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Un pezzo di vetro infranto
di Fabio Monteduro
Pubblicato su SITO


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Giorno 2

Minni, l’eterna fidanzata di Topolino, guardava la donna legata davanti a sé.
I lunghi capelli biondi, sporchi di sangue e terra; i seni esuberanti, segnati da cicatrici che ancora stillavano gocce vermiglie; le lunghe gambe piene di lividi.
Non sembrava poi così minacciosa.
Minni la squadrò ancora una volta, persa nel suo mondo inesatto, poi si passò le mani sulla lunga tunica marrone che indossava. Non ricordava perché si era conciata in quella maniera, forse perché era Halloween… o perché così le era stato detto di fare. Sapeva però di sentirsi strana, quasi che la sua testa fosse troppo piccola per contenere un normale cervello umano… eppure era così grande, con quelle orecchie nere che nemmeno entravano nel cappuccio del saio che indossava.
- Ehi – disse, toccando la donna con un dito.
Questa gemette.
- Ehi – ripeté Minni, scuotendola un po’ più forte.
La donna aprì gli occhi e si guardò intorno nell’oscurità quasi totale. Vide Minni, che la guardava con quell’espressione fissa da idiota sorridente e cominciò ad urlare, ad agitarsi e a divincolarsi, mentre i legacci stretti, già le mordevano le carni, lasciando colare nuove, sottili lingue di sangue.
Minni afferrò la sua nuova roncola e si diede da fare…


Giorno 3

Sua moglie era scomparsa.
Erano passati tre giorni e lui se la stava cavando bene.
O almeno così pensava.
Samuele Nava, appena tornato dal commissariato di polizia, si sentiva come avesse partecipato ad un incontro di dieci round con Mike Tyson.
La signora Ines, la donna che teneva i suoi figli, quando lui non c’era, lo aspettava davanti alla porta, forse credendo che portasse qualche notizia. Le era bastato guardare la sua faccia, per capire che non ce n’erano. Nemmeno questa volta.
Ines Ferrari, trentacinque anni ben portati, lo contemplò, mentre saliva il breve viottolo che portava alla casa e si strinse le mani in grembo. Era la babysitter di famiglia sin dalla nascita del loro primo figlio e l’avevano sempre chiamata “signora”, nonostante non ne avesse l’aspetto, né fosse mai stata sposata.
Si fece da parte e lo lasciò passare.
- Signor Nava – chiamò.
Samuele si fermò e la guardò accigliato.
- No… niente – fece la donna.
Abbassò lo sguardo e si allontanò verso la cucina.


Giorno 4

Era passata mezzanotte, quando Samuele spense la televisione e si avviò lentamente verso la sua camera. La signora Ines aveva messo a letto i bambini, prima di andarsene e si era anche offerta di fargli compagnia, ma lui aveva rifiutato, sostenendo che preferiva starsene da solo. L’unica compagnia che desiderava, in quel momento, era quella della sua bottiglia di brandy invecchiato dodici anni.
Accese la luce allungando la mano, senza entrare nella stanza. La testa che gli girava appena un po’.
C’era una sedia di fianco al letto, con sopra i vestiti di Sabrina… e le sue pantofole, il lucidalabbra ancora sul comò, proprio davanti alla fotografia di loro due abbracciati di fronte al lago. Samuele seguì con il dito il volto di Sabrina, poi cominciò a spogliarsi, guardando ancora le cose di sua moglie, come se così facendo, potesse farla tornare. S’infilò una giacca da camera ed uscì nel breve corridoio che divideva la stanza da quella dei suoi figli.
Riccardo, Ricky, per amici e parenti, dormiva con il pollice infilato in bocca; un vizio che aveva perso già da alcuni anni. Chi poteva biasimarlo se aveva ricominciato?
Carola, Cara, come l’aveva chiamata sin dal primo giorno il suo fratellino, dormiva invece abbracciata al suo orso di peluche; ansimava leggermente, come in preda ad un brutto sogno. Samuele si avvicinò e le accarezzò appena la testa, poi si voltò verso suo figlio, gli tolse il dito dalla bocca e, guardandoli entrambi ancora una volta, uscì silenziosamente dalla stanza.

