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di Fiammetta Galbiati
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Si era nel bel mezzo degli anni ottanta. Il rumore delle ultime stragi riecheggiava ancora nella memoria collettiva. Ci si stava iniziando a rilassare. Ci si sedeva, mollemente, agiatamente. Il lusso era il nuovo sovrano. O almeno l’abbaglio adottato per arrivare a fine giornata. Si era schiavi di quella voracità, figlia della consapevolezza di aver acquisito il diritto alla serenità. Surrogato di costituzionale americana felicità, che ci stava entrando nelle vene attraverso il tubo catodico.
Solo loro, le piccole anime innocenti, non provavano desiderio di rivalsa. I figli, per loro tutto era acquisito, scontato. Come le loro tenere vite indolenti, trascinate dalle abitudini e dai costumi dell’epoca. Come quei giubbotti, gonfi di piuma d’oca, esibiti arricciati, forse per annullare le forme, le individualità. A loro era concesso solo sceglierne il colore. Oppure le calzature, da barca, portate anche in pieno inverno. Tutti sapevano riconoscere quel piccolo albero scavato nel cuoio. Quel tondo di un centimetro stabiliva lo status di quelle giovani esistenze. Era il confine, oltre il quale tutto era vincente, sotto al quale nulla era degno di attenzione.

Dopo scuola stilavamo le classifiche con termini nuovi, mutuati da chissà cosa: tosto, sfinzia, paesano, ugo. Li usavamo con decisione. Ci aiutavano a catalogare la realtà che ci sembrava già tanto contorta.

Scuotendo la testa benevolmente si guardavano i figli, mentre uscivano di casa con i pantaloni arrotolati su per la gamba a mostrare l’alberello emblematico e le calze sgargianti fitte di trame e di icone. Come se avessero paura delle inondazioni della vita. O di restare in contatto diretto con il suolo. La terra, il pianeta.

Prima di uscire gonfiavamo i giubbotti e le capigliature, le criniere ci avrebbero difeso dalle nuove minacce. Ci trovavamo nei nostri luoghi abituati, piazze o viali, scambiati per oceani e tradotti in piscine vuote. Avanti, indietro a macinare vasche. Guardando le stesse facce, mascherate come noi. I sorrisi taglienti come i giudizi: si, no. Dentro, fuori.

Si inseguiva il successo, bisognava restarvi dentro. Non si poteva uscire, pena l’esclusione. Dentro era luminoso, accecava di promesse. Quelle promesse di prosperità crescente con cui si proteggevano i cuccioli. Dentro c’erano le vacanze di rito. Come quelle che si confezionavano per i piccoli, sotto l’etichetta dei viaggi studio. Strumenti di inserimento nelle caste sociali.
Li si impacchettava: tutti assieme nello stesso involucro, dentro al dentro. I figli erano tutti lì: sullo stesso pullman, sullo stesso aereo. Condividevano l’esperienza, i discendenti di chi stava dentro. Partivano pensandosi diversi, ci salutavano con le loro manine puberali facendoci trattenere a stento le lacrime. Li si faceva partire così, infiocchettati, con un alberello per piede, una maglietta al giorno e due paia di jeans a settimana. Si acquistava tutto secondo i loro dettami. Quando li si salutava, spesso li si confondeva. Fu così che la signora Rossi abbracciò la figlia dei signori Verdi, che a loro volta salutarono la figlia dell’avvocato Bruni. Ci si pensava unici, ognuno dotato del proprio potenziale da esprimere nella nostra società individualista, ma si era identici. Si sapeva quanto fosse comodo stare dentro, protetti e uniformati. Tutti quanti: genitori e figli.
Partivano pensandosi diversi, ma in realtà non si distinguevano, si conformavano. I nostri cuccioli. Con gli zaini colorati, gli alberelli e i jeans di marca, acquistati come un inevitabile accessorio assieme ai nostri tailleur. Quando, all’interno delle boutique, si tranciavano giudizi affilati che tagliavano le stoffe, sezionando la qualità e selezionando le marche. Le stesse si mutuavano ai figli.

