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Incatenato alla vita
di Monica Mossa
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Dannate zanzare. Ogni mattina mi sveglio sudato e pesto, questo caldo infernale fa star male. Sono tutto indolenzito, come se qualcuno mi avesse preso a colpi di martello qua e là. Ho bisogno delle mie pillole.
Dove sono le mie pillole?
Graziella lascia tutto perfettamente ordinato. Tutto è al suo posto e quindi esisterà un mobiletto per le medicine in cui troverò certamente le mie pillole. Devo solo cercarlo. Se non mi sarà esplosa prima la testa.
Questa camera è troppo pulita. Non sembra più casa mia.
Non mi ci trovo in tutto questo ordine. Perfetto, regolare, spazioso, vuoto.
Eccole stramaledettissime pastigliette rosa canina.
Anche stanotte l'ho sognata. Era lì seduta ad un passo da me, ma io non riuscivo a toccarla, era come se riuscissi a vederla ma non a percepirla. Le mie dita vagavano invano nell'aria alla ricerca della morbidezza dei suoi capelli. Che colore erano? Forse biondi, no castani, ramati. Non è poi così importante. Ricordo solo la sua eterea bellezza. Si è voltata e credo mi abbia osservato. Mi sentivo imbarazzato, come se lei mi avesse scoperto a spiarla. Per un lunghissimo attimo sono stato nei suoi pensieri.
“Tell me Jesus are you angry?” tra le note degli Extreme cerco di tracciare i suoi lineamenti. Il carboncino mi si spezza tra le dita. Che rabbia. Questa mattina ero sicuro che non l'avrei più scordata. Eppure di lei ho ancora addosso l'odore: rosa, cannella e cioccolata fondente. Come si può sognare un profumo?
Le pareti nude di questa stanza sanno invece di olio di lino. Gavino, il mio maestro delle elementari, diceva che ogni casa ha un suo aroma. Quella di sua madre sapeva di naftalina e gigli. Li coltivava, li curava, li metteva dappertutto.
Lui poi li portò per anni alla sua tomba. Era morta giovane, di polmonite.
Mia madre mi chiama tutti i giorni. E' ansiosa, è sempre preoccupata, vorrebbe che non restassi mai solo. Mi fa sentire un bambino. Ancora.
“Graziella è venuta?” chiede puntualmente .
Si mamma, è una brava donna, pulisce e mi lascia un buon pasto sul tavolo.
Si, sano e nutriente.
Si, le verdure e anche la carne.
Si mamma, mandami i maccheroni.
No mamma sto bene.
No, non venire, ho del lavoro da fare.
Ciao, salutami papà.
Ho del lavoro da fare. Che rabbia.
La casa di mia madre odora di melanzane fritte. Deliziose, perfettamente dorate e tonde. E' stato difficile passare all'olio di lino, ma poi, è come una droga, non ne puoi fare più a meno. Quell'odore dolciastro e nauseabondo nutre la mia anima.
Da ragazzo ho trascorso intere giornate a dipingere nature morte. Mi turbavano, c'era qualcosa in loro che mi lasciava senza fiato. Tanti pezzi di vita assemblate, sottomesse al tocco del mio pennello. Poi un giorno mentre disegnavo un cesto di frutta per regalarlo a mia nonna, una mela ruppe le righe. Rotolò via dalle sue compagne, cadde dal tavolo, urtò il mio piede destro e si arrestò. La mela si era liberata. Da quel giorno i protagonisti delle mie opere sono animali e persone in movimento. Mi chiamano “il pittore del vento”. Forse perché il vento fa volare le foglie secche, la natura morta. Così almeno mi piace pensare.
Seduto in questa poltrona di velluto bordeaux, osservo la gigantografia che occupa la parete più esposta all'ombra: un uomo e una donna seduti, abbracciati in una posizione equivoca. Lei lo avvinghia con le gambe ossute. Con un un braccio si aggrappa al collo di lui un po' per istinto materno, un po' perché é spaventata. Lui la cinge completamente con braccia scarne, cerca di proteggerla, invano. Due amanti immortalati nei secoli, due mummie, due vite unite nella morte. Un meraviglioso Beksinski, rimugino fra me.
