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Storia di un ubriaco
di Michele Nini
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Tutti i giorni sembrano uguali, tutte le notti, le mattine, i pomeriggi ed anche le sere; al paese tutto sembra seguire un suo ciclo prestabilito: la sveglia all’alba mentre i galli ancora dormono beati; i campi da arare, seminare,mietere o annaffiare; colazione con pane, prosciutto o lardo o cipolla, pranzi e cene innaffiati dal vino di casa, e partite a carte la sera prima di andare a dormire e ricominciare un’altra giornata. La vita quotidiana è quasi in un rito. Nonostante ciò, vivendo nel paese, scopri che non ci sono due giorni uguali e forse dalle impercettibili sfumature che distinguono i soliti gesti e le solite azioni, o dagli istanti in cui la quotidianità si distrae nascono amori, intrighi e magari anche litigi e tradimenti.
Poi nascono storie, figlie di Calliope e alle volte figlie di Bacco. Racconti di vita vissuta o a volte soltanto immaginata . Leggende di diavoli che, per i colli, corrono in bicicletta e di malvagi vecchi ultracentenari e gobbi che rapiscono i bambini e che nella realtà popolano gli incubi di questi e i ricatti di chi li vuole “addomesticare”.
Nevicate che durano settimane, con neve che ricopre le case e i monumenti, e persone che senza accorgersene passano sopra questi seguendo magiche strade di ghiaccio.
Storie di bevitori leggendari e invincibili, di mangiatori capaci di abbuffarsi al punto di toccarsi il cibo con un dito; eroi di guerra assassini alle volte di Rommel e alle volte di Hitler.
O ancora storie di animali leggendari come la velenosissima ma, ahi lei, ceca lucengola o il reolo, una specie di lucertola che nasceva dalla coda delle vipere che finivano i loro giorni tagliate a metà.
In particolare si dice questi fosse estremamente riconoscente verso il suo liberatore, ossia verso l’uccisore della vipera, e che provasse per questo una sorta di venerazione; pare addirittura che al corteo funebre del suo salvatore fosse solito seguire rispettosamente e con sguardo fiero la processione.
Le storie che viaggiano di persona in persona arricchendosi di particolari, come l’acqua di un fiume raccoglie dal greto ciottoli e limo.
Ci sono storie, personaggi eppoi personaggi che sono essi stessi storie. Ci sono, c’erano e ci saranno sempre: finché il sole solcherà il cielo.
Brugnetta era uno di questi.
Era un vecchio, come tanti, la sua particolarità stava nel fatto che beveva, cosa di per sé non strana se non fosse per le quantità e soprattutto per le relative elefantiache e soprattutto frequenti, sbornie; beveva sempre e le sue guance si coloravano di quella sua passione vitale per il vino: era ad esse doveva il suo soprannome.
Girava sia d’estate che d’inverno chiuso nel suo cappotto di lana grezza a tre quarti, a chi gli chiedeva per quale motivo girasse ad agosto con quello addosso rispondeva, con sicurezza e superiorità:“dove non passa il freddo non passa neanche il caldo” , nessuno riuscì mai a contraddirlo.
Il suo aspetto un po’ grottesco era completato dal cappello stile panama e dai numerosissimi peli bianchi che facevano capolino dai suoi grandi orecchi a sventola; era facile magari ridere di lui, più o meno tutti lo facevano, ma era anche difficile non accorgersi del dramma di un vecchio che annegava nel bicchiere i dolori e la solitudine della sua vita, il suo forse essere incompreso e un po’ diverso in un paese fatto da gente più o meno uguale.
Era solito passare, ciondolante quasi trascinandosi, per le vie del paese, mentre gli uomini giocavano a carte e raccontavano di quanto fossero belli i propri pomodori o le proprie zucchine, le donne chiacchieravano ricamando e noi ragazzi giravamo a far dispetti o a rubacchiar ciliege e meloni negli orti.
Lui passava, se incontrava qualcuno a volte lo salutava a volte no, alcuni scherzavano e si prendevano anche gioco di lui, ma lo facevano senza cattiveria, o almeno credo.
Poi, tutte le sere, giunto davanti alla statua della Madonna che troneggiava all’interno di una cappella si fermava.
Toglieva rispettosamente il suo cappello. E iniziava a parlare:
“Bonasera Marì!
Io e te semo uguali:
tu sei piena de grazia e io so’ pieno de vino,
da te t’è morto un fijo in croce e da me m’è morto in guerra”
Silenzio, qualche lungo secondo di placida attesa,poi:
“Bonasera Marì!” E tornava per la via ancora ciondolante in direzione di casa.
