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Il rientro
di Carlo Santulli
Pubblicato su SITO


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1.

“Perché, qualunque la superficie, e dovresti saperlo bene, i gechi non cadono. Mai”
Doveva far mente locale, riportarsi a quel casale grigio tra le viti basse del passito, su una collina buona per i conigli e per le more: gli sembrava di aver raccolto la pellaccia di un geco, forse due, sulle lenzuola e sulla copertina richiamate dall'armadio in piena notte. Un'escursione termica da togliere il fiato, quindici-venti gradi, e all'improvviso si gelava, anche abbracciati, anche soli in un posto che metteva tanta voglia di far pazzie, ed insieme tanto sonno. Allora, non aveva pensato a Van Der Waals, al dipolo indotto, l'interazione più debole, eppure la più persistente, aveva soltanto maledetto il cosaccio verde che gli era piovuto quasi addosso, e quasi sceso, cosa che gli faceva ancora più orrore, tra i capelli confusi e salmastri di Marina. Che dormiva. Anche se poi avrebbe dovuto spiegarle (forse). Ma si ricordava confusamente che le aveva parlato dell'adesivo universale, e del miracolo naturale di quelle zampette fatte a spatole e setole. Nanotecnologia, le aveva detto prima che lei socchiudesse gli occhi, tipica reazione da studentessa svogliata.
Davanti all'inevitabile cappuccino senza schiuma di Sciortini ed al caffè, che, come quando ancora faceva il fantasma in Dipartimento, Marco finse di bere senza toccarlo, perché delle due tazze vicine si vedesse il fondo allo stesso istante, continuò a pensare all'isola, a Marina, alla coperta spolverata in fretta di notte per stenderla sul suo lenzuolo, mentre digrignava, o forse batteva i denti nel sonno.
“Cosa hai detto che insegni?” gli chiese Sciortini per la quarta volta. Alla sua risposta, lui replicò: “E ti occupi di bionica” “Vagamente” deglutì senza aver bevuto “in realtà a me interessano le fibre naturali”
Sciortini ebbe un gesto largo con una mano piatta, che offriva, anzi che tendeva, a sfiorare la larga tazza poggiata sul bancone: “Se è per questo, sfondi una porta aperta”.
Certo, una porta aperta, ma sul vuoto. Meglio divagare, allora: Marco ne approfittò per guardarsi intorno, mentre Sciortini si dedicava al cappuccino; l'uomo brizzolato che sedeva dietro la cassa era eternamente lo stesso di dieci anni prima, anche l'espressione era uguale, quella di uno che finge di non sentire, per vivere tranquillo. Nuovo era il viavai di cameriere, una cinese e un paio di rumene, accomunate dalla traballante lingua e grafia dei foglietti delle ordinazioni, che l'uomo alla cassa infilzava distrattamente, nella convinzione che le stesse persone gli dovessero sempre la stessa cifra, e che cambiar idea da un giorno all'altro fosse poco educato, forse proibito.

Ricordava come era finita, con Marina: una dissolvenza sul telone bianco dello schermo. Il luogo sembrava preso da un romanzo di Moccia: Ponte Flaminio con le torce littorie illuminate di una impervia luce arancione. Ma era solo un fondale, non aveva nulla a che fare con loro due. Non si erano fermati lì per vedere il fiume, che d'altronde non si vede, è un po' come stare su una nave in secca, sperando inutilmente che il paesaggio cambi. Però Marina le aveva detto che partiva per sei mesi di Erasmus, quel "morire di pizzichi all'estero", come l'aveva definito lo Squalo a lezione.
"Non farti convalidare solo due complementari: vendi cara la pelle, al ritorno"
"Lo farò: in ogni modo, non è per avanzarmi negli studi che ci vado"
"Né per allontanarti da me"
Sorrise: ed era già lontana.
Ripercorse i suoi pensieri di allora: si era chiesto come si potesse lasciare Roma, per delle prospettive incerte, specie dal lato sociale. Credeva, senza la minima ombra ad oscurare questa convinzione, che non ci potesse essere una vita migliore di quella che faceva. Un po' come una volpe nella tana. Questo ora non sapeva più spiegarlo: negli ultimi mesi aveva ripercorso avanti e indietro i posti che supponeva, e ricordava, carichi di fascino e di suggestione, non ricavandone che una mediocre sensazione dolciastra, e, svanita questa, molto fastidio.
Dopo Marina, e dopo la fine della loro storia, punteggiata qua e là di tante piccole promesse di incontro e saluti in varia forma, era partito anche lui: cinque anni dopo, quasi a sottolineare la loro differente maturità. Perché il ritorno di lei dall'Erasmus non era stato che apparente: la mente e parzialmente anche la fisionomia era rimasta estranea alla città.
Ora Sciortini aveva scoperto i gechi: non c'è limite alla provvidenza. Quando si lavora per un tempo inutilmente lungo con (o per) la stessa persona, si conoscono tutti i tic, le frasi fatte, le cose da dire e quelle da tacere, o da girare in un altro verso; così, quando si torna, è come aprire la porta di casa, e sedersi sul divano a naso senza accendere la luce (facendo cadere per terra fogli, vestiti abbandonati dalla mattina, magari anche un asciugamano, ma cosa importa). Casa è dove troviamo quel che non sapevamo di cercare.

Marina, a differenza che nella canzone di Venditti, era tornata, ma non aveva alcuna intenzione di insegnare in una scuola: aveva pubblicato, anche cose discrete (come dicono, con finta modestia, molti dei pochi che rientrano), ed ora, piuttosto che aspettare, si era sorpresa a sperare di andar via di nuovo. Ora era lei che scalpitava, dopo esser stata scettica per anni, ed aver detto che si sarebbe rimessa in gioco, piccola azienda o multinazionale che fosse. Situazione particolare, rifletteva Marco, in pratica lei era sola, qualche zio e cugino, come tutti, ma non aveva ormai parenti più stretti (né Marco, con tutti i suoi tira-e-molla e distinguo, poteva ambire ad un posto particolare nella sua vita). Avevano provato a rivedersi, ma Marco faceva anche fatica a capire le parole, ad accettarne il suono tagliente, figuriamoci immedesimarsi nel suo complesso di fuga. Si era limitato a farsene contagiare, come di una malattia.
 
Il controllore l'aveva avvicinato con lo sguardo leggermente fervido, per quanto gli riusciva, nel caldo di luglio senz'aria condizionata: il treno era semivuoto, le tendine svolazzavano nel moto, ma l'aria era ferma e bollente. Dopo avergli punzonato il biglietto, gli disse senza rifiatare: "Amersfoort ontstappen". Marco annuì con un sorriso leggero: sì, c'era un cambio da fare, ma sullo stesso marciapiede, semplice e senza fatica anche col borsone pesante.
Si erano inseguiti per mezza Europa senza trovarsi: lui a Nottingham, lei a Tubinga, lui a Losanna, lei a Leicester. Poi lui si era sposato, ed aveva tre figli, nati così rapidamente, che non ricordava precisamente il tempo in cui ne avevano solo uno o due. Era rientrato prima di sapere cosa fare del rientro, e spiegarlo a Sciortini, agli amici, ai parenti, a mezzo mondo gli costava quasi più fatica che lavorare. Aveva scoperto di vivere in un paese, che era il suo, ma che non conosceva più (figuriamoci capirlo). Aveva continuato a ricevere i messaggi di Marina, di tanto in tanto; era l'amica lontana: anche la sua prima figlia, Carla, sapeva di lei, pur senza averla mai incontrata. Nei messaggi, da una parte e dall'altra, si parlava a volte di possibili collaborazioni, altrove si accennava al passato, come se fosse stata una terra lontana e disutile: invece, era esistito, ed aveva prodotto quei sentimenti duraturi che rovesciavano la loro sostanza fin nel presente, forse avvelenandolo di sogni. E forse i sogni non erano estranei a quel volersi incontrare ancora: era una presa di contatto, ma anche un  distanziamento dal passato.