Ho la piena consapevolezza di quello che ho di fronte. Persone in movimento e natura morta contemporaneamente. Un' enorme comprensione dell'Essere in tutte le sue dimensioni. Una passione sfrenata, emozione e paura. Quella che provo anch'io. Un grande, Beksinski, ma molto meno fortunato di me. Perché diventare un pittore “di moda” ai giorni nostri é soprattutto una questione di fortuna. É così che ho detto in una recente intervista radiofonica. Eppure io, giovane pittore di talento, tanta sublimità non sono ancora riuscito a rappresentarla. L'ultima mia opera “Lucy corre” ha scatenato un certo scalpore. Durante la mostra una donna é svenuta. Magari non a causa del quadro, ma di fatto questo mi ha scatenato addosso i riflettori dei giornali locali e non solo. Ben vengano i giornalisti. La mia Lucy, tenera bimba dai lunghi capelli color ruggine, rincorre una farfalla. Le ali variopinte si muovono leggiadre in una tiepida primavera. Lucy allunga una mano, il suo sorriso nasconde a malapena un'espressione di sofferenza. Il suo piedino destro é pesante, scorticato a sangue, intrappolato da una catena grossa e pesante. Un'ancora che non le permette di correre, di volare via. Tuttavia non le impedisce di provarci ancora e poi ancora, nonostante il sangue, il dolore. Lucy, la mia Lucy, non ha paura. Il giornalista mi guarda con un ghigno ebete. Non ha capito nulla di quello che ho detto, non ha ascoltato. Mi guarda e cerca di nutrire la sua morbosa curiosità. Pensa che sono un povero storpio che vorrebbe inseguire le farfalle. Non va al di là delle apparenze. Perché se scrutasse meglio, se guardasse meglio nei miei occhi, vedrebbe lei, il mio obbiettivo, la mia dannazione, le mie notti insonni. Non avrebbe senso la mia vita se non cercassi di immortalarla in una mia opera. Cosa rimarrebbe di me? Un'immagine patetica, un riflesso in acqua torbida. Un flaconcino di pillole.
L'ho chiamata e si é voltata. Mi ha accarezzato, ho assaporato il suo respiro, l'ho sentita pronunciare parole incomprensibili. Maledetta torre di Babele! Come posso averti se non ti capisco? Aiutami a sapere, apri la mia mente, libera i miei sensi.
Lady Aki. Ti chiamo ancora, ma scompari nella nebbia. Di te non mi rimane che un desiderio infame e uno spietato lancinante dolore alla schiena.
Mi avvicino allo specchio. Si appanna. Sono vivo, questo é certo.
Ricordo vagamente i lineamenti del suo volto. I suoi occhi sembrano tristi. Forse piange o forse sto piangendo io. Ho paura.
“Non avere paura” mi dice lady Aki. Sapore di sangue e di mare.
Lady Aki guida una Ford Fiesta, anche gli angeli non sono più quelli di una volta. Prima volavano. Ora volo io e non sento nulla, vedo le nuvole, vedo gli occhi di lady Aki, sbarrati, vedo il mio piede destro. Lucy gioca sul prato, alza lo sguardo e mi vede arrivare. Lady Aki si avvicina, le sue labbra pronunciano qualcosa, troppe parole. Una bocca così bella, da baciare. “Non aver paura” ripete, “i soccorsi stanno arrivando...”.
Mi rispecchio nei suoi occhi imploranti, vedo la mia e la sua, la nostra paura. Lady Aki si allontana, pallida, trasparente, scompare tra i volti sconosciuti e spaventosi.
Mi risveglio tutte le mattine e lei é accucciata nel mio letto. La percepisco ma non riesco a toccarla. Splendida, pericolosa lady Aki. Vorrei dirle di andarsene, che è libera, che non è più necessario che rimanga. Non voglio essere la tua catena. Averla vicino mi illude che un giorno, magari potrei averla con me. Non puoi darmi quello che desidero. Attendi qui vicino a me, mia dolce carnefice, mia libertà rubata. Non puoi restituirmi ciò che mi hai tolto. Ti perdono e intanto sogno di correre. Allungo la mano per prenderti ma questa catena, questa sedia di ferro, mi ancora al suolo, pesantemente. Sono un uomo, un angelo, un morto che cammina. No, sono un pittore, un paralitico, un vivo che non cammina più. Sono vivo, questo è certo.

© Monica Mossa



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(1) Legami di sangue di Monica Mossa - RACCONTO
(2) Incatenato alla vita di Monica Mossa - RACCONTO



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