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Mishima Boulevard
di Alberto Cola
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"Nella limitatezza di ogni umana vita, io scelgo la Via dell’Eternità."
Yukio Mishima (1925 - 1970)


Trovai Yukio Mishima in un salone di pachinko, proprio al centro della Ginza, l’anima notturna e commerciale di Tokio. Fissava assorto la giocatrice davanti a lui, una ragazza molto giovane dal volto pallido.
La pallina d’acciaio saettò attraverso il labirinto del pachinko, attivando schemi e rimbalzando senza sosta. Gli occhi della ragazza erano opachi, i lineamenti tesi, marmorei. Sorrise solo un paio di volte in quel lasso di tempo, quando riuscì a ottenere delle combinazioni vincenti illuminando le file dei segnapunti verticali. Intanto perdeva il suo denaro, partita dopo partita. La yakuza intascava somme astronomiche da sale da gioco come quella.
Mishima era assurdamente fuori posto con i suoi pantaloni cachi, la camicia di cotone bianca e il giubbotto imbottito color fulvo. Nonostante la sua natura, quello era un luogo alla moda, ricercato, dalla clientela selezionata che vestiva italiano e aveva macchine tedesche; giovani rampolli, borghesi ambiziosi, signore annoiate. Ma se non sei elegante, non hai soldi da buttare.
La sicurezza lo controllava già da un po’.
Enormi vetrate costituivano la facciata dell’edificio. Ovunque vecchi quadri riprodotti, antiche armature dal sapore feudale, qualche scultura e bacheche contenenti strumenti di legno. Molti tocchi nostalgici che si mischiavano a strisce rosse al neon nascoste da protezioni laccate di azzurro che correvano lungo il perimetro del salone, illuminando sculture di acciaio inossidabile, alberi bonsai e gru in volo.
La ragazza grugnì quando la pallina mancò d’un niente l’imboccatura giusta. Cambiò canale sul piccolo monitor incastonato a lato della macchinetta e prese a guardare l’inizio di una soap-opera: due adolescenti si stavano baciando in mezzo a un parco. La ragazza lanciò un’esclamazione felice, bevve una sorsata di integratore salinico, infilò un’altra moneta e la pallina ricominciò la sua danza.
Mishima mise le mani in tasca e si guardò intorno, la bocca ridotta a un sottile taglio che attraversava il volto privo di espressione. Sembrava contemplasse la vita dall’ultimo gradino di una ghigliottina.
Poi, a piccoli passi, guadagnò l’uscita.

Hitasura.
La galleria sotterranea era ben illuminata e dipinta a colori vivaci; s’infilava sotto le due torri principali e portava dritta a un accesso riservato. Il rivestimento antiacustico rimandava l’eco dei miei passi in modo quasi fastidioso.
I due uomini mi scortarono fino a un ascensore privato che sembrava un salotto. Venti secondi dopo uscivamo all’ultimo piano. Tokio giaceva come prostrata ai piedi dei settanta piani di granito bianco della sede della Hitasura. Intorno i grattacieli si ergevano come degne appendici sfavillanti, cancri fatti di vetro e acciaio. Quando si camminava sui marciapiedi il segreto era di non alzare la testa. Lì non c’era scampo.
Una signorina dall’aria efficiente ci condusse attraverso un numero infinito di porte e pannelli e poi, al termine di un lungo corridoio rivestito di una luce soffusa, aprì una porta nera dove spiccava lo stemma della Hitasura e ci lasciò entrare nel giardino.
Nobuo Hitasura stava aspettando sulla sponda di un laghetto piccolo ma ben strutturato, un miracolo in mezzo a quella radura urbana. Era un uomo dalla corporatura esile, sulla sessantina, un’espressione costante di minaccia che traspariva dallo sguardo, e nessuno sforzo per mascherarla.
Fece un passo scendendo da una roccia piatta ricoperta di muschio scuro e friabile. I due uomini mi lasciarono svanendo nella vegetazione.