Quella notte l'albergo nel campus era deserto e chiuso. Letteralmente. Non era accesa neanche la luce d'emergenza, solo il lampione del piazzale. La tassista che l'aveva preso in carico alla stazione, dopo un breve e fitto parlamentare con altri tre colleghi, l'aveva ricondotto alla portineria, come un bigliettino appeso alla porta a vetri suggeriva, "toen de tor gesloten is/when the door is closed". L'aveva anche pregato di non parlarle e di non far rumore, mentre chiamava la centrale per la corsa successiva. Ammesso che ci fosse, a quell'ora, ed a metà luglio, al culmine delle ferie. Non poteva riportarlo indietro, neanche di duecento metri, erano le regole, ma capiva benissimo, e negli occhi le brillava una specie di divertita tenerezza, che uno straniero, peraltro curioso, che sosteneva di esser lì per lavoro, ed arrivava a quell'ora in quella stagione, non potesse esser lasciato vagare nel buio suburbano. Non che ci fossero pericoli, no, ma poteva benissimo darsi che gli passasse la voglia di restare, e chiedesse di tornare in aeroporto per la via più breve.
Anche la portineria sembrava vuota, però illuminata, e sul retro azzurravano una decina di schermi a circuito chiuso; dopo qualche istante un volto si protese, e Marco sillabò cognome e provenienza, sentendo improvvisa la stanchezza del viaggio.
"Ah, è italiano" si sentì dire con un accento poco riconoscibile.
Non poté che confermare.
"Anch'io: calabrese di Paola. Cioè...mio padre. Io sono venuto qui da piccolo" continuò a dire l'uomo alto e corpulento, dando quelle poche informazioni con lentezza e prudenza, come aspettando da un momento all'altro che la lingua atavica lo tradisse. Poi gli consegnò le chiavi e le istruzioni, in inglese, sotto il quale invece l'accento olandese si sentiva eccome.
Si riavviò solo, col borsone che ora pesava, verso l'albergo buio. Per fortuna aveva tutte le istruzioni, da come accendere la luce a come cavarsela in caso di incendio (Hoe te handelen bij brand), specialmente nel caso in cui fosse solo nell'albergo (era evidente che non era stato il primo, o che lo aspettavano). Aprì la porta a vetri, e penetrò nell'atrio. La luce doveva essere tre passi a destra dietro l'angolo del muro: evidentemente i suoi passi dovevano essere troppo lunghi od affrettati, perché ne fece solo due, comunque trovò l'interruttore. Posò il borsone al centro dell'atrio, come chiedevano le dive nei vecchi film al tassista, aspettando il facchino (o meglio, il facchino sarebbe stato già lì, ossequioso e gelatinato, appostato dietro una colonna: c'erano sempre colonne negli alberghi dove alloggiavano le dive dei vecchi film).
Le prime cose che notò furono il grande contenitore dell'acqua potabile, e lo schermo di un computer in un angolo. Toccò la tastiera, ed entrò in Firefox, la cui icona era in alto a sinistra. Si aperse su www.google.nl. Rimase quasi imbarazzato, forse gliel'avrebbero messo in conto e la signora Massarelli avrebbe poi obiettato che l'uso di Internet non è "vitto", non è "alloggio" in senso stretto e neanche può definirsi "viaggio", quindi va sottratto dai fondi di ricerca, anzi gli avrebbe chiesto: "Con quale fondo di ricerca devo pagarlo, professore?", sapendo, o sospettando, che i suoi fondi di ricerca fossero asciutti come fiumare. Ma non c'era nessuno, ed il terminale sembrava privo di conta-minuti, gettoniere, o roba del genere. Per buona misura, tornò al bombolone dell'acqua e bevve, riempiendo per tre volte lo stesso bicchiere: e se fosse arrivato un vigilante? Avrebbe detto: "Passavo davanti al computer, e pensavo, sa è da stamane che viaggio..." Ma non c'era nessun vigilante, invece accanto all'ascensore (che, come precisavano le istruzioni, non avrebbe potuto usare, per non far collassare il servizio di guardia in caso di blocco) c'era uno specchio, davanti al quale sostò sorpreso. Aveva assunto l'espressione tipica del viaggiatore low cost: se qualcuno gli avesse offerto una sedia, gli avrebbe chiesto quanto veniva al minuto. Ma, ancora e per la terza ed ultima volta, non c'era nessuno. Riprese il borsone, ed imboccò le scale.

Non si può accendere l'aria condizionata per un solo residente: in compenso, c'era un ventilatore che, sdraiandosi sul letto, gli consentiva due periodi di 45 gradi di tentativi di sonno a velocità 1, oppure 4 periodi di 22 gradi e 30 primi a velocità 2: c'era anche la velocità 3, alla quale poteva venir schiaffeggiato da un monsone ogni 11 gradi e 15 primi, se avesse solo tentato di prender sonno. Le lenzuola erano calde, e sfortunatamente non di sonno: guardò per un lungo periodo parallelamente alle doghe verso uno spiraglio nelle cortine rosse che gli offriva la vista di uno spicchio del lampione sul piazzale, poi accese la TV.
Calò su un film più o meno spagnolo ed abbastanza intellettuale con dei sottotitoli, si intuiva approssimati, irti di ij: poco dopo metà, lei moriva perché veniva messa sotto da un'auto, ma la morte era vista attraverso i suoi stessi occhi. Una novità vera, anche se vecchia di circa un secolo, dall'epoca del primo surrealismo. Evidentemente però poi tornava, perché un lui con questa lei si inseguiva per tutta la vita: dopo circa un'ora e un quarto, sembrava, a seguito di infinite chiacchiere e moltissime citazioni, si potesse culminare in quel momento in cui lui e lei giungevano ad un incontro, forse amoroso. Lei gli faceva intendere, in modo comprensibile solo al regista, che l'avrebbe atteso. Cioè: non si capiva, ma lui, che era stato finora espressivo come un infisso d'alluminio anodizzato, cominciava a sudare, a smaniare, ed era anche un po' spettinato. Si intuiva anche, con un minimo di riflessione, che il sudore e la smania di lui fossero dovuti a qualcosa che riguardava lei. Per cui si arrivava alla scena madre: lui entra nella stanza semibuia con uno sguardo lievemente speranzoso, lei è a letto, lui si avvicina, e alza le lenzuola per entrare nel letto: lei è nuda...ma dorme come un ghiro (leggero russare), lui senza perdere il sorrisetto, soltanto leggermente deluso, la ricopre dolcemente, e se ne va. Molto poetico in fondo, e Marco era più che comprensivo: con tre figli, sono cose che capitano; appena si possono sfiorare le lenzuola, si passa dall'altra parte della barricata.
Tranne che arrivato a metà del corridoio, percorso a velocità bassissima e pian piano tendente a zero, lui mima una sega, che non si vede, ma è monumentale, gigantesca, come far l'amore con le pale di un mulino, facendo per di più una smorfia più o meno dolorosa, per far intendere di essere disperato.
Marco, che, tra il caldo, le frustate del ventilatore ed un leggero mal di testa incipiente, aveva quasi creduto al grandioso film intellettuale, rimase scioccato e si risolse a cercare il regista su Internet. Non conosceva né lui né lei, voglio dire gli attori, però aveva visto il titolo, che era passato una volta veloce in sovrimpressione. Cercò un secondo film, perché deciso a punire il primo, di cui comunque voleva vedere la fine, e si imbatté in un poliziottesco talebano anni '70 con (pochi, dato il genere) sottotitoli (gli spari sono un linguaggio universale). Erano tutti uomini, meno Silvia Dionisio: non c'era una donna nemmeno tra le comparse; oltre ai poliziotti, c'erano baristi, passanti, impiegati, segretari (!); il film si concludeva a Fiumicino, dove anche ai banchi del check-in non c'era nemmeno una donna (né tanto meno si notavano hostess, anche i viaggiatori erano tutti uomini, spesso con camicie dai larghi colletti appuntiti o con maglioni scuri, alcuni con gli occhiali fumé che facevano giovane). Solo che ad un certo punto, la cinepresa,  perlustrando a fondo l'aeroporto, trova la Silvia seduta in un angolo: lei lo vede, gli sorride, e corre verso l'aereo fermo sulla pista (ricordate "Casablanca"), per pronunciare la fatidica battuta finale: "Imparerò!" (ehm, a cucinare il pesce, sarebbe troppo lungo spiegare perché). Notare per inciso che lui non è Bogart (non fuma neanche).
 
Marco l'aveva già visto, era uno di quei vietati ai 14 dove si poteva entrare già sui 12, specie essendo grandi e grossi come lui, sperando di intravvedere qualcosa, voglio dire della Silvia: ed in effetti qualcosa si intravvede, anche se bisogna sorbirsi circa dodici sparatorie. Anche se era sempre stato un non violento, era convinto, con i suoi amici di allora, che il divieto fosse dovuto al solo fatto della presenza di lei. Considerato il casting, poteva essere così, e poi i censori sono (erano) tutti uomini. Erano film che ti facevano perdere qualunque speranza che il cinema potesse rappresentare la realtà (almeno avesse mostrato la Silvia con uno dei suoi mitici girocollo mentre cucinava il pesce). Quella sera, Marco riuscì ad addormentarsi in mezzo ad una carneficina: in ogni modo, i rumoristi facevano meno baccano del ventilatore, forse anche al massimo volume.

Dopo colazione, fu Marina a cercarlo. Lo portò in giro per interminabili corridoi più o meno vuoti, quasi quanto quello del film intellettuale, lo presentò a tre o quattro mani distratte, e specialmente parlarono di quello che avrebbero voluto fare di questi quattro soldi di collaborazione che erano riusciti ad ottenere sotto un nuovo programma della Commissione, che nessuno, forse neanche a Bruxelles, sapeva esattamente come funzionasse. Di certo, c'era una divisione in task, subtask, e specialmente, era molto importante assegnare un giusto e ragionevole numero di ore/uomo a ciascuno. Più o meno sognare, si può dire, anche se Marco aveva dormito non più di tre ore. Per andare in mensa, passarono accanto ad un vascone, dove c'era un campanile mezzo affondato. Sembrava finto, tanto i mattoni bruniti di cortina erano puliti e perfettamente combacianti.

