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Il Guardiano
di Francesco Troccoli
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1. Un uomo e un ragazzo

-In queste tre settimane non ho mai smesso di chiedermi perché abbiate pensato proprio a me per questo lavoro assurdo.-disse il ragazzo, ancora incredulo, guardando l’uomo dritto negli occhi e aspettandosi finalmente una risposta soddisfacente.
-Non sono io che prendo queste decisioni.- si limitò a rispondere ancora una volta l’uomo con la consueta aria misteriosa e per nulla messo in difficoltà dalla schiettezza del piccolo -e comunque, sono convinto che dopo i tuoi primi quindici secondi lo comprenderai da solo. E se non sarà così,- aggiunse sorridendo, dopo una pausa in cui ostentò un finto disinteresse -vorrà dire che abbiamo sbagliato persona.
Fuori dalla grande roulotte il crepitio del fuoco si mescolava al suono mesto e lento della chitarra che accompagnava la dolce voce di Jasmine. Le ombre degli uomini raccolti intorno alle fiamme tremolavano sulla gigantografia delle Alpi Dinariche che copriva la parete dietro all’uomo, e il ragazzo ebbe più volte l’impressione che qualcuno ogni tanto li stesse spiando.
Forse era proprio così; del resto, era ormai chiaro che tutti, là fuori, nel piccolo villaggio di vecchi caravan e Mercedes smarmittate, si aspettavano molto da lui.
Il ragazzo abbassò umilmente lo sguardo, poi quelle parole tremende iniziarono a vorticare in ogni angolo della sua testa, e si agitò improvvisamente.
-Quindici secondi?- gridò -come potrà essere tutto finito in quindici secondi, Matthew?
L’uomo rispose con la flemma che possedeva per indole britannica, e aveva consolidato negli anni di convivenza con i suoi amici gitani: -sarà questo il tempo che avrai a disposizione, Azouz. Non un secondo di più. Non dipende da noi, lo sai. Quando si apre il varco abbiamo esattamente quindici secondi di Tempo Standard. E’ in questa finestra che dovrai operare. Potremmo addestrarti, potresti aprire una finestra per vedere semplicemente come te la cavi, come ti muovi in città, come si fa a cercare gli indizi, a interagire con l’ambiente, ma perderemmo un’occasione preziosa, e non è nostra abitudine aprire una finestra solo per gioco o per addestrare qualcuno.
-Le occasioni sono troppo poche!- proruppe poi inaspettatamente, avvicinando il suo volto a quello del piccolo, e tentando di scuoterlo dal torpore della sua incredulità.
-Possiamo aprire solo cento, centodue finestre in ogni anno solare, e non possiamo permetterci di sprecarle. E se ne aprissimo anche solo centocinque, come è successo l’anno in cui abbiamo salvato JFK dall’attentato, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Nel 1963 ci furono uragani devastanti, e nessuno ha mai sospettato che la terra è stata vicina ad uscire dalla sua orbita il giorno in cui abbiamo aperto la centocinquesima finestra. Il Consiglio del Tempo aveva deciso che bisognava correre il rischio. Il mondo sarebbe precipitato in un’era buia se John Fitzgerald Kennedy fosse morto quell’anno.
Prese fiato, e continuò:
-La guerra in Vietnam sarebbe durata ancora molti anni, e la Guerra Fredda sarebbe diventata infinita. Invece, siamo nel 1997 e non ci sono quasi più conflitti nel mondo da almeno vent’anni. Pensi che saremmo in questa situazione se avessimo “bruciato” troppe finestre, se non avessimo saputo trarre il massimo vantaggio da ogni opportunità?
Il ragazzo ascoltava con attenzione estrema, sforzandosi di cogliere il senso profondo di quelle parole. Capiva cosa il suo mentore gli stesse dicendo, ma era come se la sua mente si rifiutasse di ritenere plausibile un racconto così illogico e visionario.
Eppure, non era certo la prima volta che lo sentiva.
Il giorno in cui aveva conosciuto quello strano personaggio, quella donna che al bar della stazione lo aveva salvato in modo inspiegabile, non poteva non aver intuito che doveva essergli successo qualcosa di eccezionale.
Da quel momento, la sua mente era diventata incline ad accettare l’inaccettabile. Aveva visto il rapinatore, un ragazzo poco più grande di lui, sporco e denutrito, premergli la pistola sulla fronte; aveva sentito esplodere lo sparo. Il tempo si era come dilatato, e in quell’attesa infinita che il suo cranio venisse penetrato dalla pallottola, aveva capito che sarebbe morto prima ancora di aver modo di esserne terrorizzato; poi si era ritrovato improvvisamente dietro al bancone, steso per terra insieme a lei che gli costringeva la testa sul pavimento, e avrebbe giurato che anche i pantaloni che aveva indosso erano cambiati. Era certo di aver messo i jeans quel giorno, poche ore prima, e invece da quando era steso in terra aveva un paio di pantaloni di seta che ignorava persino di possedere.
E poi, come diavolo ci era arrivato a stare steso lì su quelle piastrelle fredde, con lei? Solo un attimo prima aveva sentito l’odore della polvere da sparo bruciata invadergli le narici…
Da quel giorno di solo tre settimane prima la sua vita era cambiata, ma ancora il ragazzo non aveva ben chiaro in che misura.
