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Ritorno al presente
di Giancarlo Bonifazi
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Il Commissario Paciucci rilesse l’informativa, completa di referto medico, sul caso dello “smemorato di Ladispoli” che era stato rintracciato mentre vagava sulla spiaggia senza documenti e senza memoria, perduta chissà quando e chissà dove. Alla fine scosse la testa. Abbozzò anche una smorfia. Quella storia gli stava dando un bel po’ di pensieri e non tutti rientravano nella normalità del suo lavoro. Lui, fuori della routine non si sentiva mai del tutto a suo agio.
Che voleva dire “perdere la memoria”? Come poteva accadere una cosa così e perché, ad un certo punto, chicchessia non riusciva più a ricordarsi neanche chi fosse? Riteneva il tutto molto irregolare. Pensò che poteva accadere a chiunque. Anche a lui. Un bel giorno avrebbe potuto svegliarsi con la mente sgombra, leggera e inconsistente. Così tanto da non ricordarsi nemmeno dove fosse casa sua. E quel nome e quel cognome, Aldo Paciucci, che si portava appresso da quando era nato, neanche gli sarebbe venuto alla mente per quanto frugasse nella sua memoria rimasta senza appigli.
Quest’idea lo stava mettendo in crisi. Era abituato alla solidità delle investigazioni, alla ricerca delle prove concrete e sapeva escludere ogni altra complicazione che non provenisse dalla Scientifica o dalle capacità del suo cervello perfettamente affidabile. Lui aveva una mente solida che poteva contare su molte certezze e non concepiva la possibilità di perderle. Altrimenti, ma cosa sarebbe rimasto di lui? Non gli sembrava proprio possibile. Di fronte all’evidenza dei fatti, però, dovette concludere, sconsolato che, tutto sommato, lui era il Commissario Aldo Paciucci fino ad un certo punto. Lo era relativamente. Fino a che il cervello fosse stato in grado di ricordarglielo. E, dunque, se doveva ritenersi un precario anche dentro sé stesso, tolto lui, cosa c’era oltre alla sua mente? Scacciò via un brivido e andò a prendersi un caffè al bar interno.
Quando tornò nel suo ufficiò vi trovò il maresciallo Bischetti che, seduto di fronte alla scrivania, lo stava aspettando con delle carte tra le mani. Il Commissario capì al volo che c’era qualche novità. Che quel tale avesse ritrovato la memoria? Macché. Era solo il nuovo bollettino dell’ospedale. I medici erano andati avanti nel loro lavoro ma non avevano trovato la chiave dell’enigma.
Il maresciallo iniziò a leggere il nuovo referto.
“Il paziente è stato sottoposto ad un ulteriore esame… neurologico e neuroradiologico…”, il maresciallo esitò su questa parola che gli era sembrata grave e si fermò per guardare interrogativamente il Commissario.
“Marescià, vada avanti che ancora non è successo niente.”
“All’esame…avult…(?)..”
“Avult? Che cos’è questo avult?”
“E qui c’è scritto così: a-v-l-t. Avult.”
“Ma quello è inglese. E’ una sigla in inglese.”
“Ah! E’ inglese? E non me n’ero accorto.”
Il maresciallo si aggiustò gli occhiali e riprese a leggere con una voce tutta arrotata.
“El pesient sbeglieiv càmplitment el càmpitu…”
“Marescià, qui non si capisce niente. Ma che sta dicendo?”
Il maresciallo Bischetti lasciò cadere le braccia e prese un’aria offesa.
“Ma sto leggendo in inglese.”
“Ma perché il referto è scritto in inglese? Possibile?”
“No a me sembra italiano ma me lo ha detto lei che è in inglese.”
“Ma la sigla è inglese, il resto sarà in italiano. Marescià, abbia pazienza, ma che ha stamattina?”
“E’ in italiano allora! Lo dicevo io.”
Il Commissario si prese la testa fra le mani.