"Tu sei una specie di one-man band" gli disse a bruciapelo Marina.
"Beh, collaboro con chiunque me lo permetta, sempre a titolo personale. Sa un po' di uomo da marciapiede, ma è chiaro che non so suonare tutti gli strumenti"
"Sembra più una strategia di sopravvivenza, che un'idea di sviluppo"
"Lo sviluppo, almeno nel mio caso, è sempre nato dalla sopravvivenza, o dalla fame se vuoi. In Italia poi non c'è pietà, c'è retorica, grandi discorsi, ma la pietà è e rimane roba da preti. Siamo il paese di quelli che buttano il cartone insieme a tutto il resto, come se non esistesse il cassonetto del riciclo, che non si fermano sulle strisce ed in uno e nell'altro caso, ti guardano con quell'espressione ebete, come se non ti avessero visto...Ricordi Maurizio Merli?”
“Il poliziotto dagli occhi di ghiaccio? Beh, ero bambina. Ma che c'entra? Forse non si fermava sulle strisce, nei film?”
“Quello aveva sempre qualcosa da fare, qualcosa abbastanza inutile in fondo, la cosa più notevole di tutto il film era l'amante, ma anche davanti a lei lo sguardo non cambiava. Solo, non la freddava con quattro colpi, ma la baciava. Nemmeno tanto convinto: probabilmente pensava ad una bistecca al sangue. Comunque, era un tipo che lasciava sei morti per terra per recuperare qualche fascio di banconote svalutate. Quelli sotto casa mia mi arroterebbero pur di non fare tardi al lavoro, da dove prima o poi li cacceranno. Stessa logica”
“Dai che ti manca l'estero: hai la nostalgia dei panini con le uvette spalmati di burro salato”
“Di quella specie di panzerotti alla pasta di mandorle che si trovano qui ai distributori automatici, magari. E poi nel burro sciapo senti solo il latte e l'unto”
“E dell'appelmoes servito col pollo”
“Non avrei mai creduto, sai? Come dei cornish pasties, e del Marmite”
“Sai che la prima mattina alle student hall l'ho scambiato per confettura di frutti di bosco. Va bé, ma dormivo in piedi, e non avevo le lenti. Proprio schifido”
“Fabiana dice sempre che non abbiamo più radici: inutile cercare di rifarci dalle fondamenta, siamo perduti. Nel nulla, e per sempre, come i resti delle sonde spaziali. Poi senti qualche politico che ti parla del posto fisso, delle intercettazioni telefoniche del KGB, di perché bisogna resistere alla clonazione genetica, e capisci che loro hanno altre priorità. Mentre a te magari manca lo scoiattolo che affaccia le zampette sopra la staccionata del cortile, mentre fai colazione”
“Perché sei tornato?”
“Per le solite chiacchiere tra noi emigrati, che non ne puoi più di pensare il tuo venerdì sera circondato da gente sfatta dall'alcool, che ti dice che si diverte"
“Questo è molto inglese: qui l'alcool lo reggono, e poi se ti fai una biciclettata nel bosco per rientrare dal pub nel tuo cubicolo, sei obbligato ad andare diritto”
“...Oppure che vorresti avere un cappuccino tiepido, come lo fanno a Roma, o spararti un chilo di lenticchie di Castelluccio cotte col riso ed un filo d'olio extravergine...Ma forse è solo perché ti fa piacere pensare che da qualche parte al tuo paese, c'è qualcuno che è sveglio, e che aspetta te. Sai, è come vedere le finestre illuminate dal treno di notte, pensi che mentre sei scomodamente rannicchiato in un sedile od in una cuccetta, c'è chi legge al lume della lampada, in lenzuola che profumano di bucato. Non è invidia, è desiderio, in fondo è amore”
“E volevi tornare a Roma, no?”
“Sì e no, cioè: no. Su Roma ho pensato di avere già dato. Tutto quello che avevo: è una città che ti riempie di entusiasmo, se prescindi da quello che ti dicono quelli che ci vivono. Altro che In Rome, do as the Romans do. Proprio il contrario: a Roma è meglio che tu faccia quello che ti pare, anche se inizieranno a dirti che non ti conviene, che è meglio di no, che insomma non si fa. Ma io volevo tornare in provincia, alla provincia corrotta e silenziosa, fonte di ogni male, a quella provincia da cui si fugge di solito, ma si ritorna. Sai la provincia di Germi, di Facco di Lagarda, delle varie Leghe. Puri anni Sessanta: un'astrazione. Oggi in provincia contano solo i soldi, come in città. Ma credo si goda molto di più, voglio dire proprio in quel senso: non spiegheresti sennò le ricchezze occulte”
“Questa è una provincia: olandese, ma concreta e solida; ed anche qui, non illuderti, avere i soldi aiuta parecchio. Se si goda, non so, ma, credimi, difficile che te lo vengano a dire" 

Al ritorno, qualche sera dopo, a Ciampino, provocò volutamente il tassista, dicendogli che voleva andare alla stazione Tuscolana, tanto che quello gli chiese se doveva davvero prendere un treno, cosa che gli sembrava incredibile. A Ciampino vogliono sempre portarti in centro, forse in un night club di via Veneto, o al Plaza al Corso. Ma Marco insistette e sembrava davvero deciso, cosa che non mancò di colpire il tassista. In effetti ottenne di fare una strada brevissima, non si era mai accorto che ci fosse una via diritta con la stazione in fondo. Aveva sempre visto la stazione Tuscolana come tagliata di sguincio rispetto alla piazza prevista dal piano regolatore, semplicemente perché piazza Ragusa era venuta una buona ventina d'anni dopo: comunque, questa parvenza di ordine gerarchico in una zona confusa di casermoni collegati fianco a fianco, e resti di vecchie fabbriche e officine, gli diede una sensazione gradevole, come scoprire una monetina in mezzo ad un mucchio di carte inutili.
Quando scese nella città dove viveva, era tarda notte: contrastava col corso semivuoto nella sera estiva il baccano di qualche ristorante all'aperto in vie traverse, che debordava fin lì, come frantumandosi sulle quinte dei palazzi. Si sentiva estraneo a tutto quel chiasso, con il borsone, ancora più pesante di materiale e documentazione che Marina gli aveva dato, e qualche regalo comprato di fretta a Schiphol, appena prima dell'imbarco: si era aggirato intorno a dei bulbi di tulipano per mezz'ora, come un segugio, divagando tra tutti i negozi vicini, affascinato dai colori e dalle suggestioni visive di quei mari di tinte diverse. Poi, come spesso gli accadeva, aveva desistito. Ad essere buoni, si potrebbe parlare di buon senso. Ma c'è veramente qualcuno che voglia essere buono?
A casa dormivano tutti: si spogliò nello studio, lentamente, ripiegando ogni cosa sulla poltrona girevole. Il piccolo aveva il pollice in bocca. Sempre il destro, e sempre con la stessa espressione di beatitudine. Nel breve cuneo di luce, vide che il braccio sinistro era alzato sul cuscino, con la mano rilasciata e solo l'altro pollice leggermente teso. Dolcemente, ma decisamente, gli tolse il pollice dalla bocca. La mano ricadde accanto all'altra, sopra la testa, senza far rumore: il bimbo ebbe solo un  lieve mormorio. “Ci terrorizzano con tutte quelle storie sul palato carenato, e i denti in fuori, ma chissà se poi è vero” pensava Marco. E fu l'ultimo suo pensiero di quella notte.

2.

I manifesti dei duo canori, in fondo, erano solo di due o tre tipi, bastava frequentare un po' le feste patronali per rendersene conto: lui, lei e gli strumenti, oppure lui e lei sulla spiaggia, o in un parco, vestiti di tutto punto, e gli strumenti attorno come ragazzini festanti, ma un po' stanchi. Tanto bastava: Marco non aveva mai inteso, o meglio visto, un manifesto che raccontasse una storia, che comunicasse delle sensazioni. Avevano però incontrato quel fotografo con l'espressione un po' da dalmata, insomma uno che inizia a far festa, sperando che la festa ci sia, ma a dire il vero non sa bene, e così si tiene un po' in disparte, ma agitato, anzi convulso, e pronto a rotolarsi in terra, se qualcuno apprezza il gesto. Si chiamava Doriano, nome da biscotto, e disse, con quel forte accento romagnolo che hanno i pugliesi trapiantati, che per lui il manifesto “narrava, componeva. Non era una cosa utile, come una salvietta, ma un'opera d'arte, modestamente”.
La situazione era che Lucia era sullo sfondo, un po' sfocata, ma evidente, e lui, Marco, armeggiava con la chitarra in primo piano, con un'espressione turbata, mentre lei era vagamente insolente, anche se non troppo aggressiva: era evidente che lui pensava a lei, però la cosa non aveva necessariamente risvolti sessuali, poteva anche darsi, date le rispettive smorfie, che ci fosse di mezzo una questione di soldi, o un dissapore di altra origine.
Marco pensava che Fabiana non avrebbe apprezzato: ma, quando glielo disse, era la sera che Sandro  aveva ricevuto in regalo la bicicletta “grande” dai nonni, così lei si era distratta a corrergli appresso nel parchetto, ed a commentare quanto sarebbe stato meglio un cappotto per l'inverno, cose così: il manifesto, di cui Marco aveva portato un provino A4, passò nelle varie ed eventuali, sicché alla fine non venne discusso, neanche a letto.

Però, visto da vicino, sembrava una di quelle grandi locandine dei musicarelli, ed era logico, anzi conseguente, che lui le dichiarasse in musica il suo amore. Doriano tornò alla carica due, tre, quattro volte: ed una carica con cavalleggeri e fanfara. Ammise che si sarebbe potuta modificare, almeno un pochino, l'enfasi e l'illuminazione sul volto di lei, che, vagamente biondastra, sembrava un incrocio tra Laura Efrikian e Giovanna d'Arco, mentre lui era più ragioniere di molti cassieri di banca, e sembrava che la tastiera fosse lì per caso (la chitarra faceva troppo stornellata, e fu fatta fuori, mentre la tastiera poteva catturare un pubblico “più variegato, è multifunzionale e plurigenere”, come disse Doriano). 