In seguito, aveva incontrato una serie di personaggi ancora più strani di quella donna; all’inizio li aveva trovati inquietanti e spaventosi; poi si era via via dovuto abituare alla loro stramberia. Era stato in giro per sottoscala, catapecchie e tuguri, aveva conosciuto chiromanti, maghi, zingari e stregoni wo-doo, persone che dietro ad un’immagine di ciarlatani, truffatori, delinquenti patentati nascondevano capacità e doti impensabili.
Una città parallela, nascosta nell’ombra delle periferie e vivissima di notte, i cui abitanti diventavano ogni giorno più amichevoli e affascinanti.
Era così che andava il mondo, gli ripeteva Matthew.
Da secoli, per non dire da millenni.
Barboni, diseredati, vagabondi, ruffiani, maghi, stregoni, psicanalisti falliti, illusionisti, prestigiatori d’avanspettacolo, ipnotizzatori da circo, tutti ben felici della loro finta marginalità che consentiva loro di svolgere fieri e indisturbati il ruolo segreto di benefattori dell’umanità.
Il ruolo segreto dei Guardiani del Tempo.
-Come farò a capire cosa dovrò fare, e come dovrò farla, e soprattutto… dove?- domandò Azouz, sempre più nervoso e preoccupato della responsabilità che incombeva.
-Ricorda bene quel che ti dirò ora, piccolo.
Matthew aveva assunto un’aria rassicurante; era ora che il cucciolo si mettesse in piedi e camminasse senza l’amorevole ditino del sempre presente papà.
-Ci sono sempre e solo due modi di fare quel che va fatto. Il primo è quello che chiamiamo il “Migliore”, il secondo è decisamente il “Peggiore”, ma ci sono casi in cui le cose peggiori sono le uniche da fare e allora vanno fatte.
-Proprio come è successo con me?- chiese il piccolo che, tornato con la mente al giorno della rapina al bar della stazione, cercava inutilmente di strozzare in gola il singhiozzo e si faceva livido in volto, mentre una lacrima tradiva le sue emozioni più nascoste.
-È così, Azouz. Quando Maruska ha aperto la finestra delle finestre, giù alla stazione, in quel bar, non poteva far altro per salvarti la vita. Quel proiettile stava entrando nella tua epidermide, nel momento in cui lei lo ha preso e lo ha spostato qualche centimetro più in alto. E poi, siccome non era tranquilla, lo sai com’è protettiva con voi più piccoli, è l’istinto materno, lei… ti ha sollevato e messo al riparo dietro al bancone; era autorizzata a fare tutto il necessario, in un caso simile, e lo ha fatto. Se ti passi un dito sulla fronte, potrai sentire la tua giovane pelle scalfita in un punto preciso. Era quel proiettile.
-La finestra… delle finestre? - Azouz sentiva che via via che gli venivano date delle risposte, in lui nascevano altre domande.
-È una finestra che viene aperta per selezionare un potenziale guardiano, il cui compito, se sarà stato scelto, sarà poi quello di aprire altre finestre; è per questo che si chiama così. Accade spesso che quando si deve aprire una finestra delle finestre si debba intervenire nel modo Peggiore. Il modo Peggiore è quando spostiamo gli oggetti fisicamente, e in questo caso nel Tempo Standard si generano fenomeni che la gente non è in grado di spiegare. Questi “misteri”, soprattutto se accadono in pubblico, possono scatenare isterismi, paura, alimentare credenze, far pensare ai miracoli, o alla reincarnazione. Quasi tutte le religioni sono nate così, piccolo. E’ da millenni che sorvegliamo il tempo, noi.
Dentro di sé, ascoltando quell’uomo da ormai tre settimane, seguendolo in ogni angolo putrido e buio di Parigi, Azouz sentiva che acquistava la conoscenza che occorreva per capire meglio molte cose prima inspiegabili della storia dell’umanità e, cosa ancor più importante, si sentiva sempre più orgoglioso delle proprie umili origini, la comunità tunisina della Banlieu numero undici, che, grazie a lui, sarebbe entrata a pieno titolo fra le reiette tribù di periferia che donavano coscritti alla Guardia del Tempo.
-Cosa è successo a quel ragazzo, quello che voleva uccidermi?
-Esattamente, piccolo; sei andato dritto al punto. Quello ti ha visto smaterializzarti e finire dietro al bancone, quando era ormai convinto di averti centrato in fronte con la sua Magnum, ed è andato fuori di testa. Lo hanno rinchiuso in un ospedale psichiatrico giudiziale; lo hanno imbottito di barbiturico ed è meglio per lui, credimi. Non potrà mai spiegarsi quel che è accaduto. E noi non possiamo certo dirglielo. Non ha le carte in regola per essere uno dei nostri, non è all’altezza. Uno che spara in una rapina, ad un ragazzino più piccolo di lui per giunta… no, no, non se ne parla. Un rapinatore non uccide. Gli assassini uccidono, piccolo. Gli assassini solamente. E noi non vogliamo assassini tra noi. Ladri, puttane, truffatori, quelli sono brava gente. Purché siamo noi a sceglierli. Se sentiamo che la persona in pericolo è uno a posto (e non chiedermi come facciamo, abbiamo tutti un bell’intuito qui, e lo stesso vale per te, o non ci ritroveremmo a parlarne oggi) apriamo la finestra delle finestre e lo salviamo; lui non capisce un fico secco di quel che accade, e noi glielo spieghiamo poi; se quello non dà segno di impazzire all’istante, potrà essere dei nostri. Ma non divaghiamo troppo, torniamo ai tuoi primi quindici secondi.