“Marescià, non ho voglia di leggere ‘sta nota. Me la riferisca con parole sue.”
Il maresciallo si sentì subito rinfrancato. Riferire era il suo forte.
“I medici mi hanno detto che praticamente continua a non ricordare nulla e che, anche per gli avvenimenti di questi giorni, la sua memoria va e viene e che non sanno se e quando la recupererà. Confermano che parla pochissimo e che quando dice qualcosa si esprime in italiano senza alcuna inflessione dialettale riconoscibile. Non dà segno di conoscere altre lingue…”
Il Commissario non poté fare a meno di interrompere:
“Invece noi..eh..”
Il maresciallo alzò un sopracciglio ma continuò come se niente fosse.
“La conformazione fisica potrebbe essere quella di un italiano, ha l’età apparente intorno alla cinquantina d’anni e dall’esame delle impronte digitali risulta incensurato.”
“Va bè. Ma quando parla che cosa dice?”
“Gli unici indizi da cui possiamo partire per cercare una sua identificazione ce li ha forniti proprio lui. E questa è la novità della giornata.” Il maresciallo si avvicinò all’orecchio del Commissario Paciucci e, quasi bisbigliando, sussurrò: “Ieri ha detto che si ricordava bellissimi tramonti sul mare!”
Paciucci lo guardò di traverso.
“Alla faccia della rivelazione. E che ci facciamo con questa bella notizia?”
“Ma come? Commissario, non ha capito? Il campo geografico delle ricerche si restringe moltissimo. Il Sole tramonta ad occidente. Possiamo escludere tutte le coste italiane che affacciano ad oriente!”
Il Commissario, dentro di sé, ammise che, tutto sommato, un indizio, molto, molto labile, finalmente ce l’avevano, anche se praticamente non serviva a nulla, ma non lo disse per non dare soddisfazione al subalterno.
“Eh già, marescià, adesso basterà esplorare tutte le coste del Tirreno, gran parte di quelle liguri nonché quelle della Puglia jonica e, per ultimo, ci lasciamo tutte le rive occidentali di tutte le isole italiane.” Per poi aggiungere quale colpo di grazia. “Sempre che non sia un italiano d’oltremare, un oriundo, il che vorrebbe dire che dovremmo cercare in mezzo mondo.”
Il maresciallo Bischetti, deluso, chiuse con un:
“Per oggi non c’è altro Commissario.”

* * *

Era da un po’ che tra i bagnanti che affollavano la spiaggia si aggirava uno strano quintetto che, per l’abbigliamento e per come si muoveva, aveva sparso ovunque, fra ombrelloni e sdraio, grande curiosità mista ad un forte senso di apprensione.
Il Commissario Paciucci allentò un poco la cravatta e scosse della sabbia rovente che si era infilata tra scarpa e calzino. Naturalmente faceva un caldo infernale, sudava a rivoli e tutti li stavano guardando.
“Marescià forse è il caso che per la prossima volta pensiamo ad un abbigliamento più adatto alla circostanza.”
Il maresciallo Bischetti girò uno sguardo vacuo verso il superiore senza rispondere. Paciucci fece caso che da almeno un quarto d’ora non aveva più detto una parola e che se ne stava camminando zitto zitto a fianco dello smemorato. Stavano facendo una ricognizione su una spiaggia, scelta a caso, accompagnati da un medico e da un infermiere, nella speranza che lo smemorato incrociasse un qualche ricordo.
“Maresciallo! Ma che fa? Non risponde?”
Bischetti gli si avvicinò e, strizzando l’occhio, disse in un bisbiglio rauco:
“Commissario, ricorda?”Adeguarsi alla psicologia dell’indagato”. E’ la prima regola. E io mi sono adeguato. Fingo di aver perso anch’io la memoria e così sto conquistando la sua fiducia. Gli ho detto che dobbiamo ritrovarla insieme. E stiamo facendo progressi.”