Di solito, gli accademici non suonano il liscio, ma, dovendo cercare attività diverse, altri cespiti, arrotondamenti, vie di fuga e scappatoie, in breve: soldi, diventa piuttosto necessario, anzi urgente, mettere a frutto tutte le cose che si sanno fare. Marco suonava la tastiera, facendo un grande scialo di larghi arpeggi e accordi staccati, come se dovesse eseguire un valzer di Chopin: conosceva anche tre o quattro accordi di chitarra, che era, né più né meno, il background che era stato richiesto per fare il miracolo del cantautorismo e del ginopaolismo negli anni '60. Lui però non componeva canzoni, solo articoli scientifici, che c'era più gusto, anche perché aveva una mente più cartesiana che creativa.
Quasi ogni sera, Fabiana ricontava: prendeva grandi fogli di carta, ed iniziava ad elencare quanto avevano speso di questo, e quanto di quell'altro. E i conti, purtroppo, tornavano sempre, ed i soldi che dovevano essere avanzati erano sempre un illusione.
''Mi piacerebbe che non tornassero'' diceva Marco a volte. Altre volte su questo e quello gridavano, erano forse le uniche cause di litigio tra loro, e dividevano le spese fatte tra quelle inevitabili ed evitabili: di per sé, non sempre era facile distinguere le une dalle altre. E' evitabile un cappuccino al bar? Dipende: dalle dosi e dalla situazione. E poi c'era la questione del prestigio: un accademico non può non avere i soldi per il cappuccino. Nemmeno, a dire il vero, può andare in giro con le scarpe impolverate o rovinate. Non si ripercuote sulla dignità degli studi fatti, perché se uno è laureato, lo è anche con le scarpe sfondate: solo che la laurea non si vede più, è come mettersi un paio d'occhiali scuri davanti al diploma appeso alla parete.
Anche Fabiana era delusa che i conti tornassero: confidava in un lieve sbaglio, che consentisse quella spesa in più, quel vestitino per uno dei bimbi, o il parrucchiere per lei, la riparazione del letto traballante, e perché no, un paio di calzature professorali per Marco. Ma sbagli non ce n'erano mai.

“Perché sai, in Italia, si fa tutto attraverso le conoscenze: se non alzi la voce, se non ti fai valere, non ti considera nessuno. Ma già vedo che tu non alzi la voce, forse è carattere. Io penso però che prima o poi l'alzerai la voce” gli aveva detto un amico, un collega di studi, che aveva conservato, dell'epoca di cui si ricordava di lui, una gran massa di ricci (ora parzialmente tinti): Marco era stempiato.
Alzare la voce: con chi? E perché? Marco era tutt'altro che olimpico: per certi versi era al limite dell'esaurimento nervoso. Pochi giorni prima aveva aggredito, per fortuna solo verbalmente, un tale che gli aveva tagliato la strada ad una rotonda (si sa che i falliti hanno sempre fretta). Aggredire ed insultare era qualcosa che faceva sempre più spesso, da quando era tornato: e pensava, senza ombra di soddisfazione, che cosa sarebbe successo se quel tipo, o qualcun altro di quel genere, fosse sceso, magari col cric (il cric, se devi cambiare una gomma, è spesso sito in posti incredibili: ma nella rabbia che prelude ad un fracco di legnate, lo si trova sempre). Marco si chiedeva alle volte che cosa lo aveva ridotto così, dal suo iniziale stato di persona calma, paziente, e un po' laid back, come dicono gli Inglesi.
Le parole del suo amico Corrado gli fornivano un solido appiglio per capire perché: era tutto un insieme di addendi, non devi farti mettere i piedi in testa + devi coltivare le conoscenze + devi farti raccomandare = sarai un vero uomo. A parte un discorso di carattere particolare sui piedi in testa, che possono essere anche una cosa piacevole: quando andavano al mare con Fabiana alla spiaggia libera a costo zero, capitava che lei gli avvolgesse le caviglie intorno alle spalle, e non era male, anche perché poteva dedicarsi alla perlustrazione delle sue gambe. Però, certo, così aveva letteralmente i piedi della sua ragazza, ora moglie, in testa, e le poteva, con un certo nitido sforzo, mordicchiarle nascostamente gli alluci (beh, uno alla volta). Molto piacevole, ed anche molto erotizzante: faceva quasi passare la voglia del gelato, o della granita.
Sulla raccomandazione, poi, Marco aveva un'idea piuttosto precisa: dove non arrivava con le sue forze, non valeva la pena di arrivare. Il prosieguo della sua vita gli aveva dimostrato che era un'affermazione piuttosto vera.
Un altro amico gli aveva detto: “Qua devi essere raccomandato, se non lo sei, o sei un genio, o non combinerai mai niente”
E Marco aveva risposto: “Infatti, io sono un genio”
L'amico non l'aveva più chiamato, e Marco non ci rimase troppo male, in fondo: soltanto, cominciò a sentirsi accerchiato, ed il suo esaurimento nervoso fece passi da gigante, anche grazie alla speciale, unica ed accogliente atmosfera della capitale. Fu in quel momento che, dato che spendeva parecchio di telefonino soltanto per chiamare Fabiana e qualche amico non petulante (rara avis) o Sciortini, che era leggermente querulo, però lo faceva divertire per lunga consuetudine abitudinaria, giunse a dedicarsi intensamente al gioco degli orsetti e delle palline. Allora: gli orsetti  devono allineare le palline dello stesso colore per dritto o in diagonale, poi ogni tanto ci sono degli orologini, che si possono cancellare solo con la stellina, ma non con la N: bisogna evitare di farsi saturare il quadro. Marco arrivò abbastanza rapidamente a 660 punti, nel giro di un mese circa, poi si bloccò. Non riusciva proprio a progredire, era come se oltre i 500 punti tutte le forze degli orsetti (che si cambiavano di posto ogni tanto, dispettosamente) e delle palline si coalizzassero contro le sue dita, che non erano piccole e, per quanto temprate su pianoforte e tastiera, tutt'altro che veloci. Inoltre, e qui sta il point d'appui, ogni volta che si avvicinava al primato e lo schermo non sembrava una versione multicolore della collina di Montecarlo, il telefonino squillava. Aveva messo una suoneria, autoprodotta ed imbarazzante: “Tu sola a me, rimani, o poesia” (“Chatterton” di Leoncavallo). Solo accompagnamento musicale ovviamente, la voce del baritono avrebbe probabilmente spaventato il pubblico. A volte pensava che la scelta fosse giusta, benché piamente e sottilmente lagnosetta, perché forse gli restava, oltre alla famiglia, solo quel telefonino (se non altro per chiedere aiuto), ma lo pensava solo quando era in vena di vittimismo. Non durava, per fortuna, ma lo induceva a concludere che il gioco andava praticato specialmente di notte. Fu così che conobbe Lucia.

“Perché a Fabriano?” furono le prime parole che le rivolse.
“Mah, è piccola e un po' lontana. Poi, c'è un treno tra poco”
“Tra un'ora e mezza, veramente. Ed è lo stesso che prendo io, è quello fermo là sul tronchino”
“Hai una sigaretta?”
“Mi spiace, non fumo, però se chiedi a quei ferrovieri, ce l'hanno di sicuro”
Si avviò, e ritornò, o meglio si riavvicinò un po' delusa: l'avevano, sì, ma fingevano di non capirla, sarà stato per l'accento slavo, o per il vestitino corto ed incongruo a quell'ora della notte, e in marzo. Tutti sposati, si vedeva dall'atteggiamento, e tutti con la voglia di qualche passatempo particolare. Marco arricciò la bocca.
“Non sono brava gente” disse lei “anche con la giacca della gente del treno”
Vide il loro crocchio agitarsi, come se stessero ridendo. Di lei sicuramente. Marco non aveva ancora l'istinto della rotonda e del cric, e quindi rimase fermo, un po' incerto, anche se leggermente urtato.
“Perché pensano ad un certo lavoro” continuò.
“Capisco” disse Marco, imbarazzato.
“Ma non hanno ragione, perché io canto”
La cosa si faceva interessante; valeva la pena di spendere qualche euro, come investimento per il futuro: Marco ebbe l'immagine di Fabiana e dei bimbi dormienti.
“Hai sete? C'è un bar aperto, qui sulla piazza”
“Sì, ma...aspetti qualche chiamata?”
Marco si accorse solo allora del telefonino illuminato e con la grossa scritta in nero e di traverso: GAME OVER. Aveva continuato a giocare, mentre parlava con lei, soltanto per riflesso condizionato, ma poi palline ed orsetti l'avevano fregato in velocità.
“Beh, no, lascia perdere: giocavo aspettando il treno. Andiamo”
L'atrio era come quello delle tante altre stazioni mazzoniane. C'erano le stazioni di Angiolo Mazzoni, e poi c'erano quelle in stile, ma il risultato era lo stesso: pietra rossa per terra, o mattonelle di cotto (sostituzione imbarazzante del dopoguerra), finestroni opachi e verdacei con gli infissi neri, lastroni di marmo cimiteriali dappertutto, porte di legno coi fascioni metallici, finestrone delle biglietterie con veneziane anteguerra. Marco aveva la sensazione di non essersi mai mosso dalla sua città, la cui stazione era in fondo uguale, anche se più piccola. E forse questa era l'idea di Mazzoni & co.: viaggiare senza viaggiare, passare da una stazione all'altra senza l'impressione del movimento, che è anche una questione culturale. Uniformità, ecco tutto: delle menti, e delle stazioni ferroviarie; se la dittatura fosse durata, l'avrebbero estesa a tutta Italia.
Il bar era vuoto, e spento da fuori, ma aperto: un cameriere molto scuro di carnagione lavava, con intensità e convinzione, sempre gli stessi tre o quattro bicchieri; se ne accorsero nei primi tre minuti in cui sostarono lì, in attesa di capire che cosa (e se) ordinare. Era un modo di passare il tempo come un altro.
“Un cappuccino, per favore” mormorò lei, senza molta speranza di essere udita.
“Un cappuccino anche per me” aggiunse Marco, per dar più forza alla richiesta.
Il ragazzo, senza soluzione di continuità dal lavaggio, riaccese la macchina del caffé e tirò fuori dal frigo una bottiglia di latte. Si intuiva, come nel caso della tassista olandese, che non approvava la scelta, ma la accettava, anche perché, alle due di notte di un lunedì appena nato, non si poteva pretendere di più: e poi lui sembrava uno da mance (lei no, l'aveva vista parecchie volte aggirarsi là intorno, con un altro slavo dai bicipiti enormi, ed era sicuramente senza un soldo: d'altronde, non aveva borsetta e non sembrava avere tasche).
“Ti va anche una pasta?” continuò Marco, sbirciando dietro la vetrinetta, dove alcuni cornetti e ciambelle passabilmente raggrinzite davano il meglio di loro stesse, in una mezza luce che nascondeva il loro degrado.
“Scherzi? Saranno dure come sassi”
“Sono di stamattina” disse serissimo, forse un po' offeso, il barista “voglio dire di ieri, naturalmente”
“Naturalmente” disse Marco, tirando il bottone dorato e prendendo una ciambella in un tovagliolino. Non era dura, affatto, poi immersa nel cappuccino, dava un piacevole tepore zuccheroso, con retrogusto lievemente azzimo (ma magari era il caffè un po' metallico della prima mescita).
“Tu devi essere matto”
“Matto: perché?”
“Ad invitarmi. Non dovevi prendere un treno?”
“Il tuo: non ce n'è altri a quest'ora”
“E dove scendi?”
Marco disse il nome della città dove viveva.
“Non ci sono mai stata. Com'è?”
“Sempre piccola, e ancora più lontana di Fabriano”
Lei sorrise: “Mi piace che capisci come ragiono io: quanto costa il biglietto per dove vai tu?”
“Mah, se vuoi te lo pago”
“Sei proprio matto”
“Non direi” disse piano lui “Ci ho il mio tornaconto”
“Ah, e cos'è?”
“Interesse”
Lei si irrigidì un po': “Non quelle cose degli uomini, spero. E' per quelle che scappo”
Marco sorrise: “Figurati, ho moglie e tre figli, e mi aspettano domattina. Altri affari, poi ti spiego. Scappi da un uomo?”
“Da un uomo che dorme. Non è lontano, ma è a letto. E non è pericoloso, finché non si sveglia. Dopo forse sì...Comunque, qui in Italia sono Lucia”
“Io sono Marco. Cosa canti, Lucia?”
“Canto. Lirica. Ma non so se riesco ancora. Tu chi sei?”
“Sono rientrato dall'estero, e non ho ancora capito bene cosa faccio qui. Lavoro in Università, gioco col telefonino, suono un po' la tastiera per distrarmi”
“Ho capito. Musicista”
“Una specie, non professionista però”
“Non ti pagano”
“Qualche volta, a qualche matrimonio, o comunione, roba simile. Prima mi accompagnava mia moglie: anche lei canta, ma, sai, con tre bambini...”
“Pochi soldi”
“Quelli sempre, pochi e finiscono subito. Li vedo passare e mi fanno ciao ciao con la manina” disse Marco, e fece il gesto.
Lucia sorrise appena: “Fai un po' ridere, però”
In effetti, era vero: e lo specchio un po' consunto del bar lo confermava. Pochi capelli, ritti, occhi arrossati e fuori dalle orbite, barba di tre giorni, che cresceva a chiazze, un maglione arancio troppo largo (la sera prima era porpora), che arrivava fin quasi a mezza coscia, pantaloni macchiati e le inevitabili scarpe impolverate e con le punte screpolate, che Fabiana non poteva guardare senza provare un certo magone. Insomma, un serio e competente ricercatore che ritornava da una conferenza in Inghilterra, ma ci ritornava low cost.

