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L'uomo di neve
di Miriam Ballerini
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Uscendo dall’ultimo studio medico che aveva in agenda, Leonardo si strinse bene la sciarpa intorno al collo. Dal cielo cadevano dei fiocchi di neve, dondolando giù da nuvole basse e scure.
Una folata d’aria gelida gliene sbatté alcuni sulla faccia, facendogli lacrimare gli occhi.
Faceva il rappresentante in una ditta farmaceutica, sempre in giro per studi medici con la valigetta piena di fogli e farmaci in omaggio. Fra vecchie signore ipertese, malati scatarranti e bambini con gli occhi lucidi per la febbre, ma comunque pestiferi.
Leonardo era un cinquantenne allampanato, col naso adunco nel viso magro e scavato. I primi capelli grigi a rigargli le tempie; su di lui non avevano alcun effetto da bel tenebroso, erano solo striature che lo facevano apparire per quello che era: un uomo di mezza età.
Inserì la chiave nella serratura della portiera e, come al solito, ci volle qualche bestemmia per farla aprire. Già, sua moglie voleva la macchina nuova. Era il desiderio ultimo della sua famiglia: il figlio trentenne che ancora stava con loro, senza nessuna speranza che se ne andasse presto, gli aveva chiesto un contributo per l’acquisto di una moto di grossa cilindrata. “Papà devo assolutamente averla”.
Sandra, sua moglie, gli ricordava un giorno sì e quello dopo anche che avevano bisogno di un’auto nuova, magari di una cilindrata superiore a quella dei vicini che, ne era convinta, la parcheggiavano in cortile solo per esibirla e fare un dispetto a loro.
Leonardo salì in macchina, accasciandosi dietro al volante con un gran sospiro che si materializzò come un fumetto bianco; scontrandosi col vetro anteriore ghiacciato, lo appannò per un breve attimo prima di sparire.
Appoggiò la valigetta sul sedile di fianco al suo, perché su quello posteriore giaceva in posizione supina un albero di natale sintetico, pronto per farsi carico di palline e luci colorate.
Ci mancava anche il natale e tutta la sua falsa allegria. Se Franco non avesse trovato sotto l’albero (diciamo di fianco visto la bassezza dell’abete), la sua moto “assolutamente”, avrebbe rifiutato qualsiasi altro regalo. Misurando il suo amore paterno in base all’entità del dono e, lo stesso, sarebbe stato il comportamento di Sandra.
Così, per guadagnare qualche spicciolo in più, si era offerto al posto di un collega di recarsi a quell’appuntamento per consegnare una scatola di vaccini anti influenzali, in quel paesino sperduto fra le montagne. Duecento abitanti e pareva che tutto lo stramaledetto paese avesse deciso di dichiarare guerra all’influenza.
Leonardo sbuffò di nuovo, nemmeno il raffreddore si sarebbe disturbato a raggiungere quel posto in quelle condizioni!
Mise in moto e uscì in retromarcia dal parcheggio. Certo, il suo collega lo aveva ringraziato in modo esagerato, poco ci mancava che si mettesse ginocchioni a sbavargli sulle scarpe! Quando quella mattina era partito e si era reso conto della condizione della strada che, a mano a mano che saliva si faceva sempre più stretta per via dei cumuli di neve che la fiancheggiavano, aveva compreso anche il sorriso esagerato dell’altro mentre si sperticava in acrobatici salamelecchi.
L’uomo aveva pranzato in una trattoria due paesi sotto; poi, gironzolando in attesa dell’orario del suo appuntamento, aveva scorto in un negozietto un piccolo albero che avrebbe fatto al caso loro: né troppo alto, né troppo piccolo.
Avviò i tergicristalli che cominciarono a levare la neve che infarinava la visuale e procedette con cautela lungo la strada sempre più bianca.
Accese la radio per avere un po’ di compagnia e tentò anche di intonare un paio di note, cantando un vecchio successo dei Pooh.
Il bosco innevato accompagnava la sua discesa e, ben presto, si rese necessario mettere le catene alle ruote.
Accostò, accendendo le quattro frecce, sperando che chi fosse giunto dietro di lui avrebbe scorto il loro misero lampeggio; ci mancava altro che lo tamponassero!
Ormai quella che pareva una normale nevicata si stava rivelando una tormenta di neve. I fiocchi scendevano rapidi e compatti, in una sequenza tattica, quasi militare.
Tolse le catene dal portabagagli e si accinse a montarle intorno le ruote.
Dalla curva in basso arrivò il rumore forte di un trattore, Leonardo riuscì a individuarne la sagoma solo quando fu a pochi metri di distanza.
“Tutto bene, amico?” Domandò il conducente del mezzo, un vecchio trattore sputacchiante che, dai pochi rimasugli di vernice superstite, raccontava la sua storia di quando era stato un bolide verde prato.
“Sì, grazie”.
“Auguri!”
“Auguri anche a lei”, rispose Leonardo, rivolgendosi al volto nascosto quasi del tutto da un berretto di lana.
Prima di rientrare nell’auto dovette scrollarsi di dosso la neve che lo aveva preso d’assalto. Lo stupiva sempre la genuina cortesia della gente di montagna. L’onestà di un semplice saluto e le due parole scambiate che ancora ti facevano sentire membro di una comunità.
Ripartì, adeguandosi al sali e scendi rumoroso della macchina che rotolava sopra le catene.
Il cellulare si mise a suonare, spandendo per l’abitacolo una musica latino americana, Leonardo se lo portò all’orecchio, tanto non c’era pericolo di incontrare un vigile.
“Dove sei?” Era Sandra.
“Sono appena partito. Qui sta nevicando di brutto, ho dovuto montare le catene da neve”.
“Vedi di non fare un incidente, imbranato come sei”.
Silenzio. Dopo aver dispensato la sua ennesima perla di saggezza, gli aveva semplicemente tolto la possibilità di replicare chiudendo la comunicazione.
Non che lui avesse avuto l’intenzione di ribattere, era stanco di risponderle, di cercare di farla ragionare.