Detto questo il maresciallo riprese il suo posto accanto allo smemorato vero assumendo di nuovo lo sguardo da imbambolato.
Paciucci era rimasto a bocca aperta. Questa non se l’aspettava. Adesso aveva a che fare con due smemorati. Uno vero e l’altro finto. Ma quando sarebbe finita questa storia? Sarà stato per il caldo ma sentiva che non ne poteva più. Decise di lasciar fare alla follia di Bischetti tanto un tentativo valeva l’altro.
Si diresse verso un bar piazzato sull’arenile che a lui era sembrato come un’oasi nel deserto. Era assetato. Camminare sulla sabbia non era uno scherzo. Stava sudando come un mulo. Gli dettero da bere quello che aveva chiesto. Riprese un
po’ di autocontrollo, almeno quel tanto necessario per accorgersi che tutti facevano finta di non vederlo, come se non fosse lì. Ragazze in due pezzi gli passavano sotto il naso sbandierando la loro abbronzatura senza degnarlo di uno sguardo. Immaginava che tutti si stessero chiedendo chi diavolo fosse. Era certo che per i baristi doveva essere uno della Finanza. Pensò che i più fantasiosi avrebbero scommesso che invece apparteneva ai servizi segreti. Questa gli sembrò una fesseria. Andare vestiti di tutto punto su di una spiaggia all’ora di punta non era il modo migliore per passare inosservati. Di certo non poteva dire a tutti la verità e cioè che stava cercando la memoria di qualcuno. L’avrebbero preso per matto. E poi, come giustificare Bischetti che stava insistendo nella sua recitazione di smemorato? Lo cercò con lo sguardo. Era sul bagnasciuga in compagnia dell’inseparabile smemorato vero, suo compagno di sventura, e gli stava mostrando una stella di mare intanto che la risacca gli bagnava le scarpe. Certo che Bischetti, a modo suo, ci stava dando dentro. Paciucci avrebbe voluto conoscere il labiale per capire quello che il maresciallo, con la stella marina in mano, stava dicendo al malato. Sicuramente si stava inventando che, a lui, quell’echinoderma gli ricordava qualcosa.
Diavolo di un Bischetti! Quella stella ricordò qualcosa anche a lui. Gli ricordò quando era un bambino che, come gli altri, andava al mare con secchiello e paletta. Indugiò con dolce nostalgia su quel ricordo. Certo, perdere la memoria doveva proprio essere una brutta cosa. Non poter godere neanche dei ricordi!
Intanto Bischetti, mollata la stella marina, aveva raccolto un secchiello e lo stava porgendo allo smemorato. Un bambino, che evidentemente ne era il proprietario, cominciò a strillare che lo rivoleva. Intervenne la madre che inveì contro il maresciallo. Quasi urlava e Paciucci poté sentire che minacciava di chiamare la polizia. Sperò che Bischetti non confessasse che la polizia erano loro.
Quando infine un gruppo di ragazzine che da tempo lo stava fissando sussurrarono tra di loro che forse era Bruce Willis e una di esse si fece avanti per chiedergli l’autografo, il Commissario comprese fino in fondo in quale situazione equivoca si erano andati a ficcare e decise per una ritirata strategica e, almeno per quel posto, definitiva. E chi ci avrebbe più rimesso piede!


* * *

Nell’ufficio del Commissario, Paciucci e il maresciallo Bischetti erano di nuovo a confronto per fare il punto della situazione.
“Ma è mai possibile che nessuno fino ad ora lo abbia riconosciuto dalle foto che abbiamo fatto pubblicare sui giornali, che nessuno ne denunci la scomparsa, che nessuno ne rivendichi la parentela? Chessò? Una moglie che non trova più il marito, una figlia che non trova più il padre, un fratello, una sorella…da qualche parte costui sarà pur venuto. O no?”
“Solo una signora si è fatta finora avanti. La signora Celeste Valenti la quale però ha portato l’unica foto che ritrae il sottoscritto assieme allo smemorato e, purtroppo, si è sbagliata.”
