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Microstorie
di Enrico Genevois
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CENTO PICCOLE COSE

Talvolta serve che qualcuno serbi i ricordi ma, in altri casi, è perfettamente inutile.

"..... un piatto, un bicchiere, una sigaretta ..... un foglio, una sedia, una penna .....

In lontananza si sentì un sordo boato che fece tremare le finestre della casetta.

Il vecchio continuò a parlare più velocemente guardando nel vuoto.

" ..... una lampadina, una radio, un tasto, un barattolo ....."

L'esplosione vicina lo interruppe per un attimo e lui sempre più freneticamente "..... un quadro, un quaderno, un tavolo, un cuore....."

Il bombardamento distrusse la casetta e sulla Terra non rimase più nessuno a raccontare quelle cento piccole cose della nostra memoria..

 

PARLARE A COMANDO

"E' un servizio rapido".

"Rapido in cinque anni?"

"Spesso ce ne vogliono anche il doppio".

"Ed anche tu hai fatto la cura per la vita eterna?"

E senza aspettare risposta.

"A cosa ti serve il tempo?"

"Serve a tutti".

"Questa mi giunge nuova. Io ne possiedo così tanto da poterlo

buttare".

"Io lo baratto con la gioia".

"Mio caro, è troppo preziosa la gioia per essere venduta. Quel poco che ho me la tengo ben stretta.

"La tua l'hai già finita?"

"Sì" rispose cupo "da troppo tempo".

DING

"Il vostro tempo per parlare è finito". La voce metallica, imperiosa, proveniva da un grosso altoparlante:

"Per voi se ne riparlerà tra 175 anni".

I due uomini si alzarono e camminarono incurvati verso direzioni opposte mentre i loro posti venivano occupati da un'altra coppia.

La voce metallica tornò a farsi sentire.

"Benvenuti nel periodico appuntamento. Le regole non sono cambiate: la campanella vi avvertirà dell'inizio e della fine dei vostri dieci minuti a disposizione.

Non infrangete le regole: l'eternità porta a noia mortale.

DING 

 

BABBO NATALE

L'omone dal vestito rosso, dalla barba bianca ed i lunghi capelli sotto il cappuccio, rideva.

Rideva sonoramente tenendosi il pancione con le mani. Sorrideva e distribuiva dolci che si squagliavano in bocca come la neve fresca sulla strada, facendo rimanere in lei un vago sapore di felicità.

Vicino stavano scampanellando tanti sonaglini appesi a quattro autentiche renne che si lasciavano carezzare il morbido pelo, guardando pazienti i bimbi più irrequieti mai sazi dei loro piccoli dispetti.

Infine, dietro le renne, vi era una maestosa slitta piena di pacchi chiusi da nastri che sembravano fili di stelle. Tutti sanno quanto possano essere curiosi i bambini ma nessuno desiderava prendere un pacco se non dalle mani dell'omone che tutti chiamavano Babbo Natale.

C'era chi consegnava letterine imbustate, chi un foglietto accuratamente piegato ed assurdamente non sgualcito, chi dava un bacino sulla barba non riuscendo a trovare spazio sulle rubiconde gote e chi lo abbracciava stretto stretto come a voler assaporare un attimo di intensa tenerezza mista a fantasia.

                

Una bambina si avvicinò e lo guardò per diversi minuti. Il Babbo Natale le rivolse, dopo numerosi ed irresistibili sorrisi, una parola che nessuno sentì eccetto lei.

La bimba parve non capire, poi si chinò leggermente in avanti per guardarsi le gambe.

Come se fosse stata pressa da un raptus, cominciò a saltellare e correre, gridare e rotolarsi, fare piroette e capovolte.

La strada si fece buia e lurida in un attimo; tutte le persone sparirono compreso il Babbo Natale.

La bambina rimase a guardarsi attorno senza meraviglia, poi, zoppicando con l'unica gamba, si diresse verso casa.

Finalmente sapeva cosa chiedere nella letterina da spedire a Babbo Natale.

  

GIROT 

Era una notte d'agosto e le ere glaciali si susseguivano come fossero primavere. Animali e vegetali fuggivano davanti ai ghiacci, lasciando indietro i più deboli, i più vecchi e le orme.

Impronte quadruplici che dimostravano la mole, il peso e la falcata di chi fuggiva.            

Girot, la giovane scimmia del clan regnante, i Magupi, aveva disobbedito per l'ennesima volta alla madre e si era allontanato verso il mare, distante ma tiepido ed accogliente con la sua sabbia bianca e fina.

Tornato a fine giornata, Girot non trovò più nessuno nell'accampamento.

Dopo un certo periodo di disorientamento, cominciò a vagare nei dintorni e solo dopo vari giorni capì di essere stato abbandonato.

