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Storia di un amore rubato
di Monica Dolci
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La prima cosa che vidi di lei furono gli occhi, enormi, scuri, profondi come l’abisso, mi ci ritrovai dentro senza rendermi conto, provai una specie di vertigine e poi la caduta, fatale, inevitabile, verso la sua anima. Il suo sorriso scardinò, in un istante, la porta blindata con cui, da tempo, avevo isolato il mio cuore. Aprì una voragine: disperata malinconia e gioia infinita mi assalivano ogni volta che incrociavo il suo sguardo, ogni volta che mi sorrideva, ogni volta che il pensiero di lei sfiorava la mia mente, ogni volta che sentivo il suo profumo. Non era libera. Pezzi di carta e vischiosi legami ci dividevano e rendevano ancora più disperato il bisogno di noi. Vivemmo una storia ad intermittenza. Ci potevamo permettere solo brevi incontri ma abbastanza frequenti. In ogni momento libero, durante la giornata, ci rincorrevamo da un capo all’altro della città. Ogni luogo andava bene per stringerci fino a non respirare, per dirci dell’amore, per accarezzarci un poco e poi andare via. La metropolitana, l’autogrill dell’autostrada, un bar del centro, un cinema, un teatro, la stazione, il parcheggio dei bus, perfino il piazzale sullo svincolo della sopraelevata. Starle vicino mi faceva impazzire, inebriato dal suo odore scivolavo con le mani sui suoi capelli per ritrovarmi fra le pieghe del suo vestito, sulla pelle delle sue cosce, fra le sue gambe. Aveva splendide gambe, lunghe e sensuali che le piaceva mostrare, portava sempre scarpe con tacchi altissimi che amavo toglierle per poter godere delle sue caviglie, dei suoi piedi. Le occhiate maliziose degli altri mi provocavano gelosia ed eccitazione, miste ad un segreto senso di rivalsa sul mondo per avere il privilegio di vivere, con lei, quegli esaltanti momenti, rubati alla vita squallida e banale di tutti i giorni. Venne qualche volta anche a casa mia, la sera. Abbassavo le luci in soggiorno, non le piaceva la camera da letto, stavamo lì, sul divano o sul tappeto, quasi al buio, a guardare la luna dalla finestra. Il suo viso raggiante illuminava l’oscurità. Facevamo l’amore quasi senza parlare, solo il nostro respiro, all’unisono, raccontava della nostra passione, della voglia di noi, dell’urgenza di appartenersi, di quel concentrato di felicità che avremmo voluto urlare al mondo. Ci sfinivamo. Dopo l’amore le piaceva tenermi fra le braccia riempiendomi di sorrisi e parole leggere fino a che mi addormentavo. Il mattino ritrovavo solo il suo profumo ad aleggiare nell’aria.
Una mattina come le altre presi la macchina per andare a lavorare, pregustando il momento in cui l’avrei, come al solito, incontrata.
Ad aspettarmi invece, al suo posto, c’era un uomo in doppio petto, le braccia conserte, che mi guardava fisso con un falso sorriso stampato sulle labbra. Il sangue mi si ghiacciò nelle vene, rimasi quasi paralizzato. Lessi sotto. “Vota la nuova lista arcobaleno per cambiare il tuo paese”. Il manifesto mi cadde dalle mani. Le elezioni!. Sapevo che prima o poi sarebbe finita. Ma non così, non adesso pensai. Sputai in faccia a quello sconosciuto, feci a pezzi il suo manifesto, diedi un calcio al secchio della colla che si riversò sul selciato mischiandosi alle mie lacrime. Poi però mi calmai, decisi che quel giorno non avrei lavorato. Andai in profumeria, comprai il suo profumo, il nome lo ricordavo bene, era scritto in grande sul manifesto. Sapevo che prima o poi se ne sarebbe andata, ma non così, non così in fretta. Avrei volevo dirle addio piano piano, sottovoce.

© Monica Dolci



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