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Luigi Costa

La Principessa venuta dall'Est
da SITO


Questa volta è Amore vero. Amore con la A maiuscola, quello vero, assoluto. Si lo so, l'ho detto tante volte, tanto che ormai non lo credevo più possibile, ma questa volta ne sono sicuro, mi sono innamorato sul serio.
Perché lei non è come le altre.
Lei è diversa.
Me ne sono accorto fin da subito, fin dal momento in cui ci siamo incontrati nel salotto di quella ruffiana di Madame Van de Graaf. Ho il sospetto che quell'impicciona avesse organizzato la serata con il solo scopo di farci incontrare, lei e la sua fissa di farmi mettere la testa a posto. Quella sera ero già seduto sulla poltrona che lei tiene sempre riservata per me, pronto ad ascoltare le incredibili quanto noiose storie degli stravaganti ospiti della signora, quando mi chiese di alzarmi per accogliere degnamente la sua ospite.
"E' una Principessa", mi disse, "una donna tanto bella e originale."
"Vi piacerà", aggiunse, con il suo sorriso ammiccante.
Bella, lo era davvero. Lo sa Iddio, o il Demonio, se lo era. Solo uno dei due poteva averla creata. Con il viso di un pallore mortale, occhi scuri e penetranti, un corpo esile sul quale risaltava un seno florido e prosperoso.
Andai verso di lei, le presi la mano e gliela baciai. La mano era gelida e bollente allo stesso tempo. Baciavo la sua mano, ma affogavo ne i suoi occhi. Contraddittori, come la sua mano. Occhi insieme spaventati e sicuri, nobili e umili, semplici e incredibilmente complicati.
Lei mi sorrise. La scintilla era scoccata. Se ne accorsero tutti.
La più felice di tutti sembrava Madame Van de Graaf. Proprio nel suo salotto era avvenuto l'incontro fatale tra il misterioso artista e la solitaria Principessa appena giunta dal profondo Est dell'Europa. Una storia da raccontare con dovizia di particolari nelle serate che sarebbero seguite, storia destinata ad arricchirsi ogni volta di nuovi e succulenti dettagli.
Lo sapevamo entrambi, ma a nessuno dei due sembrava importare. Non feci nulla per nascondere la mia attrazione nei suoi confronti.
Quella sera, esisteva solo lei, la mia Principessa. La feci accomodare al mio fianco, e tutti gli altri ospiti, per quanto originali fossero, sparirono dalla mia coscienza.
Anche lei non parlò con altri se non con me. Parlava poco, ascoltava con interesse, sorrideva spesso. Un sorriso piccolo e misterioso, che mostrava appena il bianco di una dentatura perfetta.
Ci congedammo con tristezza, ormai a notte inoltrata, dopo che tutti gli ospiti della signora avevano abbandonato, una alla volta, il salotto. Sarei rimasto fin quasi all'alba, sorseggiando l'ottimo liquore che la signora, ospite sempre eccellente e generoso, dispensa senza parsimonia, a discorrere con lei perdendomi nei suoi occhi neri, ma la Principessa interruppe il nostro idillio.
Si scusò, ricordandomi che era poco opportuno per una giovane signora, senza marito, fermarsi a chiacchierare con un uomo appena conosciuto, seppur un gentiluomo del mio rango, fino ad un'ora così tarda nella notte.
Quando la lasciai andare, l'alba non era così lontana. La salutai e le strappai la promessa di un futuro incontro. Le serate londinesi erano così piene di vita, le dissi, e avrebbero potuto offrire piacevoli svaghi per una donna giovane, nobile e bella come lei. E io le offrii i miei servigi da guida, servigi che lei si premurò di accettare con il suo consueto, enigmatico e cortese sorriso.
La prima sera la portai a teatro. Un classico, per iniziare. Il Grande Bardo. William Shakespeare. Romeo e Giulietta. Il modo migliore per far conoscere a una fredda Principessa dell'Est l'intensità delle passioni dell'Occidente.
