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Il Deserto e la Città.
di Elisabetta Giancontieri
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Da bambino, quando si avvicinava il tramonto, smettevo per un attimo di fare i compiti o di giocare e restavo per qualche attimo a osservare mia madre, rapita a guardare il cielo che si tingeva di rosa. Una luce calda invadeva la stanza e il tempo sembrava fermarsi, come a rendere più tragica l’agonia di un’altra giornata che non voleva lasciarsi ingoiare dalla sera. E restavamo tutti e due a osservare, per dei momenti che si dilatavano, finché il buio non l’aveva vinta anche quella volta.

- Ti rovinerai gli occhi, diceva allora mia madre alzandosi per accendere la luce. Come ogni sera quella frase banale, o un’altra simile, aveva il potere di restituire al tempo il suo scorrere normale: io finivo di studiare e mia madre cominciava a preparare la cena per noi due.

Abitavamo infatti da soli, da quando mio padre ci aveva lasciati ed era andato a vivere nella città lontana, dalla quale ci separavano un’immensa pianura deserta dove ogni tanto si accampavano dei pastori nomadi, e una catena di alte montagne, talmente lontana dal nostro villaggio che riuscivamo a vedere le nevi perenni sulle sue cime solo quando il cielo era perfettamente limpido. Quando prima della guerra era ancora possibile viaggiare grazie alla corriera che passava una volta a settimana, un giorno mia madre chiese alla nostra vicina di badare a me per qualche tempo e andò in città per tentare di convincere mio padre a ritornare da noi. Ma tornò senza essere riuscita a trovarlo: fu così che riprendemmo a vivere da soli nella casa del nostro piccolo villaggio che, da quando è scoppiata la guerra, è completamente isolato dalla città, circondato da una pianura che sembra sempre più deserta da quando i pastori nomadi non osano più percorrerla e si sono trasferiti ad est.

Quando dopo cena andavo a dormire e mia madre mi rimboccava le coperte, invece di farmi raccontare una favola, a volte le chiedevo di parlarmi di come era fatta la città. Lei cominciava a raccontarmi che al posto delle poche case del nostro villaggio, distribuite attorno ad una chiesetta disadorna, c’erano grandi viali e grandi piazze con chiese enormi costruite da più di mille anni e palazzi altissimi in cui vivevano tante famiglie, a differenza delle poche decine di abitanti del nostro villaggio. Mi raccontava che c’erano delle scuole dove i bambini potevano giocare e studiare insieme ad altri bambini, contrariamente a me che dovevo giocare e studiare da solo perché non c’era nessuno della mia età, e che nei giorni di festa si poteva andare a passeggiare nei grandi parchi con prati verdi e alti alberi secolari. La cosa più affascinante era cercare di immaginare quella enorme quantità di persone che si poteva incontrare per le strade, e io cercavo di dare ad ognuno di quegli uomini e donne un volto, una voce, un carattere, e fantasticavo sulle vite che inventavo per loro.

Col passare degli anni mia madre diventava sempre più triste e soffriva sempre di più per il nostro isolamento e per la mancanza di mio padre. Ormai gli abitanti più vecchi del nostro villaggio, gli unici che si ricordavano ancora di quanto era stato fiorente un tempo, e della vivacità che vi portavano le ricche carovane di passaggio, cominciavano a lasciarci, e noi restavamo sempre più in pochi. Non c’era speranza che qualcuno decidesse di trasferirsi qui da noi, con la guerra era impossibile viaggiare, e anche se fosse stato possibile nessuno avrebbe mai pensato di venirvi ad abitare, vista la miseria che vi regnava.

Orami avevo quasi diciassette anni, ero l’abitante più giovane del villaggio, e mia madre, quando al pomeriggio sedevamo insieme nel nostro salotto, io a studiare, lei a cucire o a ricamare, cominciava sempre più spesso, e sempre con più malinconia, a parlarmi della città.

Il tempo passava e mia madre diventava sempre più triste perché continuava a pensare a tutto quello che aveva perso. In me invece, cominciava a farsi strada ogni giorno di più la decisione di lasciare presto il villaggio per poter andare a vivere nella città. Ci vollero tuttavia parecchi mesi prima di riuscire a convincere mia madre a lasciarmi andar via, e anche per riuscire a convincere quella parte di me stesso che aveva paura di affrontare un viaggio così lungo, su delle strade che nessuno da molto tempo non aveva più percorso, talmente erano diventate insicure a causa della guerra.

