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di Salvo Ferlazzo
Pubblicato su PB15



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La sveglia suonò alle quattro in punto.
Aldo doveva sbrigarsi se voleva fare in tempo per raggiungere il posto dell’appuntamento.
Si lavò in fretta, indossò un paio di pantaloni pesanti, un maglione di lana a collo alto.
Uscendo dalla sua stanza, gettò uno sguardo sul poster che ricopriva in parte la parete di fronte al suo letto: vi era raffigurato uno splendido di esemplare di aquila in volo.
Si chiuse la porta alle spalle, e si diresse verso la cucina, dove si preparò una buona colazione.
“Ecco”, pensò,” il vantaggio di vivere da solo! Puoi alzarti quando vuoi, fare quello che vuoi senza disturbare nessuno”.
Sedette di fronte la finestra. Fuori era ancora buio. Solo verso est, un impercettibile chiarore preannunciava il giorno imminente. Sul vetro scuro, osservava il suo viso.
Capelli scuri, occhi anch’essi scuri, penetranti, che esprimevano coraggio, forza, sempre in movimento.
Si guardò a lungo. Il vetro gli rimandava uno sguardo che andava oltre l’ombra che la sua figura proiettava sul tavolo, sul pavimento. Allungò il collo, come fanno gli uccelli per annusare l’aria, seguendo con gli occhi il profilo del suo viso, come se fosse quello di una radura, dove si nascondeva la preda.
Terminò la colazione, e si diresse verso l’uscita. Indossò l’eskimo verde, un berretto di lana marrone, prese il bastone da montagna, la sacca con la macchina fotografica e uscì.
“Aquila”, nome comune degli Uccelli Accipitridi dei generi Aquila. La più nota è l’Aquila reale (aquila chrisaetus), che vive nell’Europa e nell’Italia del nord.
Per Aldo, l’incontro con il professore di zoologia, quel giorno all’Università, era stato il segnale per una nuova partenza. Aveva iniziato, così, lo studio degli animali, e in particolare degli uccelli, con una spiccata predilezione per i rapaci, l’aquila in special modo.
Quella definizione gli ronzava in testa, incessantemente, tanto che aveva scelto come tesi di laurea, la vita di questi rapaci, le loro abitudini, quelle caratteristiche che li fanno diversi dagli altri uccelli.
Gli occorrevano delle fotografie; e così, chiedendo un po’ in giro, era venuto a sapere che era possibile fotografare le aquile in volo.
Il posto si trovava nei pressi di una rocca le cui pareti erano l’ideale perché le aquile vi potessero nidificare. Uno strapiombo di oltre duecento metri: in cima il rifugio, irraggiungibile, del nido dell’aquila.
Per questo era diventato amico di un montanaro, Ugo, del quale aveva vinto la diffidenza. Con lui, un giorno, era andato a vedere quella montagna immobile nella nebbia del mattino. Così aveva deciso di scalarla lungo un sentiero relativamente agevole.
Si era quasi in primavera. In compagnia del suo amico era giunto alle pendici del monte, verso il quale alzarono lo sguardo, sperando di scorgere l’elegante volo di un’aquila.
“ Sarà ancora nel nido; tra non molto inizierà a cacciare”, disse Ugo con voce profonda.
“ Già, lo credo anch’io”, rispose Aldo.
Cominciarono ad arrampicarsi. La vallata sotto, diventava sempre più piccola. Un grosso albero piuttosto alto, suscitò la curiosità di Aldo.
“ Potrebbe essere stato un nido”, pensò. Guardò meglio la cima. In effetti c’erano i resti di un nido, non molto grande, in verità. Al contrario di quelli grandi, questo non doveva essere stato usato per diversi anni di seguito.
Il sole obliquo, illuminò per un attimo le due figure impegnate nello sforzo di una ascensione quasi catartica.
Ugo aveva il viso paonazzo per lo sforzo; la giovane età di Aldo, gli permetteva di arrampicarsi con una certa agilità. “ Io mi fermo qua”, disse Ugo. “ Segui sempre questo sentiero. Non ti porterà al nido, ma ci andrai molto vicino”, continuò mentre si appoggiava con le spalle ad un frondoso abete.
“ Bene. Mi aspetterete qua?”, domandò Aldo. “ Certamente. Ora vai e …buona caccia!”.
Aldo ringraziò e riprese ad arrampicarsi. Il sole, alle sue spalle, allungava a dismisura la sua ombra, che furtivamente si insinuava tra gli alberi, ancora pieni del silenzio della notte.
Ancora qualche centinaio di metri e si sarebbe trovato allo scoperto: alla sua sinistra si stagliava, imprendibile, la parete ramata della montagna. Il nido era fra quelle rocce.
“ Se potessi avere le ali!”, pensò. Ma l’uomo non è fatto per volare; il volo è degli uccelli perché loro è la vertigine dell’altezza, la conoscenza piena dell’elemento”aria”.
Aldo amava tutti gli animali; in particolare gli uccelli, e fra questi, l’aquila era la sua prediletta.
Come l’aquila, Aldo era uno spirito libero, ribelle ad ogni imposizione. Gli piaceva spaziare con la mente. Fra i suoi amici era considerato come quello che al momento giusto riesce a cogliere gli aspetti più nascosti delle questioni, magari ricucendo uno strappo, trovando un elemento comune che mettesse tutti d’accordo. Proprio come l’aquila: un volteggio, poi due, e poi un altro ancora, e infine giù in picchiata.
La fatica cominciava a farsi sentire. Aldo guardò davanti a sé; il posto era là, ancora uno sforzo e avrebbe scattato le più belle foto della sua collezione.
Improvvisamente un grido lacerò l’aria e il silenzio intorno. Aldo si fermò, smise perfino di respirare. Si acquattò, tirò fuori la sua macchina fotografica e cominciò a scrutare dal suo mirino la montagna.
Ad un tratto si bloccò; eccola! Ecco l’aquila che volteggiava sopra di lui.
Il suo volo era perfetto. Le penne remiganti e la coda rispondevano, perfettamente, come se già sapessero quale fosse il loro compito.
Un cerchio, poi un altro. L’aquila, un bell’esemplare maschio, osservava ruotando appena la testa, il terreno sottostante. Era consapevole che la sua natura, la sua vera natura, viveva dovunque, nello spazio e nel tempo, dappertutto.
Aldo scattava le sue foto. L’aquila gridò, ancora una volta; poi alla velocità del pensiero si tuffò verso il basso. Aldo fu pronto e continuò a scattare, poi non la vide più.
Rimase così, senza dire una parola. Si alzò guardando verso il sole e gridò.
La sua ombra, dietro, aveva aperto le ali.

© Salvo Ferlazzo



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