Giorno 4, pomeriggio

Il parco era pieno di bambini, persino troppi, per quanto lo riguardava, ma vedere Carola e Riccardo lanciarsi da quello scivolo oblungo e un po’ contorto, sentire le loro grida di puro e cristallino divertimento, in un certo senso lo ripagava anche di quella domenica lunghissima.
- Papà, papaaaaaa. Guardami, guardamiiiiiiii.
Riccardo era in piedi sul fortino dei soldati. Samuele gli fece un cenno con la testa e il bambino si lanciò come un folle dallo scivolo, rovinando tra un mucchio di altri bambini, in una montagnola di sabbia.
Fu in quel momento che il cellulare di Samuele cominciò a vibrare nella tasca del suo giubbotto: Ispettore Salieri, lesse sul display, dopo aver tirato fuori il telefono.
- Walter – disse.
- Ciao, ti disturbo? – chiese il poliziotto.
- No, dimmi pure.
- Puoi passare in commissariato?
- Ci sono novità?
- Voglio farti conoscere una persona.
Samuele sospirò.
- Chiamo la babysitter e ti faccio sapere, ok?
Chiuse la comunicazione e si voltò a guardare di nuovo i suoi bambini. Ricky si lanciava un'altra volta dallo scivolo, ululando come un coyote alla luna. Cara, invece, stava giocava con una bambina della sua età, adesso; fingevano di essere due vecchie signore che parlavano del più e del meno davanti ad una tazza di tè. Da quello che poteva ricordare, era sempre stato il suo gioco preferito. In un paio di occasioni anche lui era stato invitato al suo tavolo, cosa di per sé molto onorevole, insieme all’orso di peluche, alla bambola Rosaria e al signor “Nessuno”, come chiamava l’immaginario invitato che occupava la sedia vuota tra l’orso e la bambola… commensale che non mancava mai di inquietarlo un po’.
Compose il numero della signora Ines.
- Pronto – rispose lei dopo un paio di squilli, la voce disturbata da scariche di energia statica.
- Signora Ines, mi sente? Sono Samuele Nava.
- Oh, signor Nava. Che succede?
- Potrebbe venire da noi, diciamo tra mezz’ora? Mi scusi se glielo chiedo senza preavviso, ma…
- Come dice?
- Volevo sapere se può venire da noi e…
- Mi dispiace – rispose lei interrompendolo, la voce sempre più lontana – purtroppo sono fuori città… non credo di riuscire a... – una scarica violenta cancello le sue parole.
- E’ ancora lì? – chiese Samuele.
- Si… la linea è molto disturbata. Le dicevo che non mi è possibile venire da lei, adesso. Mi ha sentito?
- Sì, certo. Va bene, non si preoccupi.
Chiuse la comunicazione, pensando che Salieri avrebbe dovuto aspettare il giorno dopo, quando il cellulare vibrò di nuovo nella sua mano.
Abbassò gli occhi e lesse sul display: “Leo casa”.
- Ehi – rispose.
- Ciao fratello, dove sei?
- Al parco. Va tutto bene?
- Sì, ok… Alma vuole sapere se vi andava di venire qui per cena. Vuole prendere delle pizze.
- Come sta? – chiese Samuele.
- Meglio, anche se quei medicinali che prende la rendono così indolente… allora venite?
- Devo passare in commissariato.
- Ci sono novità?
- No, non credo, cioè… non so cosa vogliano ancora.
- Porta i bambini qui. Poi, quando hai finito, ci raggiungi.
- Sei sicuro? Non vorrei che Alma si stancasse.
- Non preoccuparti. Ti aspetto.
- Sì, ok. Grazie Leo.

Giorno 5, tardo pomeriggio

Samuele parcheggiò la sua auto appena dietro ad un’Alfa della polizia e scese lentamente, preda di pensieri sempre più tetri.
E se Salieri gli doveva comunicare che l’avevano ritrovata?
E se gli avesse detto che era morta?
Suonò al citofono e rimase in attesa, mentre una vocina nella testa continuava a dirgli: è morta, Sabrina è morta.