Il freddo arrivò all'improvviso, rapido e velenoso, vivido come quello delle leggende raccontate dal nonno: ed ebbe paura. Sapeva che quelle storie finivano sempre in tragedia, con la morte.

Ancora altri giorni per capire come salvarsi e finalmente cominciò a correre, a fuggire, a lasciare quadruplici orme; sempre più vicine, sempre più stanche.

Al limite delle forze si appoggiò ad una roccia, consapevole della sua forzata fine.

Ed ecco la disperazione accoglierlo nelle sue irose braccia e Girot si alzò sulle zampe posteriori, alzò i pugni al cielo e gridò nel suo gergo, ai venti gelidi "E' una punizione troppo severa la morte per un bagno al mare."

Il silenzio rispose alla sua disperazione.

Solo dopo diversi minuti si accorse della sua innaturale posizione e non capì quali assurdi pensieri stessero attraversando la sua mente.

Cominciò a camminare con due zampe, poi a correre; correre verso quella salvezza irraggiungibile, più rapido, sempre più rapido, lasciando solo la metà delle solite orme. E più dimezzava le orme, più raddoppiava la salvezza.

Su due piedi cominciò la nuova razza, la nuova salvezza.

UN UOMO NORMALE 

"Signore e signori buongiorno."

L'aula magna era gremita di specialisti in chirurgia. Molti di loro non sapevano esattamente la ragione di quel convegno, soprattutto quella mattina, in cui l'unico oratore non era neanche un medico generico.

"In seguito a pressioni esercitate da famosi personaggi, di cui preferirei mantenere l'anonimato, sono giunto fin qui per illustrare, anzi, far vedere dal "vivo" a quale punto è giunta la chirurgia nera, cioè la chirurgia illegale."

Un mormorio concitato che sapeva di disapprovazione si levò dal pubblico.

"Signori, signori! Non ho la possibilità di giustificare la chirurgia nera od i suoi risultati positivi ma sono sicuro che può offrire risultati strabilianti.

Nel mio caso, perché dovete sapere che io sono uno degli operati dalla chirurgia nera, oltre ad avermi salvato la vita dal male incurabile del secolo, ha pianificato la mia esistenza aprendo vasti quanto nuovi orizzonti all'umanità. Non sono qui per difendere questa chirurgia bensì per farle la pubblicità che merita, quindi passerò direttamente alla dimostrazione."

L'oratore, senza dar tempo all'oratorio di reagire, si sfilò il guanto sinistro e svitò rapidamente le cinque dita.

"Non ci sono stati problemi di rigetto ed è innegabile un aumento della forza nella mano."

Quindi, senza altri indugi, alzò la manica della camicia, fino alla spalla e con un gesto repentino staccò prima la mano e poi il braccio.

"Nessun problema di rigetto, nessun problema di artrosi, più potenza."

Tutti trattennero il fiato mentre l'oratore stava sbottonandosi la camicia sotto la quale si intravedevano due grosse cerniere lampo: una circolare sul cuore e l'altra trasversale sull'addome.

Aperte entrambe le zip si potevano chiaramente vedere dei congegni collegati ad arterie e vene pulsare ritmicamente.

"Niente rigetto, niente infarti, niente ulcere."

Nessuno aveva il coraggio di parlare ma tutti gli occhi erano puntati su una sacca rosea plastificata che si gonfiava e sgonfiava a seconda dell'espirare od aspirare dell'oratore.

Si sentì un certo tramestio di suole come se le sedie, improvvisamente, fossero diventate scomode.

"Niente rigetto, niente tumori od asma, niente tubercolosi od enfisema: tanto fiato per correre."

Una voce, forse leggermente ironica, giunse dal fondo dell'aula.

"Fino a che reggono i muscoli!..... Od anche quelli......?"

Ci fu qualche risatina isterica.

"Si è provveduto anche a questo" e così dicendo l'oratore scoprì una gamba fino al ginocchio mostrando una serie di fili metallici che sostituivano totalmente qualsiasi muscolo.

Le risatine nervose cessarono immediatamente mentre molti occhi cercavano disperatamente di rimanere nelle rispettive orbite.

"Niente rigetto, più potenza e nessun affaticamento. Naturalmente si continua con altre possibilità più ovvie."

Così dicendo l'oratore ruotò il busto lasciando le gambe ferme finché non si svitò anche quelle. Si riavvitò per poi calarsi i pantaloni mettendo in mostra il pene e, naturalmente, lo svitò. Passò in rapida successione ai testicoli, agli organi dell'apparato digerente ed ai capezzoli.

Dopo aver rimesso a posto tutto si rivestì.

"Molti di voi si chiederanno cosa è rimasto di umano in me ma dovete solo riflettere un attimo; solo il cervello ci rende differenti dagli animali e quello, fortunatamente, ancora l'ho."

