coi sorrisi di Mara.
Mi prendeva in giro a causa del collare. E a proposito di questo: non mi dava fastidio; soprattutto la notte, quando dovevo sottostare ai ricatti di Eleonora, mi infondeva sicurezza.
Con Mara vissi giorni irripetibili. Con Eleonora passai notti raggelanti. Ma ben presto la situazione si rovesciò; in un certo senso, la mia primavera cominciò a tramutarsi in autunno; e questo, ironia della sorte, accadde verso marzo, cioè quando la bella stagione iniziava a mostrarsi.
La mia attrazione verso Mara andò scemando, mentre rifiorì quella per Eleonora, fino a diventare prevalente sull'altra. Mara si accorse del mio cambiamento, nonostante tentassi di non farlo trasparire.
In un fresco pomeriggio di aprile eravamo nel fienile di cui già ho parlato. Ce ne stavamo sdraiati in silenzio a meditare.
"Ho un regalo per te", disse lei d'un tratto.
"E dove l'hai nascosto?", chiesi.
"Aspetta...". Si alzò e uscì dal fienile. Aveva lasciato la sua borsa in macchina. Quando rientrò teneva in una mano un pesante martello e nell'altra un paletto di legno appuntito.
"Frassino...".
"Come hai fatto a indovinare?", sorrise.
"Non credo di averne il coraggio...", buttai lì.
Lei si rabbuiò; succedeva sempre al calar del sole. "Dentro di lei convivono due anime...", mormorò.
"Credi a queste cose?"
Rabbrividì. "Ogni notte fai l'amore con lei".
Mi tastai il collare. "Non posso farci nulla", ribattei.
"Ma ti piace".
Trasalii. Non avevo mai considerato la questione da un simile punto di vista. Di giorno la luce di Mara, di notte il buio di Eleonora. Mi accorsi d'improvviso di essere stanco. Forze sconosciute mi stavano dilaniando. Nonostante ciò, mi buttai a capofitto su Mara, coprendola di baci, forzando la sua tenue resistenza. Per la prima volta nel fare l'amore con lei avvertii una nota stonata; inutile nasconderlo: pensavo ad Eleonora. Mi mancava la sua fredda voluttà.
E difatti quella notte trovai conforto nel suo abbraccio. Intanto pensavo: che mi sta succedendo? Possibile che il suo morso, in qualche modo misterioso e subliminale, sia riuscito a penetrare il collare d'acciaio?
Le piaceva parlare di Agnieska; soprattutto negli istanti precedenti l'alba, quelli in cui cadeva in catalessi. "Adesso torno al castello di Agnieska, per riposarmi", diceva in queste circostanze. In fondo era molto vulnerabile.
"Non hai paura che durante il giorno qualcuno...", la provocavo.
Lei scoppiava a ridere. "E chi potrebbe farlo? Tu, forse?". Non sospettava dell'esistenza di Mara.
"Perché no?", ribattevo.
"Impossibile: tu mi ami".
E in fondo l'amavo. Però ero certo che quel sentimento non sarebbe durato; e alle volte mi capitava perfino, tra le sue fredde braccia, in quelle calde notti di maggio, di provare nostalgia per certe gelide mattine di gennaio, nelle quali io e Mara fuggivamo mano nella mano in cerca di luoghi in cui scaldarci.
Fu all'inizio di giugno che la vicenda precipitò. E tutto accadde come in un sogno. Da tempo ho imparato che avviene così nei momenti decisivi dell'esistenza.
Quella mattina Mara doveva aver deciso di tenermi il muso. In realtà da un po' di tempo si comportava così; e intuivo che nel suo animo covava qualcosa. Eravamo in macchina, senza una meta precisa.
"O me o lei", disse all'improvviso.
"Scelgo te, naturalmente", risposi io, dopo attimi di finto meditare; ma ebbi l'accortezza di non guardarla negli occhi.
"Allora comincia con il toglierti quello stupido collare".
In effetti, da quella prima notte con Eleonora non me l'ero ancora levato.
"Fa guidare me", disse.
"Cosa?"
"Voglio guidare io".
Fermai l'auto; lei prese posto sul sedile di guida, io mi sistemai al suo fianco. Quando parcheggiò davanti al castello del conte von Magath, invece che stupore o sgomento non provai che indifferenza.