Quando fu accompagnato nella stanza dall’agente di turno, trovò Walter Salieri che fumava una sigaretta, in barba al cartello appeso dietro che lo vietava espressamente. Accanto a lui un uomo che Samuele non aveva mai incontrato.
- Ispettore – salutò mestamente.
Salieri alzò lo sguardo e lo salutò muovendo appena la testa, poi parlò all’uomo vicino a lui.
- Ecco Samuele Nava – disse, rivolgendosi ad un tipo in impeccabile doppio petto grigio, con il volto rasato di fresco e i capelli pettinati all’indietro.
- Agente Speciale Fabio Licari – si presentò questi, stringendogli la mano.
- E’ del nucleo investigativo – continuò Salieri – e l’ho chiamato per aiutarci nelle indagini.
Samuele alzò le spalle, indifferente.
- Signor Nava – cominciò Licari squadrandolo – vorrei farle alcune domande, se permette?
 - Dica pure – fece Samuele.
- Che lavoro fa? – disse Licari.
- Ho una tabaccheria.
- Ha un regolare porto d’armi, vedo – disse, guardando un foglio davanti a se, sulla scrivania di Salieri.
- Sì, ma cosa c’entra con…?
- Ed una pistola, giusto?
- Regolarmente denunciata. Perché me lo chiede?
- Domande di routine.
Licari scrisse qualcosa su un taccuino, poi alzò lo sguardo su di lui.
- Mi parli della notte in cui sua moglie è scomparsa – disse.
- Non c’è molto da dire. Sono tornato a casa verso le dieci e ho notato che la porta d’ingresso era socchiusa. Ho pensato che Sabrina mi avesse visto dalla finestra…
Licari scrisse sul suo taccuino e Samuele continuò.
- Una volta entrato l’ho chiamata, sono andato in cucina, ho visto la tavola apparecchiata e un piatto coperto con la mia cena… ah, in sala c’era la TV accesa.
- I suoi figli? – chiese Licari.
- Erano al piano di sopra, nella loro camera. Dormivano.
- Sua moglie lavora, per questo avete una babysitter, vero? – chiese il poliziotto.
- Sì, la signora Ferrari. Ma era già andata via, a quell’ora.
- Dopo, che cosa ha fatto?
- L’ho cercata dappertutto, ovviamente. Poi ho telefonato a tutti quelli che conosco e che potevano sapere qualcosa. Alla fine è stato mio fratello a consigliarmi di chiamare la polizia.
Licari prese nota lentamente, poi si fermò a riflettere, mordicchiando appena l’estremità della sua matita.
Samuele cominciò a sentirsi infastidito e pensò che gli sarebbe piaciuto strappargli quel blocchetto dalle mani e farlo a pezzi.
- Signor Nava, c’erano problemi tra voi? – chiese Licari.
- In che senso, scusi?
- Problemi, signor Nava… ha presente? Quelli che si hanno comunemente tra moglie e marito.
Samuele non rispose.
- Crede che sua moglie abbia avuto qualche motivo per andarsene? – insistette il poliziotto.
- Lei pensa che se ne sia andata volontariamente? – Samuele era sorpreso.
- Lei cosa pensa, invece?
Samuele si voltò verso Salieri.
- Anche tu credi che Sabrina se ne sia andata? Così, lasciando la porta aperta e i bambini a dormire?
Walter non fece in tempo a dire nulla, Fabio lo precedette.
- Potrebbe rispondere alla mia domanda, per piacere?
Samuele lo carbonizzò con lo sguardo.
- Mi faccia capire, agente speciale, lei sta pensando che mia moglie possa avermi lasciato?
- Non sto pensando nulla, signor Nava – rispose Licari, per nulla impressionato dall’atteggiamento bellicoso di Samuele - sto chiedendo a lei se pensa sia possibile.
- Dio, no. Certo che no. Perché avrebbe dovuto farlo?
Licari scrisse qualcosa, prima di continuare.
- Certo che questo è proprio un mistero – disse, poi si fermò e riprese a mordicchiare la sua matita - la scomparsa di sua moglie, intendo. Chissà, forse è stata rapita dagli UFO…
- Gli UFO? Ma che…?
- Mi perdoni, signor Nava. L’ispettore, poco fa, mi ha detto che lei ritiene impossibile che sua moglie possa essere stata rapita. Del resto non siete una famiglia talmente benestante da attirare gente del genere. Dico bene?
Samuele non si mosse e Licari continuò.
- Allora, se non è stata rapita e secondo lei non se ne andata di sua spontanea volontà, cosa altro resta se non gli UFO?
- Mi sta prendendo per il culo? – disse Samuele, alzandosi.
Salieri si alzò a sua volta e gli poggiò una mano sulla spalla.
- Calmati – disse.
- Allora, signor Nava? – continuò imperterrito Licari.
Samuele tornò a sedere, lo sguardo infuocato, il cuore che gli batteva all’impazzata.
 - Lei sospetta di me? – chiese all’indirizzo dell’agente speciale - Cosa pensa, che abbia rinchiuso mia moglie in cantina?
- L’ha fatto?
Samuele si alzò con uno scatto fulmineo e diede seguito ai suoi propositi: afferrò il taccuino di Licari e strappate alcune pagine, lo lanciò lontano. Poi, portando avanti la mascella, lo sfidò a reagire.
- Sei impazzito? Questo non è… - cominciò Salieri, ma Licari lo precedette.
- Va tutto bene, non preoccuparti.
Si alzò e raccolse ciò che restava del block notes.
Samuele lo guardò esterrefatto.
- Come l’hanno presa questa storia i suoi figli? – continuò Licari, come se nulla fosse accaduto.
Samuele aggrottò le sopracciglia e guardò Salieri.
- Perché fa così? – disse.
- Volevo solo scuoterla. E’ entrato qui che sembrava un specie di zombi, sarebbe stato inutile parlare con lei in quelle condizioni. Ora mi dica dei suoi bambini, per favore – fece, sempre impassibile Fabio Licari.
Samuele guardò nuovamente Salieri, prima di continuare.
- Come vuole che l’abbiano presa? Per loro, la mamma è andata in America – rispose Samuele.
- E’ questo che gli ha detto?
- E’ questo ciò che ha detto Ricky, mio figlio più grande, due giorni dopo che sua madre era scomparsa. Ovviamente sua sorella si è subito adeguata… ma non so proprio da dove gli sia venuta questa idea.
- Va bene, per il momento direi che può bastare – concluse Licari.
Samuele, si alzò in piedi e allungò la mano verso di lui.
- Mi dispiace per il taccuino.
- Non si preoccupi... tanto ho un’ottima memoria.