Avevamo il gergo, ma anche le etichette: si, no. Ammessa, non ammessa. Importante, sfigato. Cucadore, paesano. L’aquila regnava indomita su tutti i loghi. Il piccolo rapace di metallo dava lustro alle natiche dei jeans e di chi li possedeva. Come se il suo creatore, quel famoso stilista italiano, lo avesse intinto direttamente nel brodo di fama in cui era immerso.
Partivamo salutando genitori confusi, disorientati per l’emozione. State attenti, dicevano guardando il gruppo. Non spendete tutto, raccomandavano in direzione indefinita, come se dovessero parlare a tutti e non potessero più distinguere i propri figli. Iniziavamo la vacanza diretti verso le mete classiche, forse le più confortanti per loro. Venivamo accolti da cieli nordici, vaporosi, a tratti azzurri e poi di colpo plumbei. Avvezzi ad essere schiacciati dal grigio del cielo invernale, non capivamo. Era estate, ma mancava l’azzurro. Cumuli di grigi ammassati, alti e remoti, cavalcavano il cielo come panna di piombo.
Così iniziavamo le vacanze studio. Con i nasi all’insù a guardare il cielo appena scesi dall’aereo. Le mani a stringere il giubbotto di jeans, per proteggerci dall’aria pungente ed il rimpianto di avere un solo maglione pesante. Nonostante l’insistenza delle madri di rinunciare ad una felpa in favore di un pullover. Forti del fatto che il maglione in valigia fosse il più bello della nostra collezione privata. Il maglione era dentro la valigia e dentro le regole. Anche noi ci sentivamo dentro, nonostante l’illusoria e imminente libertà della vacanza lontani da casa.
Inesorabilmente il gruppo di partenza si sfaldava, aprendosi in tanti drappelli. Ciascuno con le proprie leggi e guidato da diverse aspirazioni.
Partivamo sentendoci unici, ma apparendo uguali. Arrivavamo dove le nostre regole non avevano senso, in terra straniera. E lì trovavamo le nostre unicità. Ci si addentrava ancora di più, oppure ci si spingeva al limite del consentito. Verso l’esterno, verso il fuori, dove non c’era nulla. Almeno per noi.
Le mattine erano noiose. Replicavamo gli inverni, chiusi in classe, divisi per gradi di bravura. Di nuovo in categorie stabilite da altri: dal lower intermediate all’advanced. Annuivamo, fingendo di divertirci e di capire. Ai più bravi brillavano gli occhi quando erano in grado di tradurre parole inutili. Come liver – fegato! gridavano come se fossimo concorrenti di un gioco a premi - o acquaintance – conoscente, come se fosse indispensabile esistere possedendo i termini del diciannovesimo secolo. Erano i secchioni, poveri sfigati. Gli unici che avessero ascoltato la raccomandazione dei genitori rivolta a tutti e allo stesso tempo a nessuno: “impara bene, così poi ce lo insegni!”. Vestivano come noi, ma in quelle settimane si spingevano sempre di più verso il confine. Forse sapevano di non poter stare dentro, forse sapevano di non contare. Sfruttavano quelle due o tre settimane alla ricerca di illusioni di nuove identità, sperando di trovare qualcosa fuori.
I più patetici tacevano, pur conoscendo le risposte. In classe abbassavano lo sguardo giocherellando con la penna, scambiandosi bigliettini. Erano proiettati verso il nucleo, volevano addentrarsi ancora di più. Per loro, la vacanza era l’occasione di lustrare il giudizio. Erano upper intermediate, ma apparivano come lower. Non venivano quasi notati, stavano dentro per un soffio e speravano di guadagnarsi un giudizio positivo: si, che sfinzia! Che tosto! Erano quelli che animavano i pomeriggi, facendosi notare anche dalla popolazione nativa. Camminavano dando ad intendere di possedere la città, di avere stretto amicizie del luogo. Recitavano, fingevano. Gonfiavano l’ego finchè non capitavamo loro a tiro. A quel punto, si voltavano di scatto verso di noi, fingendo di averci incontrato per caso. E ci regalavano sorrisi precostruiti apposta per noi. Che li giudicavamo dal dentro. Una di loro finiva sempre per innamorasi di qualcuno più all’interno. E trascorreva il resto della vacanza cercando di strappare un bacio, da riporre in valigia in mezzo alle calze e da ricordare per l’intero anno. Fino alla vacanza successiva.