Sembra esagerato chiudere due capitoli con due ritorni, ma è pur vero che Marco tornava spesso, e di solito in condizioni peggiori sia della volta precedente, che di quando era partito (perché Fabiana faceva di tutto per farlo apparire decente e sopportabile alla vista), dobbiamo ammettere che quell'attesa del treno delle 3.36 fu l'inizio di qualcosa. Lucia prolungò il viaggio fino alla stazione dove scendeva anche Marco, rincuorata dal fatto che ancora fosse più lontana di Fabriano dall'uomo cui lei stava sfuggendo. Si pagò anche due notti d'albergo, perché, come il barista probabilmente non aveva pensato, le donne, a differenza degli uomini, nascondono i soldi anche nel reggiseno e altrove. Poi, trovò un qualche lavoro, non ben definito: conobbe Fabiana, e, come a volte accade, le due donne si piacquero. Così, un paio di settimane dopo, un duo detto (provvisoriamente) the PhDs esordì alla festa della fregnaccia di un imprecisato paesino dell'Orvietano. Marco dovette, inizialmente con grande vergogna, ammettere con Lucia che, pur se le fregnacce non erano altro che frittelle, il loro nome derivava (detto tecnicamente) da una vulva molto aperta (fece anche un gesto esplicativo); la cosa non la impressionò: “Sono buone almeno?”
“Forse: ma i musicisti non mangiano fino alla fine, ed alla fine restano solo le briciole”

3.

Si può ripetere mille volte quel che si vorrebbe dire: forse anche diecimila volte. Questo però non può impedire che, nel momento in cui si compie il percorso, che può essere breve o lungo, ma di solito appare eterno, dal posto in sala fino alla predella, dove spesso un riquadro illuminato dice il nostro nome e la nostra posizione nel mondo, si senta una certa tremarella, che si ripercuote dalle gambe fino al fondo di noi stessi. Anche se il pubblico è costituito solo da Sciortini, Marina, una decina tra studenti ed assegnisti, ed un paio di facce nuove e passabilmente spaurite. Bialetti, il direttore del Dipartimento, al momento impegnato altrove, aveva quasi promesso, in occasione di un incontro fortuito presso la macchinetta del caffè, che sarebbe passato più avanti. Marco chiese se bisognava attendere, ma Sciortini, toccandosi il polso, gli fece segno di cominciare: che Bialetti si arrangiasse. Puntualità, ci voleva, austro-ungarica, come la sua.
Non aveva ancora finito di dire il titolo della sua presentazione, che il direttore si affacciò, e Sciortini, voltisi, gli disse sottovoce: “Abbiamo appena iniziato”. Bialetti, che in verità lo sospettava, chinò appena la testa, ed ebbe un lieve sorriso sotto i baffi.
Marina era abbronzata, vestita di verde, coi capelli completamente anarchici, ed uno sguardo che vagava distratto, aveva solo delle rughe di stanchezza accanto agli occhi, che il trucco troppo lieve non valeva a nascondere. Si sentiva osservata e, benché la cosa, dal suo punto di vista, non fosse eccessivamente gradevole, la metteva al conto del raggiungimento di una collaborazione fattiva col dipartimento del suo amico e collega.
Amico e collega che nel frattempo procedeva svelto per le impervie strade di una presentazione abbastanza riottosa delle attività del suo gruppo di ricerca, che era costituito da se stesso, con la partecipazione straordinaria di chicchessia, purché non sgradito a Sciortini. Ed era chiaro che una donna con un'imponente massa di capelli ed un largo top verde non poteva essere indesiderabile, qualunque fossero le sue capacità scientifiche. Il solo rischio del modo sciortiniano di vedere le cose era di sottovalutare una come Marina: ma a quello sperava di rimediare Marco.
La presentazione di Marco era stato il frutto faticoso di un compromesso tra la verità, che induce a dire certe cose, e la politica, che spingerebbe a tacerle. In effetti, lo scopo recondito, ma essenziale, secondo le indicazioni di Sciortini, era di mostrare che c'erano abbastanza fondi per far qualcosa, ma non abbastanza per finanziare, o peggio assumere, nessuno. “Le persone nella ricerca salgono e scendono, come dal tram” aveva precisato “Ma i progetti continuano”
Più che il tram, rifletteva Marco, era come la circolare, ma una circolare automatica, senza conducente, né fine turno o sindacati, tanto meno caffè al bar (anche perché Sciortini avrebbe voluto il cappuccino, e senza schiuma). “Perché la schiuma è un polimero di grassi, grassi nocivi, cancerogeni”. In effetti, schiuma o non schiuma, Sciortini sembrava un ragazzino, specialmente al bar e in pausa pranzo. Qualche smagliatura la mostrava durante le presentazioni (altrui), dopo il ventesimo minuto, ma di solito teneva coraggiosamente botta. In quel caso, star seduto accanto a Marina aveva rappresentato un altro piccolo aiuto.

Dopo la presentazione, fugati gli studenti ed anche gli assegnisti, tranne un paio che potevano servire come manovalanza (spostare sedie, resettare apparecchiature, riparare stampanti), Sciortini rivoltò da tutti i lati il perché e il percome, pur non avendo nemmeno i soldi per l'acqua distillata, ma invece alcune finestre pirandellianamente rappezzate con delle striscioline di carta, eravamo pur sempre e comunque i migliori del mondo. La classe non è acqua (tanto meno distillata), e poi bisogna sempre negare di avere qualunque sorta di fondi, in vista del fatto che se il gruppo di ricerca migliore del mondo funziona anche con pochi finanziamenti, il ministero potrebbe poi optare per un'ulteriore riduzione, e non sarebbe simpatico per gente che butta il sangue come noi (è si sa che il sangue è un rifiuto speciale). 
"E allora? Non c'è più niente da fare? E' tutto finito?" declamava, quasi tra sé e sé Sciortini, perché Marina aveva, nella tradizione britannica della fallback option, ardito chiedere quale scenario si presentava per la collaborazione se Bruxelles avesse risposto picche, e/o se il contratto di Marco fosse giunto al termine senza rinnovo, come l'atmosfera dimessa della saletta riunioni le pareva indicare.
Sciortini si bloccò: alle sue domande retoriche si doveva rispondere con un incoraggiamento, se non con un'ovazione. Almeno, pensava, con un invito a continuare così, che andava bene. Invece no: Marina non colse la palla al balzo, si limitò a sorridere, un po' interdetta, aspettando che la discussione continuasse. Ma non c'era più nessuna discussione, solo polvere, e aveva ricoperto tutto.