“Sarebbe a dire?”
“Non ha riconosciuto l’infelice ma proprio a me.” Il maresciallo aveva pronunciato queste parole senza guardare il Commissario, quasi soprappensiero. Probabilmente per dar segno di modestia.
“Ha riconosciuto a lei? E che c’entra? Marescià, forse è meglio che non finga più di essere smemorato anche lei. Perché poi si sparge la voce e lo vede come va a finire?”
“La signora Valenti era perfettamente in buona fede. Anni fa il suo vero consorte è scomparso e nessuno ne ha mai saputo più niente.” Bischetti aggiunse poi, nel tono di un superiore sussiego, che “aveva creduto di riconoscerlo guardando la mia foto.”
“E’ proprio vero che quando si inizia un filone di indagine dopo un po’ tutti i pesci vengono a galla. Tra smemorati veri, finti e scomparsi qui già siamo a tre.”
Paciucci squadrò il maresciallo e aggiunse:
“Marescià, gliel’avrà detto, spero, che lei non è il suo marito scomparso?”
“Certamente. Io non sono mai stato sposato ma lei non mi crede. Dice che non me lo ricordo.”
“E allora?”
Il Commissario si era allarmato.
“E niente. Non c’è modo di convincere a Ciccilla.”
“Ciccilla?”
“La signora Valenti mi ha pregato di chiamarla con questo vezzeggiativo. Come quando suo marito, cioè io stesso, secondo lei, stavamo insieme. Non ci ho visto niente di male ad accontentarla.”
“Marescià, magari adesso va a finire che per non scontentare questa donna se la sposa pure.”
“Confesso Commissario che, anche se non sono più nel fiore degli anni, non ho mai rinunciato all’idea di una serena vita coniugale.”
Il Commissario Paciucci stava per perdere le staffe perciò pensò bene di tagliar corto con un:
“Va beh! Allora tanti auguri, marescià. Ma adesso veniamo a noi. Cerchiamo di risolvere questo caso altrimenti esco pazzo. Abbiamo qualche elemento nuovo?”
“Solo quelli che ho potuto ricavare col mio lavoro di indagine diretta sul soggetto.”
Il maresciallo Bischetti aveva risposto secco secco.
“Non se la prenda marescià! Cerchiamo di trovare il capo della matassa. Mi dica. Che ha ricavato?”
“Ho ascoltato dalla voce stessa dell’infermo alcune descrizioni che, forse, appartengono alla sua memoria.”
“Che mi dice? Allora le ha parlato! Bravo maresciallo! Complimenti.”
Paciucci voleva riguadagnare terreno e le sparava calde. Il maresciallo accettò il tutto senza battere ciglio.
“Beh, dalla sua voce come ci avevano avvertito non si può indovinare da quale zona provenga. L’intonazione non ha inflessioni dialettali. Però mi ha detto alcune cose…” Il maresciallo si era interrotto per cacciare via una mosca che non voleva saperne di allontanarsi.
Il Commissario friggeva dalla curiosità. Fulminò Bischetti con un’occhiataccia ma quello si alzò, aprì la finestra e riuscì a far uscire l’insetto. Poi tornò con calma al suo posto.
Il Commissario respirò profondamente. Era certo che l’aveva fatto apposta.
“E dunque?”
“Mi ha parlato di sapori, odori e immagini splendide, quasi inverosimili. Boscaglie che digradano sul mare quasi a cancellarne il confine visibile. Stagni verdi di muschio e ricchi di vita presso i quali vanno ad abbeverarsi daini dalla nobile eccitazione. Aironi maestosi, al cui volo i gabbiani fanno spazio, descrivono nel vetro pure profondità celesti. Tartarughe, aderenti a quel terreno che per natura non possono mai abbandonare, interpretano inaccettabili movimenti preistorici. Sagome di silenziosi e rari pescatori si staccano, nere, sul palcoscenico ondulante del mare. Martin Pescatore dai colori cobalto intercettano insetti nei loro voli balistici ignorando frivole, occhiute, upupe e ballerine desiderose di corbezzoli maturi che gli alberi offrono generosamente. Nel tempo di primavera eccitanti gruppi di fiori macchiano il panorama intanto che freschi venti ne piegano le variegate corolle arpeggiando immagini e colori.