Azouz cominciava ad essere impaziente; ormai voleva solo arrivare a quella specie di battesimo del tempo più in fretta che poteva.
-Matthew, qual è il modo Migliore? come diavolo si fa?
-Il modo Migliore è il più difficile, Azouz, come in tutte le cose della vita. Ma prima che io te lo spieghi, dimmi, sai cosa vuol dire viaggiare alla velocità della luce, piccolo?
Azouz piegò la bocca in una smorfia di disgusto. Era la prima volta che Matthew tentava di spiegargli in dettaglio quel che succedeva all’apertura di una finestra, e l’esordio non era dei migliori; il ragazzo non sperava di capirci nulla. Velocità della luce, figurarsi, a quel punto l’inglese gli avrebbe anche parlato di uomini verdi e dischi volanti.
-Quando apri una finestra ti sembra che il mondo si fermi. Ma è solo un’impressione. Sei tu che acceleri, figliolo. Tutto il tuo corpo, la tua mente, il tuo cuore, persino il tuo pensiero, si muovono alla velocità della luce.
Ancora una volta, Matthew si avvicinò al ragazzo e stavolta sussurrò, fissandolo con gli occhi spalancati, per trasmettergli la sensazione di potenza infinita che il piccolo avrebbe dovuto governare all’apertura della finestra: -Tu ti muovi a trecentomila chilometri al secondo, Azouz, e loro invece si muovono a cinque all’ora, come tu ed io in questo momento. Ti sembreranno fermi, Azouz.
Poi si allontanò, e tirò un profondo sospiro.
-Ma non sono fermi, vero, Matthew? - Ribatté il ragazzo.
-Esatto, piccolo! Non sono fermi, la loro vita continua. Ma tu, per te invece sarà come se avessi più tempo di loro. Non so dirti nemmeno io quanto, ma molto, molto di più. E’ in quel tempo che Maruska ti ha tolto la pallottola dalla pelle della fronte; era pur sempre una pallottola velocissima Azouz, lei mi ha detto che se avesse aspettato, forse sarebbe addirittura riuscita a vederla muoversi. E tu saresti morto, lentamente. In quindici secondi, o giù di lì.
Matthew gli sorrise e Azouz lo ricambiò.
-Chi decide quando aprire la finestra?
-Tu, piccolo. Quando sarà il momento, lo capirai da solo. Al battesimo del Tempo devi solo ricordare di intervenire su persone poco famose, personaggi poco importanti; capirai bene, Azouz, che se dovessi fallire, il danno sarà minore. Se andrai bene, ti passerano alla divisione Spettacolo, e poi se farai carriera, potrai arrivare fino ai Politici Internazionali, o magari, chissà, se hai talento, potresti persino essere assegnato alla divisione Genii dell’Umanità! Ma come tutti, comincerai dalla gavetta, figliolo, la Gente Comune. Ti confesso che per i Guardiani è una palestra e nulla di più; te l’ho detto, abbiamo cento, al massimo centodue finestre all’anno e non possiamo sprecarle. Non c’è posto per le romanticherie, come salvare una donna qualunque, o… la paghiamo cara.
Matthew arrossì, nel dire quelle ultime parole, e poi tacque, quasi pentendosi di averle profferite.
Ma il piccolo era ancora troppo piccolo, e lasciò correre. Del resto, stava ancora aspettando una risposta che non era arrivata.
-Diavolo, vuoi dirmi qual è il modo Migliore? - gridò verso l’uomo.
-Non c’è una regola precisa, piccolo; quel che posso dire è che tutto ciò che non rientra nel modo Peggiore rientra in quello Migliore. Avrai la tua moto, la città ne è piena, in tutti i posti che ti ho insegnato, e potrai decidere dove andare. Mi hai detto che sai guidarla, vero? Tranquillo, non ci saranno i gendarmi a chiederti quanti anni hai! Dovrai indagare la vita del soggetto su cui interverrai. Potrai andare a casa sua, potrai visitare i parenti, i figli, la moglie, potrai indurre dei cambiamenti improvvisi nella vita della persona, e così creare un flusso di tempo diverso da quello di partenza, cambiando l’evento su cui avrai aperto la finestra, addirittura, se sei bravo, impedendo che avvenga.
-Vuoi dire… che andrò nel passato?
-No! - gridò Matthew balzando in piedi infuriato.
-Ci sarei arrivato proprio ora! questa è l’unica cosa che non potrai fare!
Azouz non comprese il motivo della rabbia del suo mentore, ma divenne rosso in viso ancora una volta e tacque.
L’uomo impiegò qualche secondo a calmarsi e tornare a sedersi sulla sedia a tre gambe.