In realtà, il problema dei conteggi che Marco e Fabiana tenevano instancabilmente era che gli arrotondamenti, per quanto si sforzassero di tenerli oggettivi, tendevano ad essere tutti di segno negativo: era l'effetto di una prolungata privazione, cosicché alla fine in una lista di dieci cose risultavano dieci euro in meno e via proporzionalmente. E poi...quel che costava meno di 5 euro veniva sempre trascurato, così il baratro di differenza che si apriva era imponente. Sulla carta: perché in pratica il saldo era sempre zero. Inoltre, quando il grado di taglio delle spese è troppo grande, alla fine la pressione contenuta fa saltare il tappo, ed il risultato finale è che si spende di più, non di meno. L'importante è che Fabiana fosse su di morale: se lei era contenta, tutto appariva come doveva essere.
Carla, la loro figlia grande (otto anni!), si era ormai rassegnata a quella disponibilità economica familiare fluttuante ed incerta: magari non erano concetti che riusciva a definire, ma indubbiamente sentiva che qualche volta c'era più spazio, mentre in altri casi anche un euro era troppo. Forse lo considerava un effetto naturale della vita, come che i fiumi scorrano verso il mare, o che gli alberi facciano ombra.
Marco sentiva una certa pena: purtroppo, era laureato ed era uno di quelli che erano rientrati. E un laureato non può essere a corto di soldi: disoccupato sì, ma lui lavorava, aveva sempre lavorato. Eppure i soldi erano sempre molti meno di quelli che servivano, era un po' come il gioco della pista saponata che si fa nelle feste di paese, o per televisione: il mazzetto di banconote è in fondo, ma si scivola sul sapone e si fa la pista da sdraiati. Scatta la squalifica, ma più può la vergogna, di dover continuare a chiedere, di non poter restituire, di essere soli col proprio problema insomma.

Da qualche settimana però anche Carla notava che suo padre era più contento, canticchiava sotto la doccia con quella voce da ragazzo che sembrava aver perso, quelle canzoni un po' drammatiche che piacevano a lui, qualcosa come "L'immensità": d'altro canto non si può metter su un po' po' di musica, comprensivo di pieno d'orchestra e gran finale, per una canzone di tre o quattro minuti, e poi intitolarla "Oggi e basta" o "Due metri dietro casa". Carla preferiva il rock, il pop, insomma qualcosa che si muoveva svelto ed entusiasta come un ragazzo innamorato, non rigido ed affannato come un prete in tonaca pesante sotto il sole di luglio, ma insomma rispettava (o forse compativa?) Marco, specie quando lo sentiva sprizzare (beh, gocciolare) di felicità.

Qualcosa era accaduto, ed era il ballo liscio: Doriano tornò di nuovo alla carica col manifesto, e propose un giro nelle balere del Viterbese (Orte, Soriano nel Cimino e giù fino a Tuscania, Montalto e Tarquinia). Era il momento che, a settembre inoltrato, il pubblico estivo (camicie aperte, improbabili infradito ed a volte cappelli di paglia e parei) cedeva al pubblico autunnale (dolcevita, collane, scialletti e scarpe lucide): c'era però un'area di interludio, nella quale loro, cioè i PhDs potevano, anzi dovevano, inserirsi. Era convincente, specie quando parlò loro degli irriducibili.
Gli irriducibili ballavano, o forse ruotavano, a bordo pista, raramente distogliendosi dal loro passo calmo e costante. Erano anziani, perloppiù, anche se l'età sembrava il minore dei loro problemi: erano entrati in un'immortalità forse fittizia e discutibile, ma attimo per attimo perfettamente plausibile. Perché in realtà il tempo non esiste, e non è una questione di buchi neri e costante cosmologica, quelli c'entrano, ma solo marginlmente, il fatto è che, da un momento in poi, il passato non ci lascia più, ed il futuro è adesso. E nell'immediato si balla: dance until you drop... E se si cade ai bordi della pista è più facile rialzarsi: non si urta nessuno.
Doriano non era contento della scelta di Lucia (non che avesse voce in capitolo, specie con quella giacca rossa con farfallone altrettanto rosso, e pantaloni a quadroni con le pinces): nel liscio si richiede lo stacco di coscia, è un elemento essenziale, il fatto di essere alta non basta. “Lo stacco di  coscia non è un fatto fisico, è un'espressione psicologica, è la comunicazione della personalità della cantante attraverso il carisma”.
Marco era già convinto da qualche tempo che Doriano fosse pazzo, ma un pazzo utile, che scovava i paesini dove tenevano le sagre dopo la vendemmia o la raccolta delle olive, e dove servivano, a far baldoria, il cantante e la cosciona (senza offesa per Lucia, “sempre in termine psicologico, forse psicanalitico” spiegò ancora il farfallone moderatamente amoroso). “Quanto ci pagano?” replicò lei, che era concreta, cosa che Doriano aveva attribuito ad una generica ma assoluta e totalizzante slavità, per la quale si peritò di scomodare Erich Fromm, “Essere o avere”.

Avere: i debiti, quelli, Marco li aveva lasciati fuori, quand'era rientrato. Quello era il segreto: non dir loro che si parte. Hanno una certa inerzia, i debiti, anche perché sono vecchi e stanchi, e vanno in giro con quei completi neri e fintamente luccicanti che vendono in certi supermercati, appena dietro il reparto casalinghi. Così, li puoi seminare, anche senza bisogno dell'auto e delle sgommate. Per un po', anche se alla fine ci dovrai per forza fare i conti, e sentire la loro voce: la voce annoiata della cinese che ti sveglia alle sette del mattino di sabato (si sa che i poveracci sono sempre fuori) e che ti prega, anzi quasi ti implora, di darle almeno venti sterline, cosicché lei possa fermare “la cosa”. The thing, dice, come se fosse quel mostro del film che ti sfascia il petto per mordere la mano del chirurgo che ti opera, sotto le lampade ad arco. E tu le rispondi che, no, le venti sterline non le hai, hai qualche contante, ma certo lei non può venirselo a prendere (anche perché sarà a Taipei o ad Hong Kong), in banca non c'è nulla. Lei non ti crede, ma la senti, dal tono sconsolato, che scrive “OK” da qualche parte. Poi passa alle domande successive: se non hai qualche amico che può aiutarti (Alle sette del mattino? Di sabato?), e allora ti fa pena, e tu dici una data, una data a caso, quando pagherai qualcosa. Lei allora commenta con una voce atona: “Deve pagare x” che sono molto più di venti sterline, e tu rispondi: “Ma x è tanto”. “X è solo una parte”,  “Sì, ma una parte grande”, “Lei deve y, ed è molto più di x”.
Infine capitola, e dice che ti richiamerà. E non solo lo dice: lo fa. Allora è meglio darle qualcosa, altrimenti arrivano gli energumeni in giacca nera ed in camicia bianca, con la ventiquattr'ore vuota, anche loro per fermare la cosa,  però non sono a Taipei, ma davanti a te, e non si accontentano di un caffé, neanche coi biscotti (anche perché per prima cosa se lo verserebbero sulla camicia bianca: sono troppo concentrati). E la cosa, quelli, la cercano in casa tua, anche se ci sono soltanto libri (visitate, visitate, prego) e qualche mobile di truciolato.

Gli orsetti, ormai, gli davano un po' i nervi: prima di tutto, perché si alternavano con una logica che gli restava misteriosa, e poi, perché sembrava che più palline annientava, più orologi gli comparivano, facendo una pernacchietta (perché gli orologi fossero spernacchiatori, anche questo gli era poco chiaro). Ma, nei momenti in cui era solo e triste, il gioco era l'unica risorsa.
In Dipartimento si era diffusa la voce che sarebbero usciti i concorsi da ricercatore: Marco, che era rientrato su un livello più alto, era solo moderatamente coinvolto. C'era però il discorso della stabilizzazione, come Sciortini gli aveva detto: “Dopo, sei dentro, e non ti cacciano più”. Ma Marco pensava ai conti di Fabiana ed alla cinese che aspettava al telefono, e non riusciva ad immaginare come guadagnare meno potesse essere un progresso. Non aveva fatto il ricercatore per guadagnare, ma a tutto c'è un limite, tranne che alla fame.

Subito dopo la metà di ottobre, Marina gli comunicò che era incinta. In effetti, durante l'ultima sua visita in luglio gli aveva presentato Bert, un olandese pacioccone ma stentoreo, che quasi per prima cosa gli aveva fatto un discorso sui sedili del treno, dove lui, che era, come rimarcò più volte, di complessione normale (normally built) pesando solo 117 chili per 1 metro e ottanta, non riusciva a sedersi degnamente. Marco individuò il problema nell'angolo quasi retto tra il diaframma e lo stomaco di Bert. E, da come si accucciava sulle sedie, anche le sue capacità di compressione sembravano modeste, e causavano a Marco una certa pena: sembrava in procinto di scrocchiare le ginocchia, forse definitivamente (almeno dal punto di vista ortopedico). Quella fu la sera che, nella saletta bar dell'albergo sempre all'incirca vuoto (anche se qualche ombra si intravvedeva la mattina a colazione), Marco scoprì una strana bilancia, come quelle del lunapark, proprio vicino ad un videogioco: c'era un individuo muscoloso, una via di mezzo tra Maciste e Bruto il rivale di Braccio di Ferro, che teneva in braccio un'improbabile sirena. Comunque fosse, pesarsi costava solo 20 centesimi, come le 20 lire dorate delle vecchie bilance blu col pendolo oscillante, che c'erano in tutti i giardinetti, quand'era bambino. Aveva perso due chili: lo disse a Fabiana, che gli chiese se mangiava. Lui le descrisse la colazione di quella mattina. La sentì sorridere al telefono. Meno male che c'era la colazione: aveva preso due tovaglioli di carta e aveva fatto un fagottino, che si era portato in camera per la sera. Non gli andava di uscire con Marina, per sentire dei 117 chili e dell'ergonomia del treno, e poi dover pagare la sua parte. Ma ora Marina era incinta, e per quattro-sei mesi era out. E, di lì a poco, anche il ballo liscio sarebbe finito: forse restava qualche matrimonio, ma per il resto, al chiuso delle sale, il lavoro era poco. Così la modesta ed indisponente felicità di Marco si fece più rara, e Carla lo notò subito. Anche Doriano, dopo aver mutato il farfallone da rosso a grigio, disparve.