- Ho creduto che lei fosse un’illusione, Gabriel - disse. L’acqua del laghetto s’increspò lievemente lasciando intravedere la forma di un pesce. - Tedeschi e australiani giuravano il contrario, ma pur sempre un’illusione. Ho faticato molto per trovarla, ha la fastidiosa abitudine di essere sfuggente.
- Solo prudente - replicai. - Raramente mi fido di chi mi vuol dare incarichi.
- Qualità apprezzabile per uno con le sue doti. - Hitasura infilò le mani in tasca e diresse lo sguardo fuori, oltre le vetrate. Il giardino brulicava di uomini che osservavano in silenzio. - La mia Compagnia detiene i diritti del Progetto Lazarus per il Giappone; ho dovuto superare un’agguerrita concorrenza e ingerenze di tutti i tipi per ottenerli. I capitali investiti la farebbero impallidire, ma sono stati sufficienti a garantirmi l’acquisizione del Progetto. Ora abbiamo un inconveniente.
- Gli inconvenienti si risolvono in famiglia.
Il sorriso quasi femmineo di Hitasura si allargò, simile a quello di una sirena che estende il suo richiamo. - Un grosso problema, se preferisce. Abbiamo perso il Rigenerato.
Una delicata fluorescenza sgorgò dalle infrastrutture che sorreggevano i pannelli di vetro; il giardino s’illuminò. Una donna emerse dalla vegetazione con un vassoio che conteneva gli ingredienti per il chado, la cerimonia formale del tè.
- Se la gente come lei smettesse di giocare, simili inconvenienti non si verificherebbero - constatai. I miei occhi erano fissi sulla donna, ipnotizzati dai suoi movimenti lenti e aggraziati. - Sono addolorato per i suoi capitali.
Il tè stava per essere servito. La donna riempì le tazze e fece due passi indietro, in attesa di un cenno qualsiasi. Hitasura ne prese una e attese che facessi altrettanto prima di bere.
- Lei odia la gente come me, eppure non può evitare di averci a che fare. Davvero un curioso destino. - Posò la tazza dopo un paio di sorsate e mi fissò con aria apparentemente distratta. - Lei accetterà, è inevitabile. Conosco i suoi bisogni. Mi hanno caldamente consigliato lei, Gabriel, ma si ricordi che nessuno è indispensabile.
- Allora scenda al numero due della lista.
- Lei non può permettersi che io lo faccia.
Gli aironi ricamati sulle maniche del kimono della donna tremarono impercettibilmente, il vassoio scomparve insieme a lei. Era bellissima, ma osservandola muoversi questo appariva come una caratteristica secondaria.
Hitasura pescò una busta dalla tasca interna della giacca. - Il pagamento sarà effettuato nel solito modo, già conosce la prassi. Metà subito, l’altra alla consegna. Settantadue ore di tempo, dopo tale termine le pressioni del governo diventerebbero intollerabili. - Era perfettamente immobile, la voce neanche sembrava venire da lui. - Oltre alle terapie di mantenimento obbligatorie per il Rigenerato; sa bene che non sopravviverebbe.
- Non ho ancora accettato.
- Qui c’è il dossier - proseguì, indifferente alla mia risposta. - Le servirà.
Osservai la busta e con essa la mano pallida e perfettamente curata di Hitasura, le dita lunghe e affusolate, il sottile dedalo di vene che emergevano dalla pelle. Quell’uomo non aveva spigoli, era una superficie liscia, inattaccabile, sulla quale tutto rimbalzava senza provocare conseguenze. Solo quell’ombra che gravava sul suo sguardo, e l’espressione impregnata di veleno.
Mi serviva quel lavoro. Allungai la mano e presi la busta.
- Decisione saggia, Gabriel. L’orgoglio fine a se stesso produce sempre stupidità, o è il contrario?
Mi voltai, dirigendomi verso la porta; un uomo della sicurezza aspettava con in mano un pacchetto. Me lo porse, un sorriso ironico stampato in faccia.
- Quello è un extra, per facilitarle la caccia; non ne abusi però - disse Hitasura, poi tornò ad ammirare le acque asettiche del laghetto.
- Non tiri troppo la corda. - Presi il pacco. - Le cose a volte cambiano.