Sandra apriva bocca e da essa ne faceva uscire tutta la sua insoddisfazione, la sua rabbia, la sua incapacità a cambiare.
Il cellulare emise un bip di sconforto e si spense, scarico.
Leonardo lo appoggiò sul sedile di fianco, lo avrebbe ricaricato attaccandolo all’accendisigari quando fosse uscito da quella tormenta, era impensabile chinarsi a cercare il cavo in quelle condizioni.
I fari accesi scandagliavano il bianco che avevano di fronte demoralizzati. Sembravano solo due nastri gialli che cercassero di aprirsi un varco attraverso un muro mobile di un nitore accecante.
Sandra … si erano sposati trent’anni prima. Lei, bellissima nell’abito bianco, camminava verso l’altare al braccio del padre, mentre l’altra mano posava lieve sul grembo a proteggere il loro dolce segreto.
Lui era fermo vicino all’altare, sentendosi fremere, vibrante come un lungo diapason.
La mano di lei, inguantata, lo aveva sfiorato e davanti al prete si erano giurati amore e solidarietà.
Era convinto, allora, di aver compiuto l’impresa più importante della sua vita. Tutto ciò che desiderava era fare felice la sua donna, crescere il loro bambino e assicurare loro tutto il necessario.
La macchina sbandò leggermente aggirando un tornante e Leonardo si aggrappò al volante con più forza. Faticava a vedere la strada, gli pareva di essere sospeso nel nulla, con milioni di fiocchi a piovergli addosso da ogni dove. Parevano tante rose bianche pronte a sbocciare nell’impatto col vetro.
Non avrebbe dovuto venire; avrebbe dovuto guardare altrove, mettendosi le mani in tasca, fischiettando una melodia improvvisata, anziché offrirsi volontario al posto del suo collega. Ma aveva pensato ai soldi in più a fine mese, alle ferie natalizie vicine che lo avrebbero compensato di quell’ultimo viaggio.
Si spiò gli occhi nello specchietto retrovisore: sì, non da ultimo c’era il fatto che lui fosse Leonardo, quello sempre disponibile, consenziente, paziente … ente! Ecco! Se c’era un termine nuovo da coniare apposta per la sua accondiscendenza era ente. “Tu sei un ente!” Come pezzente, deficiente, niente.
E niente era quello che pensava Sandra che lui fosse. Oh, si fosse limitata solo a pensarlo, era ciò che gli ripeteva ogni giorno da, quanto ormai? Un anno? Due? Una vocina gli bisbigliò all’orecchio: “Diciassette”. Un numero scaramantico che funestamente risvegliava tutti i brutti pensieri.
Leonardo si era costruito la propria felicità: la famiglia, la casa dapprima in affitto, per poi acquistarne una di proprietà. Il suo lavoro e, la sera, una moglie carina da cui tornare. Questo era tutto ciò che desiderava dalla vita e tutto stava andando alla grande.
Lo pensava anche quella sera che era tornato a casa un po’ imbarazzato per una vistosa macchia di caffè sulla camicia. Sandra gli avrebbe rimproverato la sua sbadataggine, forse tipica degli uomini alti e magri come lui; un po’ goffi e ingobbiti, quasi non riuscissero mai a totalizzare un conto preciso con le proprie dimensioni.
Nevicava e Franco era fuori con degli amici a finire un pupazzo di neve. Sandra era seduta davanti al televisore acceso, sferruzzando a maglia una sciarpa per il loro figliolo tredicenne.
“Ciao, oggi …”
“Sono stanca!”
Leonardo si era fermato a osservarle le mani che agitavano gli aghi come ali impazzite, scevre da piume.
“Io non ce la faccio più”.
“Spiegati meglio”.
“Sei tu! Ma guardati! Torni a casa, ti dico che sono stanca e te ne resti lì come un idiota”.
“Amore, io…”
“Amore un corno!” E qui era esplosa. Ciò che era rinato sopra le macerie era una donna che lui non capiva più.
Disse che lo aveva tradito, perché lui era troppo buono. Così calmo, sempre a pensare alla famiglia. Non vedeva come vivevano gli altri? Pensavano in grande gli altri: alla macchina, ai viaggi, avevano vestiti firmati. Lei voleva vivere.
Leonardo era sopravvissuto a quella scenata in qualche modo, anche se ne era uscito malmesso. Non aveva più sentito nulla dopo le prime parole: lo aveva tradito. I dati del problema che lei gli aveva esposto non servivano a trovare la soluzione e lui restava davanti a una lavagna nera ad accorciare i gessetti in conti inutili.
Un pino coi rami sporgenti sopra la strada si liberò le braccia del carico niveo, con un colpo sordo cascò tutto addosso all’auto di Leonardo che vi transitava sotto.
L’uomo ebbe un sussulto e la macchina compì mezzo giro, fermandosi di traverso sulla strada.
Col cuore che pareva aver intrapreso l’ascesa verso la sua gola, Leonardo riportò il muso dell’auto nella giusta direzione e riprese il cammino.
“Lo vedi quel pupazzo di neve, là fuori? Ha più spina dorsale di te”. Erano state le ultime parole di Sandra di quella famosa sera.
Leonardo aveva pianto molto, sempre di nascosto perché non voleva che Sandra pensasse che lui fosse un debole. Scoprì più tardi che il tradimento era stata un’invenzione per ferirlo, per farlo reagire. L’avrebbe perdonata anche se fosse stato vero. Lui l’amava.
Quei diciassette anni erano trascorsi fra alti e bassi, proprio come il monotono rotolio delle catene sotto di lui. Lei che diceva di volersene andare e preparava anche le valigie, qualche volta. Poi, usciva e alla sera rincasava, preparando la cena come se niente fosse accaduto.
Franco era cresciuto assistendo a molti dei loro litigi, troppi. Aveva un carattere fragile, confuso … indefinito. Allettato dalle idee della madre, convinto in cuor suo che il padre fosse una smidollato, che non sapeva fare nulla di buono per loro.