Ci distendevamo sui prati verdi, a constatare il contrasto con il cielo cinereo. Così iniziavamo i pomeriggi. In qualche parco. Col disappunto di non poter mantenere l’abbronzatura per colpa di quelle nuvole intermittenti. Giocavamo con i lembi di stoffa colorati che le nonne scambiavano per fazzoletti, li attorcigliavamo attorno alla coscia e ci alzavamo per andare in città. Si limonava, così per strade sconosciute, accanto ad altri. Si usava la lingua, a lungo, senza fretta. Quella lingua che non eravamo in grado di muovere efficacemente per esprimerci nell’idioma del posto. La si ritirava quando si scorgeva qualche viso adulto familiare, come un insegnante. Dopo che se n’era andato, la si ficcava subito come un mollusco nel cavo orale altrui, ostentatamente. L’uso appropriato della lingua era un modo per stare dentro. Chi baciava pubblicamente era tosto. Chi limonava davanti ad altri sapeva ciò che faceva: era dentro. Se, roteando la lingua lungo le pareti di una bocca estranea, infilavamo le mani in tasche ornate con quell’aquila raggiungevamo l’apoteosi. Meglio, avevamo fatto centro. Il punto più intimo del dentro.
Nei nostri giri a zonzo per quelle città ci si imbatteva tra gruppetti, i lembi del fardello iniziale, impacchettato dai genitori e dalla società. Quando coglievamo qualcuno in atti d’amore eravamo spinti dal desiderio irrefrenabile di immortalarlo. Quelle foto erano prove, da infilare furtivamente nel registro il primo giorno di scuola. Appena in tempo, affinché l’insegnate lo aprisse e sgranasse gli occhi arrossendo. Dimostravano spavalderia, o comicità quando ritraevano persone rifiutate dai giudizi, quelli non approvati. Coloro che per inseguire l’individualità si erano spinti inevitabilmente fuori. Quelli a cui, al ritorno, non importava più degli alberelli, o delle icone ripetute ossessivamente sulle calze e di quell’aquila attaccata ai jeans ed al giubbotto di mamma. Loro non contavano più nulla. Il rapace li aveva abbandonati, portando con sé il potere ed il carisma. L’aquila, infatti, era il simbolo supremo del dentro. In quegli anni formava una triade indissolubile con l’alberello ed il giubbotto rigonfio.
Ci trascinavamo verso sera esibendo sfacciataggine, simulando amore, divertiti dalle abitudini autoctone che mai avremmo voluto assimilare. Avevamo già le nostre.
Cenavamo nelle mense o davanti a famiglie locali, attonite o disinteressate. Poi sgusciavamo verso la sera, buia, identica a quella di casa. Gli amori si consumavano in quelle ore di clandestinità, in cui si divideva in quattro la stessa panchina di legno. Facendo attenzione a non fare sussultare gli altri con lo scricchiolio delle assi prodotto da mosse molto ardite, assai goffe e poco efficaci.
Andavamo a dormire riproducendo nel cervello i motivi ascoltati con il walkman per tutto il pomeriggio. Ripercorrevamo i ricordi degli avvenimenti salienti del giorno, riempiendoli mentalmente con le colonne sonore contenute nelle cassette magnetiche. Quelle fabbricate in casa secondo le classifiche del momento. Il giorno dopo ci si galvanizzava ritrovando gli stessi motivi sotto quei cieli perlacei, si saltava in piedi urlandoli a squarcia gola mentre uscivano dagli altoparlanti dei grandi magazzini locali. Sotto lo sguardo vigile e un po’ confuso del personale, strafottenti, cantavamo. Ci sgolavamo con la superbia di chi sa di essere dentro, confortati dalla presenza della nostra aquila o di quella dei nostri amici, più fortunati di noi. O più ricchi.
Nulla era più solido e inamovibile di quell’unica nostra convinzione. La ricchezza era direttamente proporzionale alla prossimità al centro. I soldi compravano il dentro, se investiti in quelle etichette. Non tutti si potevano permettere i jeans con l’aquila. Erano primi in classifica. Davanti anche a quelli con i bottoni, che facevano pensare maliziosamente ai peli pubici intrappolati li in mezzo. Chi si poteva permettere di indossare l’aquila, fingeva noncuranza. Con affettato disinteresse, li usava come se fossero di pezza. Portarli costituiva uno status, esibirli, era segno di debolezza. Si prestavano agli amici, come se non avessero valore. Ma senza mai perderne le tracce.

