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La verità
di Alexia Mangione
Pubblicato su SITO


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La verità è che sono arrivato qui sette mesi fa. Era il compleanno di mia moglie Greta, ecco perché me lo ricordo. I bambini le avevano preparato una gran bella sorpresa, un regalo speciale. Io purtroppo ero già piuttosto malconcio e mi vennero a prendere subito dopo la festa.
“Ti verremo a trovare presto” disse Greta.
“Sì papà, io e Micheal ti portiamo un bel regalo così guarisci subito” dissero i miei figli. Poi fecero ciaociao con le manine.
Appena entrai in clinica conobbi Henry. Faceva il postino e ne aveva di cose da raccontare.  La prima che mi disse fu: “Mio caro Rick Trevis, tu con quel nome non vai da nessuna parte.  Dovresti fartelo cambiare. Senti HENRY CHINASKI come suona bene.  Non a caso il grande scrittore Bukowski ha scritto di me”. A dire il vero non ero un grande amante dei libri e non sapevo neanche chi fosse questo Bukowski. Chiesi alla corpulenta infermiera che di nome faceva Judith che tipo di male avesse Henry e lei mi rispose: "Un tumore alla prostata". Henry se ne andava in giro per l'ospedale seduto in carrozzella occupandosi dell’accoglienza dei nuovi arrivati.
“Tieni a mente quel che sto per dirti, ragazzo. Questa clinica è su tre piani, un  piano per ogni stato della malattia. Al primo piano gli infermieri si affrettano a trovarti la cura per cercare di sbatterti fuori il più presto possibile. Al secondo piano hai ancora qualche speranza. Ma se ti portano al terzo piano, sei spacciato. Neanche pregando in turco hai la possibilità di salvarti. Gesù Cristo ha deciso di chiamarti a sé e non ci sono cazzi. Questo posto è una specie di Divina Commedia ospedaliera. Per il momento stai in paradiso.”.
Henry era oramai uno di casa in corsia, ci viveva da quasi due anni, entrate ed uscite comprese. Le infermiere lo avevano quasi adottato e sapeva farsi volere bene. Passava dal primo al secondo piano molto spesso. Il terzo era assolutamente off limits per lui.  Diceva che gli incurabili portavano sfortuna.
Accanto alla stanza di Henry, c'era quella di Nora, un transessuale brasiliano con cui Henry se la spassava di tanto in tanto.
“Per me una con le tette è una donna. Comunque meglio di niente” diceva.
Per tutti Nora non era solo una donna, era una gran bella donna. L'ospedale la pensava diversamente visto che si ostinava a prolungare la sua degenza nel reparto maschile. Il che, a dire il vero, non poteva che farci piacere.
Nora aveva avuto un qualche rigetto a causa dei vari interventi subiti. In più la sua memoria breve aveva avuto qualche cedimento e dimenticava tutto quel che le si diceva con il risultato che bisognava ripetere le cose tante volte. Un po' di Halzeimer precoce, forse.
Ogni giorno si svegliava di buon’ora per mettere in subbuglio la stanza. Tirava fuori dagli armadi tutti i suoi vestiti, urlava e diceva che voleva andare via, “tornare da papà”. Viveva nel passato, era l'unico “presente” che conosceva. Qualche volta aveva pure allucinazioni: ti chiedeva “Dove sono andati a finire gli altri?”, mentre nella stanza c'era sempre stata solo una, al massimo due persone. Insomma, un caso disperato ma non di livello tre.
Io, non si sapeva cosa avessi. Avevo dolori lancinanti al basso ventre. Perdevo i capelli. Mi si squamava la pelle. Non riuscivo a respirare. Tolto tutto questo, stavo piuttosto bene. Pensavo, che i medici avessero scoperto il mio male e mi stessero curando in modo graduale. Avevo la speranza di tornare a casa per le feste di Natale. Greta con i bambini non venivano a trovarmi tanto spesso.
Una volta ogni due settimane, all'inizio. Poi una volta ogni tre settimane. Quando chiedevo all'infermiera, la corpulenta Judith, notizie circa il mio stato di salute rispondeva: “Ah signor Trevis, lei è sano come un pesce” ma alla mia domanda: “Perché allora non mi fate tornare a casa?” lei rispondeva: “Rimane qui per ulteriori accertamenti”. Questi accertamenti però duravano da mesi.
Nel corridoio c'era un telefono a gettoni, che però non potevo usare, non avendo i gettoni. Se li chiedevo a Judith, mi diceva  che erano finiti. Ed anche dopo tre settimane "erano finiti". E anche dopo due mesi. In sostanza non potevo chiamare casa.