Per un momento Leonardo non vide più la strada, non per l’intensità della nevicata, ma perché gli occhi gli si riempirono di vecchie lacrime che sapevano di stantio. Quando sbatté le palpebre e le lacrime caddero sul viso scavato, davanti al muso della macchina scorse un corpo marrone e due occhioni che lo fissavano spaventati.
D’impulso frenò e la macchina rinunciò alla sua guida e si impadronì di vita propria.
Sbandando girò alcune volte su se stessa, per poi cadere di fianco in un fosso a lato della strada. Fermò la sua corsa con le ruote sinistre sulla strada e quelle di destra un mezzo metro più in basso.
Leonardo riaprì gli occhi, non si era nemmeno accorto di averli stretti per la paura. Allo specchietto retrovisore studiò il proprio viso impallidito da parere senza colore come la neve. Sul sopracciglio destro si era aperto un taglietto che sanguinava debolmente, doveva avere sbattuto la testa contro il vetro.
Il cerbiatto si avvicinò con circospezione ad annusare quella scatola che per poco non gli era piombata addosso. Con una scrollata d’orecchie si volse e sparì nel muro nevoso.
Leonardo strinse le mani sul volante. “Perfetto!” La sua voce echeggiò stridula all’interno dell’abitacolo. Gli pareva già di sentire i rimproveri di Sandra: “Sei un’idiota. Dovevi tirarlo sotto quel bastardo, era solo un dannato capriolo, buono solo da fare con la polenta”.
Ma Sandra non aveva guardato nei suoi occhi pieni di paura. Era un essere vivente e lui non si sarebbe mai perdonato se non avesse fatto tutto il possibile per salvarlo.
Ecco cosa mancava a Sandra: la sorpresa. A lui capitava, camminando, di intuire un volo sopra al capo e sapeva alzare gli occhi al cielo, per sorprendere il viaggio di un uccello. Lei non riusciva a sentire nemmeno il dolore di chi le stava vicino. Mancava d’udito, di quella attenzione interiore che ti fa meravigliare dello sboccio di un fiore e ti fa battere il cuore d’emozione nel comprendere che quello spettacolo sta accadendo per te, come per chiunque voglia osservarlo.
Pensò d’aver battuto troppo forte la testa, non si era mai fermato a riflettere su queste sensazioni che facevano parte di lui.
Forse era la neve, la solitudine, lo spavento. L’aver guardato in quegli occhi castani ed essersi ritrovato in essi.
Aprì la portiera e una secchiata di neve si riversò nell’auto inclinata.
Uscì fuori, con le mani sui fianchi valutò la situazione: la macchina se ne stava sdraiata nel fosso, ben affondata nella neve e non c’era nessuna possibilità di far leva su qualcosa per farla uscire. L’unica soluzione era chiamare il carro attrezzi che, sia per le condizioni meteorologiche che per la distanza dalla prima cittadina situata ai piedi della montagna, ci avrebbe impiegato una vita a raggiungerlo.
Leonardo si passò una mano fra i capelli, togliendosi la neve dal capo. Si risedette in auto e prese il cellulare che era rotolato sul tappetino, per chiamare i soccorsi. Solo in quel momento si ricordò che si era scaricato durante la telefonata di Sandra. Cercò lo spinotto e lo attaccò. Nell’attesa che succhiasse energia dalla batteria, mise in moto la macchina per far circolare un poco l’aria del riscaldamento. L’auto non dette segni di vita, evidentemente nell’urto si era danneggiato ben altro che la carrozzeria.
Aspettò alcuni minuti e provò a telefonare, per scoprire che pure quel maledetto aggeggio lo aveva abbandonato.
“Ok, stiamo calmi”. Si disse. Parlare ad alta voce lo mise a disagio, gli pareva di stare in una camera imbottita a dichiararsi Napoleone.
Non poteva muovere l’auto e non poteva chiamare i soccorsi … ma prima o poi qualcuno sarebbe transitato. Non gli restava altro da fare che starsene buono buono ad attendere. Per ora l’abitacolo era ancora caldo e anche se non era comodissimo starsene lì in bilico, era sempre meglio che congelare sotto quella nevicata che pareva scendere e accucciarsi a tener ferma la terra.
Dal vetro vedeva la strada, gli alberi colmi di bianco e un triangolo di cielo incolore. Ben presto la precipitazione gli tolse la visuale, ricoprendo tutto il vetro.
Leonardo osservò quei gelidi asterischi che si compattavano, schiacciandosi a vicenda.
A ben pensarci non aveva una gran voglia di tornare a casa, di passare il Natale con la sua famiglia, fingendo che tutto andasse bene.
Erano anni che fingeva una gioia che non possedeva e che voltava lo sguardo altrove quando la moglie dava in escandescenze come e quando meglio credeva. Leonardo abbassava lo sguardo sperando che non si notasse il rossore sulle sue guance per quei momenti sempre più frequenti in cui Sandra perdeva il controllo, facendo la matta. Perché erano scene preparate a tavolino, per attirare l’attenzione, per commuovere, per comunicare … Leonardo ormai non lo sapeva più.
Ma cosa stava pensando? Lui amava la sua famiglia …o forse anche quello era stato tanto tempo fa.
Gli si presentò alla mente un fatto: una sera in cui si era fermato in un autogrill, con le luci del ristorante e del negozio a tingergli la faccia di vari colori, attraverso il vetro. Aveva avvertito forte l’impulso di fermarsi; di spegnere il motore e prendersi la valigetta posandosela sulle ginocchia. Dentro c’erano diversi campioni di vari psicofarmaci, li vedeva anche senza dover aprire la valigetta: lo xanax sdraiato accanto al lexotan, il valium messo in verticale …Si era visto nell’atto di aprire tutte le confezioni e trangugiare più pastiglie possibili. Non aveva idea del modo in cui sarebbe morto, ma era certo che quello sarebbe stato il risultato.