Giorno 6

- Papàaaaaaa.
Un urlo squarciò il velo di sfinimento che avvolgeva il sonno di Samuele che si tirò su a sedere nel letto, chiedendosi se avesse sognato.
- Papàaaaaaa – la voce di Riccardo e subito dopo Carola che cominciava a piangere.
Samuele saltò giù dal letto e corse nella camera dei bambini.
Cara si era tirata su, piangeva, stringendo tra le braccia il suo orso di peluche. Samuele si avvicinò a lei e le sussurrò qualcosa, accarezzandola dolcemente. Poi si voltò verso suo figlio. Riccardo lo guardava accasciato sul letto, come un uomo colto da infarto… quello sembrò a Samuele in quel momento, non un bambino di otto anni.
- Shhh, buono Ricky, buono.
- Attento alla croce, papà – disse il bambino, terrorizzato.
- Quale croce, Ricky? Di cosa parli?
- Come una X, papà… c’è il sangue sulla croce.
Ci mancava solo che suo figlio avesse le visioni mistiche.
- Era solo un brutto sogno, dai – disse - ormai sei un ometto.
- NO! – gridò Riccardo e Samuele trasalì.
- Papà – lo chiamò Carola, con voce tremante.
- Che c’è, principessa?
- Dov’è la mamma, papà? Quando torna dallamerica? – disse, come se fosse una sola parola.
Samuele, il cuore ridotto ad un insignificante puntino, prese Riccardo per la mano e lo stesso fece con Carola, poi li condusse con sé, nella sua camera.
Dieci minuti dopo, tranquillizzati dalla presenza dell’unico genitore che gli rimaneva, i due bambini dormivano, mentre Samuele si chiedeva cosa avesse fatto di tanto terribile da meritare un castigo del genere.
L’immagine della croce, della grande X del sogno di Riccardo, lo andò a trovare pochi istanti prima che egli stesso fosse portato via dal sonno.

Giorno 7

Lorenzo, seduto sul muricciolo davanti alla casa, guardava suo fratello intento a rimettere in moto un vecchio tagliaerba arrugginito, che doveva aver falciato il suo ultimo prato, quando Pertini era ancora Presidente della Repubblica.
Samuele provò per l’ennesima volta ad accenderlo e quello produsse solo una nube oleosa di fumo. Gli diede un calcio ed andò a sedersi vicino a suo fratello.
- Vuoi una sigaretta? - chiese Lorenzo e Samuele scosse la testa.
- Sai quant’è che non tocco una di quelle? – disse.
- Dall’ultima volta che hai usato quel tagliaerba?
Samuele non fece caso alle sue parole.
- Avevamo litigato, io e Sabrina, quel giorno… motivi futili… o almeno lo pensavo in quel momento, ma forse mi sbagliavo, non trovi?
Lorenzo non rispose, accese la sua sigaretta e soffiò via il fumo.
- E che c’entrano le sigarette?
- Pensa, mi aveva accusato di avere delle mire verso la babysitter – fece Samuele e sorrise amaramente.
- Con la signora Ines? Certo, è una bella donna, però… – disse Lorenzo.
- Già… in quel momento, mentre discutevamo, mi venne in mente che cercava di attribuire a me qualcosa che forse faceva lei… fu sul portico della casa di Barbarograsso che accesi la mia ultima sigaretta.
Lorenzo aggrottò le sopracciglia.
- Che vuoi dire?
Samuele si alzò in piedi.
- Devo andare a prendere i bambini.
- Samuele – lo chiamò Lorenzo, mentre egli entrava in casa – pensi che Sabrina ti abbia tradito? E’ questo che credi?
Samuele chiuse la porta alle sue spalle.