Scendemmo. Di giorno, il castello appariva meno spettrale ma più desolato. Dall'istante in cui entrammo, io non feci altro che scrutare verso il soffitto, in cerca dei possibili nascondigli dei pipistrelli. Mara, tenendomi per mano, mi conduceva attraverso i corridoi.
Alla fine giungemmo nella sala principale. I suoi occhi presero a brillare; andò presso il largo tavolo di pietra, lo fissò a lungo, lo toccò.
"E' qui che...", chiese.
"Sì, sì, è qui".
Finalmente li avevo scovati, i pipistrelli. Erano tutti nella sala principale. Pendevano a grappoli dalle travi del soffitto. E dormivano. Dormivano, come in quel momento dormiva Eleonora.
Tutto d'un tratto fui afferrato, trascinato, sbattuto sul tavolo di pietra. Lo ammetto: il mio errore fu di lasciarla fare, senza accennare una reazione.
Si mise sopra di me. La lasciai fare in ogni particolare; forse per la prima volta, mi abbandonavo a lei completamente.
Ma ciò non m'impedì di udire, ad un certo punto, un rumore di ali che sbattono. Girai la testa di scatto. A pochi centimetri dal mio viso un pipistrello mi fissava. Nei suoi occhi riconobbi l'Eleonora degli ultimi mesi.
"Traditore!", esclamò il pipistrello. "Non trovi di meglio che il luogo dove riposa tua moglie per giacere con quella sgualdrina?"
Quell'accusa mi parve azzardata; e non perché pronunciata da un pipistrello, ma perché implicava che avessi scelto io il luogo del convegno.
Mara sembrava non aver udito le parole del pipistrello; anzi, non doveva neppure averlo visto. Per fortuna in quel momento ci separammo. Mara si addormentò all'istante, di fianco a me sul tavolo, dall'altra parte rispetto al volatile.
Mi rivolsi al pipistrello. "Eleonora...", chiesi con voce insicura. "Sei proprio tu?"
"Sì, sono io; no, non sono io", rispose enigmatica. "Di notte abito il corpo di tua moglie, e allora mi sento più vicina ad Eleonora; ma di giorno dimoro nel corpo di un pipistrello, e mi capita di sentirmi più vicina ad Agnieska".
"Tuttavia", continuò, "sia di giorno che di notte, in qualche maniera misteriosa e imponderabile, ho coscienza della doppia identità della mia anima. E una parte di essa, la parte che appartiene ad Eleonora, sta versando amare lacrime a causa del tuo ignobile tradimento. E a gran voce grida vendetta".
Il tono della voce era quello di Eleonora, quando nel delirio aveva mormorato: "Presto in me si compirà il volere della contessa Agnieska von Magath; e allora il traditore verrà colto con le mani nel sacco, e per questo punito con estrema giustizia e con sommo rigore".
Ma avevo il collare. E poi c'era Mara, la mia dolce Mara. Difficile spiegare le cause di quel voltafaccia nei miei sentimenti. Adesso Eleonora mi era indifferente, mentre Mara mi tornava preziosa.
"Che vorresti fare?", sfidai il pipistrello.
"Ho sete di sangue".
Mi tastai il collare. "Mi dispiace", dissi, "ma tu stessa mi hai aiutato a prevenire situazioni del genere".
"Ho forse parlato del tuo sangue?"
Poi successe l'irreparabile. Il pipistrello svolazzò verso Mara e la morse sul collo, delicatamente.
Da quella mattina un dubbio mi tormenta. Sarà vero ciò che disse Eleonora - Agnieska? Voglio dire, parlò Agnieska dicendo la verità o parlò Eleonora dicendo il falso? Mi aggrappo alla seconda possibilità, disperato. Perché Mara, che adesso odia la luce e ama il sangue, ha i canini sporgenti e una forza mostruosa, sostiene di essere ancora Mara. Così come Eleonora sostiene di essere ancora Eleonora. Ma alle volte ho l'impressione che fingano entrambe. Infatti, perché si comportano alla stessa, identica maniera? Forse davvero in quei pipistrelli dimorano i frammenti dell'anima della contessa Agnieska von Magath?
Una cosa è certa: pur non essendo un non-morto, anch'io vivo di notte e dormo di giorno, ormai. A stento mando avanti l'edicola. Ma non sarà certo una questione di abitudini a farmi rinunciare alle donne che ho amato.

© Maurizio Cometto



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