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Il graffio
di Ray Callejero
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Stamattina mi sono svegliato tardi. Ogni mattina mi sveglio più tardi. Tanto più tardi mi sveglio, tanto più tardi sono rientrato. Stamattina mi sono svegliato stanco. Ogni mattina mi sveglio più stanco. E tanto più stanco mi sveglio, tanto più lontano sono andato.
Stamattina è tardi, ma non me ne importa. È comunque troppo presto per me.
La luce valica liquida le assi delle imposte, sgorgando da polverosi nastri di vuoto, e versando con sé nella stanza fiotti di rumori lontani. Tuoni e bagliori che cercano solo cavità da riempire di echi e riverberi. Cervelli da colmare di fischi. Occhi da saziare di iridescenze.
Per fortuna anche Dan professa un credo simile al mio. Anche lui celebra la complessa e ancestrale liturgia delle tenebre, schermando le finestre con pesanti tendaggi e negando ogni contributo alla compagnia elettrica. Ma Dan non è che un seguace di una fede di cui io sono il gran maestro. Al buio, per lui, i colori sono gradazioni di grigio. Al buio, le forme sono ombre nelle ombre. I corpi tranelli. Per questo, tornato a casa, vive costretto all’immobilità, per evitare inciampi. Per Dan, al buio, l’unica cosa che conta è la luce. E non c’è. In questa via verso la verità che ha intrapreso non esiste né illuminazione, né esattezza. Così, mal sopportando l’inerzia ed ignorando il segreto ultimo del nostro cammino spirituale, si prodiga nel tappare l’ultimo spiraglio dal quale passa ancora, e giorno dopo giorno sempre meno, la pallida fosforescenza di un lume: offuscando infine la sua stessa mente. E avvicinandosi così, inconsapevolmente, come è giusto che sia, alla risposta definitiva.
Questa cosa però anche lui, nella sua meschinità, la intuisce: che le giornate assolate sono rifugio di ingannevoli miraggi; e il volto e l’animo di un uomo sono tanto più veri tanto più questo agisce nell’oscurità.
Le differenze tra noi due sono palesi: nonostante il nostro comune interesse, abbiamo abitudini opposte. Dan continua a perseverare nell’errore di uscire ogni mattina presto per mostrare a tutti quanto sia un fallito. Io dormo fino a tardi e passo la giornata a cincischiare per la casa. Poi valica sconfitto la porta per potersi di nuovo occultare agli sguardi che l’hanno giudicato. Passiamo un po’ di tempo insieme, dopo aver mangiato qualcosa, e comincia ad applicarsi nella blasfemia che io gli ho ispirato, e che lui è ancora troppo acerbo per comprendere totalmente. Infine, crolla stremato dalle sue empie libagioni. E tutte le notti dorme, ed è allora che io esco. Esco a cercare la conferma della mia conoscenza nella strada. Tutte le notti sveglio, e lui tutte le notti addormentato, in terra, nel letto, su una sedia. Incosciente.
S’addormenta prima giorno dopo giorno da un po’ di tempo, ormai. Anche quella sera che ha portato a casa quella sua amica, quella Anna. Aveva dei bellissimi occhi, che pareva di guardare in un abisso. Penso che fosse per questo che a lui piacesse tanto, per quelle due pozze di mare calmo che conosceva così bene, e che gli ricordavano il tempo in cui ci aveva gettato l’ancora pensando che il vento non sarebbe mai cambiato. Dan non sarebbe mai stato un buon marinaio, perchè neanche navigando tra le ciglia di tutte le donne del mondo, avrebbe potuto ormeggiare in posto peggiore. Ed esplorando la Scilla del suo corpo e la Cariddi della sua nera anima, perse barca e remi. Lei neanche voleva venirci con lui: la ripugnava il fatto che fosse guercio, ma le ha pagato una cifra per tutta la notte perché non dovesse tornare fuori al freddo a fare quel lavoro, e allora è salita. Ma Dan, Dan non l’ha neanche sfiorata. Si è solo addormentato. Allora Anna ha preso i soldi ed è tornata alle occupazioni che più le sono consone.
Dan dorme. Dorme per fingersi morto.
Mi avvicino silenzioso a lui, tanto vicino da sentire il suo fiato correre agitato e rantolare poco più in là, nel silenzio. La cavità piena, serrata, la cavità vuota, cieca.
Ed è allora che Io esco.
