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Polvere
di Mary Cesaro
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È notte. L’oscurità cela le agili forme degli edifici avvolgendole. Le fievoli luci dei lampioni si infrangono sulle autovetture sfreccianti. L’oscurità induce a riflettere. L’oscurità è dedita alla meditazione. L’oscurità è il più delle volte abusata ed il suo valore intrinseco equivocato, nel momento in cui si manifesta l’intenzione di trascorrerla ininterrottamente all’insegna dell’eccesso, un eccesso con accezione negativa , poiché l’oscurità ha un valore sacro e inviolabile . L’oscurità, infatti, sancisce l’estrema unione tra due individui , un’unione che esterna tutto il proprio candore, un’unione che mette a tacere la libidine , un’unione che ammansisce i sensi degli amanti, un’unione silenziosa, eterna. L’oscurità rappresenta, in senso lato, la catarsi.

Da piccola temevo il buio, tremavo all’idea del manifestarsi del famigerato uomo nero, come tutti i bambini esortavo i miei genitori ad ispezionare ogni angolo della stanza, nel tentativo di stanarlo. Adesso il buio mi tranquillizza profondamente, sopraggiungo alla totale pace mentale azzerando, anche se momentaneamente, tutto ciò che mi circonda. Il buio stende una patina opaca sulla realtà, mi infonde sicurezza. Di contro, la realtà mi incute terrore. La realtà scorre frenetica. Il tempo passa avido, in nessun modo è possibile prendergli il passo, inseguirlo, giungergli alle calcagna e oltrepassarlo. Il futuro mi atterrisce. I progetti a lungo termine mi paralizzano. “Chi vuol esser lieto sia: di domani non c’è certezza”. Ed è proprio vero. Un palpitio di ragionamenti mi assale mentre fisso la superficie umida degli scogli.

Il mare è calmo, pur presentando qualche increspatura. La brezza blandisce i visi degli ormai insonnoliti passanti, lenisce i loro animi. Sfioro la sabbia con le mani. Raggiungo la riva. Inizio a frugare nelle tasche. Una monetina. Mi volto. Chiudo gli occhi. Abbandono le palpebre. Sorrido. Esprimerò un desiderio.

Voglio essere felice, felice tanto da venerare la mia immagine riflessa allo specchio , felice da non ambire ad altro che alla mia vita, felice al punto di parlare in terza persona di me stessa e tessere le mie lodi, senza essere etichettata come megalomane ed egocentrica : felice e “realizzata” allo stesso tempo . Voglio trovare un senso alla mia vita. Ogni uomo dotato di consapevolezza e sensibilità, ogni uomo che non interpreti la vita come un bene di consumo , un bene usa e getta, aspira a tale scoperta. Getto qualche centesimo. Vagheggio. Agli angoli del viale singolari artisti di strada adescano la mia attenzione. Giacciono in terra stremati e al seguito dell’ adempimento della propria opera, placati, tracannano birra.

 “ L’unico modo per essere felici è rendere felici gli altri.” Acuto pensiero imbrattato sul muro al fine di creare un rozzo “affresco”. Sono rapita. Vorrei testare la veridicità di tale teoria o meglio vorrei imbattermi nel mio “altro” , un altro che rispetti la mia persona , che sia fedele al vincolo che ci unisce, che mi rispecchi sia nel modo di pensare che nei comportamenti , che mi renda risoluta , che mi esorti ad affrontare la vita a cuor leggero.

Cos’ è la felicità? Un’illusione, una speranza, un’utopia? A tutt’oggi ritengo che la felicità consista essenzialmente nel cogliere un esiguo sorriso, mediante il prospettarsi di condizioni propizie. Forse è vero, bisogna produrre felicità prima di poterne consumare. La felicità è la ricompensa conseguente alla creazione di sorrisi gioiosi. La felicità assoluta purtroppo non regna nella mia realtà, probabilmente non mi è concesso sopraggiungere a tale stadio, per ora. Mi mantengo serena, dopo la tempesta che ha spazzato via ogni mia certezza. Sola, intenta ad osservare le polveri della devastazione.

Quell’incidente.  Via Mazzini traboccante di giovani assorti, incuranti del ferale evento che gli si presentava dinanzi. Ai presenti si palesò uno scenario straziante. In tal modo accorsero, mostrandosi compassionevoli, ma nessuno era in grado di comprende l’immane perdita. Due ragazzi e una moto erano adagiati in terra. Un uomo sulla quarantina, stravolto, occupava l’abitacolo di una  vettura rosso fiammante.

Una delle persone a me più care si spense davanti ai miei occhi increduli. L’infamia di quel caustico epilogo mi indusse alla fuga. Decisi di sostare in prossimità di una chiesa, facendo ritorno a casa avrei trascorso una notte insonne, interrogandomi sull’esatta dinamica dell’accaduto. “ Da Mario Capasso e Angelica De rosa” , perseveravo nel fissare quell’ incisione apposta su una delle panche della chiesa. Imperterrita. Il mio sguardo era rivolto verso il  crocifisso. Accrebbe l’angoscia.

Ritengo che alcune persone meritino di morire, è ben lungi da me il profondere del buonismo gratuito, che sfocia nel patetico. Chi ammazza , violenta e nuoce ad altre persone merita anche la condanna perpetua. Ma Federico? Lui meritava di vivere. Scoppiai in un pianto disperato. I fotogrammi del nostro ultimo incontro si susseguivano nella mia mente scacciando ogni altro pensiero.

Federico era un ragazzo raggiante a tratti ingenuo. Altruista nell’accollarsi sciagure altrui e non pretendere aiuto, nello sviscerare i problemi altrui e nel minimizzare i propri . Era voluttuosamente incline all’ascolto. Agiva nell’ombra come i migliori supereroi . Il nostro rapporto può essere equiparato al rapporto che intercorre tra comico e “spalla”, ecco, io ero la sua spalla. Era una persona “diversamente pensante”, un anticonformista. Nuotava contro corrente , senza far trasparire alcun senso di paura. Aveva delle idee e si affezionava ad esse. Le sue parole traboccavano di sottile ironia, la sua arma era l’aspro sarcasmo. Era un cane randagio : assicurava protezione in cambio di una tenera carezza, scodinzolando in segno di gratitudine. Amavamo ridere e scherzare insieme , ero la sua compagna goliardica, colei con la quale pianificava gli approcci con l’altro sesso. Era insicuro.

Appunto “era”. Purtroppo non mi mostrerò fiduciosa in un nostro ricongiungimento ultraterreno, la mia fede si assottiglia ogni giorno di più. Perdona il mio egoismo. Devo dirti addio. Tutto ciò che mi è familiare si dissolve e l’ignoto prende il sopravvento. Lascio che la vita mi scivoli addosso, inerme. “Non rimuginare anima fragile! ” - continuo a ripetermi - “Corri , combatti , non arretrare , non chinarti . Mai” .

© Mary Cesaro



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