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Etimmè
di Luigi Panzardi
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Sono incastrato nell'aspro cratere della così detta luna, fisso nel giro senza tempo della trottola infinita. Come sia arrivato nello spazio asettico di questa entità io, essere libertino, non è facile raccontarlo in un'arcaica lingua e con minuscoli segni grafici. Inoltre, la storia della mia esistenza, immisurabile, di assetato del sangue degli umani comporta inevitabilmente la confutazione di molte antiche e assestate credenze terrestri.

Gli uomini hanno una concezione scenica della vita. Credono che solo il genere animale viva. Al massimo, e generosamente, regalano sprazzi di vita al grande impero vegetale, scambiando la rappresentazione per il fatto. Un fiume, viceversa, pur nascendo piccolo come un bambino e sviluppandosi durante il percorso con il nutrimento d'altri fiumi ed estinguendosi in acqua marina, se ha la fortuna di sfociare in mare, sarebbe un elemento inerte. Così questo composto di morti minerali che chiamano luna. Come se fosse vitale solo l'incessante riprodursi di nuove foglie dal proprio stelo, mentre ciò che cresce per aggregazione fra loro di elementi eterogenei non sarebbe corpo vivente, ma ammasso sterile.

E' ovvio, in cima a tutti gli esseri c'è l'uomo stesso. Perchè pensa. Dicono fra di loro con alterigia.

Quante ragnatele hanno intessuto sul cosa sia il pensiero gli umani. Sono abilissimi essi nel trasformare in sequenze di segni vergate su sottile carta colorata i loro astuti pensieri, fissati questi in modo permanente, per trasmetterli agli altri simili, pur molto tempo dopo che gli stessi autori siano decaduti, detti morti.

E che cosa sia questo che chiamano tempo, non lo sanno: hanno creato un concetto buio, un buco nero e vi si sono ficcati con presunta ingorda sapienza. Forse è la durata di un viso prima che si degrada e si trasformi in uno scempio.

C'è composizione e decomposizione continua nel polline delle cose, nella polvere dinamica finissima impercepibile dalla mente umana.

Dico della Terra e dei suoi abitanti. Perchè ho conosciuto personalmente quegli arcaici esseri, sottomessi e governati a lungo dai membri della mia razza. In tutto il cosmo solo gli umani soffrono di una costituzione così imperfetta, frutti di uno strano amalgama d'elementi. Ritengono che il pensiero sia l'essenza più evoluta dell'universo per essere capace di riverberarsi, emettere onde che viaggiando su se stesse si guardano e studiano, che possa addirittura modificare ed arricchire le forme delle onde stesse. Per questo lo chiamano coscienza, mente, anima: ogni volta ne discutono a lungo, ora con amore, spesso con odio; tentano di spiegarne i chiaroscuri involuti, rendendoli ancora più oscuri; per esso si vestono di arroganza e si esibiscono come i più sapienti delle galassie, precludendosi con il muro dell' opaco orgoglio la percezione reale di ciò che sia quel buio esercizio: una energia eclettica confinata in un campo d'elementi striminzito.

La mia è la razza prima: Energia orgiastica. Finché dura. L'universo non è un tempo, né un luogo. Nella decadenza ha già la rinascita in altri composti, ramificazioni di particelle e antiparticelle, contorsioni di aggregati, lotte fulminanti per accaparrarsi i primi posti, quelli del comando che ogni essere deve possedere. Repulsioni ed attrazioni, odii e amori nascono e muoiono ciascuno dall'altro e nell'altro, retti da un balenio di forze.

Io, come il mio popolo di aggregati, sono il risultato di una di queste infinite battaglie.

Il luogo dove sono nato? E' un'esigenza ossessiva degli uomini quella di conoscere l'origine d'ogni cosa e in particolare dei simili, amati e temuti. Credo che dipenda dal panico che colpisce le loro delicate fibre energetiche, le arterie, le vene e gli altri tiepidi organi quando non si sentono circondati da steccati fissi delimitanti il territorio, in cui le larve crescono nel riferimento costante alle risorse. Territorio che è la tomba circolare in cui giacere illudendosi di svolgervi la forza del possesso.

La mente immatura si nutre istintivamente di gingilli: li chiama idee. Conquista, ricchezza, potere, sono gli obiettivi più importanti e vi incolla sopra la sua esistenza. Il cervello ristretto in una dura scatola non intende l'essere ovunque flusso variabile. E' l'energia di ogni cosa che tramuta inesorabilmente in altre vite, come il limo del fiume che la corrente rinnova senza sosta. Il cielo animato di stelle nella notte o il giorno splendente per la luce dell'astro che lo illumina, o grigio per le nubi che lo circondano non sono solo oggetti che gli uomini percepiscono attraverso i sensi, ma anche concetti che la mente costruisce, senza avvedersi che l'argilla della sua arte è sempre e solo quella che sta intorno a tutti. Purtroppo lo sguardo che osserva il vagare lento e soffice delle nuvole in un giorno d'autunno sente il moto in maniera rozza e superficiale, per di più buona parte di quello che sente si perde durante il trasporto fino alla lontana zona cerebrale, percorrendo vie simili ad umidi ricami, con infiniti nodi e viluppi. Sui miseri frammenti di colori, odori e sapori che dopo il pericoloso viaggio gli arrivano alla mente, l'uomo ancora a fatica affastella un'idea, la bombarda d'atomi e la inchioda nella memoria. Da questo momento sa che il sole di oggi è uguale a quello che amava da fanciullo, rifiutando di scorgere la realtà che gli mostra l'astro dell'attimo diverso da quello osservato meno di un attimo prima.