Il cielo era così basso da essere illuminato dall’effervescenza della città. Mi immersi nel caos quotidiano delle vie, lasciando che i sensi si appiattissero, la mente indifferente alle sollecitazioni. Svoltai, imboccando la Showa Avenue, proprio all’incrocio tra il primo e il secondo settore della Ginza orientale. Mi fermai a lato di un portone aperto finemente decorato; tutto ciò che mi serviva era lì: rumori attutiti e una parvenza d’oscurità.
Ogni volta che lo faccio ho come l’impressione che tutti mi stiano osservando. E giudicando.
E’ uno di loro.
Solo un attimo, poi la tempesta inizia ad agitarsi in profondità, come una marea che monta. La sensazione di calore nell’aria s’intensifica, i suoni diventano odore e infine scompaiono; gli occhi bruciano tanto che devo chiuderli, come se servisse a qualcosa. Un pulsare irrequieto sotto la pelle, poi più niente, fino a che non tolgo le mani che premo con forza sul viso, e il freddo che arriva, come se fossi sprofondato in una vasca d’acqua ghiacciata.
Allora riapro lo sguardo sulla gente, assorbendo la sfumatura di ciò che sono, individuandone le caratteristiche della mente, della personalità, ogni minima traccia legata al vocabolario dei sensi, della memoria, delle emozioni. Forse, pure i lembi fluorescenti lasciati dall’anima.
Riprendo il cammino uscendo dal nascondiglio, e inizio la ricerca. Tutto il resto mi sfiora impercettibilmente, privo d’importanza.

Attraversammo il viale in silenzio, allontanandoci dagli echi lontani del traffico. Davanti a noi lo stretto parco che delimitava l’emporio di Okachimachi si aprì in una nuvola di ciliegi fioriti, una massa bianca che si stagliava contro un cielo calmo e annuvolato. Era appena caduta una lieve spruzzatina di pioggia che aveva lasciato dietro di sé una bellezza smagliante in quell’angolo tranquillo della città.
Mishima camminava assorto, il volto seminascosto dal collo del giubbotto; sembrava percepire un freddo remoto, intenso, riservato a lui soltanto e la cui origine non riusciva a definire.
Ci sedemmo in una piccola taverna a forma di pagoda. Le luci del tetto formavano linee colorate dagli accostamenti alquanto bizzarri; si spegnevano a intervalli di pochi secondi, per poi riaccendersi d’improvviso tutte insieme.
Poco prima Mishima mi aveva confessato d’avere fame. Era passato un giorno e mezzo dalla sua fuga e non aveva soldi, la notte l’aveva trascorsa in un parco. Un vecchio dall’aria stanca ci servì del pesce arrosto ricoperto di sale e un’abbondante razione di saké. Mangiammo con appetito, in silenzio.
- Non sembra un cacciatore. - Lo disse senza preavviso, il tono smussato da una punta d’indifferenza. Parlava sempre così, come se pescasse le parole d’un tratto, da qualche nascondiglio improbabile. - Ha spesso lo sguardo assente.
A volte indugiavo a guardarlo, incuriosito. Fin dalla prima volta mi aveva stupito con la sua espressione tranquilla, quasi disinteressata rispetto al ruolo che aveva in quel presente. I lineamenti regolari dipinti su un volto perfettamente ovale, che restavano tali anche quando si soffermava a osservare le cose. Raramente quella maschera si scioglieva, ma quando accadeva l’espressione di Mishima diventava assorta, quasi estatica di fronte a ciò che non capiva. Senza parlare, riusciva sempre a farmi comprendere il suo stato d’animo.
- Sono solo uno capace di trovare quelli come lei. Non la definirei caccia - replicai senza guardarlo.
- Anche lei è un cane al guinzaglio; vive di poche briciole, e pensa di poter competere con i lupi.
Alzai lo sguardo su di lui. - Probabilmente ha ragione, ma va bene così. Esite ancora un minimo diritto di scelta.
- Non credo che la sopravvivenza sia realmente una scelta. Perdoni la mia brutalità, ma anch’io mi sento così.