Speravo quindi che fosse mia moglie a chiamarmi. Greta mi chiamava una volta a settimana ed io aspettavo con ansia di sentire la sua voce. Parlavamo dei bambini, di come andavano a scuola, di come era bravo Michael a giocare a soccer, e Rudy a suonare il pianoforte.
“E tu Greta, come stai”
“Bene, Rick” diceva.
“Mi manchi” dicevo.
Ma lei taceva e non diceva il suo solito “Anche tu”. Forse dopo due mesi si era abituata alla mia assenza. Un giorno andai a trovare Henry e mi accorsi che non era più nella sua stanza. Chiesi a Judith che fine avesse fatto e lei mi disse con un ghigno: "Colpito e affondato. Livello tre". Rimasi di merda. Il vecchio Henry era diventato nel giro di poco un incurabile.
In tutto questo valutai anche l'atteggiamento di Judith. Mi sembrava piuttosto sadica per essere un’infermiera. Quel poveraccio stava per morire e lei giocava a battaglia navale, da non crederci.
Ovviamente Nora si era già dimenticata di avere un amante e vicino di stanza di nome Henry, quindi non soffrì granché.
Quando Henry salì al terzo piano, in onore alla sua memoria mi presi la briga di prendere il suo posto all'accoglienza nuovi arrivi. E per rendere omaggio a Henry, usai la stessa formula: “Tieni a mente quel che sto per dirti, ragazzo. Questa clinica è su tre piani, un  piano per ogni stato della malattia. Al primo piano gli infermieri si affrettano a trovarti la cura per cercare di sbatterti fuori il più presto possibile. Al secondo piano, hai ancora qualche speranza. Ma se ti portano al terzo piano, sei spacciato. E'  il piano dei malati terminali; gli infermieri stanno lì per accompagnarti verso la morte. Neanche pregando in turco hai la possibilità di salvarti. Gesù Cristo ha deciso di chiamarti a sé e non ci sono cazzi. Questo posto è una specie di Divina Commedia ospedaliera. “.
Al terzo mese, iniziai a dare segni di squilibrio. Nessuno mi diceva nulla, Greta non veniva a trovarmi e mi telefonava di rado, non mi somministravano medicine, non mi curavano. Stavo solo lì. Buttai per terra la corpulenta Judith, buttai per terra la porta del direttore della clinica e mi sedetti davanti al suo muso in attesa di spiegazioni.
 “Si calmi” mi disse
“E' una parola” risposi
“Ci sono cose che lei ignora”
“Ah sì, di certo”
“Alcune neanche le ricorda, forse”
“Forse…”
“Il problema è questo. Forse ha capito che questa non è una clinica qualunque. E' un ospedale psichiatrico. Tutti i nostri pazienti hanno disturbi della personalità di una certa rilevanza. Al livello uno ci teniamo gli incurabili. Al livello due,  le persone che hanno una qualche speranza di guarire. Al terzo, sono praticamente sani. Quelli del terzo, escono nel giro di pochi giorni.”.
“Quindi io sarei un incurabile?”
“Esattamente. Lei è condannato a stare qui per tutta la vita.”
“E cosa avrei fatto?”
“Beh, una notte è andato in cucina, ha preso il coltello più affilato che aveva e ha ucciso i suoi due figli, Michael e Rudy. Ha fatto anche un lavoretto niente male. Sua moglie si è salvata solo perché è riuscita a scappare in tempo.”.
“Non è possibile. Ho parlato poco tempo fa con Greta dei nostri figli…”
“Abbiamo consigliato sua moglie di fingere. Tutti i pazienti che lei ha conosciuto sul piano sono malati. Anche Judith, l'infermiera”.
“E come ha fatto Henry a guarire se era incurabile?”
“Il caso di Henry è raro. Siamo riusciti a recuperarlo, al di là delle nostre stesse aspettative. Ma non aveva fatto nulla di grave. Era solo una persona un po' "stravagante", pensava di essere un postino, pensava di essere il personaggio di un libro di Bukowski… Ma non ha ammazzato i suoi figli. La teniamo qui solo per permettere a sua moglie di rifarsi una vita. Ora è bene che lei vada nella sua stanza”.
Mi tese la mano e vidi sul polso un tatuaggio con un numero, lo stesso che aveva Henry. Lo stesso che avevo visto anche sul polso di Nora. Me ne andai e vidi fuori dalla finestra la "buonanima" di Henry prendere le sue poche cose e andare via, contento. Me l'aveva fatta: la sua formula aveva fatto il giro dei nuovi arrivi. Peccato fosse sbagliata.

Ora mi pongo una domanda: dov’è la verità quando sono tutti pazzi?

© Alexia Mangione



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