Era rimasto lì almeno un’ora, fermo, con lo sguardo perso nel vuoto; poi, il suono del cellulare lo aveva riportato alla realtà.
La valigetta, ora, se ne stava appoggiata contro alla portiera destra, come a volergli stare ben lontana.
Era davvero questa la vita che voleva? Sì, la famiglia, la casa, il lavoro. Sì, era quello ciò che desiderava, ma erano Sandra e Franco a non entrare in quel quadretto.
Sandra non era più la dolce mogliettina che aveva sposato. Si era persa e da tempo non camminavano più sullo stesso sentiero.
Lei voleva solo delle cose, credeva nella felicità effimera del denaro, perché non vedeva altro a cui aggrapparsi. Insoddisfatta della propria vita, di sé, aveva rivolto il cuore verso desideri futili.
Franco, ragazzino, era cresciuto credendo nella sostituzione dell’amore, dell’amicizia, della felicità con ciò che si possiede. Ogni volta che riusciva a barattarli con qualcosa ottenuto dallo sborso del portafogli, scontento cercava altro ancora, credendo che l’ oggetto successivo avrebbe fatto la differenza.
Ma lui, Leonardo, in cosa credeva? Si passò una mano sul volto stanco, non disposto ad arrendersi alle lacrime che pretendevano di uscire.
Lui era quella bolla di sapone che si sentiva crescere al centro del petto, proprio sopra l’anticamera dello stomaco. Lui era un’anima semplice, una stretta di mano, un bacio, uno sguardo genuino. Camminava nelle vie con gli occhi pronti a cogliere il luccichio portafortuna di un centesimo perso, con l’orecchio teso a sentire la corsa di piedini, i calci a un pallone. Le campane che dondolando cantavano dalla cime di un campanile. Era la mano sulla testa di un cane e una moneta lasciata cadere nel cappello lercio di un mendicante.
Sandra e Franco non credevano in nulla di tutto ciò. Lo prendevano in giro, additandolo come l’idiota, il perdente, il debole.
Si mosse a disagio sul sedile inclinato. Lui per tutti quegli anni lo aveva creduto. Li aveva assecondati nascondendosi. Ma non era lui quello che doveva vergognarsi, lui era … un uomo: l’uomo di neve.
Sbattendo gli occhi guardò fuori dal finestrino alla sua sinistra, ma anch’esso era ormai completamente bianco. Leonardo lo abbassò un poco e la neve scivolò a terra senza rumore.
C’era così tanto silenzio, seppure ovunque ci fosse il movimento dei fiocchi che cadevano, degli alberi che si scrollavano come cani; era come se in quell’angolo di mondo si fosse fermato il tempo.
A Leonardo parve di essere nell’intimo di un grembo materno, pronto e rinascere un’altra volta.
L’uomo di neve … Sandra gli aveva detto che somigliava al pupazzo che Franco stava modellando insieme agli altri ragazzi. E perché no? Era l’immagine di un uomo all’apparenza fragile, che il minimo soffio di vento pareva storcere a proprio piacimento. Ma se ti avvicinavi, al di là del naso buffo a carota e la sciarpa vecchia a dividere il tronco dalla testa tonda, notavi gli occhi che dai bottoni volevano dirti qualcosa, oltre che alla stazza compatta.
Gli esseri umani non sono solo apparenza, sono l’insieme di emozioni e parole e conoscenza che arrivano dal di dentro. L’uomo è vero nel momento in cui si apre e offre il panorama inverso che lo riempie.
Leonardo si fissò nello specchietto retrovisore: il taglio sopra il sopracciglio si era rimarginato e pareva la testimonianza della guerra interiore che si era svolta dentro di lui. L’uomo di neve aveva ottenuto la sua medaglia e già se l’era appuntata al petto, di fianco alla stola di sciarpa usata.
Cominciava a fare freddo e la luce andava scemando. Ancora nessuno era transitato e visto la condizione della strada, era probabile che tutti avessero desistito.
Tolse la cartina stradale dal cruscotto, calcolando pressappoco dove si trovasse arenato. C’era meno strada dall’auto al paese dal quale era partito, che dalla sua posizione al paese sottostante. Doveva tornare indietro.
Lasciò il riparo dell’auto, dal portabagagli raccolse un vecchio ombrello nero. Guardandosi con sconforto le scarpe basse, si incamminò sulla via in salita.
A mano a mano che procedeva, avanzando sul manto fresco e farinoso, affondandovi fino ai polpacci, gli parve che quei pon pon che gli cadevano addosso leggeri, avessero su di lui un effetto benefico: come se gli stessero dissalando le ferite.
Un movimento attrasse la sua attenzione, si fermò e scrutò il margine della strada: il capriolo che per poco non aveva investito lo osservava da un cumulo che si era depositato sotto a un pino.
Leonardo gli sorrise: “Ciao, come te la passi?”
Con sua sorpresa vide che non era solo: da dietro le sue spalle si fecero avanti due cuccioli dalle zampe esili, che lo guardarono con curiosità.
“Hai davvero una bella famiglia, signora”.
L’animale sollevò il capo come a volerlo ringraziare di avergli risparmiato la vita o magari per mandargli un saluto; sollecitò col muso la prole e in breve scomparvero all’interno del bosco.
Leonardo riprese la salita, felice come non si sentiva da secoli. Era come se fosse pieno di una gioia che non si limitasse a veleggiare all’interno della bolla di sapone, ma che, avendone fatte scoppiare le pareti iridescenti, gli si fosse adagiata in ogni spazio libero.
Era contento di aver cappottato, di non aver ucciso quella madre, condannando di conseguenza a morte i suoi cuccioli. Ed era soddisfatto della sua nuova pelle bianca di uomo rinato.
In quell’attimo, fra la tormenta, il gelo, i secondi che parevano scanditi dall’appoggio silenzioso di angeli paracadutisti, decise cosa fare della propria vita e anche dove avrebbe trascorso il Natale.
Da sotto l’ombrello guardò la salita che aveva di fronte e l’affrontò con un sorriso stampato sulla faccia.