4.

La logica italiota vorrebbe che, se non si hanno i soldi per farlo degnamente, non si viaggiasse. Come se a viaggiare non fossero soprattutto i poveri: i barconi che continuavano ad affondare in vista della Sicilia non erano che un accento su questa verità. I ricchi non viaggiano, trasferiscono la loro casa per ogni dove: la delocalizzano, se necessario.
Marco traeva una grande energia dal viaggio, era come se si prendesse distanza rispetto a tutti i problemi; viaggiare da solo era un po' triste, in partenza: portarsi la famiglia sarebbe stato meglio. Ma Carla ormai andava a scuola, e Sandro all'asilo. A casa restava il piccoletto (ancora per poco, perché Fabiana avrebbe voluto, e forse dovuto, riprendere ad insegnare): metteva i DVD nell'entrata delle videocassette, accendeva lo schermo e si sedeva in attesa con grande pazienza.
Le sue assenze per lavoro duravano di solito circa cinque giorni, quello critico per Fabiana era il terzo: il primo e parzialmente anche il secondo si continuano i discorsi che si facevano a casa, e l'ultimo, a volte anche il penultimo, si vive dell'attesa del ritorno, con Carla che afferrava il telefono e diceva che aveva tanto da raccontargli. Il terzo giorno, però, era già successo qualcosa che li portava fuori dalla sua orbita: il papà non capisce, perché è via, ma d'altro canto non poteva dire che sarebbe arrivato subito, perché non era vero: e Fabiana gli avrebbe fatto notare che il problema andava risolto prima che lui tornasse. Sembrava che tutte le urgenze del mondo si addensassero sui suoi viaggi di lavoro, come nuvole cariche di maltempo. Poteva essere Sandro che aveva avuto uno schiaffo da un compagno, o Carla che frignava per lo zaino nuovo dopo che due amichette le avevano detto che sembrava una zingara. Ecco, e sembrava che il telefonino ci mettesse del suo ad ingarbugliare le cose, per cui Marco sentiva parole strane, ogni volta che si arrivava al cuore della questione. Invece di zingara, in buona fede, aveva capito che le amichette volevano una pentola: allora Carla aveva riso, e Fabiana aveva detto qualcosa sul tappo di cerume. Comunque il terzo giorno era passato, e iniziava la discesa.

L'ultima conferenza, a fine settembre, prima dell'inizio delle lezioni, era stata a Sheffield: non un gran lavoro, più che altro una scusa per presentare qualcosa, che, come diceva Sciortini “faceva curriculum”, cosa che per lui, che era alla fine della carriera, non importava (Marco era sicuro che facesse gli scongiuri, sotto sotto), ma per un giovane brillante e pieno di idee (ogni riferimento è puramente casuale)...
Sheffield era, da quando lui se la ricordava, un meccano a cielo aperto di gru, battipalo, interminate montagne di tondini e galassie di betoniere col miscelatore aperto, che sembravano in procinto di vomitargli addosso, barcollando sulle ruote come ubriachi del venerdì sera. Il tram luccicante e sornione tagliava in mezzo ad infinite macerie, tra le quali, sperso, ma dignitoso nelle sue ferite, si affacciava il bovindo di qualche casa d'angolo o di qualche pub caratteristico, che era stato protetto dal rinnovamento, nonostante le centinaia di lettere al giornale locale, che chiedevano a gran voce un fresh start, piazza pulita insomma.
Marco non fu tanto stupito, affacciandosi dalla luminosità di sole obliquo della stazione, di trovare, dove solo l'anno prima era il capolinea degli autobus, un enorme cratere tra due collinette di detriti, penosamente protetto da un recinto colorato, che proclamava, come sotto i bombardamenti della guerra, “business as usual”. Quello che lo sorprese, tra il consueto calore del caffé mezzo bruciato e l'unto delle patatine che si sentiva nell'aria, era d'aver voglia di un cornish pastry alle nove del mattino. Sapeva si sarebbe macchiato con i residui di lardo della pasta, e doveva andare ad un congresso. Si tenne la voglia per cena, dando per scontati a pranzo i samosa, i gamberi rivestiti, gli onion bhaji, e tramezzini normali (vassoio grande) o vegetariani (vassoio piccolo).

A Sheffield c'era il professor Adrian. Adrian, un nome rivestito da cognome, aveva tre nomi, che potevano anch'essi essere cognomi, di cui il terzo era ancora Adrian, una coerenza che dava forza al tutto, una forza britannica, come l'effigie della regina trentenne sulle banconote. Era lui che l'aveva invitato, precisazione che si sarebbe rivelata essenziale, nel momento in cui, inevitabilmente, Adrian l'avrebbe insultato: con molto aplomb, ma sempre insultato. Veniva dall'estero, ma per Adrian l'estero era il Commonwealth, il resto era barbarie, e Marco era un barbaro. Tutto questo era coperto da una trentennale tradizione di fredda cortesia, la mattina, ma una mezza bottiglia di vino a pranzo (it's only lunch, my dear) avrebbe riportato le cose nelle proprie giuste dimensioni, durante la sessione pomeridiana, destando le ironie e i silenziosi sguardi di compatimento degli altri inglesi  (anche loro invitati, e votati quindi ad uno sdegnato silenzio, ed a susseguenti complimenti riparatori per lo speaker), mentre Adrian avrebbe imperversato, dal suo posto al primo banco, ruotando gli occhi e facendo pernacchiette (come gli orsetti del giochino) con la testa irsuta, dominata da una barba incolta, che sembrava terminare alla stempiatura del cranio.
E quella volta, Marco sarebbe stato l'ultimo, verso le cinque, quando la mezza sbronza di Adrian sarebbe presumibilmente giunta a cottura: si presentò alla ribalta col vecchio portatile, che dilatò le sue povere cose per cinque minuti buoni, tra qualche chiacchiera e qualche sommesso zittio. Infine fu pronto: parlò per una ventina di minuti, districandosi tra il lavoro suo e quello di qualche studente, cercò di dare l'idea di un gruppo compatto, mentre il gruppo era...lui. Se ci fosse stata Marina, avrebbe potuto distrattamente captare il suo sguardo, sottile ma morbido tra la passione intensa dei capelli: ma Marina non c'era: forse, data la sua imbarazzata defezione, sapeva già del bambino in arrivo, o forse sospettava solo, ed aveva fatto delle analisi proprio quel giorno.
Attendeva le domande: e, dopo qualche breve precisazione al chairman, Adrian prese la parola, con l'intenzione di tenerla il più a lungo possibile, compatibilmente con le proprie condizioni psicofisiche. Era chiaramente brillo, forse qualcosa di più: ma per lunga esperienza di ciucche e sbronze, sapeva far finta di vedere la linea di mezzeria, tanto da camminarci sopra con sicurezza. Gli fece piuttosto sgarbatamente osservare che i lepidotteri non sudano, quindi la sua visione del camuffamento (che era poi la visione di un suo studente) era totalmente inappropriata. “Dovreste assumere un biologo” aggiunse, facendo trapelare tutto il proprio malcelato disprezzo per gli ingegneri come Marco. “E capisco che in altri paesi europei non ci siano molte persone che abbiano degli hobby, ma magari, rivolgendovi ad un museo di storia naturale... OK?”
Sì, forse era OK, ma Marco, togliendo rapidamente il disturbo e chiudendo col suo gesto la giornata di lavori, pensava alle Winx: Carla gliene parlava spesso, di come Aisha non avesse ancora un fidanzato (sarebbe poi stato di colore come lei, oppure chiaro di carnagione come quelli delle altre? Certo, pensando a quanto sembravano babbei i fidanzati delle altre Winx, non c'era da stare allegri). Aveva conosciuto al mare un papà di una bimba più piccola della sua Carla che sapeva i testi di tutte le canzoni delle Winx: “Winx, fronte di energia...”.  O fonte di allergia? In ogni modo, quel papà del mare era proprio un virtuoso, un grande. Vedeva ora Adrian che, sempre più evidentemente fatto del vino del pranzo, che aveva voluto prolungare oltre ogni logica e consuetudine, gli volgeva le spalle. Avrebbe voluto chiamarlo per nome, come per chiedergli qualcosa, e poi urlargli sul viso: “Winx club! Winx club!” imitando la voce di Carla quando cantava, perché era contenta di qualcosa. Ma le cose più divertenti sono sempre quelle che non si fanno, così prese portatile e borsa, strinse qualche mano frettolosa, e uscì. Erano già le cinque passate, ed il cornish pastry era sfumato anch'esso.