Giorno 8, pomeriggio

Il lago era uno specchio metallico che rifletteva altezzoso il cielo basso e grigio sopra di sé. Non un soffio di vento ne increspava la perfetta superficie.
Samuele, fermo con le mani sui fianchi davanti al portico della casa, si guardava intorno, incredulo di aver percorso i quasi centocinquanta chilometri che lo dividevano dalla sua abitazione di città. Aveva viaggiato sprofondato in maniera così totale nei suoi pensieri, che era incredibile come non si fosse schiantato contro un TIR o un albero.
Ricordava di aver lasciato i suoi figli dalla babysitter e di aver acconsentito che li accompagnasse al circo, strappandole però la promessa che dopo averli riportati a casa, si sarebbe fermata anche lei per la notte, perché lui avrebbe fatto tardi.
“Devo andare a Barbarograsso”, le aveva detto, il paesino dove lui e Sabrina avevano acquistato la casa per le vacanze, proprio di fronte al lago vulcanico, distante solo pochi metri da quella di suo fratello Lorenzo e sua cognata Alma.
Gli venne in mente che da quando Sabrina era scomparsa la signora Ines gli era sembrata sempre più strana, come se quella vicenda l’avesse segnata. Negli ultimi giorni era stata quasi restia ad andare da loro e per due volte Samuele aveva dovuto chiamare un’altra ragazza, per i bambini.
Dal cielo, così basso da sembrare di poterlo toccare solo sollevando una mano, cominciò a cadere la prima pioggia e Samuele alzò lo sguardo: alcune gocce gli rigarono il volto. Fece due passi indietro e si rifugiò sotto il portico, nel medesimo istante un lampo divampò nel cielo e fu come se gli avesse graffiato le pupille. La pioggia prese a cadere giù fitta, pesante e improvvisa, subito seguita da un vento gelido che gli fece lacrimare gli occhi.
Samuele entrò in casa e si fermò senza fiato, quando fu sopraffatto dai ricordi. Vide, quasi fisicamente, la luce cambiare ed invece delle ombre sempre più lunghe che si spostavano dagli angoli verso il centro della stanza, si ritrovò in un abbagliante pomeriggio di fine agosto, con le grida giocose dei bambini che arrivavano dalla riva del lago, a fare da sottofondo alla sua vita che credeva spensierata e serena. C’era Sabrina davanti a lui, con indosso solo il suo accappatoio rosa ed un fiocco rosso che le scendeva dai capelli…
Poi fu come perdere i sensi. Samuele vide la stanza girare, mentre la penombra uggiosa di quella giornata autunnale tornava ad impadronirsi della casa. Immagini color seppia, come vecchie foto di tempi andati, gli riempirono la mente. si ritrovò in ginocchio davanti alla porta della cantina, aperta su scale che scomparivano all’improvviso nell’oscurità… poi una grande X sembrò emergere davanti a lui. Si aggrappò allo stipite giusto in tempo, prima di ruzzolare fino in fondo e, probabilmente, rompersi l’osso del collo. Immediatamente dopo il suo cellulare cominciò a suonare.
Lo afferrò e vide sul display la parola “casa”.
- Pronto? – rispose, preoccupato che lo cercassero da lì.
Solo energia statica dal ricevitore.
- Pronto? – ripeté.
- Papà? – la voce lontana e un po’ gracchiante di Riccardo.
- Ricky, che succede? – chiese.
- Papà... siamo tornati dal circo e…
Una scarica lo costrinse ad allontanare il telefono dall’orecchio.
- Pronto? Ricky, mi senti? Dov’è la signora Ines?
- Non lo so, papà – rispose il bambino, la voce lontanissima.
- Come sarebbe? Dov’è Carola?
- Guarda i cartoni.
- State bene?
Un’altra scarica violenta.
- Pronto, Ricky? Voi state bene? – ripeté.
- Sì…
- Ricky, dov’è la signora Ines? – chiese di nuovo Samuele.
Il bambino tirò su con il naso, poi disse, tutto d’un fiato:
- La croce papà, la mamma è in America… insomma, non lo so! - e scoppiò a piangere.
- Calmati, dai… senti, la porta è chiusa?
- Sì – sempre più distante e debole.
- Ok, allora non aprite a nessuno. A nessuno, capito? Tra un po’ papà torna – disse, ma subito ripensò alla croce… “la mamma è in America”. Che diamine significava? Un brivido gli percorse la schiena e si accorse di avere la pelle d’oca.
- L’ha messa sulla croce… -  fece di nuovo il bambino, poi si fermò, come per riflettere e aggiunse, quasi sottovoce, o almeno così sembrò a Samuele  - papà, vieni subito?
- Sì, certo… ma tu stai tranquillo e mi raccomando tua sorella, io…
Non fece in tempo a dire altro, la comunicazione si perse nei crepitii di un mondo fatto di cavi, elettricità e satelliti.
Subito dopo compose il numero della babysitter, pensando che l’avrebbe licenziata in tronco, quell’incosciente.
“Il cliente da lei chiamato, non è al momento raggiungibile…” - iniziò disturbatissima la vocina registrata. Samuele chiuse il telefono ed uscì dalla casa.
Chiuse la porta e tornò a guardarsi intorno.
Aveva smesso di piovere e l’aria era satura dei profumi tipici di quel luogo incantevole. Alzò lo sguardo e vide in lontananza il belvedere del paese… c’era qualcuno affacciato dal parapetto… sembrava suo fratello Lorenzo… ma non poteva essere.
Salì in auto e si allontanò da Barbarograsso.
Lorenzo Nava, seduto su una panchina sul lungolago di Barbarograsso, guardava le coppie passare tenendosi per mano. Vide due ragazzi, avvinghiati uno all’altra, come se la vita dipendesse da quell’abbraccio; li vide fermarsi sul parapetto che dava sul lago e guardare verso l’orizzonte. Per loro, la vita era un lungo nastro rosa che si srotolava verso il futuro.
Lo sapeva Lorenzo, quello che quei due sentivano. Lo sapeva perché lo aveva provato anche lui.
Si guardò intorno, chiedendosi che diamine ci fosse andato a fare a Barbarograsso.
Aveva sperato forse di trovarci Sabrina?
Scosse la testa, pensando che era davvero caduto in basso. Perché, era o no una bassezza l’amore che aveva provato e provava ancora per Sabrina, la moglie di suo fratello? Ripensò a quella smania che li aveva travolti così totalmente da renderli pazzi, ciechi e completamente felici. Non era poi durata molto, in verità, anche perché, poche settimane dopo, Alma aveva cominciato a stare male e aveva avuto bisogno di lui… tutte quelle medicine che le davano, poveretta.
“Sua moglie – gli aveva detto il medico del reparto di Psichiatria dell’ospedale, dopo averla visitata – è affetta da una grave forma di esaurimento nervoso, dovrà prendere dei farmaci e credo converrebbe ricoverarla, almeno per un po’”. Ma Lorenzo non ne aveva voluto sapere… e come si era sentito in colpa. Alma non meritava che lui la tradisse in quel modo. Ma avrebbe potuto fermarsi, anche se avesse voluto? Avrebbero potuto arginare quella passione improvvisa che li aveva catturati e scossi fin nelle fondamenta della loro anima?
Poi Sabrina era scomparsa. Quasi come un bel sogno che sfuma al sole del mattino.
Ripensò al giorno in cui lei gli aveva regalato un cioccolatino. Era avvolto nella carta stagnola ed aveva un piccolo messaggio all’interno, che, alla luce dei fatti, si era rivelato quasi profetico: “Meglio aver amato e aver perduto, che non aver mai amato”, si leggeva.
- Balle! – disse ad alta voce e i due ragazzi davanti a lui si voltarono a guardarlo, poi stringendosi ancora di più uno a l’altra, si allontanarono.
Possibile che Samuele non avesse mai sospettato? Si chiese.
Una volta per poco non li aveva colti in flagrante: era estate… Alma prendeva il sole sul tetto della loro casa… Samuele era in acqua a fare il bagno con i bambini. Lui aveva visto Sabrina entrare in casa con indosso una mezza specie di mini bikini, e dopo un po’ l’aveva seguita. Lei era nella sala, con solo il suo accappatoio rosa e un fiocco rosso che le scendeva dai capelli. Mai l’aveva trovata così desiderabile e l’aveva baciata, sentendosi estasiato ed atterrito allo stesso tempo. Poi i passi di Samuele erano risuonati sulle assi del portico e lui era schizzato via dalla porta del retro, un attimo prima che suo fratello entrasse in casa.
E se Sabrina era fuggita con un altro uomo? Pensò improvvisamente terrorizzato. Chi è capace di tradire una volta, può farlo altre mille, no?
Guardò il lago davanti a sé, un buco nero che sembrava pronto a farlo sprofondare in quell’inferno che meritava. Poi si alzò ed andò ad affacciarsi dal parapetto. Da lì si vedeva tutta la costa nord ed anche la riva del Cerbiatto, cinque, sei metri di spiaggia, che finivano esattamente davanti alla striscia asfaltata che delimitava le due villette gemelle: la sua e quella di suo fratello.
Stava per andarsene, ma si fermò proprio nel momento in cui aveva cominciato a girarsi: il suo sguardo venne catturato da un movimento davanti alla casa di Samuele.
Sabrina, pensò sconclusionatamente.
Si voltò e cominciò a correre, mentre una speranza senza nome s’impossessava di lui.