L’UOMO DI NEVE

Uscendo dall’ultimo studio medico che aveva in agenda, Leonardo si strinse bene la sciarpa intorno al collo. Dal cielo cadevano dei fiocchi di neve, dondolando giù da nuvole basse e scure.
Una folata d’aria gelida gliene sbatté alcuni sulla faccia, facendogli lacrimare gli occhi.
Faceva il rappresentante in una ditta farmaceutica, sempre in giro per studi medici con la valigetta piena di fogli e farmaci in omaggio. Fra vecchie signore ipertese, malati scatarranti e bambini con gli occhi lucidi per la febbre, ma comunque pestiferi.
Leonardo era un cinquantenne allampanato, col naso adunco nel viso magro e scavato. I primi capelli grigi a rigargli le tempie; su di lui non avevano alcun effetto da bel tenebroso, erano solo striature che lo facevano apparire per quello che era: un uomo di mezza età.
Inserì la chiave nella serratura della portiera e, come al solito, ci volle qualche bestemmia per farla aprire. Già, sua moglie voleva la macchina nuova. Era il desiderio ultimo della sua famiglia: il figlio trentenne che ancora stava con loro, senza nessuna speranza che se ne andasse presto, gli aveva chiesto un contributo per l’acquisto di una moto di grossa cilindrata. “Papà devo assolutamente averla”.
Sandra, sua moglie, gli ricordava un giorno sì e quello dopo anche che avevano bisogno di un’auto nuova, magari di una cilindrata superiore a quella dei vicini che, ne era convinta, la parcheggiavano in cortile solo per esibirla e fare un dispetto a loro.
Leonardo salì in macchina, accasciandosi dietro al volante con un gran sospiro che si materializzò come un fumetto bianco; scontrandosi col vetro anteriore ghiacciato, lo appannò per un breve attimo prima di sparire.
Appoggiò la valigetta sul sedile di fianco al suo, perché su quello posteriore giaceva in posizione supina un albero di natale sintetico, pronto per farsi carico di palline e luci colorate.
Ci mancava anche il natale e tutta la sua falsa allegria. Se Franco non avesse trovato sotto l’albero (diciamo di fianco visto la bassezza dell’abete), la sua moto “assolutamente”, avrebbe rifiutato qualsiasi altro regalo. Misurando il suo amore paterno in base all’entità del dono e, lo stesso, sarebbe stato il comportamento di Sandra.
Così, per guadagnare qualche spicciolo in più, si era offerto al posto di un collega di recarsi a quell’appuntamento per consegnare una scatola di vaccini anti influenzali, in quel paesino sperduto fra le montagne. Duecento abitanti e pareva che tutto lo stramaledetto paese avesse deciso di dichiarare guerra all’influenza.
Leonardo sbuffò di nuovo, nemmeno il raffreddore si sarebbe disturbato a raggiungere quel posto in quelle condizioni!
Mise in moto e uscì in retromarcia dal parcheggio. Certo, il suo collega lo aveva ringraziato in modo esagerato, poco ci mancava che si mettesse ginocchioni a sbavargli sulle scarpe! Quando quella mattina era partito e si era reso conto della condizione della strada che, a mano a mano che saliva si faceva sempre più stretta per via dei cumuli di neve che la fiancheggiavano, aveva compreso anche il sorriso esagerato dell’altro mentre si sperticava in acrobatici salamelecchi.
L’uomo aveva pranzato in una trattoria due paesi sotto; poi, gironzolando in attesa dell’orario del suo appuntamento, aveva scorto in un negozietto un piccolo albero che avrebbe fatto al caso loro: né troppo alto, né troppo piccolo.
Avviò i tergicristalli che cominciarono a levare la neve che infarinava la visuale e procedette con cautela lungo la strada sempre più bianca.
Accese la radio per avere un po’ di compagnia e tentò anche di intonare un paio di note, cantando un vecchio successo dei Pooh.
Il bosco innevato accompagnava la sua discesa e, ben presto, si rese necessario mettere le catene alle ruote.
Accostò, accendendo le quattro frecce, sperando che chi fosse giunto dietro di lui avrebbe scorto il loro misero lampeggio; ci mancava altro che lo tamponassero!
Ormai quella che pareva una normale nevicata si stava rivelando una tormenta di neve. I fiocchi scendevano rapidi e compatti, in una sequenza tattica, quasi militare.
Tolse le catene dal portabagagli e si accinse a montarle intorno le ruote.
Dalla curva in basso arrivò il rumore forte di un trattore, Leonardo riuscì a individuarne la sagoma solo quando fu a pochi metri di distanza.
“Tutto bene, amico?” Domandò il conducente del mezzo, un vecchio trattore sputacchiante che, dai pochi rimasugli di vernice superstite, raccontava la sua storia di quando era stato un bolide verde prato.
“Sì, grazie”.
“Auguri!”
“Auguri anche a lei”, rispose Leonardo, rivolgendosi al volto nascosto quasi del tutto da un berretto di lana.
Prima di rientrare nell’auto dovette scrollarsi di dosso la neve che lo aveva preso d’assalto. Lo stupiva sempre la genuina cortesia della gente di montagna. L’onestà di un semplice saluto e le due parole scambiate che ancora ti facevano sentire membro di una comunità.
Ripartì, adeguandosi al sali e scendi rumoroso della macchina che rotolava sopra le catene.
Il cellulare si mise a suonare, spandendo per l’abitacolo una musica latino americana, Leonardo se lo portò all’orecchio, tanto non c’era pericolo di incontrare un vigile.
“Dove sei?” Era Sandra.
“Sono appena partito. Qui sta nevicando di brutto, ho dovuto montare le catene da neve”.
“Vedi di non fare un incidente, imbranato come sei”.
Silenzio. Dopo aver dispensato la sua ennesima perla di saggezza, gli aveva semplicemente tolto la possibilità di replicare chiudendo la comunicazione.
Non che lui avesse avuto l’intenzione di ribattere, era stanco di risponderle, di cercare di farla ragionare.