Con mia estrema sorpresa non fu per le scene d'amore che la sentii vibrare. Non per il primo incrocio di sguardi tra i due giovani, non per le preghiere della piccola Giulietta dal suo balcone fiorito, non per le rivelazioni del focoso Romeo al chiaro di luna. La sentii invece emozionarsi quando le spade di Mercuzio e Tebaldo si incrociarono nel tragico duello; quando Mercuzio, sporco del proprio sangue, moriva tra le braccia di Romeo maledicendone la stirpe; quando Romeo, bramoso di vendetta, uccideva l'omicida del suo migliore amico; perfino quando Giulietta e Romeo spiravano per il crudele scherzo del tempo e del destino e per l'effetto del veleno mortale.
Dopo lo spettacolo chiese a Giulietta, all'attrice che l'aveva rappresentata, cosa aveva provato, anche solo in scena, morendo.
Quando la riaccompagnai, vibrava ancora. Non per la storia d'amore, era chiaro.
Per la storia di morte.
Cominciava davvero a piacermi, non più e non solo per il suo pur meraviglioso aspetto fisico. Qualcosa in lei, un fascino oscuro e misterioso, mi teneva legato in un modo che tutt'ora non riesco a spiegare.
Per la nostra seconda serata, optai per il cinematografo. Non ricordo neanche quale spettacolo proiettassero, quella sera. Non è in quello che la magia del cinematografo. E' nella magia delle ombre, nelle immagini in realtà immobili, immagini morte, che sembrano animarsi e sembrano muoversi su uno schermo. E' negli incroci di sguardi con la persona che ti siede accanto nelle scene in cui la luce, più bianca, te lo consente. A patto che la persona che sia seduta accanto a te possa in qualche modo condividere le tue emozioni.
E lei lo era. Anche lei venne subito rapita dalla magia del cinematografo. Sembrava però preferire le scene in cui la luce era nera. Al buio, sentivo la sua mano stringere la mia con forza inaspettata. Sentivo le sue unghie affondare nella mia carne.
Non per paura, ma per piacere.
Quando la riaccompagnai a casa, mi ringraziò per averle mostrato tale meraviglia, che in Romania non aveva ancora potuto conoscere. Aveva amato quelle ombre, quelle anime. Quel mondo dove tutto era finto e, quindi, bellissimo.
Dopo quella sera, non l'ho più rivista. Ogni notte frequento salotti, giro i teatri con gli spettacoli più truculenti del Grand Guignol, mi rifugio nel buio dei cinematografi, con la sola speranza di poterla rivedere. I miei giorni, chiuso in casa, durano anni. Le mie notti, in giro tra le nebbie londinesi, durano ancora di più.
Non posso indugiare oltre, non posso affidarmi al caso né alle mie infruttuose ricerche notturne, lei deve essere mia. Al più presto. Ho istruito il mio servo, per recapitarle una mia missiva. La invito a cena per questa sera. Si, a cena.
Soli, io e lei.
Finalmente potremo di nuovo parlare, come la sera del nostro incontro, E questa volta non ci saranno ruffiane o cicisbei.
E poi verremo qui, a casa mia. Si, a casa mia.
Soli, io e lei.
E finalmente sarà il momento. Il mio momento. Il nostro momento.
Il servo le ha consegnato la lettera. La missiva diceva, semplicemente:
"Mia adorata principessa, questa sera verrò a prelevarla presso il suo domicilio con la mia vettura per farle assaggiare quanto di più buono si può trovare a Londra. I miei omaggi." Poi, in calce, la mia firma.
Non ho chiesto risposta, non ne ho bisogno. Non può non accettare, se prova per me solo la metà di quello che provo io per lei.
Il servo mi ha detto di aver consegnato la lettera ad una sua ancella, poiché la mia Principessa stava riposando. Ma la sua ancella si è fatta carico di rispondere per lei. Non avrebbe potuto non accettare un simile garbato invito di un gentiluomo come me, ha detto. Ho il sospetto che lei sapesse di me, che la Principessa si fosse confidata con lei sul sentimento che tra noi sta nascendo.
Si, riposa, mia Principessa. Che questa notte di passione sarà lunga e intensa.
Al calar del sole ho fatto preparare la vettura. Il mio fedele servo, al posto di guida, mi guarda con occhio complice.
Andiamo a prenderla, nel suo immenso maniero, poco fuori Londra. Le porte del cancello si aprono per farmi accedere al suo parco. E' scuro, misterioso, quasi minaccioso. E lei scende dalle scale del suo palazzo con un incedere lento e solenne. Sembra quasi che non cammini nemmeno. I suoi abiti neri esaltano il bianco della sua pelle. Il bianco della sua pelle esalta il nero dei suoi occhi.
