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Half life
di Marco Vezzoli
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Ho conosciuto Eva la mattina dell’Undici Settembre. Il secondo aereo aveva colpito la torre sud e io stavo lì sotto, impietrito, fissando la cima delle Twin Towers avvolta da fiamme e fumo. Intorno ricordo la confusione, la gente che correva in nessuna direzione, il lamento assordante e continuo delle sirene. Ferma sul marciapiede accanto a me c’era lei, come me immobile con la testa rivolta verso l’alto. Mi pareva che noi due fossimo gli unici con i piedi incollati al suolo mentre la gente ci turbinava attorno.

“Lassù c’è mia figlia” disse lei.

Aveva qualche anno meno di me ma gli stessi occhi persi. Le guance erano rigate da lacrime.

Io non piangevo, non ci riuscivo, mi era impossibile capire che cosa stesse succedendo.

“Lassù c’è mia figlia”, ripeté, guardandomi.

“Al centodecimo piano c’è mio figlio”, cercai di dirle.

Lei mi strinse il braccio. Non sapeva più che fare, i cellulari non riuscivano a prendere la comunicazione e voleva riavere sua figlia. Il marito stava arrivando da Staten Island ma era certamente bloccato nel traffico.

“Sabrina è la mia unica figlia”

“Li tireranno fuori, mi creda, stanno facendo il possibile”. Lo dissi pensando al mio Alan, anche lui figlio unico.

“La prego, mi dica che la rivedrò”

Cosa avrei potuto dirle? Che non sarebbe successo?

“Io ne sono certo”

Dall’alto provenne un rombo crescente ed un susseguirsi di violenti schianti. Guardammo su, contemporaneamente. La torre sud stava collassando su se stessa, un piano dopo l’altro, in un’esplosione di polvere e detriti. Fummo investiti da urla e spintonati da gente in fuga. Anche Eva iniziò ad urlare piegata in due. Non so cosa accadde di preciso ma mi trovai a correre trascinandola letteralmente sull’asfalto, spingendola, strattonandola per le braccia. Superammo un isolato e ci rifugiammo con altra gente in un vicolo. Da lì vedemmo una nube grigia invadere le strade e spingersi fino a noi; Eva si strinse a me. Le ordinai di premersi un fazzoletto su naso e bocca e sul mio viso utilizzai un lembo della camicia per poter continuare a respirare. Riuscii a farla sedere sul bordo del marciapiede. Stette lì ad occhi chiusi, ma non parlava più. Aveva perso entrambe le scarpe, i capelli ridotti ad un cespuglio intricato, le ginocchia sanguinanti.

Una polvere più pesante iniziò a depositarsi su di noi.

I rumori intorno non potevano essere cessati, ma i miei ricordi ora si fanno più confusi, e alle immagini associo solo uno stato di sospensione o forse, meglio, di vuoto. Eravamo due fantasmi grigi in un vicolo di New York, circondati da migliaia di fantasmi grigi come noi.

Mi rimangono delle istantanee. Il cellulare di Eva che nella borsa inizia a squillare. La seconda torre che crolla e lei che parla col marito mentre questo accade. Altra polvere. L’ambulanza nel vicolo. Due poliziotte che si stringono piangendo. Il marito di Eva che arriva correndo nel suo abito gessato assurdamente pulito. Loro che si abbracciano. Un pompiere trascina un grosso tubo e ci fa spostare. C’è un cane rannicchiato in un angolo, immobile, con gli occhi sbarrati. Il marito di Eva che la aiuta ad alzarsi e la porta via, dietro ad altra gente. Eva e le lacrime che hanno scavato dei solchi profondi nella polvere grigia sul suo viso. Un altro pompiere ferito, appoggiato al muro e soccorso da un collega.

Mi sono girato e sono andato da un’altra parte, sebbene non ci fosse un’altra parte dove andare.

 

Son dovuti passare due anni prima che la rivedessi. Mi ero trasferito da poco a Boston. Un piccolo appartamento, tre stanze e un caminetto dove avevo deciso di poggiare le foto di mia moglie, morta nel 1984, e di Alan.

Un sabato pomeriggio è squillato il telefono nel mio salotto e quando ho risposto non ho capito chi fosse, almeno non subito. Una voce bassissima e parole scandite lentamente, quasi faticose.