Sandra apriva bocca e da essa ne faceva uscire tutta la sua insoddisfazione, la sua rabbia, la sua incapacità a cambiare.
Il cellulare emise un bip di sconforto e si spense, scarico.
Leonardo lo appoggiò sul sedile di fianco, lo avrebbe ricaricato attaccandolo all’accendisigari quando fosse uscito da quella tormenta, era impensabile chinarsi a cercare il cavo in quelle condizioni.
I fari accesi scandagliavano il bianco che avevano di fronte demoralizzati. Sembravano solo due nastri gialli che cercassero di aprirsi un varco attraverso un muro mobile di un nitore accecante.
Sandra … si erano sposati trent’anni prima. Lei, bellissima nell’abito bianco, camminava verso l’altare al braccio del padre, mentre l’altra mano posava lieve sul grembo a proteggere il loro dolce segreto.
Lui era fermo vicino all’altare, sentendosi fremere, vibrante come un lungo diapason.
La mano di lei, inguantata, lo aveva sfiorato e davanti al prete si erano giurati amore e solidarietà.
Era convinto, allora, di aver compiuto l’impresa più importante della sua vita. Tutto ciò che desiderava era fare felice la sua donna, crescere il loro bambino e assicurare loro tutto il necessario.
La macchina sbandò leggermente aggirando un tornante e Leonardo si aggrappò al volante con più forza. Faticava a vedere la strada, gli pareva di essere sospeso nel nulla, con milioni di fiocchi a piovergli addosso da ogni dove. Parevano tante rose bianche pronte a sbocciare nell’impatto col vetro.
Non avrebbe dovuto venire; avrebbe dovuto guardare altrove, mettendosi le mani in tasca, fischiettando una melodia improvvisata, anziché offrirsi volontario al posto del suo collega. Ma aveva pensato ai soldi in più a fine mese, alle ferie natalizie vicine che lo avrebbero compensato di quell’ultimo viaggio.
Si spiò gli occhi nello specchietto retrovisore: sì, non da ultimo c’era il fatto che lui fosse Leonardo, quello sempre disponibile, consenziente, paziente … ente! Ecco! Se c’era un termine nuovo da coniare apposta per la sua accondiscendenza era ente. “Tu sei un ente!” Come pezzente, deficiente, niente.
E niente era quello che pensava Sandra che lui fosse. Oh, si fosse limitata solo a pensarlo, era ciò che gli ripeteva ogni giorno da, quanto ormai? Un anno? Due? Una vocina gli bisbigliò all’orecchio: “Diciassette”. Un numero scaramantico che funestamente risvegliava tutti i brutti pensieri.
Leonardo si era costruito la propria felicità: la famiglia, la casa dapprima in affitto, per poi acquistarne una di proprietà. Il suo lavoro e, la sera, una moglie carina da cui tornare. Questo era tutto ciò che desiderava dalla vita e tutto stava andando alla grande.
Lo pensava anche quella sera che era tornato a casa un po’ imbarazzato per una vistosa macchia di caffè sulla camicia. Sandra gli avrebbe rimproverato la sua sbadataggine, forse tipica degli uomini alti e magri come lui; un po’ goffi e ingobbiti, quasi non riuscissero mai a totalizzare un conto preciso con le proprie dimensioni.
Nevicava e Franco era fuori con degli amici a finire un pupazzo di neve. Sandra era seduta davanti al televisore acceso, sferruzzando a maglia una sciarpa per il loro figliolo tredicenne.
“Ciao, oggi …”
“Sono stanca!”
Leonardo si era fermato a osservarle le mani che agitavano gli aghi come ali impazzite, scevre da piume.
“Io non ce la faccio più”.
“Spiegati meglio”.
“Sei tu! Ma guardati! Torni a casa, ti dico che sono stanca e te ne resti lì come un idiota”.
“Amore, io…”
“Amore un corno!” E qui era esplosa. Ciò che era rinato sopra le macerie era una donna che lui non capiva più.
Disse che lo aveva tradito, perché lui era troppo buono. Così calmo, sempre a pensare alla famiglia. Non vedeva come vivevano gli altri? Pensavano in grande gli altri: alla macchina, ai viaggi, avevano vestiti firmati. Lei voleva vivere.
Leonardo era sopravvissuto a quella scenata in qualche modo, anche se ne era uscito malmesso. Non aveva più sentito nulla dopo le prime parole: lo aveva tradito. I dati del problema che lei gli aveva esposto non servivano a trovare la soluzione e lui restava davanti a una lavagna nera ad accorciare i gessetti in conti inutili.
Un pino coi rami sporgenti sopra la strada si liberò le braccia del carico niveo, con un colpo sordo cascò tutto addosso all’auto di Leonardo che vi transitava sotto.
L’uomo ebbe un sussulto e la macchina compì mezzo giro, fermandosi di traverso sulla strada.
Col cuore che pareva aver intrapreso l’ascesa verso la sua gola, Leonardo riportò il muso dell’auto nella giusta direzione e riprese il cammino.
“Lo vedi quel pupazzo di neve, là fuori? Ha più spina dorsale di te”. Erano state le ultime parole di Sandra di quella famosa sera.
Leonardo aveva pianto molto, sempre di nascosto perché non voleva che Sandra pensasse che lui fosse un debole. Scoprì più tardi che il tradimento era stata un’invenzione per ferirlo, per farlo reagire. L’avrebbe perdonata anche se fosse stato vero. Lui l’amava.
Quei diciassette anni erano trascorsi fra alti e bassi, proprio come il monotono rotolio delle catene sotto di lui. Lei che diceva di volersene andare e preparava anche le valigie, qualche volta. Poi, usciva e alla sera rincasava, preparando la cena come se niente fosse accaduto.
Franco era cresciuto assistendo a molti dei loro litigi, troppi. Aveva un carattere fragile, confuso … indefinito. Allettato dalle idee della madre, convinto in cuor suo che il padre fosse una smidollato, che non sapeva fare nulla di buono per loro.