Samuele era quasi arrivato al casello autostradale, quando un pensiero lo indusse a fermarsi sul ciglio della strada. Rivide, con gli occhi della mente, il parapetto del belvedere, sul lungolago… quella persona affacciata… certo, da quella distanza era improbabile che avesse potuto distinguere un volto, ma lo stesso si sentì improvvisamente sicuro si aver visto proprio di Lorenzo. Si ritrovò a pensare a lui e a tutte le volte che l’aveva sorpreso a guardare Sabrina… che era indubbiamente una donna bellissima, ma si può guardare la moglie del proprio fratello in quel modo?
Pensò ad Alma, quella povera donna che sembrava sempre più lontana dalla realtà… poteva essere che lei avesse scoperto qualcosa che a lui, invece, era sfuggito?
Vide se stesso entrare in casa. La tavola apparecchiata, la sua cena coperta con un piatto; la televisione accesa.
Vide i vestitini di Halloween di Ricky e Cara, quelli che quei due poverini non avevano più indossato, visto quello che era accaduto.
Poi si ritrovò davanti il volto della signora Ines, contrito, eppure così duro, mentre riponeva quei vestitini nell’armadio.
E, ancora, Lorenzo che gli urlava dietro: “Samuele, pensi che Sabrina ti abbia tradito?”.
- Dio, non è possibile! – disse tra sé, mentre brucianti lacrime gli rigavano il volto.
Inserì la marcia è fece una pericolosa inversione ad U, meritandosi un coro di strombazzate di protesta.
Sperando che Riccardo e Carola potessero aspettarlo tranquilli ancora per un po’, filava ad oltre 140 chilometri orari, con il muso dell’auto nuovamente puntato verso Barbarograsso. Lorenzo era lì, perchè era lì che lui e Sabrina si era nascosti.
“Me la pagherete”, pensò.
Venti minuti dopo, imboccava la discesa sconnessa che portava alle case in riva al lago. Frenò a meno di dieci centimetri dalla palizzata che divideva le due abitazioni, alzando una nuvola di polvere. Quando questa si posò, c’era solo la sua auto, con lo sportello aperto… era aperto anche il bauletto davanti, dove teneva la pistola…