Comunque confesso: anch'io ho un luogo di nascita, dove poi mi sono evoluto, acquisendo frattaglie d'energie, purtroppo però anche perdendo, con dolore, preziosa polvere cosmica che rinforzava i miei flussi vitali. Pure non dimentico che il mio è solo un luogo, non patria, né casa, ed è stato una sorta di asteroide, un aggregato galattico di notevoli dimensioni e ricco di buchi contenenti materia spenta, forme molli e refrattarie a fotoni luminosi. Ora non esiste più, distrutto dalla Terra. Nello scontro ha avuto la peggio, disintegrandosi su quel suolo più duro di tutti i compatti mondi. E' vero che fu un cataclisma imponente. Gli abitanti di un gran territorio si trasformarono in fiaccole, come fuochi fatui, di brevissima vita. Lampi che si accendevano e nello stesso istante svanivano, spenti in particelle minuscole e volatili. Instabili.

Noi siamo sopravvissuti all'urto. Aggregati senza spessore siamo rimbalzati sulla forza dello scontro e scivolati sull'aspro terreno, dove escrescenze colorate e ruvide ci graffiavano i tendini trasparenti. Storditi, finivamo tra le pieghe abissali che il nostro asteroide aveva prodotto nella Terra. Da quelle ferite uscivano enormi flussi di incandescente energia che nel primo tempo ci nutrirono,nonostante che fossero di rozza formazione e di difficile assimilazione. La struttura fisica di cui siamo costituiti tollerava quelle roventi e vischiose sostanze che intanto esaurivano il nostro impellente bisogno di minerali.

Finalmente placatasi la forza caotica e distruttiva dello scontro e gli elementi ritornati al loro consueto moto, imparammo a sfruttare l'energia dell'atmosfera, lì densa e pesante. Non si trovavano più facilmente i flussi incandescenti. In gran parte spente e fredde le crepe abissali da cui sortiva la prima energia. Era il momento di cercare, e al più presto, qualcosa di buono e utile a sostenere l'elaborazione del nostro trasformismo.

Incomiciammo ad ispezionare il pianeta in tutte le direzioni, nuvole invisibili d'aggregati atomici sorvolando e planando su superfici corrotte, crateri fumanti e abissi acquosi.

Finché arrivammo in un territorio gobbuto con innumerevoli alberi e fiumi intorno ai quali s'agitavano forme per noi inusitate. Corpi che si esprimevano con numerose protuberanze ruvide e pelose, gambe e braccia lunghe come tronchi e rami giganteschi. Avvicinandoci a quegli aggregati, noi invisibili e inudibili, percepimmo nel loro corpo lo scorrere della linfa, di temperatura al confronto con l'altra dell'impatto molto più fresca, ma sicuramente ricca di sostanze. Con stupefatta attenzione ne osservammo i movimenti guizzanti, nonostante la mole, e del resto i loro lunghi colli con in cima la testa attraverso i cui diversi organi scorgeva le direzioni da prendere nella ricerca del cibo, e le fauci per le quali lo ingurgitavano, colpivano ben prima che il resto del corpo arrivasse all'obiettivo. Capimmo che dovevamo penetrare quelle forme rozze e pesanti, costruire sul loro comportamento rude la nostra strategia di alimentazione e sopravvivenza. Il territorio aveva caratteristiche affatto diverse da quelle cui eravamo abituati. Sul nostro asteroide avevamo convissuto con forme più lente, sia nei movimenti che nelle traslazioni. Si poteva contare su risorse stabili che era sufficiente utilizzare per il soddisfacimento dei bisogni energetici e per nient'altro che fosse inutile lusso.

Sul suolo terrestre scoprimmo che per nutrirsi era necessario distruggere. Il che rappresentava una grossa difficoltà per la nostra specie.