E poi, ancora.
Un caminetto acceso produce indimenticate intimità mentre lo scrosciare del mare su sé stesso ritma i guizzi delle fiamme. Effluvi di cibi antichi che suscitano accordi nell’animo. Pesci, molluschi, polipi ma anche funghi e selvaggina. Frutti di orti studiati, amati, pettinati e avvolti dalla dolcezza delle spume marine scorrono sulle tavole per tutto l’anno. Rari incontri scoccano saluti come scintille di calore.
E il resto del mondo è lontano.”
Paciucci non riusciva a richiudere la bocca. Fra i due non volava una mosca.
Alla fine il Commissario trovò un fil di voce per dire qualcosa:
“Maresciallo, accidenti, che linguaggio. Mi meraviglio.”
“Non sono parole mie ma quelle, precise, che ha usato il povero demente. Io ho preso appunti.” E dicendo questo mostrò il taccuino che teneva nascosto sotto al tavolo e che aveva letto fino a qualche istante prima.
“Ma allora è un poeta. Ecco perché non lo cerca nessuno. E’ facile che i poeti spariscano.”
Bischetti annuì. Riconobbe che anche il Commissario sapeva il fatto suo.
“Ma da dove viene? Chi è? Che posto è quello?”
“Sembra il Paradiso.”
Il Commissario fu indotto da questa affermazione del maresciallo a filosofeggiare:
“Sì! E’ vero. Potrebbe essere la descrizione di un Paradiso.” Un pensiero lo folgorò. “Oppure del Paradiso. Quello di tutti. In questo caso debbo dire che io non l’ho mai visto. Quindi non potrei ricordarlo. Sicuramente il paziente nei tormenti della sua malattia se l’è inventato.”
“Forse ognuno di noi coltiva una propria personale idea del Paradiso. Quello è il suo. Oppure più semplicemente possiamo pensare che il Paradiso appartiene all’infanzia e i luoghi di quel tempo, nel passare degli anni, si mitizzano. In questo caso avremmo una descrizione sia pure poetica dei luoghi dai quali è venuto.”
“Ma, dato e non concesso, come riconoscerlo? Come trovarlo questo benedetto Paradiso?”
“Proseguiamo nelle indagini Commissario. Già qualcosa abbiamo ottenuto.”
Bischetti si era alzato, guardava con fiero cipiglio il Commissario e con una voce baritonale mai sentita prima, affermò:
“E come diceva il Generale Garibaldi: da cosa nasce cosa!”
Paciucci non lo disse ma pensò che se quella storia non finiva al più presto ne sarebbero usciti tutti pazzi. E Bischetti per primo.

* * *

Nei giorni successivi tentarono altre sortite sulle spiagge laziali, non tanto nella speranza di riconoscere il Paradiso attraverso la descrizione patologica fattane dal paziente, ma che lo stesso potesse riconoscerlo da solo.
Paciucci, dopo la prima infelice esperienza, si era attrezzato con sandali da mare, bermuda e sahariana sperando, stavolta, di passare inosservato. Vanamente perché Bischetti, della cui compagnia non poteva fare a meno, aveva strafatto. Si era coperto di cenci informi infiorati da corolle inverosimili e per di più inforcava occhiali da sole con la montatura bianca. Ai piedi calzava sandali di plastica azzurrina.
Abbigliato in questo modo marcava stretto lo smemorato parlandogli fitto. Gli aveva detto che lui la memoria l’aveva recuperata e, per suscitare nell’animo del paziente una sana invidia, stava enfatizzando la bellezza e la gioia che si può provare per una cosa del genere. Stava perciò vuotando il sacco dei ricordi la maggior parte dei quali erano fasulli.