Per questo un pomeriggio un grido si levò. Uscì dalla bocca di una ragazza e si precipitò fuori dalla stanza per rimbombare sotto i cieli plumbei. L’eco saltellò tra il prato verde e le pareti delle nostre regole. Risuonò a lungo, sgangherato, orribile. Un rapace si era smarrito. Una di noi aveva perso un paio di quei jeans.
La notizia rotolò nei parchi, rimbalzando su di noi, si infilò nelle vie disturbando le coppiette, ci entrò nelle orecchie, sradicando le cuffie dei walkman. Ruzzolando, si gonfiava, come una valanga. Divenne argomento comune. Sfiorava le nostre labbra, entrava nelle bocche e ne usciva come una bolla di sapone gonfia di dettagli presunti.
Ipotizzammo, ricostruimmo. L’indiscrezione annaffiò i prati verdi sotto di noi, aggiungendo particolari inediti alla storia. Usavamo la lingua per insinuare, limonavamo teorie.
La notizia assunse nuovi contorni: nulla poteva smaterializzarsi, tanto meno quell’aquila. Valeva troppo. Doveva essere stata rubata. Si trattava di un crimine, camuffato sotto le sembianze della distrazione. Era un oltraggio! Qualcuno aveva sottratto arbitrariamente un pezzo di popolarità. Formulammo il reato: appropriazione indebita.
Il sabato andavamo in visita ai paesi vicini, quelli brulicanti di gente sui moli infiniti. Non ci interessava quel mare, freddo e spoglio. Ci importava solo di stanare il ladro. Ci stancammo anche di baciare, sopraffatti dal sospetto. E se il colpevole fosse stato proprio l’oggetto delle nostre attenzioni amorose? Abbandonammo le panchine e trascorremmo le sere a tramandare le voci.
Soggiogati da una forza centripeta, ci schiacciavamo verso il centro. Rimanere dentro ci faceva sentire protetti.
I sussurri si ripetevano, ce li scambiavamo incessantemente. Mormoravamo congetture, i frammenti di realtà filtrati attraverso le lenti delle nostre leggi. Io dicevo a te, tu supponevi e riferivi a lui, egli si illuminava e riportava a te e tu ricordavi, farcivi e ripetevi a me. Le supposizioni costituivano un rumore di fondo sopra allo smeraldo dei prati acceso a tratti da fette di sole.
I decibel aumentavano.
Certi brusii diventarono rumori distinguibili. Alcuni morivano subito – No, lui è stato tutto il giorno con me al centro commerciale - molti vivevano ore – .. ad un certo punto sono andate in camera per un po’.. ah, stavano male? Non sapevo.. - altri prosperavano – Con i quattro stracci che si ritrova gli farebbe proprio comodo un paio di quei jeans!
Un giorno, finalmente, il rumore divenne frastuono. Squarciò i cieli, portando con sé il sole. Era il tardo pomeriggio. Subivamo il tramonto sopraffatti. Incantati dal riverbero, rientravamo in piccoli gruppetti nelle camere e nelle case con pacchetti ripieni di regali per giustificare la vacanza al ritorno a casa. La luce si infilava di taglio, nitida e amplificava le emozioni. Avevamo l’impressione che ci stesse attendendo qualcosa di irripetibile oltre le soglie, oltre quella giornata. Ed era così. La notizia ci stava rincorrendo, indorando ancora di più gli strascichi di quella sera di velluto. Mescolammo l’eccitazione di quel cielo rosso con l’euforia che ci permeava. Ci sentimmo di nuovo unici, pur condividendo lo stesso spazio. Fummo illuminati dalla verità, calda e luccicante come la luce di quella sera: si seppe che i sospetti erano germogliati da una domanda.
Quanto valgono? aveva chiesto qualche giorno prima.
Giocava a fare l’estranea, la disinteressata. Con lo sguardo rivolto all’interno se ne stava seduta sul bordo, facendo ciondolare le gambe al di fuori. Verso il vuoto.
Era partita con noi, ma in classe non abbassava gli occhi, rispondeva alle domande di cui conosceva la risposta. Era una dei piccoli, quindi produceva risposte limitate. Era invisibile. Dal centro a stento la si distingueva. Eppure, sfrontata, rispondeva. E si era già infatuata, incurante di mostrarlo. Era partita con noi, ma agiva da secchiona e risultava patetica. Il suo microcosmo vacanziero era un affronto. Un gruppetto di piccole butterate insignificanti, confuse in mezzo alla gioventù autoctona. Si attardavano sui prati, dopo di noi, occupando le panchine. Ricevevano le lodi degli adulti, avulsi dal dentro. Gli insegnanti.
La notizia germogliò illuminando il suo nome: Marta. Come in un quiz televisivo.
La luce calda della sera lo fece aleggiare in tutte le nostre stanze: Marta? E chi è? Ah, quella uga!
Quanto valgono? Aveva chiesto la ragazzetta una sera, guardando l’esterno infinito e strizzando un poco gli occhi fingendo interesse. Così voleva apparire: entusiasta, ingenua e strafottente perchè non puntava sempre al centro.
Avevamo finalmente stanato il criminale: Marta, 12 anni, un solo paio di jeans con i bottoni, un alberello e nessuna aquila.
Questo non ci bastava: serviva un movente. Qualcuno si improvvisò avvocato della difesa: Ma come? Lei ha due taglie in meno: non può portare quei jeans! Non ha nemmeno sorelle a cui darli!
Il nostro livore aumentò. Silenzio! Nessuno, dico NESSUNO DI NOI si è mai posto il problema del valore economico! Nessuno, tranne lei! Perché? Chiaramente mirava ai soldi!
Marta fu giudicata minuziosamente. Procedemmo con l’inventario: conteggiammo le etichette che possedeva. Poi valutammo i suoi costumi. Trovammo un’aggravante: Marta d’inverno usava il montgomery, non il giubbotto gonfio di piume e di status.
La voce accusatoria si accrebbe presto dell’ennesimo particolare: a quest’ora li avrà già rivenduti a qualcuno dei suoi amici locali!
Il caso si appesantì di apologie. Marta si scherniva: non ne ho chiesto il valore per rivenderli!
Procedevamo nell’indagine mossi da una missione comune, rispondenti ad un ordine condiviso. Concentratevi! Tutti al centro! Teniamola d’occhio: Marta non ci deve sfuggire. Radiografiamola! Fissiamola con occhi lividi, a specchio come i nostri occhiali. E poi all’improvviso, con un ululato chiediamole: E allora perchè hai chiesto quanto valgono?! Ridiamo fragorosamente quando risponderà: Non ho chiesto quanto valgono, ma … quanto mai potranno valere! Indigniamoci quando aggiungerà: Non ero venale: ero solo sarcastica! Volevo sdrammatizzare!