Lorenzo arrivò davanti alla casa. Aveva corso per quasi due chilometri, spinto da un senso d’illogica certezza che rasentava la follia. Girò sul retro e vide un’auto che non riconobbe. Di certo non era quella di Sabrina... anche perché lei non guidava. Poi si accorse che la porta sul retro della sua villetta era socchiusa e si avvicinò su gambe che gli sembravano di gelatina. Entrò e si guardò intorno, nella penombra quasi totale.
Provò l’interruttore della luce, ma non accade nulla, allora si spostò lentamente verso la cucina e fu in quel momento che vide la porta del seminterrato spalancata. Si appoggiò allo stipite e provò di nuovo la luce. Poi fece la prima cosa che gli venne in mente.
Chiamò:
- Ehi, c’è qualcuno?
Nessuna risposta, ma scendere lì sotto con quel buio, non  gli sembrava una grande idea. Tornò verso la cucina ed aprì il cassetto delle cianfrusaglie, trovò una torcia e l’accese. Poi si diresse nuovamente verso la cantina, illuminando le ripide scale.
- Ehi, Sabrina? Sei lì sotto? – disse e cominciò a scendere.
La piccola torcia non aiutava granché, ma quando giunse in fondo, si accorse che forse sarebbe stato meglio non avesse funzionato affatto, almeno si sarebbe risparmiato la scena. A circa tre o quattro metri c’era una donna, legata scompostamente su una grossa X di legno, conficcata nel terreno. Avvicinandosi appena un po’, Lorenzo si rese conto che di essa non restava che la testa semimassacrata ed irriconoscibile, attaccata al tronco, il braccio destro e una sola delle sue gambe. Si voltò e il fascio di luce, nella sua mano traballante, si fermò instabile su una lunga tunica marrone che sembrava appesa al muro, sormontata da una maschera di Minni.
- Oddio – disse, indietreggiando di un passo… e in quel momento la figura si animò.
Minni avanzò inesorabile verso di lui, mentre nella sua mano sembrò spuntare dal nulla una grossa roncola imbrattata di sangue, con il manico di legno rivestito di pelle. Lorenzo, troppo scioccato e sbalordito per abbozzare una qualsiasi reazione, la vide fermarsi davanti a lui, alzare il braccio e piantargli la roncola in mezzo alla fronte.
Morì con gli occhi aperti,  senza emettere un suono.