Paciucci si chiedeva come facesse lo smemorato a sopportarlo. Ora gli stava raccontando vita, morte e miracoli di tutte le squadre di calcio del Tirreno puntando su di una non improbabile passione sportiva dell’infermo. Il Commissario rinunciò a sentire la storia del La Spezia Calcio per andarsi a bere un caffè freddo. Ma come faceva Bischetti a conoscere tutte quelle storie di calcio? Sicuramente se l’era studiate apposta. Dovette ammettere che il maresciallo come segugio era impareggiabile. Ne avevano risolti di casi in passato e guarda ora come erano finiti: a cercare il Paradiso! Un’impresa da niente. Seppure i luoghi descritti dal malato erano reali, come poterli riconoscere? Oltretutto doveva essere passato molto tempo e chissà quanto erano cambiati. Forse neanche il paziente, anche se avesse
recuperato la memoria, era più in grado di indicarli.
Dopo una serie di buchi nell’acqua, metaforici e non, a Bischetti venne in mente di rivolgersi ad una medium. Il Commissario sospettò che l’idea era partita da Ciccilla. Il maresciallo, ormai lo si sapeva, la frequentava abitualmente.
“Perché no, Commissario!? Fior di investigatori da sempre si sono rivolti a questo tipo di persone ricavandone ottimi risultati.”
“Maresciallo, ma se qualche superiore mi chiede come stanno andando le cose io dovrò dirgli che stiamo cercando il Paradiso con l’aiuto di una medium. Ha capito? Qui c’è aria di trasferimento.”
“Non vedo altre strade.”
“Ma questa è roba da cinematografo, e poi non saprei a chi rivolgermi.”
“La signora Ciccilla Valenti ne conosce una. L’ha aiutata a rintracciare il marito.”
“Ah! Che referenza! Ho visto come l’ha ritrovato!”
“Secondo lei ha funzionato in pieno. Infatti ha incontrato a me.”
“Marescià! Ma lei non è il marito di Ciccilla. Oppure, per caso, si sta convincendo del contrario? Comunque, se l’incarico alla medium glielo conferisce la signora in via privata, noi non avremmo nulla da obiettare.”

* * *

La medium ricevette il Commissario Paciucci, il maresciallo Bischetti e la signora Valenti a casa sua. Offrì loro del rosolio che i due investigatori non avevano mai assaggiato in precedenza e che bevvero con molta apprensione sorseggiandolo da bicchierini di cristallo del tempo di Maria Teresa. Non si sentivano a loro agio. L’ambiente era immerso in una penombra che a stento lasciava intravedere mobili d’altri tempi, scuri e pesanti, e strani manifesti astrali attaccati alle pareti. La veggente era in gramaglie coperta di scialli e gonne pesanti e, malgrado la sua gentilezza, incuteva terrore con lo sguardo che era ampio, scuro, profondo con uno scintillio lontano al centro della pupilla. Lo si notava anche al buio.
Per quanto i due fossero in imbarazzo la Ciccilla era al contrario allegra ed eccitata. Fece le dovute presentazioni, cinguettando spiegò lo scopo della visita e chiese alla medium se poteva aiutarli. Tutte cose queste che i presenti già conoscevano. La padrona di casa acconsentì senz’altro anche se proprio in quel giorno accusava un leggero mal di testa e chiese che le dessero una fotografia del soggetto pregando contemporaneamente Ciccilla di spegnere qualche luce cosicché la stanza piombò quasi nel buio. Paciucci entrò per abitudine professionale in uno stato di allerta. Bischetti trafficò col proprio portafogli estraendone la fotografia che consegnò alla donna.