Stava già manipolandosi la testa per aprire la calotta cranica e mostrare l'interno.

Una massa informe e grigiastra palpitava la sua realtà silenziosa.

Una voce si fece sentire.

"Niente rigetto?"

 

ISOLA

Sognavo di essere sveglio e di addormentarmi per sognare di essere sveglio in un altro posto dove, riposandomi e chiudendo gli occhi ho finalmente sognato di sognare.

Ed in questo posto finalmente sognato, tanto lontano ed irraggiungibile, concupito ed agognato, ero adorno di luce.

Nessuna coordinata poteva segnare quel luogo ove la mia anima fotofora si muoveva faticosamente, come su una cuora.

La duttile roccia della montagna sovrastante era stata plasmata ed erosa dal tempo, creando apocalittiche figure che sembravano muoversi convulse al piegarsi degli alberi sotto un vento caldo.

Non un rumore accompagnava i passi della splendida donna che, sorridendo, mi veniva incontro; non un cigolio emetteva il suo sguardo penetrando i miei occhi.

Mi prese per mano, stringendola dolcemente, facendomi poi volare al suo fianco e tale vicinanza permetteva al mio essere di inebriarmi della sua bontà.

Stringendo ancora la sua mano mi sono svegliato e l'ho baciata.

  

AGLI ALBORI DELLO SPECCHIO

Lo specchio ha avuto tante vicende legate alla sua esistenza che sarebbe un vero delitto non raccontarne uno legato alla sua prima comparsa.

Il pezzo di vetro era lì e, in maniera non ben precisata, si ricoprì di una sostanza riflettente.

Varo e Valo, due fratelli molto uniti, lo trovarono.

"Guarda Valo, su quest'oggetto c'è la stessa immagine che vedo quando mi sporgo sulle acque del fiume. Non ci sono dubbi: sono io!"

Valo prese in mano il vetro e lo guardò attentamente.

"Ti sbagli Varo, quest'immagine è la mia, ha lo stesso naso schiacciato come il mio."

Varo tolse bruscamente l'oggetto dalle mani del fratello e lo guardò corrucciato.

"Stai vaneggiando fratello. Questa è proprio l'immagine del mio volto: il naso non è schiacciato e vi è la mia piccola cicatrice sopra l'occhio sinistro."

Dopo circa un'ora erano ancora lì a discutere animatamente.

Nel mentre passò un vecchio con la barba assai lunga e la fronte rugosa.

"Vecchio", gridò Valo facendogli cenno di avvicinarsi, "vieni qui, ti prego, dicci cosa vedi in questo oggetto."

Il vecchio si avvicinò molto lentamente, prese con cura il vetro e lo strofinò sulla sua ruvida casacca.

"Tutto quel che va osservato bisogna prima ben pulirlo in modo da non farsi trarre in inganno."

Una polverina a scagliette irregolari scivolò inosservata per terra. Il vecchio alzò il vetro e disse di non vedere nulla."

"Cosa stai farneticando?" strillò Varo.

"Vedo tutto ciò che vedevo prima di mettere questo oggetto davanti ai miei occhi, come se non ci fosse nulla" precisò il vecchio.

"Non vedo nulla perché l'oggetto esiste ma non lo vedo; vale meno di una goccia d'acqua."

Valo prese il vetro e lo alzò. Dall'altra parte vide il fratello.

"Ma questo sei tu, tale e quale. Avevi ragione dicendo che era la tua immagine."

"Io, invece, ora vedo la tua immagine e non più la mia" disse Varo con il vetro in mano.

I due si guardarono stupiti ed alzarono le spalle come a voler ammettere la loro sconfitta.

Valo buttò il vetro sulle rocce facendone volare le schegge da tutte le parti.

"Questo non servirà mai a nulla di buono", sentenziò, avviandosi in direzione della caverna.

 

DARDAGISK

"Sogno di cantarti e di svegliarmi tra infinite stelle lontane, dove ogni grido sarà un sussurro e dove ogni carezza sarà una fetta di sole."

L'uomo chinò il capo e si osservò le mani come se fosse la prima volta in vita sua.

Tutti gli avventori del locale spaziale aspettavano pazientemente che il vecchio continuasse, ben sapendo del lungo periodo che poteva passare prima di riascoltare la sua voce.

Qualcuno si avvicinò un boccale di liquido denso alle labbra, qualcuno lubrificò le sue giunture.

"Sogno di cantarti e di cullarti sorridente, con pensieri che si incrociano a dolci e soavi parole. Saremo uniti....."

Lo sguardo del vecchio si fece vacuo ed il corpo fu percorso da una serie di brividi.

Qualcuno fece finta di fumare, qualcuno tentò di piangere, qualcuno si mosse delicatamente.

" Sogno di cantarti e più niente esce dalla bocca perché un tuo bacio mi zittisce."