Seguendo i nostri istinti, la tacciammo di avidità. Per proteggerci, accusammo lei di arrivismo. Non potevamo subire l’affronto della sua derisione. Non si poteva sdrammatizzare sulla sparizione di un’aquila!
Con lo sguardo rivolto ancora all’interno ci voleva beffare. Marta faceva dondolare le gambe all’esterno, verso il vuoto. Dal limite, ci investiva di sarcasmo. Come se avesse potuto trovare qualcosa di degno, fuori!
Il verdetto era unanime: COLPEVOLE!
L’ultimo giorno la trovammo raggomitolata su una panchina del parco sotto i cieli tornati di piombo. Attorno aveva il suo drappello, quel piccolo contingente strappato dal centro. Piangeva.
A tratti il cielo si univa a lei. Le nubi singhiozzavano lacrime. Trasudavano malinconia, mentre Marta piangeva rabbia.
In grembo reggeva uno di quei cartoni di polistirolo che contenevano i panini, mutuati dalle tendenze giovanili anglosassoni. Gli stessi panini che ci avevano resi famosi, quelli che ci davano il nome.
Sputava frammenti di carne macinata mentre blaterava scuse: Il bello è che io non sono stata! Quando sono spariti quei pantaloni ero in centro con Alistair e Mark.
Avvicinammo le orecchie. Avidi di particolari.
Marta brandiva ciò che restava del pane. Beveva le sue stesse lacrime. Si alzò dalla panchina per cestinare il contenitore. Una volta in piedi si spiegò la maglietta. Cercava di riguadagnarsi un contegno. Invano. Singhiozzava di nuovo. Non mi interessano nemmeno quei jeans del cazzo! Disse pestando un piede a terra. Gesto istintivo dell’infanzia ancora recente.
Ecco l’ammissione di reato! Non era interessata all’aquila. Per questo se n’era liberata. Il solito avvocato della difesa sollevò un dubbio: E se non l’avesse mai rubata? In fondo non le importava…
Pignolerie, pensavamo davanti alle lacrime di Marta e sotto quelle del cielo.
Marta era colpevole di un crimine. Che fosse appropriazione indebita o diffamazione di rapace non importava! Era rea confessa, con le gambe dondolanti. Jeans del cazzo, diceva, pestando i piedi. Schiacciando l’erba proferiva quell’eresia.
Averla stanata ci colmò di gioia. Mentre le sue parole riecheggiavano nell’aria, Marta vacillava sul bordo. Sembrava stesse perdendo l’equilibrio.
Ne approfittammo.
Con un calcio la buttammo fuori!

© Fiammetta Galbiati



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