-Azouz, nel passato non possiamo andare, intervenire sul passato è impossibile, e comunque molto, credimi, molto meno efficace di quel che facciamo noi, capisci? qual che facciamo noi è… scomporre il tempo in una successione infinita di istanti brevissimi, come… come…- l’uomo agitava le mani nell’aria e cercava le parole giuste; sapeva che dall’efficacia della spiegazione dipendeva il successo del piccolo e mimava con gesti ampi e goffi ogni immagine che descriveva -come spezzare una linea in una serie infinita di punti; se prendi un punto e lo sposti da quella linea, il punto successivo non sarà più dove era, e il corso degli eventi cambia, in un intervallo di tempo infinitamente piccolo, ma sempre nel tempo presente. La finestra, piccolo, la finestra è una linea nel Tempo Standard, una linea brevissima di quindici secondi, poco più di un punto nel flusso eterno del Tempo; ma quando ti muovi alla velocità della luce diventa lunghissima, piena di punti su cui puoi agire; cambia un solo punto laggiù, e cambierai tutta la linea qui, figliolo! Capisci, piccolo? Capisci cosa dico? A volte non serve spostare un proiettile, cioè una montagna di quei punti, ne basta uno solo, un solo granello di polvere del tempo, e il bello è che nessuno se ne accorge poi, di qua. Questo, piccolo, è questo il modo Migliore.
Matthew sospirò. Era molto soddisfatto delle parole che aveva trovato. Ma aveva così poca fiducia in se stesso, che sospettò addirittura che qualche collega avesse aperto una finestra in quel momento per cambiare gli eventi e fargliele trovare.
Poi invece si rese conto che era stato il ricordo di quella donna a farlo impennare verso la spiegazione più azzeccata. La donna di quando lavorava nella divisione Gente Comune, l’unica divisione operativa in cui avesse prestato servizio, riportando una serie copiosa di successi, prima di diventare un trainer. Quella donna di cui si era innamorato all’istante, in quella maledetta banca, e che non era riuscito a salvare, illudendosi di aver indotto un mutamento sufficiente, addirittura nel passato. Era stato allora che Matthew aveva capito che i Guardiani non avevano alcun potere sul passato. Che aveva solo modificato il presente in modo insufficiente, lasciandola morire. Che a volte un solo punto poteva non bastare. Che il romanticismo è fuori luogo quando hai una missione da compiere.
E aveva giurato a se stesso che non avrebbe più aperto finestre, o spostato punti, né lasciato morire nessuno; perlomeno, nessuno a cui volesse bene.

2. Paradossi

L’indomani mattina, Andy e Matthew girovagavano per Parigi senza meta e senza scopi.
Erano alla ricerca casuale dell’evento scatenante, e al tempo stesso sapevano di non doversene preoccupare eccessivamente. L’evento scatenante avrebbe indotto il ragazzo ad aprire la sua prima finestra, la numero 49 dell’anno 1997. Quell’evento sarebbe potuto avvenire di lì a poco, oppure i due avrebbero potuto dover attendere settimane, o mesi.
Se poi tutto fosse andato bene, per il resto dell’anno il piccolo avrebbe potuto aprirne al massimo altre due.
Quarantacinque secondi di vita in tutto. Meno, molto meno, di un bacio appassionato. Una breve apnea nell’infinito respirare della vita.
Matthew credeva profondamente nel piccolo. Ormai era il suo piccolo. Sarebbe stato disposto a tutto perché lui avesse successo. Perfino a morire. Ma non sapeva come avrebbe potuto aiutarlo, se fosse stato necessario. Era conscio che non sarebbe stato nemmeno possibile sapere se e quando il ragazzo avrebbe avuto bisogno d’aiuto, a meno che non fosse stato lui a chiederglielo.
Una simile procedura era prevista solo per casi di assoluta emergenza. Casi in cui il rischio fosse tale da pregiudicare l’incolumità del Guardiano o peggiorare l’andamento degli eventi durante l’apertura della finestra.
Matthew si domandava se il ragazzo, cui quella procedura era stata illustrata a dovere, sarebbe stato abbastanza intelligente da metterla in pratica se davvero ne avesse avuto bisogno. Decise di smettere di pensarci, facendo di nuovo l’immagine del dito del babbo che si ritrae con dolcezza dalla manina del bimbo che sogna ad occhi aperti di camminare da solo, e poi, sorpresa delle sorprese, cammina, e più in fretta del previsto.
In quell’immagine quel bimbo non cadeva affatto, e Matthew tirò un sospiro, che significava sollievo, speranza, e tanta fiducia.
L’uomo guardava continuamente il ragazzo. Il ragazzo lo sentiva e guardava dritto davanti a sé.
Matthew era impaziente, e l’unico modo per capire se i quindici secondi fossero già trascorsi era controllare l’espressione sul volto del piccolo. Tutto poteva avvenire nell’intervallo di tempo necessario ad attendere il verde e girar l’angolo di una strada, o soffiarsi il naso e metter via il fazzoletto.
L’uomo attendeva un battito di ciglia in più e il ragazzo attendeva l’istante in cui, come per incanto, il mondo, e il suo stesso mentore, si sarebbero immobilizzati, solidificati, cristallizzati, per chissà quanto.
I due avevano speso la nottata nel dissertare di dettagli tecnici di importanza fondamentale.
C’erano soprattutto due particolari su cui Matthew si era soffermato a lungo, e che pure Azouz aveva compreso essere vitali per il successo: il fenomeno del Contatto e il meccanismo della Variazione.
Si trattava in effetti delle due leve fondamentali grazie alle quali la missione sembrava avere un barlume di speranza di successo.
Il Fenomeno del Contatto non era ancora stato spiegato in modo soddisfacente, anche se alcune ipotesi teoriche erano state avanzate dai Ricercatori della Guardia del Tempo. Esso consisteva nell’osservazione, puramente empirica, che durante l’apertura della finestra tutti gli oggetti del Tempo Standard che venissero a contatto prolungato con il Guardiano accelerassero anch’essi fino alla sua stessa velocità. Come se le particelle del Guardiano trasmettessero la propria vibrazione a quelle dell’oggetto. A tal fine il contatto doveva avere una durata minima sufficiente, almeno dieci secondi di tempo relativo.