Mishima prese la bottiglia e si servì dell’altro saké. Il vecchio gestore spense il tetto della pagoda e ci degnò di un’occhiata eloquente, poi si mise a pulire i pochi tavoli.
- Quanto tempo ho? Prima che lei mi riporti indietro, intendo.
- Non più di trentasei ore.
Sembrò deluso dalla mia risposta, poi la maschera ebbe di nuovo il sopravvento. - Forse sono sufficienti. C’è un posto che vorrei visitare, e nel frattempo avrà la possibilità di raccontarmi più di quel che mi è stato detto.

E poi era venuto un uomo chiamato Kao Yee, un biochimico sud coreano della nuova generazione.
Il Progetto stava in piedi da più di dieci anni ma, a parte vaghe illazioni da parte dei massmedia, nulla di ufficiale era mai trapelato. Le Nazioni Unite avevano destinato buona parte dei fondi alla ricerca; il Gruppo Mida era una squadra di scienziati che lavorava a tempo pieno alla Fase Uno del Progetto: ricreare le matrici molecolari di materie organiche e fornirle di un fattore di crescita rapido in ambiente neutro.
La clonazione sarebbe stata ridotta a un gioco puramente accademico. Quello che con essa si poteva creare in un anno, tramite il Progetto sarebbe stato fatto in pochi giorni. Sembrava un miracolo e, almeno nelle intenzioni, lo era.
Kao entrò nel Gruppo Mida otto mesi prima che l’ONU bloccasse i fondi e interrompesse la ricerca. Il Congresso era arrivato alla conclusione che la strada intrapresa non era altro che un vicolo cieco; ogni tentativo aveva prodotto soltanto cavie in quantità enormi, dalle anomalie irrisolvibili e con squilibri organici imbarazzanti.
Sulla stampa i riferimenti al Progetto presero sempre più piede, e la repentina decisione del Congresso non servì a impedire che si generasse un’ondata di sdegno collettivo. A poco giovarono le spiegazioni dei respondabili; argomenti legati alla creazione di cibo in massicce quantità partendo da un unico campione, od organi e parti anatomiche reali per uso medico, attecchirono ben poco. Mentre il ciclone imperversava, il Progetto veniva sepolto nella banca dati delle Nazioni Unite, e Mida sciolto.
A quello stadio delle cose, il dottor Yee era già tornato nella Corea del Sud con i dati essenziali del Progetto in tasca e qualche buona idea in testa. Lui voleva arrivare più in là; limitarsi alla produzione alimentare o a quella di elementi organici per trapianti era come allevare bestiame e curare il proprio orticello.
Sei anni dopo, il Progetto non era altro che un mucchio di polvere e materiale per collezionisti di vecchi giornali. Quello ufficiale almeno. Dieci multinazionali accuratamente selezionate in base alla disponibilità economica e alla tipologia di interessi, furono invitate a un meeting segreto che si tenne nella villa di Kao Yee sull’isola di Hong Do. Il soggiorno durò una settimana, e solo all’ultimo fu affrontato l’argomento per il quale erano stati invitati. La molla principale, ammisero gli ospiti, era la curiosità di veder riesumato un progetto dato per morto già da anni.
- Il problema - spiegò Kao, - era che i presupposti avevano poco a che fare con l’idea base. Si poteva generare tutto nel medesimo modo, ma in realtà non è così; il Gruppo Mida era in mano a fisici e chimici i quali, si sa, hanno un modo tutto loro di interpretare le cose. Era come cercare la pietra filosofale, una formula che risolvesse ogni problema e qualche alambicco per metterla in pratica. La verità, ovviamente, era altrove. Col tempo sono arrivate anche le risposte giuste.
Uno dei presenti si agitò ansioso sul divano posto al centro dell’enorme salone. - Vuol farci credere di aver superato la Fase Uno? - chiese.