La medium, mentre teneva la foto in grembo tra le mani, iniziò ad emettere un strana lamentela gutturale che crebbe fino a diventare uno voce cavernosa ed inaspettata che fece accapponare la pelle al povero Commissario che in cuor suo maledisse Bischetti e le sue idee da strapazzo. Ce l’aveva anche con sé stesso per averlo, come al solito, assecondato.
Il Commissario comunque, malgrado il grande spavento, ebbe una ammirevole tenuta professionale perché riuscì lo stesso a captare, dalle parole che la medium pronunciava con una voce dell’altro mondo, che qualcosa non stava andando per il giusto verso. Ella infatti parlava di foreste, e va bene, di grandi fiumi, e andava bene pure questo, ma non si poteva accettare che descrivesse il caracollare delle giraffe e l’orrenda carica dei rinoceronti. Ma da dove veniva questo smemorato?
Paciucci stava per trarre la conclusione che la medium aveva preso un grosso granchio quando costei, al colmo della vibrazione vocale, cacciò un altissimo urlo pronunciando queste parole:
“MA LUI NON E’ UMANO! NON E’ UMANO! ESSO E’ UNA BESTIA!” e ricadde all’indietro sulla poltrona senza più emettere neanche un lamento.
Nel caos che seguì qualcuno riuscì ad accendere qualche luce. Il Commissario era paonazzo e gridava che “a momenti mi prende un colpo, a momenti mi prende un colpo!” La medium era svenuta o così sembrava e Ciccilla tremava. Bischetti anche se scosso non lo dava a vedere. Tutti rivolsero la loro attenzione verso la veggente per tentare di rianimarla. Ci riuscirono quasi subito perché Ciccilla sapeva dove erano riposti i sali e con un paio di inalazioni la paura passò. Fu allora che Ciccilla raccolse dal pavimento la foto che era stata l’oggetto dell’evocazione e strillò:
“Ma chi è questo? Chi è?”
Il Commissario intervenne e accertò che l’immagine ritratta non era quella dello smemorato ma di uno scimpanzé.
Paciucci, pressato dal grande spavento che aveva patito fino ad allora, a quel punto esplose e con voce alterata disse, rivolgendosi a Bischetti:
“MARESCIALLO! ma è mai POSSIBILE? Ma che CAVOLO ha combinato? Ma come è uscita fuori questa scimmia? CE LO VUOLE SPIEGARE PER FAVORE?”
Bischetti dovette ammettere che al buio si era sbagliato e aveva consegnato una fotografia scattata allo zoo in occasione della visita del nipote a Roma. Se l’era tenuta per ricordo. Aggiunse che però quella dello smemorato l’aveva portata. Ce l’aveva, come no? E l’andava mostrando in giro per attenuare l’ira generale nei suoi confronti. Ma niente riusciva a calmare Ciccilla che lo accusava di aver attentato all’integrità fisica della medium.
“Ma non lo capisci che poteva rimanere presa dalla natura scimmiesca e rimanere per sempre mezza donna e mezza scimmia? Ti rendi conto di quello che poteva accadere per colpa tua?”
Intanto Paciucci aveva ripreso parte del suo sangue freddo e da quella macchina logica che era pensò che:
“La medium però ci aveva azzeccato. E come. Era andata a finire addirittura in Africa per star dietro allo scimmione.”

* * *

Si ritrovavano sull’ennesima spiaggia a cercare i ricordi dello smemorato. Il luogo, stavolta, non era stato scelto a caso ma su indicazione della medium la quale, dopo l’incidente dello scimpanzé, si era ripresa e si era dichiarata disponibile a ripetere l’esperimento previa congrua pausa. In tutto i due investigatori erano rimasti per ben nove ore a casa della veggente e però, quando ne uscirono, sapevano bene dove indirizzare le ricerche. La visionaria aveva “visto” una località vicino a Roma, tra Fiumicino e Fregene quella, appunto, dove ora si trovavano. Anche Ciccilla faceva parte della spedizione. Era venuta per controllare, disse lei, che Bischetti non ne combinasse qualcun’altra delle sue. Intento lodevole solo che si era abbigliata in due pezzi.