-Era a questo che mi riferivo, quando parlavo delle motociclette sparse per la città- aveva detto Matthew -solo se le toccherai a lungo, potrai usarle.
Tutto, nella finestra, si sarebbe mosso con lentezza infinita, a meno che non venisse toccato dal Guardiano per più di dieci secondi apparenti (corrispondenti ad un tempo infinitamente piccolo nella dimensione Standard). Un telefono cellulare nelle sue mani avrebbe potuto funzionare alla sua stessa velocità, (anche grazie al fatto che le onde elettromagnetiche viaggiano naturalmente e comunque alla velocità della luce e… purché vi fosse qualcuno in grado di rispondere alla velocità della luce!), una motocicletta avrebbe viaggiato alla stessa velocità, e così via. Ma naturalmente, la percezione della velocità relativa della motocicletta rispetto all’asfalto sarebbe stata la medesima del tempo standard; ottanta chilometri orari, questo era il massimo consentito dagli scassati e vetusti modelli, rubati dagli zingari o riassemblati dagli algerini (dei veri esperti), a disposizione dei Guardiani.
E poi, c’era quella storia importante della “Variazione”.
Il ragazzo avrebbe avuto con sé un Cronometro.
-Un orologio? – gli aveva domandato Andy con sorpresa quando l’uomo aveva iniziato a spiegare questo argomento.
Niente di tutto questo.
Il Cronometro, con la C maiuscola, era uno degli strumenti professionali più importanti del Guardiano.
Nessuno sapeva chi lo avesse inventato, né quando; di certo nell’antichità esso non era stato disponibile, con la conseguenza di rendere a volte interminabili le missioni dei Guardiani. Il Cronometro consentiva infatti di variare la velocità del Guardiano rispetto al Tempo Standard. Una volta aperta la finestra, e raggiunta la velocità della luce, era possibile decelerare in modo graduale fino a velocità finite, multipli interi della velocità del tempo standard, o ri-accelerare verso il massimo, la velocità della luce.
Tra i Guardiani, era ormai celebre l’aneddoto del vecchio Servo Samer.
Samer aveva prestato il suo servizio di Guardiano nell’antico Egitto, sotto il regno di Tutankamon.
L’uomo aveva aperto una finestra nell’attimo esatto in cui aveva intuito che stava per iniziare l’esondazione del Nilo dell’anno 1.444 A.C., per tentare, folle speranza, di salvare più persone possibile.
In quel caso si sentì autorizzato a spostare fisicamente migliaia di persone dalle rive del fiume: soprattutto contadini e schiavi giudei del Faraone intenti al lavoro nei campi.
A quel tempo il modo Peggiore era molto più praticato che nell’era moderna.
Fu proprio questo fenomeno, a generare le leggende alla base della celebre apertura del Mar Rosso da parte del Profeta Mosé, appartenente alla credenza biblica di almeno tre religioni. Si era trattato in realtà del fiume Nilo, ed anche altri dettagli della vicenda erano stati progressivamente distorti in modo aberrante nelle narrazioni orali che erano state alla base della scrittura del sacro libro.
Per portare a termine la sua missione, Samer aveva bisogno di cavalli e mezzi di trasporto, e all’istante dell’apertura della finestra i più vicini si trovavano a circa sessanta chilometri di distanza verso il Nord.
Per salvare tutte quelle persone, il virtuoso Samer impiegò non più di quindici secondi di tempo standard, tutti vissuti alla velocità della luce; ma il tempo relativo che egli trascorse nella finestra furono più di tre anni di viaggi a cavallo.
Quando tornò a casa era invecchiato, e sua moglie sentì che l’uomo aveva fatto un lungo viaggio, ma volle rispettare il suo silenzio e non gli chiese nulla.
A quel tempo non esistevano Cronometri, con i quali egli avrebbe potuto modulare la sua velocità, rallentando a valori più prossimi al tempo standard, e quindi, paradossalmente, impiegare meno tempo relativo per spostarsi.
Il piccolo Azouz avrebbe potuto invece muoversi a piacimento, semplicemente regolando la velocità: a minor velocità, il tempo standard sarebbe trascorso più in fretta e non ci sarebbe stato quindi alcun rischio di percepire eterne attese di tempo relativo.
Quando fosse tornato, avrebbe potuto avere la barbetta più lunga di qualche giorno, nulla di più.
Non fu affatto facile per Matthew far sì che il ragazzo afferrasse appieno il concetto, ma alla fine il piccolo pareva essersi persuaso. Gli era infatti molto più facile convincersi degli aspetti positivi di quella storia assurda che di quelli più catastrofici, e di questi ultimi ve n’erano indubbiamente parecchi.
Verso il primo pomeriggio i due decisero di prendere l’automobile. Avrebbero usato la vecchia Mercedes 190 di Ivan, uno dei capi del campo nomadi di Orly. Matthew guidava, con le difficoltà che da buon inglese non aveva mai perduto, legate a quella strana tendenza degli europei a fabbricare automobili con il volante nella parte sinistra dell’abitacolo.
C’era un clima molto caldo a Parigi in quei giorni di agosto; l’aria era umida e il cielo plumbeo minacciava un temporale.