“Perché io, vedi Marco, non sono tuo padre, però penso che dovresti tentarlo, questo concorso”
“Ma uscirà?”
“Certo che esce” replicò Sciortini (che domande!).
“Ci penserò”
Il concorso lo avrebbe introdotto nel mondo delle stelle fisse, quello dove nulla si crea, nulla si distrugge e tutto s'aggiusta, con un po' di tempo. L'avrebbe anche aperto al mondo delle rivalità partitiche, diventando un ricercatore, ed essendo ex-allievo di Sciortini, sarebbe stato, per legge automatica di faida, nemico di un certo numero di altri accademici e amico di... non sapeva bene di chi; si era coniato anche un proverbio latino, una parafrasi per dirlo: hostis semper certus, dubius amicus. In parole povere, si sarebbe fregato, ma molto elegantemente e con immensa classe (erano pur sempre i migliori del mondo). Sandro gli aveva spiegato, molto seriamente, qualche tempo prima, che un bambino come lui non vuole avere grandi promesse dai genitori, ma quelle che gli fanno vorrebbe che le mantenessero: lo aveva detto a parole sue, di bimbo di sei anni, ma quello era il concetto. Sandro e Carla erano due figli che lo facevano un po' sentire in difetto, non perché non gli volessero bene, ma perché gli parlavano un po' come Wendy trattava Peter Pan: mi piace quel che dici e fai, ma ci credo fino ad un certo punto. In quel caso, quel che diceva Sandro delle promesse, Marco avrebbe dovuto spiegarlo a Sciortini: l'avevano fatto tornare con l'esca del laboratorio attrezzato e delle possibilità di essere coinvolto in tanti progetti, e adesso offriva i propri servigi a destra e a manca, sperando che qualcuno gradisse. Non tutti gradivano: qualcuno anzi, i più raccomandati, quelli che “la meritocrazia è impossibile”, insomma i Berlino Est, lo prendeva per matto. Era diventato un piazzista, e questo andava bene, ma il concorso da fame, no. Piuttosto la fuga (anche se c'era la cinese delle sette del mattino che un po' lo turbava).

Durante un'ultima serata ad una tardiva sagra del fico fiorone, in un remoto cocuzzolo tra i boschi (Doriano era già sparito), dove gli fecero suonare (odiava i brani a richiesta, ma sembra che siano necessari) tutto Fausto Leali, da “A chi”, a “Debora”, a “Mi manchi”, Lucia fu raggiunta dall'uomo che aveva lasciato sull'Adriatico. Marco non l'aveva mai visto, ma capì che era lui, quando lei troncò di netto una nota e prese un'espressione sanguinosa, come di una che sta per sguainare un coltello. Per fortuna, cioé per caso, due carabinieri in borghese erano di verifica alla porchetta, e si lanciarono in un improbabile inseguimento dell'uomo. Improbabile, perché l'uomo non si mosse, sicché anche dire inseguimento è esagerato: forse “richiesta di chiarimenti” suona meglio. Marco attese alcuni interminabili secondi, deciso a difendere la Clavinova, una degli ultimi possessi rimasti da un lontano, probabilmente mitico, periodo di agiatezza: anche coi denti se necessario. Non fu necessario, ma lo slavo (doveva essere bulgaro) lo guardò, come per fulminarlo. Per un attimo, Marco ebbe un groppo alla gola, come quando, al suo primo anno in Inghilterra, aveva conosciuto Adrian, verso le quattro del pomeriggio (fu una presentazione casuale in un corridoio) e questi aveva insinuato che probabilmente fosse un po' scemo, come quasi tutti gli overseas students. Siccome non sapeva ancora bene l'inglese, il groppo alla gola gli venne di nuovo anche circa tre settimane dopo, quando finalmente capì cosa voleva dire l'illustre accademico. Invece, come in una fiction televisiva con Lino Banfi, il bulgaro gli si era avvicinato, e gli aveva detto, ritmando bene le parole: “Grazie per far lavorare Lucia”, cioé non disse Lucia, ma il suo nome vero, che vattelapesca come si scrive. Fuori quadro, dopo le proteste del Movimento dei Genitori, Lucia imprecava e sputava in terra, gridando con voce roca qualcosa come: “Lascia stare Marco!”, sempre in bulgaro naturalmente.
Poi, improvvisamente docile, l'aveva seguito: l'ultima cosa che aveva visto era il largo tatuaggio di lui sul braccio destro, ne aveva uno simile (tra i tanti) Ozzy Osborne, ma indubbiamente il bulgaro non cantava, sennò a far lavorare Lucia ci avrebbe pensato lui.
“Tornerà in primavera” disse a Fabiana quella sera, prima di coricarsi (erano già le due).
“Già: come le rondini” rispose lei, e Marco si rese conto di quanto la sottovalutava, in fondo.

5.

Il concorso uscì davvero, e molto presto, ma non nella fantasmagorica capitale, e nemmeno nella città che Marco sospettava di amare, e dove viveva. Invece, uscì a M., e al bar Sciortini gli disse: “Hai visto?”, aspettandosi la solita risposta che sì, certo, era accaduto come lui prevedeva, il grande professore, preveggente oltretutto.
Aveva sentito Marina: aveva avuto la prima ecografia, quella del fagiolino col cuore che pulsa, ed anche lei gli aveva detto: “Che ti importa? Tenta, sono tanti anni che non fai un concorso in Italia, come me d'altronde. Sono sicuro che hai dimenticato come si fa. Magari ci sarà ancora il tema generico sull'esperienza di ricerca, e la prova pratica”. Il tema c'era, ed era stato estratto tra tre: il presidente della commissione, serissimo, ne aveva dato lettura, in un'aula enorme, in cui, stretta in un tailleur blu con la cintura, c'era lei, quella che doveva vincere, a meno di incerti (tornado, colpo di stato, alluvione), e lui, quello che doveva perdere, ma era lì per vendere cara la pelle. C'era venuto con la famiglia in treno, tutti e cinque, e un cambio a Fabriano (“perché Fabriano?” avrebbe chiesto ancora, stavolta a se stesso), come se si andasse in gita, con i panini e l'acqua, un po' di frutta, il cambio per il piccolo, la guida turistica e il diario delle Winx. Sandro voleva capire bene perché gli orsetti si danno il cambio, e perché gli orologi non si possono far fuori che con la stellina. Ma Marco era un po' agitato: “No, che si scarica la batteria”. E Carla, seria e compita, senza alzare lo sguardo dal diario: “Stamattina c'erano sette pilette nere”. Nemmeno a dir bugie riusciva. Fabiana gli strinse la mano forte, forse per solidarietà tra adulti.

I tre temi erano vari: il primo era sulla diffrazione raggi X, il secondo sui diagrammi di stato (che si ottengono con la diffrazione raggi X), ed il terzo sulle proprietà chimiche dei materiali (che si ottengono coi diagrammi di stato, che si ottengono a loro volta con la diffrazione raggi X). Peccato solo che il posto a concorso si chiamasse “Scienza e tecnologia dei materiali”, e non “Diffrazione raggi X”. Mentre scriveva (perché qualcosa si scrive sempre nei temi, quando si vende cara la pelle), aveva negli occhi la propria famiglia intenta a girare il centro di quella città tanto bella, visitare chiese, il museo delle carrozze, il grande teatro costruito dai cento soci (come avranno fatto ad andare d'accordo, in un paese litigioso come il nostro?). Vide il piccolo succhiare il pomodoro della pizza, Sandro guardare le vetrine dei Gormiti e dei camion col rimorchio, e Carla leggiucchiare i libri di Valentina e di Tea Stilton. Ma non si distrasse: continuò a scrivere, con una grafia tonda e intensa, anche senza calcare, in un italiano troppo forbito per un ingegnere. Forse l'altra, quella che doveva vincere, disegnava anche diagrammi o dava le composizioni esatte dell'eutettico a memoria, o magari specificava le corrette impostazioni della prova di diffrazione, sulla quale aveva scritto l'unica e sola sua pubblicazione (Marco ne aveva un po', ma cosa importava, in fondo: poi tutti quegli anni all'estero, a fare che? Non siamo qui noi, i migliori del mondo? Anche Sciortini lo diceva, e forse con ragione). Scrisse quattro facciate, poi non sapeva più che dire: aveva fatto decine di esempi (era uscito il tema sulle proprietà chimiche dei materiali, che..., che a loro volta...). Si bloccò, e si rivolse al soffitto, dove una pioggia leggera ed effimera aveva preso a tintinnare. Attese che cessasse, cinque o dieci minuti, mentre la ragazza col tailleur blu notte ancora scriveva senza posa.

Riprese infine la biro, e aggiunse, a suggellare il suo tema: “Non so perché ho fatto questo concorso, ma pazienza!”. Pensò di cancellare la frase con un largo tratto di penna, come provandola sul foglio protocollo, ma desistette: invece, guardando per un attimo la nuca della candidata vincente china sul banco, afferrò il foglio e scese il lungo tratto verso la cattedra. Consegnò, mentre il presidente gli ricordava che domani ci sarebbe stata la prova pratica: “Diffrazione raggi X, I guess”, si sorprese a pensare.
Domani, sarebbero andati a visitare Urbino: non l'aveva mai vista, ed un po' se ne vergognava, dopo tutta la letteratura e l'arte che vi era ambientata. Temeva un po' che Fabiana gli chiedesse com'era andato l'esame: invece lo baciò su una guancia sorridendo, mentre Carla gli saltava al collo, dicendogli di un libro che aveva sfogliato, in giro per la città, e Sandro voleva che vedesse la ruspa vera del cantiere.
In fondo, la primavera non era lontana, e così la stagione dei balli e delle feste paesane: adesso che il piccolo era cresciuto, e metteva le cassette ed i DVD ognuno al proprio posto, poi accendeva sicuro i pulsanti giusti, potevano andarci insieme, mentre i PhDs avrebbero proposto un medley di vecchi successi. Perché anche Lucia si sarebbe fatta rivedere, con o senza uomo, e le cose sarebbero tornate come l'estate prima, o quasi. In attesa di quelle belle e lucide novità che la vita ci offre, come una nuova casa, un nuovo viaggio, un altro rientro.

© Carlo Santulli



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