Le bacio la mano e l'aiuto a salire sulla mia umile carrozza. Meriterebbe ben altro. Una carrozza reale. L'oro delle rifiniture esalterebbe il colore bianco e il colore nero del suo corpo.
Lo so, forse dovrei passare ad un mezzo più moderno, un'automobile, per esempio. Ma sono un romantico, in fondo. Mi piacciono le cose vecchie. E poi, cosa farebbe il mio servitore? Lui è ancora peggio di me, non si adeguerebbe mai a un simile cambiamento. E io devo pensare anche a lui.
Si siede, di fronte a me. Mi guarda con i suoi occhi scuri e il suo mezzo sorriso. La carrozza, senza un mio cenno, parte come per magia. Al momento giusto. Un'automobile non riuscirebbe a fare altrettanto.
Il nostro ingresso al ristorante non passa inosservato. Un luogo abituato da accogliere nobili e magnati della finanza si ferma per osservare un semplice artista e una sconosciuta Principessa. Tutti però capiscono che non siamo due persone qualunque. Il nostro fascino non nasce dal denaro, né dal potere, né dal sangue dei nostri avi.
O invece si, forse è proprio una questione di sangue.
Nel migliore e più elegante ristorante francese di tutto l'Impero la mia dama ordina solo della carne. Nessuna specialità, nessuna portata sofisticata. Solo della carne e bene al sangue, ci tiene a specificare.
Io non chiedo nulla, invece. Solo un calice di rosso Bordeaux, di un'annata speciale. Voglio passare questi momenti sorseggiando il vino migliore e guardando i suoi occhi.
La Principessa approva la mia scelta, beve anche lei lo stesso vino. Sulle sue labbra diventa sangue. Lo beve avidamente. Sembra provarne piacere.
Parliamo, finalmente.
Lei appare meno incerta, meno insicura. Si fida di me. Vince le sue istintive diffidenze. Mi racconta di sé, della sua antica famiglia, dei suoi castelli e dei suoi parchi nella sua terra natia che tanto ama ma di cui tanto ha paura. Una terra che anch'io amo, in fondo al mio cuore. E' la donna perfetta per me. Ogni attimo che passo con lei, ogni suo respiro che colgo, ogni dettaglio, ne sono sempre più convinto.
La cena finisce.
Ho atteso e temuto questo momento dal primo giorno in cui l'ho veduta. Il giorno in cui il salotto di Madame Van de Graaf vide il nostro incontro.
La invito a casa mia. Lei dice che non sarebbe conveniente per una signora come lei. Sorride, ma accetta.
Quando chiedo al mio servitore di riportarci a casa, a casa mia, sembra titubare.
Vorrebbe dire qualcosa, lo conosco abbastanza bene da sapere che ha intenzione di farlo, ma lui mi conosce abbastanza bene da capire che non è il caso.
Quello che non ha capito, è che stavolta è diverso. Questa volta è amore vero.
Siamo a casa, finalmente soli. Il mio servitore è andato, lasciandomi con un ultimo sguardo di monito. Io lo ringrazio e lo congedo con un solo cenno del capo. Lui, ringraziando a sua volta ci ha lasciati soli, con la consueta discrezione.
Evito un imbarazzante e inutile soggiorno nel mio salone. Il fuoco è acceso, l'ambiente è caldo, ma è la stanza da letto che tutti e due vogliamo. Subito.
In camera da letto, il suo vestito cade. Il suo corpo è come l'avevo immaginato. Mortalmente bianco.
Lascia cadere le braccia sui fianchi, abbandonandosi così al mio sguardo indiscreto. La osservo, la amo. E' la cosa più bella che abbia mai visto. Più della luna che affonda nell'Oceano. Più di ciascuna delle notti di tutta la mia vita.
Chiude anche gli occhi scuri. Mi si offre.
Ora è tutta mia.
Mi avvicino al suo corpo nudo. Lo avvolgo.
Avvicino le labbra al suo collo. Lo bacio. Ne sento l'odore, ne pregusto il sapore.
Chiudo anch'io gli occhi.
Mordo.


Luigi Costa
luigi.costa@inwind.it


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