Era una mattina d’aprile quando finalmente partii. Quell’anno la primavera ci aveva dato molte giornate di bel tempo, ma quel giorno sembrava che l’inverno non fosse mai finito: tirava un vento molto forte e freddo e grigi nuvoloni che promettevano pioggia si stagliavano all’orizzonte impedendomi di guardare i monti che mi separavano dalla città. Comunque non rimandai la mia partenza, avevo già deciso che sarebbe stato quello e non un altro il giorno in cui la mia vita sarebbe cambiata. Salutai quindi mia madre senza sapere se l’avrei mai rivista, e mi incamminai verso la città. Camminai fino al tramonto senza mai voltarmi indietro e quando fece buio cenai con delle provviste che mi ero portato da casa. Passai quella notte all’aperto, nel mio sacco a pelo, ma non riuscii a dormire, un po’ per l’eccitazione di aver cominciato la mia avventura, un po’ per un vago timore che mi incutevano tutte le cose ignote che mi aspettavano e un po’ perché me ne stavo a fantasticare sul mio futuro, affascinato dalle stelle che lentamente avevano preso il posto delle nuvole della giornata appena trascorsa. Lentamente però mi addormentai e mi risvegliai quando ormai era già giorno fatto. Mi rimisi in marcia e continuai a camminare per giorni e giorni, sempre in direzione delle montagne, che sapevo separami dalla città. Lentamente mi accorgevo che le mie provviste stavano per terminare e che mancava ancora molto alla mia meta, o per lo meno a qualche villaggio in cui potermi fermare a comprare del cibo.

Un giorno, non ricordavo più da quanto tempo fossi partito da casa, mi accorsi di aver finito tutte le mie provviste. Continuai ugualmente a camminare e anche se sapevo benissimo che in quelle condizioni non sarei mai riuscito ad arrivare da nessuna parte, qualcosa dentro di me mi dava la certezza che avrei vissuto ancora per molto tempo. Ma dopo aver continuato per tre giorni a camminare senza né bere né mangiare, la mia vista improvvisamente cominciò ad annebbiarsi e ad un tratto sentii che le gambe smettevano di sostenermi mentre tutto si faceva buio e silenzioso.

Mi risvegliai nella casa di un mercante che, come mi spiegarono in seguito, mi aveva trovato svenuto mentre rientrava da un viaggio: era infatti uno dei pochi coraggiosi a spostarsi ancora nonostante la guerra, alla ricerca di merci da acquistare e poi rivendere nei pochi villaggi sparsi per il deserto. Grazie alle cure che ricevetti dalla sua famiglia mi ripresi in fretta e assieme alla famiglia del mercante che mi ospitava decisi che sarei rimasto finché il mercante, che si riproponeva di fare un altro viaggio dopo qualche mese, mi avrebbe dato un passaggio verso la città. Per non dipendere totalmente dai miei ospiti e per non restare del tutto inattivo, cominciai a lavorare nella bottega del mercante.

Il mio lavoro consisteva nel tenere in ordine il magazzino e nel fare in modo che non mancasse mai nulla sugli scaffali dell’emporio, inoltre quando c’erano tanti clienti aiutavo la moglie del mercante a servirli. Ogni giorno mi vedevo passare davanti la quasi totalità degli abitanti che si abituarono presto al nuovo venditore. Ma sebbene ormai cominciassi a conoscere tanti particolari della vita che conducevano, la loro esistenza mi era del tutto indifferente, talmente ero ancora preso dal desiderio di raggiungere un giorno la città, ed occupato a contare i giorni che mi separavano dal nuovo viaggio. Pensavo di conoscere ormai tutti, quando invece una domenica pomeriggio, mentre stavamo per cominciare a prendere il tè, la figlia del mercante entrò accompagnata da un’altra ragazza. Quando ci presentarono seppi che la ragazza si chiamava Rebecca e era una compagna di studi della figlia del mercante. Le due ragazze si erano conosciute ancora bambine ed erano cresciute insieme senza separarsi quasi mai. Ancora adesso erano molto unite e passavano molto tempo insieme, ora nella casa dell’una, ora in quella dell’altra.

Intanto, le notizie che arrivavano dal fronte non erano affatto buone: la guerra diventava sempre più dura, il nemico riportava sempre più spesso delle nuove vittorie, e gli spostamenti diventavano sempre più rischiosi. Il mercante rinviava di giorno in giorno e di settimana in settimana la data di una nuova partenza e io che avevo conosciuto le difficoltà del viaggiare da soli per il deserto, non avevo il coraggio di partire senza di lui.