All’epoca non avevo neanche diciotto anni e mi aveva colpito la sua storia, quel figlio perso da lui in guerra era partito da soldato lasciando sulla porta di casa un biglietto con scritto semplicemente: ”quando mi saprete morto, arrivederci”. Era sicuro di morire e la vita, o meglio la guerra, come a tanti, anche a lui per una volta diede ragione.
Anche i miei amici erano rimasti colpiti dalla storia di Brugnetta e decidemmo di fare qualcosa per lui.
Ci volle un po’ per decidere cosa fare per lui, all’inizio non sapevamo proprio cosa inventarci, finche non mi venne in mente l’idea che mise tutti d’accordo: l’idea che stavamo aspettando.
Era sera già da un pezzo, e quella sera fu una sera speciale per noi, ma soprattutto per lui.
C’è chi ancora oggi mi dice che lo prendemmo in giro, che facemmo una cosa orribile ma personalmente non mi sono pentito e credo che rifarei tutto quello che ho fatto.
Tornando a quella sera, Brugnetta come di consueto, comparve sulla strada e, camminando con andatura ciondolante, si avvicinò alla statua si tolse il cappello e iniziò con il suo solito saluto:
“Bonasera Marì”
“Bonasera Brugne’!” Rispose Maria.
“Marì! allora me senti! Ce stai anche per me!” rispose il vecchio, stupito ma neanche troppo,con l’espressione di chi pensava sarebbe prima o poi successo,
“Certo che ce sto Brugne’, ce sto anche per te, che te credi? Che c’hai meno de l’altri? Che te manca?”
“E’..So’ un poro vecchio, e nun c’ho più nessuno, c’ho giusto la bottiglia”
“T’ho detto che ce sto io! Nun pensa’ mai de sta solo, anche quaggiù ce ne stanno de persone che te vogliono bene, nun te crede! E smettila de attaccatte da la bottiglia, che el vino da la grazia c’assomiglia pure, de sera, ma poi la mattina dopo te fa’ sta peggio de la sera prima, nun risolve niente!”
“C’avete ragione Marì, ho da smette che è anche peccato!”
“Si, e è peccato per te più che pel Padreterno: Lui mica se mette a conta i bicchieri che bevi da Lui gli basta che sei bono, che sei uno de core!”
“Bè quello ce provo Marì”
“Sta tranquillo allora, che el Signore lo sa. Via adesso torna a casa che è tardi!Fatte forte, bonanotte Brugne’!” si accomiatò Maria,
“Bonasera, Marì” disse come al solito il vecchio andandosene, poi si fermo si voltò di nuovo e disse “grazie” per poi riallontanarsi per la sua strada.
Ci eravamo nascosti vicino alla cappella, celati un po’ dal buio un po’ dalla siepe, quando ci alzammo provavamo una strana sensazione e quel suo “grazie” lo sentimmo nostro. Quella sera “Maria” rispose a Brugnetta, non credo sia importante che in realtà ero io “Maria”, per lui credo, o almeno lo spero, quella voce era di Maria, il resto non conta perché credo che regalare una speranza, seppur con la menzogna, sia il più bel regalo che si possa fare ad un uomo, e che sia meglio una bugia che conceda pace e serenità piuttosto che una verità ben attenta a non soddisfare i nostri bisogni.
Quella sera decidemmo di dipingere la realtà con un po’ di magia e di addolcire gli spigoli della vita. Decidemmo di dipingere un cielo capace di stimare gli uomini degni di avere una risposta. E di questo non riesco proprio a sentirmi in colpa.
Brugnetta, ascoltò “Maria”: non bevette mai più.
E non passò neanche più davanti alla sua statua. Non si vide in giro per uno, due giorni così iniziarono a cercarlo. Alle ricerche partecipò tutto il paese, nessuno escluso: alcuni, la maggior parte, erano preoccupati e parteciparono con spirito sincero di generosità altri erano piuttosto presi dal frequente quanto arrogante spirito di protagonismo di chi vuole essere ed è convinto di essere il Deus ex machina della situazione; ma poco importa. Le ricerche non durarono molto.
Lo ritrovarono tre giorni dopo quella sera, era caduto in un fosso mentre tornava a casa, giaceva disteso a pancia sotto.
Tutti rimasero stupiti girandolo, nel vedere che sul suo viso, tra le rughe riempite dal fango, i tagli e il sangue secco, le sue labbra disegnassero un sorriso.

© Michele Nini



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