Si arriva in città passando dalle sue più remote propaggini, così squallide che pare che il cuore pulsante di essa, se davvero esiste, non riesca ad irrorarle che con un gelido sangue di rettile, o stia cercando di portarle alla tomba più di quanto faccia la gente che lì vaga più lenta, pensando pensieri malvagi. Ma il perfido cemento sta lì, con l'aria di sapere che la scelta migliore è attendere immobile sotto la luce sporca del giorno e le livide macchie della notte, studiando dove il cancro dell'abbandono possa meglio far breccia per dilagare inarrestabile. Città senz'anima. Ogni buco è un covo infestato da fantasmi, fredda grotta per avvoltoi. Un vicolo a sinistra, poi a destra, passando sotto i puntelli rugginosi delle impalcature. Alcune griglie dell'aria calda a ridosso del supermercato rubano faticosamente un piccolo spazio all'inverno, poi un vento sottile se lo riprende, poi cessa. Si vince e si perde, continuamente. L'improvvisato margine estivo del marciapiede diventa esclusiva meta di pellegrinaggio per una tribù di barboni, attorno ai quali si scorgono avanzi di esistenze consumate nella vaporosa Mecca. Qualche birra vuota, sigarette, un paio di scatolette unte. Un piccolo catalogo di biancheria intima violentato da occhi perversi. Cadaveri di oggetti che permangono oltre la dipartita mattutina dei senzatetto, cosicchè di giorno, passando, puoi credere che invisibili scheletri stiano continuando a danzare e pasteggiare nel loro malefico baccanale, gemebondi di vita perduta.
Scivolo piano, invisibile al mondo. Passo dopo passo senza rumore, come ogni notte. Sempre lo stesso percorso, il mio percorso. Dan è immobile, immerso nei suoi sogni, dove può finalmente correre libero. Sonno di marmo e sogni cattivi. E tanto più torna a casa umiliato, tanto più sadici devono essere i suoi sogni. Povero Dan. Un’ esistenza buttata a cercare le cose a tastoni, accecato. Qua fuori non ci viene. Nella vita non vede ad un palmo dal naso, ed incappa in tutte le trappole. Ma le trappole sono sempre le stesse, una volta che le conosci.
Dan vive di notte. Vive di notte di allucinazioni violente.
Sento ormai l’odore di quello che cerco. Dietro un altro angolo, saranno centocinquanta metri al massimo. La luna screzia il cielo con raggi lontani, fredda e ghignante in uno spicchio pare quasi che sia uno squarcio nel velo nero che circonda i tetti. Non sembra affatto pigra come invece deve essere, vista da quaggiù, ma maniacalmente metodica nella sua pesante ronda. Raggi vaghi e leggeri, che irrorano la volta di luce dolente e soffocata. Resto un attimo lì, fermo sotto quelle crudeli saette. Poi riprendo la mia muta marcia.
Passo attraverso il viale, battona dopo battona. Alcune sono uomini travestiti male. Ecco la prima, la prima di quella che è una lunga serie di salme in vendita che vanno dall’incrocio con il corso trafficato fino a là dove finisce la via. Dove la strada termina bruscamente, dopo aver costeggiato tutta l’antologia dei piaceri che la città offre.
Un’asiatica si scalda al bagliore di un fuoco. L’asiatica è una faccia nel fuoco. Poi l’ho sorpassata.
La negra mostra sfatta sotto il lampione terribili maschere selvagge. Non tu.
La bionda batte composta nel suo territorio.
Poi Anna.
Mi fermo, per fissarla negli occhi. Il suo corpo sinuoso, esposto al morso di mille punture di gelo. Il suo odore. Mi vede anche lei, dopo un po’. Eppure sono sempre stato di fronte a te. Un’immagine riflessa nei tuoi occhi, in quelle tue due profonde pozze di mare calmo. Un’immagine destinata a rimanere nel tuo occhio.
Anna mi vede. Anna mi conosce.
Le mani di Anna sono state tante volte su di me, ma non sembra ricordarlo.
"Vai via". Non ora. Non stanotte. Ma non è mai la notte giusta.
Il suo sguardo mi offende ancora una volta.
Dan non chiude mai veramente gli occhi. L’occhio che ha perso non ha più palpebra, là da qualche parte.
Urlano le mille streghe che vivono in lei, urlano urli atroci contro il cielo, non urlano di mille orgasmi, ma di mille feroci scempi di carni. Urlano di mille ghiacci crepati, di parti e di ventri squarciati. Le altre prostitute accorrono veloci verso di lei, attirate da muggiti. Rumori di tacchi che rimbombano verso il fondo della via. Ma Anna è immobile. È immobile come Dan.
"Che ti è successo?"
"Chi è stato?"
"Oddio, dobbiamo portarla via."
Un occhio le pende sanguinante quasi fino al collo, cieco. L’altro guarda il nulla, vitreo.
"È stato… è stato quel gatto… quel maledetto gatto selvatico".

© Ray Callejero



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