Per un momento Leonardo non vide più la strada, non per l’intensità della nevicata, ma perché gli occhi gli si riempirono di vecchie lacrime che sapevano di stantio. Quando sbatté le palpebre e le lacrime caddero sul viso scavato, davanti al muso della macchina scorse un corpo marrone e due occhioni che lo fissavano spaventati.
D’impulso frenò e la macchina rinunciò alla sua guida e si impadronì di vita propria.
Sbandando girò alcune volte su se stessa, per poi cadere di fianco in un fosso a lato della strada. Fermò la sua corsa con le ruote sinistre sulla strada e quelle di destra un mezzo metro più in basso.
Leonardo riaprì gli occhi, non si era nemmeno accorto di averli stretti per la paura. Allo specchietto retrovisore studiò il proprio viso impallidito da parere senza colore come la neve. Sul sopracciglio destro si era aperto un taglietto che sanguinava debolmente, doveva avere sbattuto la testa contro il vetro.
Il cerbiatto si avvicinò con circospezione ad annusare quella scatola che per poco non gli era piombata addosso. Con una scrollata d’orecchie si volse e sparì nel muro nevoso.
Leonardo strinse le mani sul volante. “Perfetto!” La sua voce echeggiò stridula all’interno dell’abitacolo. Gli pareva già di sentire i rimproveri di Sandra: “Sei un’idiota. Dovevi tirarlo sotto quel bastardo, era solo un dannato capriolo, buono solo da fare con la polenta”.
Ma Sandra non aveva guardato nei suoi occhi pieni di paura. Era un essere vivente e lui non si sarebbe mai perdonato se non avesse fatto tutto il possibile per salvarlo.
Ecco cosa mancava a Sandra: la sorpresa. A lui capitava, camminando, di intuire un volo sopra al capo e sapeva alzare gli occhi al cielo, per sorprendere il viaggio di un uccello. Lei non riusciva a sentire nemmeno il dolore di chi le stava vicino. Mancava d’udito, di quella attenzione interiore che ti fa meravigliare dello sboccio di un fiore e ti fa battere il cuore d’emozione nel comprendere che quello spettacolo sta accadendo per te, come per chiunque voglia osservarlo.
Pensò d’aver battuto troppo forte la testa, non si era mai fermato a riflettere su queste sensazioni che facevano parte di lui.
Forse era la neve, la solitudine, lo spavento. L’aver guardato in quegli occhi castani ed essersi ritrovato in essi.
Aprì la portiera e una secchiata di neve si riversò nell’auto inclinata.
Uscì fuori, con le mani sui fianchi valutò la situazione: la macchina se ne stava sdraiata nel fosso, ben affondata nella neve e non c’era nessuna possibilità di far leva su qualcosa per farla uscire. L’unica soluzione era chiamare il carro attrezzi che, sia per le condizioni meteorologiche che per la distanza dalla prima cittadina situata ai piedi della montagna, ci avrebbe impiegato una vita a raggiungerlo.
Leonardo si passò una mano fra i capelli, togliendosi la neve dal capo. Si risedette in auto e prese il cellulare che era rotolato sul tappetino, per chiamare i soccorsi. Solo in quel momento si ricordò che si era scaricato durante la telefonata di Sandra. Cercò lo spinotto e lo attaccò. Nell’attesa che succhiasse energia dalla batteria, mise in moto la macchina per far circolare un poco l’aria del riscaldamento. L’auto non dette segni di vita, evidentemente nell’urto si era danneggiato ben altro che la carrozzeria.
Aspettò alcuni minuti e provò a telefonare, per scoprire che pure quel maledetto aggeggio lo aveva abbandonato.
“Ok, stiamo calmi”. Si disse. Parlare ad alta voce lo mise a disagio, gli pareva di stare in una camera imbottita a dichiararsi Napoleone.
Non poteva muovere l’auto e non poteva chiamare i soccorsi … ma prima o poi qualcuno sarebbe transitato. Non gli restava altro da fare che starsene buono buono ad attendere. Per ora l’abitacolo era ancora caldo e anche se non era comodissimo starsene lì in bilico, era sempre meglio che congelare sotto quella nevicata che pareva scendere e accucciarsi a tener ferma la terra.
Dal vetro vedeva la strada, gli alberi colmi di bianco e un triangolo di cielo incolore. Ben presto la precipitazione gli tolse la visuale, ricoprendo tutto il vetro.
Leonardo osservò quei gelidi asterischi che si compattavano, schiacciandosi a vicenda.
A ben pensarci non aveva una gran voglia di tornare a casa, di passare il Natale con la sua famiglia, fingendo che tutto andasse bene.
Erano anni che fingeva una gioia che non possedeva e che voltava lo sguardo altrove quando la moglie dava in escandescenze come e quando meglio credeva. Leonardo abbassava lo sguardo sperando che non si notasse il rossore sulle sue guance per quei momenti sempre più frequenti in cui Sandra perdeva il controllo, facendo la matta. Perché erano scene preparate a tavolino, per attirare l’attenzione, per commuovere, per comunicare … Leonardo ormai non lo sapeva più.
Ma cosa stava pensando? Lui amava la sua famiglia …o forse anche quello era stato tanto tempo fa.
Gli si presentò alla mente un fatto: una sera in cui si era fermato in un autogrill, con le luci del ristorante e del negozio a tingergli la faccia di vari colori, attraverso il vetro. Aveva avvertito forte l’impulso di fermarsi; di spegnere il motore e prendersi la valigetta posandosela sulle ginocchia. Dentro c’erano diversi campioni di vari psicofarmaci, li vedeva anche senza dover aprire la valigetta: lo xanax sdraiato accanto al lexotan, il valium messo in verticale …Si era visto nell’atto di aprire tutte le confezioni e trangugiare più pastiglie possibili. Non aveva idea del modo in cui sarebbe morto, ma era certo che quello sarebbe stato il risultato.
Era rimasto lì almeno un’ora, fermo, con lo sguardo perso nel vuoto; poi, il suono del cellulare lo aveva riportato alla realtà.