Passavo quindi delle giornate nella più cupa depressione, convinto che non sarei mai riuscito ad arrivare alla città e che avrei quindi fallito l’unico obiettivo che mi ero posto nella vita. Anche in casa tutti erano alquanto cupi, senza la possibilità di viaggiare gli affari del mercante cominciavano ad andar sempre peggio e la famiglia temeva di piombare nella più cupa miseria, come era già successo ad altre famiglie un tempo prospere.

Le uniche a conservare la serenità erano Rebecca e la figlia del mercante, e grazie al loro ottimismo anche noi riuscivamo per un attimo a dimenticare i nostri problemi.

Il villaggio non offriva certo molte distrazioni. Erano ormai lontani i tempi i cui alle famiglie più ricche della zona, tra le quali figurava quella del mercante, bastava il minimo pretesto per organizzare delle feste durante le quali si ballava e si gustavano cibi prelibati e vini pregiati. Comunque le due ragazze, forse perché non avevano conosciuto quei tempi, riuscivano ad essere felici con poco e la gioia che si irradiava dai loro volti dopo un pomeriggio trascorso insieme a chiacchierare e a scherzare insieme, riusciva a regalarci un sorriso e a farci dimenticare le cattive notizie che ci giungevano.

Lentamente, dal momento che purtroppo c’erano sempre meno clienti e il mio tempo libero aumentava, cominciai a stare sempre più in compagnia delle due ragazze. Col passare delle settimane mi ritrovai ad attendere con ansia l’ora in cui sapevo sarebbe arrivata Rebecca, e fin dal momento del mio risveglio, sapevo che la giornata che mi aspettava aveva senso solo perché tra tutte le ore che la componevano, c’erano quelle che mi permettevano di vederla: ormai avevo bisogno di lei per poter star bene.

L’emozione che mi capitava di provare se la incontravo per caso, all’improvviso, senza attenderla, era così intensa che mi faceva perfino star male, e per un attimo pensavo che il mio cuore non avrebbe resistito a tanta intensa felicità. Ma il mio cuore resisteva sempre, e per nulla al mondo avrei mai rinunciato a provare questa emozione. Eppure c’era qualcosa che mi avrebbe fatto rinunciare: nonostante le possibilità che la guerra finisse fossero sempre di meno, io continuavo a sperare che un giorno sarei finalmente riuscito a partire e ad arrivare alla città.

Passai un anno in questo stato d’animo, poi finalmente una mattina vedemmo arrivare al nostro villaggio uno straniero, veniva dal fronte e aveva ricevuto il compito di diffondere la notizia che finalmente l’armistizio era stato firmato. Restammo tutti attoniti, nessuno di noi riusciva a credere che dopo tutti quegli anni, pochi avrebbero saputo dire con precisione quanti, si potesse di nuovo tornare a vivere in pace. Ma lo straniero portava con sé una copia dell’armistizio, e quindi all’iniziale sbalordimento subentrò la gioia di poter finalmente ricominciare a vivere una vita normale.

Dopo qualche decina di giorni il mercante aveva già finito tutti i preparativi per intraprendere un nuovo viaggio e io mi apprestai a seguirlo felice di poter finalmente raggiungere il mio obiettivo.

Lasciai quindi per sempre la casa dove avevo vissuto per più di un anno e mi avviai verso la vita che avevo sempre desiderato. Dopo tre giorni di cammino il mercante arrivò al villaggio dove doveva fermarsi per i suoi affari e io decisi di continuare da solo: mi mancavano solo un paio di giorni di marcia, e con le provviste che il mio ospite aveva voluto che portassi con me, sapevo che non avrei avuto nessun problema.

Camminai con frenesia, e la voglia di arrivare era così forte da rendermi quasi cieco impedendomi di vedere il deserto che lentamente lasciava il posto ad una vegetazione che si faceva sempre più lussureggiante. Finalmente cominciai a scorgere le mura della città e affrettai il passo, ormai certo di essere finalmente arrivato.    

Ma appena arrivai alla porta della città capii quanto cara ci era costata la pace: dei grandi viali, degli eleganti palazzi e delle maestose chiese di cui mi aveva tanto a lungo parlato mia madre, restavano pochi resti, miracolosamente scampati alle fiamme. Quel giorno capii anche che avevo sognato invano.

© Elisabetta Giancontieri



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