Eravamo numerosissimi, una popolazione folta che se avesse distrutto la fonte della propria ricarica sarebbe rimasta già dopo il primo pasto senza più cibo. Osservavamo quelle fiere sbrandellare i corpi delle vittime, squarciare le materie, ingoiare le parti molli e buttare le grigie e dure. Durante queste orrende manipolazioni si vedeva sgorgare a fiotti quel flusso rosso e fumante di sangue, così appetitoso per noi, e cadere in gran parte sul terreno che invece ingordo lo assorbiva avidamente. C'era uno spreco folle di energie che noi avremmo dovuto al più presto scongiurare. Presto constatammo che avevano l'abitudine di vivere in gruppi tribali, ove i singoli esibivano identici appetiti e simili comportamenti di fronte alle specie di cibo, per conquistare il quale lottavano insieme contro la comune vittima, salvo poi al momento di sbranarla, darsi reciproci morsi e unghiate che aprivano profonde ferite nei loro stessi corpi, allo scopo di afferrare la parte più carnosa dell'organismo sconfitto. Ritenemmo che fosse sufficiente comunque di apparire come vecchi membri del gruppo per riuscire ad influenzare a nostro favore il loro comportamento. Se fossimo riusciti ad inserirci nelle comunità fino ad ottenere col fascino delle nostre superiori abilità la loro completa fiducia e devozione e se avessimo dimostrato che la nostra alimentazione fosse stata in realtà una cura di buona salute per i loro corpi, avremmo potuto nutrirci col sangue che essi stessi sarebbero stati felici di offrirci in segno di sottomessa gratitudine. D'altronde i flussi rossicci e dinamici li rimpinguavano senza soste con l'abbondante cibo di carne cruda di cui erano ghiotti.

Fra di noi non era mai esistita la guerra. La distruzione di chiunque o delle cose ci è sempre stata aliena. La traslazione universale svolge la funzione di ricreare le forme. Era fuori d'ogni logica anticipare e provocare prima del tempo, che sarebbe certamente venuto, la degradazione degli esseri.

Essendo di natura inconsistenti e trasparenti abbiamo la facoltà di assumere le forme che vogliamo. Come duttile cera possiamo modificare a piacere il nostro aspetto, ma non per capriccio, vi ricorriamo solo quando è necessario mimetizzarci in forme comuni all'ambiente in cui stimiamo necessario entrare, per non suscitare reazioni indesiderate o addirittura violente. E' una funzione elastica che ci appartiene per costituzione, ma che per applicarla richiede l'uso di una energia tremenda.

Così incominciò la colonizzazione della Terra.

Precipitammo sul pianeta col nostro asteroide, agglomerati di borioni e bosoni irretiti in una ragnatela di idrogeno e svariati altri aggregati cosmici, siamo diventati composti forniti di un sistema raziocinante vagamente simile al cervello umano, con la grande e sostanziale differenza che la nostra mente vede e sente senza l'aiuto dello schermo d'ulteriori particelle o aggregati spesso detti occhi ed orecchi. Infatti non copre il nostro essere la limitata e strana struttura della carne. Ricordo perfettamente l'ilarità beffarda che mi suscitava l'espressione umana puro spirito. Tutto ciò che i sensi di quella razza non percepivano direttamente, ma di cui la ragione intuiva l'esistenza, veniva chiamato spirito. Tant'è vero che nel loro gergo sonoro venivamo spesso identificati come anime, talvolta anche morti viventi per la nostra capacità di renderci invisibili e riapparire nei tempi e modi più imprevedibili.

Studiammo con diligenza la straordinaria varietà delle forme, abitudini e costumi, poi prendemmo ad assumere le loro sembianze ed a diffondere con prudente parsimonia la nostra incommensurabil-

mente evoluta saggezza.

Il loro corpo informe, coperto da una folta peluria grassa e maleodorante, massiccio e grottesco custodiva, e ne veniva come illuminato, una forza sentimentale fresca e limpida, talvolta così delicata da sommuovere i nostri flussi, solitamente indifferenti a questo strano tipo di soffi.

Toccò a me per primo farne un'esperienza dolcissima.

Il suolo terrestre meno tormentato di quello del nostro asteroide, dove erano predominanti foreste di combinazioni calcaree grigie e taglienti, le cui ramificazioni talvolta percosse da aliti di vagante energia, emettevano melodie suggestive. Là le foreste erano morbide e spugnose, sempre percorse da venti leggeri e profumati, spesso però anche da tempeste che le attraversavano scuotendole furiosamente. Da anfratti, da dietro montagne dai fianchi rovinosi, dalle valli profonde ed umide sciamammo, pochi alla volta, tra le grotte in cui si ritiravano gli abitanti dopo le cacce al cibo.

Penetrai in una di queste, invitato dalla tiepida penombra che eccitava i sensi del corpo di cui avevo assunto le vesti e trovai, steso su fili d'erba, un corpo di forma meravigliosamente armonica.

Pazienza. Presso gli umani ho imparato a far uso di questa definita virtù. Le condizioni in cui mi trovo mi costringono a fare una pausa. La forza che mi sostiene è scemata e debbo ricaricarmi. Proseguirò con i miei ricordi quando nuova energia mi rinfrancherà.

© Luigi Panzardi



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