Poi mi ha detto: “Sabrina, mia figlia, era nella torre sud. Come suo figlio Alan”

Ha chiesto di incontrarmi.

Così ho prenotato un tavolo da Boomer’s per il sabato successivo e mi son trovato lì, nervoso, con mezz’ora di anticipo.

Lei, tristemente elegante, è arrivata all’orario concordato; le ho stretto con delicatezza la mano. Era invecchiata, ma chissà com’ero ridotto io. Seduti a quel tavolo abbiamo forse mangiato qualcosa e lei mi ha raccontato della sua vita.

Dall’Undici Settembre di sua figlia non aveva avuto più notizie. Il marito era morto sei mesi dopo per un male incurabile che gli era stato diagnosticato quella stessa estate. Ora Eva era sola. Le ero tornato in mente quando venti giorni prima aveva ricevuto una telefonata da uno dei depositi di Fresh Kills.

“Sì, lo so”, dissi, “sono i depositi dove hanno portato tutto quello che è rimasto delle Twin Towers”.

“Lo sa che stanno ancora catalogando ogni singolo pezzo?”

“L’ho letto”

“Non basteranno dieci anni per inventariare ogni cosa. Comunque mi hanno chiamata e mi sono dovuta presentare il giorno dopo agli uffici centrali di Fresh Kills”

Era emozionata nel raccontarlo, le dita le tremavano appoggiate al tovagliolo.

“Un funzionario gentilissimo mi ha fatto compilare un modulo di ingresso e mi ha accompagnato al magazzino 4. Lì mi è stato detto che avevano ritrovato qualcosa di Sabrina. Al bancone mi è stata consegnata una busta di plastica e dentro c’era questo.”

Lo estrasse dalla borsetta e me lo posò sul palmo della mano.

Era un pezzo contorto di plastica che al primo momento non riuscii ad identificare sebbene mi risultasse familiare, quantomeno nei residui carbonizzati di colore. Lo girai sull’altro lato e mi accorsi che si trattava di una carta di credito, una Visa per la precisione. Deformata e bruciata per metà della superficie, riportava tre parole ancora leggibili: Sabrina Melissa Waters.

“Questo è ciò che è rimasto di mia figlia”, mi disse, “e lei quel giorno era con me. Ho pensato di rintracciarla perché lei mi è stato vicino quella mattina, perché lei ha vissuto il mio stesso dramma”

Non dissi nulla, non c’era nulla da dire. Le restituii la carta di credito che lei posò in una bustina trasparente.

“Non è stato facile trovarla, ma lei mi aveva detto che suo figlio si chiamava Alan Lewis e da quello ho iniziato la ricerca. Ho fatto centinaia di telefonate e alla fine ho scoperto che si era trasferito a Boston. Così sono arrivata qui”

“Sa, mi fa male vederla. È come se il dolore si rinnovasse”

“Lo immagino, è la stessa cosa per me. Ma volevo comunque ringraziarla”

“No, guardi, non è questo il caso….”

“E spero che anche lei abbia ricevuto una telefonata da Fresh Kills”

Mi portai le mani alla bocca e inspirai profondamente. La carta di credito di Sabrina aveva lasciato sulle mie dita tracce del fumo acre dell’incendio che l’aveva deformata. Quell’odore scese nei miei polmoni e mi riempì.

No, le dissi, nessuna telefonata mi era giunta. Di Alan non mi era rimasto nulla.

 

Io ed Eva ora viviamo insieme. Sono passati sette anni e abbiamo deciso di unire le nostre due mezze vite. Mi sono accorto però che unire due metà non sempre dà un intero. Comunque va bene così, le voglio bene e anche lei me ne vuole. Abbiamo entrambi più di sessant’anni e siamo certi che questa è la soluzione migliore.

Nel cassetto del suo comodino vicino al nostro letto c’è sempre la carta di credito di Sabrina. Nel cassetto del mio comodino non c’è ancora nulla. Però spero sempre di ricevere anch’io una telefonata da Fresh Kills e, se sono fortunato, un giorno potrebbe accadere; sicuramente là stanno ancora catalogando un sacco di roba.

© Marco Vezzoli



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