La voce fioca del vecchio aveva costretto tutti a sporgersi verso l'uomo anche se realmente non ve ne era bisogno poiché i sensori delle orecchie potevano captare rumori assai più flebili a distanze maggiori.

Ora non si sentiva neanche il respiro roco.

"Dardagisk", implorò un robot, "cantaci ancora qualcosa."

Un androide posò una mano mostruosamente perfetta sulla spalla destra del vecchio.

"Penso che ormai sia morto. Non potremo più sentire niente di nuovo. La razza umana è estinta."

"Ma come mai sono così poco resistenti?", chiese un robot che senza aspettare risposta continuò "E non venitemi a raccontare di quelle vecchie leggende sul bisogno dell'uomo di riposare e mangiare!"

 

PELLE

"Fra i tanti negozi che lampeggiavano le loro scritte ve ne era uno le cui luci erano appena percepibili ma non aveva bisogno di alcun tipo di pubblicità o di dare fumo agli occhi; non aveva nessuno specchietto per le allodole.

Semplicemente era lì e proponeva, ancora più semplicemente, il cambio della pelle."

Gli uomini attorno al vecchio che stava raccontando sghignazzarono dandosi piccole gomitate l'un l'altro. Il vecchio parve non accorgersene poiché continuò con lo stesso tono.

"Dapprima era solo qualche curioso che entrava e non usciva più da quel negozio..... se non con una pelle nuova, naturalmente; poi, piano piano, la cosa passò di bocca in bocca fino a farne un posto affollatissimo.

I due individui che gestivano il locale parevano offrire magie e sortilegi, qualcosa di esoterico, di spregiudicatamente al di là della comprensione umana.

In effetti, nessuno ricordava nulla di ciò che gli accadeva: si ritrovavano con una nuova pelle e tanto bastava.

Naturalmente vi furono mille accertamenti da parte della legge ma nulla cambiò. Tutti gli uomini e tutte le donne, vecchi o di colore, credendo che il potere fosse nella loro pelle, stufi o stupidamente stanchi della loro biodiversità, sgomitavano e si accalcavano nei pressi del negozietto."

Alcuni ascoltatori cominciarono a sbadigliare ma il vecchio proseguì.

"Un giorno, una donna, presa da chissà quale raptus divino, urlando -Ciò che Dio ha creato l'uomo non può cambiare- estrasse una pistola ed uccise uno dei due gestori.

Da allora il negozio è chiuso e nessuno può più cambiare pelle".

Gli uomini si guardarono interrogativamente, poi qualcuno chiese al vecchio "Tutto qui? E l'altro tizio del negozio che fine ha fatto?"

Il vecchio sorrise sardonicamente e, mettendo in mostra cinque file di denti acuminati, si strappò di dosso i pochi stracci mettendo in mostra un corpo possente, orrendo, verde scuro e squamoso.

"L'altro", ruggì, "ha ancora fame di pelle."

Guardò gli uomini vicini così come si guarda il cibo dopo due settimane di digiuno e si avventò su loro.

  

BIANCHI E NERI

Al problema della sovrappopolazione si è pensato molto: dalla pillola al profilattico, dalle guerre alle partite di calcio.

Ogni sistema rende sempre meno.

Tese il braccio, prese con sicurezza la torre e la strusciò lungo l'estrema verticale destra. Ritirò il braccio, guardò l'avversario e fece un sorriso molto simile ad un ghigno.

L'uomo che giocava con gli scacchi neri tremò visibilmente. La sua mano sinistra fece due o tre tentativi di alzarsi per prendere un alfiere; poi, dopo averci pensato ancora, spostò nervosamente l'unico cavallo rimastogli "Scacco alla regina!"

Ora si rilassò, si permise un sorriso rilassando tutti i muscoli del corpo e mostrò una lunga serie di denti bianchissimi ma subito la soddisfazione morì sul volto notando che l'avversario lo guardava senza paura o sorpresa. L'uomo con gli scacchi bianchi continuò a tenere fisso lo sguardo sull'avversario e, senza dire una parola, spostò un alfiere sulla diagonale del re nero.

Il contendente guardò allibito la disposizione sulla scacchiera.

"No, non voglio morire!" urlò alzandosi, facendo rotolare la sedia all'indietro. Cercò di fare qualche passo in direzione della porta ma le gambe si sollevarono; il corpo fu scaraventato contro una parete dalla forza d'urto dell'arma di grosso calibro che ancora fumava in mano ad un tizio incappucciato.

Il giocatore superstite si alzò ed uscì; pochi secondi dopo altri due giocatori erano seduti davanti alla scacchiera.

Il cadavere ed ogni altra traccia erano già spariti: stava cominciando un'altra partita per la selezione umana.

© Enrico Genevois



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