Matthew guidava, e pensava a Olga.
L’aveva incontrata nella filiale della Banque Nationale de Paris di Place de Roget. Lei lo aveva urtato inavvertitamente con il braccio nella lunga fila davanti all’unico sportello dedicato a disoccupati, pensionati e immigrati, mentre, respinta dal cassiere, risaliva rabbiosamente la fila per prender posto e attendere il suo turno.
La donna non aveva per nulla notato l’inglese in attesa del suo sussidio, mentre lui notò subito la bella bielorussa in cerca di fortuna.
Fu una dolcissima fitta al basso ventre a cambiargli la vita.
Dopo pochi secondi, un marsigliese fuori di testa aveva fatto irruzione nella banca, ucciso l’agente di custodia con un colpo di rivoltella silenziata e scelto lei come ostaggio per indurre i funzionari a fare come diceva lui e chiudere le porte.
Jean “grilletto facile” (era così, seppe poi, che la polizia lo chiamava) teneva la pistola premuta contro la guancia della giovane donna, il cui bel volto era sfigurato dal terrore indelebile della morte imminente.
Matthew non ci pensò due volte e aprì una finestra temporale non autorizzata. Sapeva che una violazione del genere gli sarebbe costata il posto di Guardiano. Come era successo al vecchio Billy, l’americano, che per una violazione simile era stato ipnotizzato da Berthold il tedesco e indotto a dimenticare tutto quello che riguardava la sua precedente vita.
Ma non gliene importava proprio nulla: quella era la donna della sua vita, lui lo aveva deciso subito; l’avrebbe salvata anche a costo di non rivederla più.
Solo un folle come un Guardiano poteva essere così irrazionale.
Pensò che l’unico modo per ridurre l’impatto di un’azione non autorizzata fosse cambiare il più possibile l’apparenza degli avvenimenti e rimase a tal fine nella finestra per quasi quattro mesi di tempo relativo.
Quattro mesi nei quali girò tutta Parigi, mosse motociclette, automobili e perfino autobus nel traffico; spostò persone, cambiò biglietti di appunti, creò appuntamenti prima inesistenti, allo scopo di creare una falsa apparenza di un passato inesistente, in modo che al “risveglio” il movimento di tutte le persone coinvolte in quella faccenda sarebbe stato tale per cui, secondo il calcolatore probabilistico, Olga sarebbe stata salvata da una squadra di agenti speciali che sarebbe intervenuta sul posto con netto anticipo, al 94% delle probabilità. Un valore più che accettabile.
Inoltre, il calcolatore aveva stabilito che questo intervento avrebbe anche salvato la vita del rapinatore stesso, un dettaglio trascurabile a questo punto.
Sarebbe stato più facile togliere la pistola di mano a Jean “grilletto facile”, ma un mutamento del genere avrebbe avuto un impatto pubblico devastante, con imperdonabili ripercussioni sul corso della storia della città, e del mondo intero.
Matthew si era convinto di aver cambiato il passato. Si era sentito onnipotente.
E’ superfluo specificare che le cose non andarono come aveva sperato. La squadra speciale era intervenuta come previsto, Olga tratta in salvo, il marsigliese arrestato e processato.
Ma dopo sei giorni la ragazza era stata investita dall’automobile su cui viaggiava la moglie del delinquente, mentre questa si recava a far visita al marito nel carcere di massima sicurezza di Roissy. Non si riuscì a dimostrare che non si fosse trattato di una casualità.
-Matthew, Matthew!- gridò il piccolo mentre l’inglese non rispettava un passaggio pedonale, segno evidente per lui di distrazione profonda.
Azouz lo risvegliò così dalla ennesima visione di quel giorno lontano nel passato che Matthew stava rivivendo (come spesso gli accadeva), isolandosi completamente dalla realtà, per rimanere imprigionato nei mille lacci del ragionamento sugli eventi fra loro concatenati: la velocità dell’arrivo della squadra speciale, il tempo di estrazione dell’arma di Jean, l’investimento di Olga, e decine di altri dettagli ormai insignificanti, sui quali sempre prevaleva l’azzurro degli occhi della sua amata, tremanti di fiera rabbia slava mentre risaliva quella fila di derelitti autorizzati a percepire la carità ufficiale della Terza Repubblica.
Come lui stesso aveva detto al piccolo, e con severa aria di rimbrotto, il passato non poteva essere modificato, nemmeno dai Guardiani del Tempo.
-Matthew! - gridò il piccolo all’improvviso, a squarciagola, accalorato, sudatissimo e con un tono di voce completamente diverso, come se tornasse da chissaddove, ce l’ho fatta…!

3. Come fu che cambiai quella storia

A Matthew non lo dissi mai, ma io sapevo benissimo perché mi ero ritrovato addosso quei meravigliosi pantaloni di seta, il giorno in cui Maruska mi salvò.
Lei era una donna schietta, e me lo aveva detto subito, ma io avevo capito che Matthew si vergognava per me, e quindi non voleva essere lui a raccontarmelo. Mi proteggeva sempre, il mio vecchio inglese.
Ma io sapevo come stavano le cose.
Quando la finestra si era aperta, Maruska l’aveva vista subito.
Una grande macchia scura di bagnato all’altezza della mia verginità; il frutto del terrore di una morte imminente. Per evitare il mio imbarazzo, mi aveva messo addosso i calzoni del figlio, che la polizia le aveva ammazzato solo due mesi prima, durante la retata al bar dei polacchi di Rue de Bercy.