“Non mi sembra il luogo descritto dalle parole del povero disgraziato.”, disse il Commissario.
Stavano ora camminando lungo uno stradone su ambo i lati del quale si affacciavano delle casette contornate da giardinetti. Da una parte, nelle vie laterali, tra una abitazione e l’altra si vedeva il mare ritagliato sullo sfondo come nelle cartoline.
“Qui intorno c’è una boscaglia di tipo mediterraneo che in certi punti arriva quasi al mare e nel folto dicono che ci sono dei daini.”, riferì il maresciallo.
“Anch’io ho visto stagni e laghetti. Che fossimo sulla strada buona?”
Il “povero disgraziato” intanto passeggiava con gli altri senza dire nulla come al solito.
“Ma sarebbe questo il Paradiso?”. Paciucci aveva riflettuto ad alta voce.
“Se lo è, sarà uno dei tanti. Io penso che il Paradiso è come il lievito: sta un po’ dappertutto.”
“Oppure le cose stanno come disse lei, maresciallo, e cioè che il luogo del Paradiso è l’infanzia.”
“Una cosa è certa: anche se sembra perduto nel passato il Paradiso, in realtà, è nei risvolti del presente. Sempre che non sia un’illusione, si capisce.”
Paciucci conosceva la profondità d’animo del maresciallo Bischetti ragion per cui non provò meraviglia a sentire i suoi pensieri che svolazzavano lontano.
“Se lei ha ragione allora noi non lo vediamo.”
“No, per nostra natura non possiamo vederlo. Ma possiamo intuirne la sostanza, sentirlo a portata di mano e magari sospirare per la sua inafferrabilità.”
Paciucci si fermò e rimase un poco a pensare.
“Marescià! Quando parla così l’abbraccerei!”
I due uomini si stimavano ed erano affezionati l’uno all’altro.
Il Commissario volle concludere la conversazione con una considerazione sua:
“Un paio di cose sono comunque sicure: io qui mi trovo bene e sono certo che coloro che crescono qui in questi anni,
più in là nel tempo, identificheranno questo posto come il loro Paradiso magari come surrogato di quello vero. Come dovrebbe essere accaduto allo smemorato.”
Si immersero in questo tipo di riflessioni e intanto, passeggiando, erano arrivati davanti ad una specie di piccolo rudere che doveva essere il residuo di un manufatto del tempo della Seconda Guerra. Forse un ex-bunker tedesco.
E fu lì che lo smemorato, per la prima volta, dette segno di avere una sua autonomia. Si staccò dal gruppetto, si avvicinò al rudere, ci salì sopra e ritto in piedi, rivolto agli astanti, parlò e disse:
“Io da piccolo giocavo qui.”
Il Commissario quasi scattò e chiese di getto:
“Maresciallo mi dica: come si chiama questo posto?”
“Qui siamo a Focene.”

* * *

Ci tornarono qualche mese dopo come invitati a presenziare alla inaugurazione di un monumento che lo smemorato, ormai ristabilito e scopertosi discretamente facoltoso, aveva voluto far erigere a ricordo dello splendido momento della sua guarigione.
L’opera, una focena d’argento a grandezza naturale, ripresa nel momento del balzo e piazzata sopra il rudere nello stesso punto dove l’ex-smemorato si era inerpicato, venne scoperta alla presenza delle autorità e di numerosi abitanti della zona.
Ma non c’era Ciccilla.
Il Commissario sottovoce chiese al maresciallo dove fosse.
“Il marito della signora Celeste Valenti si è rifatto vivo.”, rispose un po’ mesto Bischetti.
“Mi dispiace. Veramente. Ma le somigliava molto marescià?”
Mario Bischetti, dritto sui suoi centosessantacinque centimetri, rispose in tono asciutto:
“Per niente.”

© Giancarlo Bonifazi



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