Kao sorrise all’indirizzo dell’uomo. - Qualche mese fa ho completato la Fase Tre di quello che ho battezzato “Progetto Lazarus”. Il risultato che si era posto il Gruppo Mida rappresentava solo un palliativo rispetto alle potenzialità dell’idea. Loro intendevano generare da un campione, ma la vera sfida era ri-generare da molto meno. Lo scopo era formare nuovo tessuto organico usando come base quello preesistente, e per i responsabili del Progetto tutto era legato alla presenza di cellule che si mantengono allo stato indifferenziato, simile a quello delle cellule embrionali. La strada in realtà era chiusa in partenza. In un organismo superiore i tessuti più differenziati hanno meno capacità di rigenerare; nell’uomo vi sono tessuti le cui cellule si riproducono in continuazione, altri in cui questa capacità è andata perduta.
Ann Villiers, unica donna presente e che fino a quel momento aveva sempre guardato oltre le ampie vetrate che davano su uno splendido tramonto, palesò un’aria annoiata. - Dottor Yee, non nutro particolare interesse per la storia romanzata delle sue ricerche, m’interessano solo i fatti, le risposte e il modo per trarne guadagno.
- Ho aspettato sei anni per averne - ribatté Kao. - Ma non sono un uomo d’affari come lei, per me è fondamentale aver pazienza. La prima risposta l’ho trovata nella natura, e in particolar modo in quegli animali che riescono a catalizzare il processo di rigenerazione a un livello superiore rispetto all’uomo. Ho creato una resina sintetica capace di coadiuvare la soluzione di continuità necessaria per mettere in moto la rigenerazione di un organismo in tutti i suoi componenti. Polimerizzazione, qualche aiuto chimico e il codice genetico di chi s’intende rigenerare, ecco quello di cui ho bisogno oggi per attuare il procedimento.
- “Chi”?
- Certo, ha mai pensato che sfida sarebbe creare una persona identica all’originale, anche nei processi mentali? La Fase Tre.
Alcuni dei presenti non riuscirono a trattenere uno scoppio di risa, qualcuno sbuffò, altri alzarono gli occhi al cielo. Kao sorrise candidamente mentre una porta laterale si apriva lasciando entrare un uomo identico a lui. L’eccesso d’ilarità si esaurì in un attimo. Kao fece un piccolo inchino e uscì dalla stanza. L’altro Kao Yee attese che la porta si richiudesse e poi gratificò i presenti dello stesso candido sorriso.
- Ovviamente - esordì, - il vostro scetticismo è più che giustificato; in effetti la Fase Tre è stata il vero scoglio dell’intero Progetto Lazarus. Avevo superato le difficoltà connesse alla velocità di rigenerazione della matrice molecolare complessa, gli squilibri a livello organico, le disfunzioni enzimatiche e ormonali, le malformazioni congenite... ma ricreare una mente, niente di simile era mai stato tentato. - Kao assaporò il silenzio perfetto della stanza. Sul prato uno spruzzatore automatico stava pigramente lanciando sventagliate d’acqua. - Il cervello - riprese, - è sufficientemente perfezionato da recepire molteplici input combinati; non siamo altro che un numero elevato di ripetizioni, gesti di routine che applichiamo a ogni situazione. La Fase Tre usa il cervello come una pellicola, cioè ricostruzione di esperienze originali, modulazioni di memoria, frammenti di personalità, dissolvenze. La mente assimila, compara i dati ricevuti, incrocia le informazioni tramite codici combinati e la gestazione ha inizio. Qui diciamo che il soggetto si “schiude” quando il processo ha termine e otteniamo non una copia, ma un nuovo originale.
La porta in fondo alla stanza si riaprì, lasciando entrare altri due Kao Yee. Uno di loro si produsse in un sorriso identico a quello degli altri e disse: - Se qualcuno di voi si sta chiedendo l’importanza del Progetto Lazarus, è come se nel 1942 qualcuno mi avesse chiesto l’importanza del Progetto Manhattan. Bene, al posto di Manhattan mettete pure Lazarus.

Il consorzio anglo-olandese Halleck-De Bourgh si aggiudicò i diritti del Progetto Lazarus e la loro utilizzazione per dodici miliardi di dollari. I relativi rappresentanti nei minuti seguenti non fecero altro che stringere mani avvelenate.
L’elicottero attendeva con un ruggito impaziente i suoi passeggeri. Il pilota stava completando le fasi preliminari del decollo per Seoul e ogni tanto gettava occhiate distratte al cielo, verso nord. Il tempo era ottimo.
