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Il drago
di Loris Bagnara
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Procedendo lentamente col suo carro lungo il viottolo al limitare del bosco il contadino Arturo fu il primo quella mattina a vedere la carcassa del drago precipitato la notte stessa sulla terra: impressionante lo spettacolo di quell’enorme massa scagliata giù da chissà quale inferno celeste, eppure quasi intatta a parte quel rivolo di sangue raggelato che usciva dalle narici!
 Deciso a portare al borgo le spoglie del drago che ormai sembrava proprio morto, Arturo sorvolò sul fatto che ci sarebbero voluti quantomeno un grosso carro a quattro ruote e un paio d’uomini ad aiutarlo, e stabilì che il suo misero carretto a due ruote dovesse andare bene ugualmente; ma proprio mentre si apprestava con funi e leve a tentare il difficile carico, sbucò dal bosco col fucile spianato il cacciatore Bernardo, il quale abitava in un casolare non distante.
 — Fermo là, l’ho visto prima io, stanotte, mentre sfrecciava in cielo fra lingue di fuoco e nuvole di fumo! Vedendolo cadere, mi sono messo alla sua ricerca, ed eccomi qui.
 — Comunque io l’ho trovato per primo — ribatté Arturo.
 — Certamente nessuno vorrà negartelo, ma almeno consentimi di partecipare a una scoperta così straordinaria — replicò Bernardo. — Oltretutto è evidente che non ce la faresti mai da solo.
 Così, benché riluttante, Arturo accolse Bernardo nell’impresa; quindi ci volle un’ora buona prima che potessero ripartire insieme con quell’insolito carico alla volta del villaggio.
 Sfortuna volle – non era trascorsa neppure mezz’ora di viaggio – che una ruota finisse in una buca profonda spaccandosi come un biscotto e lasciando a piedi i due compagni i quali adesso, seduti ai margini della strada, non sapevano a che santo votarsi… Finché alla svolta della via non comparve Corrado l’antiquario che se ne veniva col suo furgoncino a tre ruote dalla direzione opposta: ormai disperati, Arturo e Bernardo addirittura corsero incontro all’antiquario per implorarlo di aiutarli.
 — Purtroppo sto andando nella direzione opposta, come ben vedete. Devo consegnare questo al Conte… — fece l’antiquario indicando alle sue spalle il grosso baule sul cassone del furgoncino.
 — Sarai ricompensato adeguatamente, non temere — assicurò Bernardo.
 — Ma dove caricheremo il drago? Là dietro a malapena v’è spazio sufficiente per il baule! — ribatté Corrado.
 — Be’, allora potremmo mettercelo dentro! — suggerì prontamente Arturo. — Tanto più che in tal modo il drago sarà sottratto allo sguardo dei curiosi.
 Dopo averci riflettuto un attimo, l’antiquario acconsentì: — D’accordo, ma voglio anche partecipare agli onori della scoperta.
 — Non mi sembra giusto — obbiettò Bernardo.
 — Neppure a me — confermò Arturo.
 — Allora non se ne fa nulla.
 Vedendosi con le spalle al muro, Bernardo e Arturo, benché malvolentieri, non poterono far altro che accettare la condizione posta da Corrado. I tre effettuarono il trasferimento del drago – operazione che alla fin fine risultò più facile di quanto si immaginassero – e quindi si rimisero in viaggio verso la città: l’antiquario alla guida del furgoncino, il contadino seduto al suo fianco e il cacciatore dietro col fucile in spalla a cavallo del baule.
 Non avevano previsto le difficoltà che avrebbero incontrato al posto di blocco dei Doganieri, subito prima dell’ingresso in città.
 — Corrado, ti abbiamo visto meno di due ore fa uscire dalla città con questo baule, che dovevi consegnare, così ci hai detto, al Conte… ed ora fai ritorno in città con lo stesso carico, e con quest’insolita compagnia per di più: cosa ci nascondi? — insinuò il Doganiere con fare sospetto, aprendo il baule. — E questo cosa sarebbe?
 — Si tratta di un drago, signor Doganiere. È caduto dal cielo questa notte, laggiù, nella campagna — spifferò tutto Corrado, nel timore di vedersi sequestrare il baule; ma si pigliò una gomitata e un calcio negli stinchi dai due compagni.
 — E voi vorreste entrare in città con un drago? Ma stiamo scherzando? C’è il rischio di contaminazione, chissà quali malattie può portare… Provvederò personalmente a scortarvi fino al Laboratorio di Analisi dell’Ospedale, dove potranno occuparsi come si deve, con le dovute cautele, di questo raro esemplare! — I tre compagni non avevano finito di balbettare qualche parola di ringraziamento, che il Doganiere aggiunse: — Naturalmente non ci sarà nessuna obiezione da parte vostra se nel rapporto ufficiale che stenderò anch’io figurerò, e non certo ultimo, fra gli autori di questa eccezionale scoperta…
 — Da parte mia sì, invece, poiché non ho nulla da perdere — saltò fuori Ernesto il fabbro, che stava uscendo di città e, non visto, aveva assistito a tutta la scena. — Ad esempio, il Conte potrebbe non gradire l’uso che è stato fatto del suo antico baule… Anche per voi, caro signor Doganiere, sarebbe difficile conservare il posto, se il Borgomastro, amico intimo del Conte, venisse a sapere tutto quanto e che perfino voi vi siete immischiato in una simile situazione.
 — Che cosa vuoi dunque? — grugnì il Doganiere indispettito.
 — Il baule: lo consegnerò io al Signor Conte, prendendomi il dovuto compenso. Dirò che Corrado il mercante ha incaricato me della consegna, per sopraggiunti improvvisi impegni… A voi invece darò questo bel paiolo.
 Nonostante qualche timida protesta del mercante, peraltro zittita dai compagni e dall’autorità del Doganiere, si dovette procedere: trasferito il drago nel paiolo e consegnato il baule al fabbro, i quattro poterono finalmente rimettersi in viaggio ed entrare in città trionfanti – così almeno si immaginavano – sulla vettura del Doganiere.