Samuele si avvicinò alla porta della casa di Lorenzo e spinse leggermente, constatando che era aperta.
Si guardò intorno nella penombra e si diresse verso la cantina, spinto dal furore cieco di chi sa, finalmente, di essere stato tradito.
La porta era aperta e lui prese a scendere le scale.
C’era una luce che arrivava da là sotto… poca per la verità, come quella prodotta da una piccola torcia.
Raggiunse il pavimento compatto della cantina e ciò che vide gli fece rimpiangere di non essere nato cieco: suo fratello Lorenzo era direttamente davanti a lui… la testa spaccata, un’infinità di sangue inondava la terra della cantina. Alzò lo sguardo e si trovò davanti alla croce di legno, con i resti di una donna ammazzata barbaramente.
- Gesù… - sussurrò.
Immediatamente dopo la voce di suo figlio Riccardo gli rintronò nella testa, come un grido: “La croce, papà!”.
Fece un solo passo sulla sua destra e questo lo salvò, perché Minni, sbucando furiosa dal buio, gli si lanciò contro con la roncola ricurva scagliata quasi a caso contro di lui. Lo colpì solo di striscio, ma lo stesso gli spillò sangue, facendolo cadere.
- Per l’amore di Dio… – disse, mentre alzava le braccia in un inutile tentativo di difesa.
Minni si fermò nell’atto di colpire. Spostò la testa di lato e guardò Samuele attraverso quella grottesca maschera. Anche con quella scarsa luce, egli vide i suoi occhi: erano privi d’espressione, come finestre aperte sul nulla. Poi farfugliò qualcosa d’incomprensibile e gli si lanciò nuovamente contro.
Aveva già caricato al massimo l’arco con cui si preparava a colpire, quando Samuele si ricordò di avere in pugno la pistola. In quel momento gli passò per la mente che quell’arma non aveva mai sparato e in quei pochi istanti immaginò di vedere armarsi il cane, produrre solo un debole “click”... subito seguito dalla roncola che gli tranciava il collo.
Ma la pistola sparò, invece, seppur con una piccola detonazione, quasi ridicola… e Samuele fece fuoco ancora… e ancora, andando sempre a segno.
Minni cadde all’indietro, stramazzò addosso alla croce e rovinò con essa sul terreno della cantina.
Samuele, gli occhi sbarrati, la pistola ancora fumante nella mano, si avvicinò lentamente e dietro una di quelle buffe orecchie nere di gomma, vide un occhio che lo fissava, spuntando come un pezzo di vetro infranto, dalla massa sanguinolenta di un volto.
- Sabrina… mio Dio… - disse, rendendosi finalmente conto che la donna legata a quella croce, altri non era che sua moglie. Afferrò la maschera di Minni e la tirò con forza, scoprendo il volto inespressivo di sua cognata Alma.
- Alma… cosa hai fatto? – disse e si voltò pieno d’orrore.
Salì le scale che conducevano al pian terreno, inciampò in una sedia della cucina e vi cadde sopra pesantemente. Poi si prese la faccia tra le mani e cominciò a singhiozzare. Restò così a lungo, tentando di venire a patti con ciò che era accaduto.
Alla fine uscì da quella casa, chiamò l’Ispettore Salieri e tornò lentamente verso la città.
I suoi figli avevano bisogno di lui.
Non sarebbe tornato mai più a Barbarograsso.

Giorno 1

Quando suonarono al campanello, Alma era seduta sulla sua poltrona preferita e guardava uno sceneggiato. La testa le ronzava come avesse delle api, lì dentro. Si voltò a guardare la porta e poi la confezione gialla degli psicofarmaci, sul tavolino davanti a sé.
Suonarono di nuovo e Alma si alzò ed andò ad aprire.
Sulle prime, non riconobbe la donna che aveva davanti.
- Ciao Alma – disse questa, entrando in casa e chiudendo la porta alle sue spalle.
Alma la guardò, chiedendosi se non fosse un’allucinazione… non sarebbe stata la prima, né l’ultima.
- Ho qualcosa per te – disse la donna, indicando una borsa voluminosa che appoggiò ai suoi piedi. L’aprì e tirò fuori una specie di grossa spada con la lama ricurva, munita di un’impugnatura di legno rivestita di pelle.
Alma sorrise, quasi rincuorata: cos’altro poteva essere se non un’allucinazione? Pensò che presto avrebbe dovuto prendere una delle sue pasticche.
- Lo sai che tua cognata Sabrina odia i topi? – disse la donna davanti a lei. Poi estrasse una tunica marrone e una maschera di Minni.
Alma scoppiò a ridere.
- I topi? Mia cognata Sabrina? – disse e rise di nuovo, scompostamente questa volta.
La donna le infilò una mano sotto il braccio e la condusse verso il centro della stanza.
- E così che dovrai vestirti, quando la porterai a Barbarograsso.
- Io a Barbarograsso… vestita da Minni… – fece Alma e ricominciò a ridere.
- Sì… perché vedi, tuo marito e Sabrina se la intendono da un pezzo ed io ho bisogno che quella donnaccia si faccia da parte. E’ da quando sono arrivata qui dall’America che non fa che mettersi tra me e lui.
- L’America? – disse Alma e smise di ridere.
- Tuo marito e tua cognata… che roba, eh?
Alma prese la maschera dalla mano della donna e la guardò affascinata.
- Raccontami tutto – disse, pensando che se non poteva coltivare desideri di vendetta in un’allucinazione, quando mai avrebbe potuto farlo?
La signora Ines Ferrari assentì, poi sorrise soddisfatta.

© Fabio Monteduro



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