E’ uno dei due ricordi più vivi che ho di quel tempo lontano, quando eravamo noi a fare questo lavoro, gli anni meravigliosi in cui esisteva ancora la Guardia del Tempo, fatta di persone di carne e ossa, prima che arrivassero i Computer e il resto, che ora provvedono a tutto in modo automatizzato.
Il secondo ricordo che rispolvero gelosamente quasi ogni giorno di questa vecchiaia è proprio quella mia prima volta, quella sera d’agosto del 1997, laggiù, lungo la Senna.
Il vecchio Matthew adorava sentirmi raccontare com’erano andate le cose quel giorno.
Ci è morto, con quel racconto. Steso sul letto d’ospedale, alla veneranda età di centodue anni, si era addormentato alle mie parole, e il giorno dopo… puff.
Andato.
Partivo sempre nello stesso modo: “giravamo per Parigi, senza meta e senza scopi…”, e lui si metteva lì, in silenzio, ad ascoltare, come se fosse la prima volta che sentiva quella storia, della quale, manco a dirlo, lui era stato il regista.
Giravamo per Parigi, senza meta e senza scopi, e Matthew continuava a far finta di non guardarmi, ma io sapevo che non faceva altro che tenermi d’occhio.
Non vedeva l’ora di poter constatare il mio ritorno, perché questo sarebbe significato in un colpo solo che ero partito, che i miei primi quindici secondi erano stati consumati, che quel battesimo era avvenuto.
Così, la sua paura per me si sarebbe placata, almeno fino alla finestra successiva.
Sapevo cosa dovevo fare per aprire la finestra, come usare il vecchio Cronometro, come balzare in quella dimensione che al giorno d’oggi è considerata così normale, così facile. Sapevo come avrei potuto regolare la mia velocità.
Quello che non avevo affatto compreso era come capire quando dovessi usare il Cronometro, e aprire quella maledetta finestra. Matthew me lo aveva ripetuto tante volte, ma a me pareva una cosa troppo improbabile, tanto era irrazionale.
E sì, che era l’epoca della razionalità, quella, e non era facile, per un ragazzino poi, capire certi discorsi.
Me lo aveva spiegato in tutte le salse: “a livello inconscio, sentirai quando è il momento prima che accada qualcosa di irreparabile, e avrai i tuoi quindici secondi di eternità per evitare in ogni modo che accada”.
A livello inconscio! Figurarsi se avrei potuto capire. Avevo già troppi problemi con il concetto di velocità della luce e tutto il resto.
Ma era così.
La scintilla della saggezza si accende spontaneamente, e perfino oggi che il meccanismo d’apertura è automatizzato, è sempre l’essere umano che deve vedere e decidere il quando.
L’esatto momento di apertura della finestra precede l’evento che si vuole evitare, questa è la chiave di tutto. E’ come se l’essere umano percepisse qualcosa che sta per succedere, da piccoli segnali, dettagli insignificanti, come un’intuizione, priva della lungaggine del ragionamento logico, una pulsione immediata, irresistibile, diretta.
La mano si porta automaticamente sulla levetta rossa del Cronometro e tutto ha inizio. E dopo quindici secondi, tutto ha fine.
Fu in quel tunnel.
Vidi quella grossa auto scura superarci a gran velocità, e gli occhi della principessa sfiorarmi per un istante, mentre il suo autista si accingeva a spostarsi verso il basso per rispondere al telefono cellulare.
Aprii la finestra senza neppure accorgermi che lo stavo facendo.
Fu un cortocircuito, una specie di movimento istintivo. Avevo visto qualcosa e mi ero mosso. E’ così che vive l’essere umano.
La sensazione fisica fu orrenda.
Fu come l’improvviso frenare di un immenso ascensore contenente l’universo, dopo una salita di diecimila piani, una corsa di miliardi di miliardi di miliardi di anni.
Sentii il peso del mondo scaricarsi sulle mie spalle, durante quell’assurda frenata. Sentii il respiro sospendersi per alcuni istanti, come mi era stato spiegato; poi le particelle d’aria che rimanevano a contatto con la mia bocca, con la mia trachea, accelerarono anch’esse e mi raggiunsero in quel mondo lontano, e potei respirare ancora.
Guardai tutt’intorno e vidi l’usuale filmato dell’esistenza rallentare, per bloccarsi in un singolo fotogramma, trasformarsi in una immagine fissa e sovraesposta.
Oltre a me, in quel mondo privo di suoni si muovevano solo i raggi di luce, che vedevo come linee, talora continue, talora interrotte o tratteggiate, di colori variabili.
Guardai Matthew e vidi che il suo volto scolpito nella carne fredda aveva appena iniziato ad assumere un’espressione preoccupata, quasi avesse intuito quel che stava per accadere. Pensai a quanto mi mancava quel maledetto inglese che aveva sempre la risposta giusta. Gli posi una miriade di domande, rifiutandomi all’inizio di ammettere che tutto stesse succedendo davvero, e sperando in una risposta, una sola, che non arrivò.
Poi scesi dalla vecchia auto e iniziai a lavorare.
Stavo cominciando la mia prima indagine alla velocità della luce.