* * *

 Trovare l’Ospedale fu impresa meno facile di quanto pensassero: com’era cresciuta la città rispetto ai loro ricordi! Quanta gente in strada, quanto rumore, quante macchine sfrecciavano ovunque come impazzite, e poi dov’era l’Ospedale? Nessuno si raccapezzava in quell’intrico di vie e nuovi quartieri… Era da poco passato mezzogiorno quando finalmente arrivarono a destinazione.
 — No, scusate un momento, cosa cosa dovrebbe essere questa roba? — domandò Francesco l’analista sgranando gli occhi e restandosene in attesa di risposta con la mano aperta a conchiglia di fianco all’orecchio.
 — Si tratta di un drago, dottore, di un vero drago, gliel’assicuriamo — affermò spavaldo Arturo.
 — Ooh, se lo dice lei… Lei, scusi, se posso domandare, chi sarebbe?
 — Sono Arturo il contadino — rispose, un po’ meno spavaldo.
 — Ah, Arturo il contadino! Be’, quand’è così… — esclamò Francesco l’analista accompagnando le parole con un ampio gesto della mano e un sorrisino tutto rivolto al collega seduto all’altra scrivania.
 — Faccia meno lo spiritoso, io sono un Ufficiale di Finanza e posso confermare tutto quanto — sbottò stizzito il Doganiere — e anzi a dire il vero….
 — D’accordo, d’accordo — fece l’analista ridandosi un contegno — non si agiti, comunque qui non siamo attrezzati per compiere analisi su… ehm, draghi avete detto? Dovrete andare all’Istituto di Biologia della Facoltà di Scienze Naturali dell’Università eccetera eccetera e rivolgervi al Laboratorio di Analisi Teratologiche, Seconda Sezione eccetera Reparto Mostri Mitologici e Affini. Là forse potranno fare qualcosa. In ogni caso è meglio che mettiate il vostro… drago… qua dentro se volete che se ne conservi qualcosa fino alle analisi — concluse Francesco, porgendo ai quattro un recipiente cilindrico di vetro contenente un liquido giallastro e maleodorante. Poi, vedendo che il drappello non si decideva a levare i tacchi, Francesco scrisse sgarbatamente un indirizzo su un foglietto, poi volse le spalle e se ne andò senza nemmeno salutare.

* * *

 Raggiungere l’Istituto in quella metropoli immensa e caotica già fu un’impresa da occupare metà del pomeriggio; l’altra metà se ne andò a cercare il Laboratorio di Analisi in quella selva di edifici sparsi qua e là per il campus, in quei labirinti di piani e corridoi, aule e padiglioni… Finalmente, quando ormai disperavano, trovarono una porta con una targa che riportava la dicitura che cercavano.
 — Sì, il laboratorio è questo — disse fra uno sbadiglio e l’altro Gustavo l’assistente — ma il Professore non c’è, come vedete è molto tardi, le diciannove passate da un pezzo, ed è per puro caso che mi avete trovato qui a quest’ora. Prima di domani mattina non si fa nulla.
 I quattro si guardarono l’un l’altro, delusi. — Ma almeno lo prenda in consegna, abbiamo fatto tanta strada. Non vorrà che un reperto tanto importante vada malauguratamente perduto, vero? — quasi supplicò il Doganiere.
 — Va be’, facciamo pure… Metta qua dentro quella roba — fece Gustavo controvoglia, porgendo un vasetto di vetro.
 — Perché, scusi, non va bene questo? — obbiettò timidamente il Doganiere.
 — Allora fate voi, insomma! Volete o non volete che ve lo prenda? Ma guarda un po’ ‘sta gente. Dove pensate che possa tenerlo un affare del genere in laboratorio? I contenitori vanno uniformati, cari signori, ma già, che ne sapete voi… O forse dobbiamo cambiare gli scaffali per venire incontro ai comodi di lor signori? — I quattro si affrettarono ad obbedire prima che l’assistente cambiasse idea. — Cosa scriviamo qui, allora? Drago? Benissimo. Che cosa ancora… Si, Arturo, Bernardo, Corrado, no prima ancora il Doganiere. Perfetto. A domani signori — concluse Gustavo chiudendo la porta del laboratorio e andandosene lungo il corridoio che sembrava non dover finire mai…

* * *

 Il mattino seguente Arturo, Bernardo, Corrado e il Doganiere non poterono essere presenti all’Istituto, impegnati com’erano alle rispettive occupazioni; benché, si può immaginare, fossero tutti più che in ansia per l’esito delle analisi. Ma se si fossero trovati là, dentro il laboratorio, avrebbero visto il Professor Hellmann prendere in mano quel vasetto, aprirlo, annusarlo, spargerne un po’ del contenuto su un vetrino, porre il vetrino sotto il microscopio e osservare all’oculare per non più di mezzo minuto; infine scrivere senza alcuna esitazione sul modulo, dopo le scritte ‘Presunta identità del campione: drago’ e ‘Esito dell’analisi:’ la parola ‘negativo’.
 — Drago… E ci fan perdere tempo per tali fandonie! La fantasia di questi sciocchi va al di là di ogni immaginazione! — borbottò fra sé e sé il celeberrimo Professor Hellmann.

© Loris Bagnara



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