La valigetta, ora, se ne stava appoggiata contro alla portiera destra, come a volergli stare ben lontana.
Era davvero questa la vita che voleva? Sì, la famiglia, la casa, il lavoro. Sì, era quello ciò che desiderava, ma erano Sandra e Franco a non entrare in quel quadretto.
Sandra non era più la dolce mogliettina che aveva sposato. Si era persa e da tempo non camminavano più sullo stesso sentiero.
Lei voleva solo delle cose, credeva nella felicità effimera del denaro, perché non vedeva altro a cui aggrapparsi. Insoddisfatta della propria vita, di sé, aveva rivolto il cuore verso desideri futili.
Franco, ragazzino, era cresciuto credendo nella sostituzione dell’amore, dell’amicizia, della felicità con ciò che si possiede. Ogni volta che riusciva a barattarli con qualcosa ottenuto dallo sborso del portafogli, scontento cercava altro ancora, credendo che l’ oggetto successivo avrebbe fatto la differenza.
Ma lui, Leonardo, in cosa credeva? Si passò una mano sul volto stanco, non disposto ad arrendersi alle lacrime che pretendevano di uscire.
Lui era quella bolla di sapone che si sentiva crescere al centro del petto, proprio sopra l’anticamera dello stomaco. Lui era un’anima semplice, una stretta di mano, un bacio, uno sguardo genuino. Camminava nelle vie con gli occhi pronti a cogliere il luccichio portafortuna di un centesimo perso, con l’orecchio teso a sentire la corsa di piedini, i calci a un pallone. Le campane che dondolando cantavano dalla cime di un campanile. Era la mano sulla testa di un cane e una moneta lasciata cadere nel cappello lercio di un mendicante.
Sandra e Franco non credevano in nulla di tutto ciò. Lo prendevano in giro, additandolo come l’idiota, il perdente, il debole.
Si mosse a disagio sul sedile inclinato. Lui per tutti quegli anni lo aveva creduto. Li aveva assecondati nascondendosi. Ma non era lui quello che doveva vergognarsi, lui era … un uomo: l’uomo di neve.
Sbattendo gli occhi guardò fuori dal finestrino alla sua sinistra, ma anch’esso era ormai completamente bianco. Leonardo lo abbassò un poco e la neve scivolò a terra senza rumore.
C’era così tanto silenzio, seppure ovunque ci fosse il movimento dei fiocchi che cadevano, degli alberi che si scrollavano come cani; era come se in quell’angolo di mondo si fosse fermato il tempo.
A Leonardo parve di essere nell’intimo di un grembo materno, pronto e rinascere un’altra volta.
L’uomo di neve … Sandra gli aveva detto che somigliava al pupazzo che Franco stava modellando insieme agli altri ragazzi. E perché no? Era l’immagine di un uomo all’apparenza fragile, che il minimo soffio di vento pareva storcere a proprio piacimento. Ma se ti avvicinavi, al di là del naso buffo a carota e la sciarpa vecchia a dividere il tronco dalla testa tonda, notavi gli occhi che dai bottoni volevano dirti qualcosa, oltre che alla stazza compatta.
Gli esseri umani non sono solo apparenza, sono l’insieme di emozioni e parole e conoscenza che arrivano dal di dentro. L’uomo è vero nel momento in cui si apre e offre il panorama inverso che lo riempie.
Leonardo si fissò nello specchietto retrovisore: il taglio sopra il sopracciglio si era rimarginato e pareva la testimonianza della guerra interiore che si era svolta dentro di lui. L’uomo di neve aveva ottenuto la sua medaglia e già se l’era appuntata al petto, di fianco alla stola di sciarpa usata.
Cominciava a fare freddo e la luce andava scemando. Ancora nessuno era transitato e visto la condizione della strada, era probabile che tutti avessero desistito.
Tolse la cartina stradale dal cruscotto, calcolando pressappoco dove si trovasse arenato. C’era meno strada dall’auto al paese dal quale era partito, che dalla sua posizione al paese sottostante. Doveva tornare indietro.
Lasciò il riparo dell’auto, dal portabagagli raccolse un vecchio ombrello nero. Guardandosi con sconforto le scarpe basse, si incamminò sulla via in salita.
A mano a mano che procedeva, avanzando sul manto fresco e farinoso, affondandovi fino ai polpacci, gli parve che quei pon pon che gli cadevano addosso leggeri, avessero su di lui un effetto benefico: come se gli stessero dissalando le ferite.
Un movimento attrasse la sua attenzione, si fermò e scrutò il margine della strada: il capriolo che per poco non aveva investito lo osservava da un cumulo che si era depositato sotto a un pino.
Leonardo gli sorrise: “Ciao, come te la passi?”
Con sua sorpresa vide che non era solo: da dietro le sue spalle si fecero avanti due cuccioli dalle zampe esili, che lo guardarono con curiosità.
“Hai davvero una bella famiglia, signora”.
L’animale sollevò il capo come a volerlo ringraziare di avergli risparmiato la vita o magari per mandargli un saluto; sollecitò col muso la prole e in breve scomparvero all’interno del bosco.
Leonardo riprese la salita, felice come non si sentiva da secoli. Era come se fosse pieno di una gioia che non si limitasse a veleggiare all’interno della bolla di sapone, ma che, avendone fatte scoppiare le pareti iridescenti, gli si fosse adagiata in ogni spazio libero.
Era contento di aver cappottato, di non aver ucciso quella madre, condannando di conseguenza a morte i suoi cuccioli. Ed era soddisfatto della sua nuova pelle bianca di uomo rinato.
In quell’attimo, fra la tormenta, il gelo, i secondi che parevano scanditi dall’appoggio silenzioso di angeli paracadutisti, decise cosa fare della propria vita e anche dove avrebbe trascorso il Natale.
Da sotto l’ombrello guardò la salita che aveva di fronte e l’affrontò con un sorriso stampato sulla faccia.

© Miriam Ballerini



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