Avevo intuito il motivo di quella finestra, era chiaro che dovevo salvare quella donna, ed era altrettanto chiaro che avevo commesso la mia prima violazione; quella non era una persona comune, e quindi io, Azuz Khamir, di tredici anni, novellino in prova alla Guardia del Tempo, stavo già togliendo lavoro a qualche anziano delle divisioni superiori.
Ma ormai ero lì, e, come Matthew amava ripetere sempre, non potevo sprecare una finestra che era stata aperta.
Mi concentrai sulla scena che avevo davanti.
Nel gruppo scultoreo che stavo ammirando, la mia Venere era una principessa del Regno di Gran Bretagna, come suggerito dal sigillo sull’anello che portava, ed era avvolta dal caldo abbraccio di un giovane dignitario africano, forse del mio stesso paese, di corporatura robusta e di bell’aspetto. Sul sedile anteriore, oltre all’autista c’era un altro uomo, probabilmente una guardia del corpo.
Era chiaro che se l’autista avesse raggiunto il telefono per rispondere, l’auto sarebbe rimasta coinvolta in un mortale incidente. Almeno, questo era quello che la mia sensibilità inconscia mi suggeriva, ed oggi so quel che allora ignoravo: la mia sensibilità non ha mai fallito un colpo.
Dovevo rintracciare l’origine di quella telefonata, e interromperla. Il mio calcolatore di probabilità confermava che all’89% avrei potuto evitare un tremendo schianto dell’auto con questo semplice intervento.
Vidi che la Principessa stava tendendo la mano verso l’uomo, come fosse interessata a rispondere, e intuii quindi che la telefonata potesse provenire da molto lontano. Sul quadrante del telefono vidi un numero; mi sembrò strano, ma a quel tempo avevo sentito dire che i potenti del mondo potevano sapere chi ti chiamava.
Riconobbi il prefisso di Londra, quello che mia zia Amina componeva sempre per mettersi in contatto con l’altro ramo della famiglia.
Siamo sparsi in tutta l’Europa, noi altri.
Rintracciai la vecchia Husqvarna 80 nascosta lungo l’argine del fiume poche centinaia di metri più a Ovest, tenni le mie mani sul gelido serbatoio della benzina finché, dopo quelli che mi parvero dieci secondi, sentii l’arnese diventare caldo come me, ci montai sopra e tentai di mettere in moto.
Ci vollero vari tentativi; anche la benzina, l’ossigeno, tutto ciò che smobilitava dal Tempo Standard e raggiungeva me e la mia cavallina di metallo nella dimensione in cui eravamo, aveva bisogno di dieci secondi di contatto.
Guidato dalla mappa stradale, iniziai un avventuroso viaggio verso la Gran Bretagna. Attraversai le campagne a Nord di Parigi, e non mi sembrarono molto diverse da come le ricordavo. Fu curioso imbattersi per la prima volta in statue di mucche e contadini alla mungitura, trebbiatrici bloccate in mezzo ai campi, o in fumate immobilizzate nell’aria dai comignoli delle fattorie.
Alla fine raggiunsi Calais, e passai agevolmente fra le auto in fila per l’imbarco, una marea di lamiere mescolate a figure umane immobili nella loro concitazione.
Gente che partiva e gente che arrivava.
Vidi intere famiglie intente alla lite negli abitacoli delle auto, bigliettai che cercavano il resto in moneta, marinai con la bocca spalancata nell’atto di impartire ordini di imbarco, e dovetti perfino passare, a piedi, fra le braccia avviluppate di un inglese e un francese che se la davano di santa ragione per decidere a chi spettasse la precedenza. Dovevo stare molto attento, e non toccare nessuno per più di pochi secondi.
Il problema principale che incontrai fu il superamento del mare.
Non potevo certo muovere una nave. Tecnicamente sarebbe stato possibile, ma le conseguenze potevano essere irreparabili.
Perciò, su di un’imbarcazione di fortuna, una vecchia pilotina di porto, muovendomi su di un mare che pareva immobile e denso come una lastra di ghiaccio, e che si scioglieva al mio passaggio, formando un’unica linea di liquido in quella distesa di legno grigio, arrivai dall’altra parte in quel che mi parve poco più di un’ora del mio tempo.
Raggiunsi Londra ed entrai senza difficoltà nella possente Reggia di Buckingham, sotto il saluto militare delle Guardie di Palazzo che stavano effettuando la Cerimonia del Cambio.
Girai per molte stanze dai soffitti altissimi e finalmente lo vidi. Quell’uomo così buffo ed elegante, che era il marito della mia Principessa, e che teneva stretta la cornetta di un telefono portatile mentre ergeva il suo poco prestante fisico da mille bolle di sapone, che a me parevano delle grandi biglie di vetro colorato.
Era proprio lui che l’aveva chiamata.
Gli presi il telefono dalla mano ed estrassi la batteria dalla cornetta, interrompendo la telefonata.
Consultai il mio calcolatore di probabilità, che segnava un livello di correzione degli eventi del 99%.
Tornai di volata a Parigi.
Montai in auto, poggiai la testa sulle gambe di Matthew, e lo accarezzai, per meno di dieci secondi; non glielo dissi mai.
Poi presi il Cronometro, decelerai alla velocità del Tempo standard e così chiusi la mia prima finestra.
Guardai il mio vecchio, ora piangeva. Piansi anch’io.
Da allora, non ho mai smesso di amare questo lavoro.
Ancora oggi, dopo tutti questi anni, mi mancano tanto le mie parentesi di eternità.

© Francesco Troccoli



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