Prima di salire lungo la breve scaletta che portava dritta nella pancia del mezzo, Ann Villiers si voltò verso i tre Kao Yee con lo sguardo velato da un’ombra indefinita; qualche ora prima aveva perso in modo concreto la sua aria annoiata.
- Quale - chiese con un filo di voce, - quale di voi è il vero Yee?
I tre si fissarono per alcuni istanti, simili a riflessi innaturali. Fu quello al centro a rispondere, il tono distaccato.
- Signora Villiers, purtroppo il primo dottor Kao Yee è deceduto due anni fa. Uno spiacevole incidente.

A un Rigenerato si dà vita dolcemente, quasi con garbo. Farlo comporta usare un’accuratezza e una precisione straordinarie.
Prima il corpo, perché nulla può essere nella mente che non sia già nei sensi. Poi si ricostruisce la traccia della memoria, componendo un puzzle dalle infinite variabili.
Il software di gestione produce una stimolazione corticale diretta, stillando singole gocce di ricordi in un enorme contenitore vuoto che, una volta colmo, lascia traboccare il suo contenuto in un altro. E così via, finché il mare della memoria non tracima formando singole pozze di personalità, piccole oasi di conoscenza remota che animano un cervello fino a quel momento spento e sonnolento, e che ora turbina nel proprio passato.
In breve, le acque si mescolano, sfociando in un nuovo mare dalla superficie apparentemente calma, levigata. Sotto, avvengono congiunzioni, connessioni, reazioni associative; nuovi fili si aggiungono annodandosi tra loro, nuovi colori ricoprono una tela che via via si completa sempre più mentre lo stivaggio procede senza soste. Basta gettare un sasso in quel mare neutro fatto di intersezioni casuali, e allora memoria forte e memoria debole si uniscono in un assolo assordante, le barriere cadono.
Tutto è matrice, impressione originale, istinto, eredità pura.
La rinascita è un istante immortale, è il tempo dell’eternità. E il Rigenerato è figlio dell’unione illecita tra illusione e tecnologia.
L’uomo uscì dal suo bozzolo lentamente, districandosi a fatica dagli ultimi echi di se stesso. Qualcuno gli parlò, chiedendogli chi fosse. Con voce roca e infantile rispose: - Mi chiamo Yukio Mishima.

Il furgone passò veloce lambendo le auto parcheggiate a lato del marciapiede, per poi scomparire in una stradina laterale. Il quartiere era lontano dal centro di Tokio, un insieme tranquillo di villini tutti uguali, decorazioni stuccate, vivaci profili di tetti e verande invase da rampicanti.
Controllai la via nascosto da un possente salice. Sopra di noi la luna illuminava ogni cosa con una luce quasi solida, artificiale. I pochi lampioni accesi si perdevano a distanze incalcolabili.
Mishima era alle mie spalle, gli occhi chiusi; sembrava assaporare la quiete e il silenzio ovattato che ricopriva la zona. Intorno alla casa non c’era nessuno; quelli della Hitasura avevano lasciato libero il campo per non attirare troppo l’attenzione.
Davanti a noi una targa d’acciaio brillava nel suo supporto nuovo di zecca: MISHIMA BOULEVARD.
- Andiamo - dissi.
Al di là del cancello il giardino era minuscolo, l’erba perfetta, molto inglese. Qualche statua, dee o ninfe. La casa era alta e stretta, in stile liberty; spuntava quasi per caso alla fine di un vialetto, cogliendo di sorpresa il visitatore. Accanto ve ne era un’altra più piccola, interamente in legno e dalla classica struttura giapponese.
L’ingresso era piccolo, solo qualche quadro alle pareti e un tappeto enorme. Il silenzio della casa aveva un suo peso, come decenni di polvere caduta ininterrottamente. Mishima si guardò intorno, poi prese a salire una scala di marmo bianco che si attorcigliava su per i tre piani della casa, la mano che sfiorava appena la ringhiera di ferro tutta riccioli e arabeschi.
Arrivati al secondo piano si fermò, lasciando che lo sguardo fuggisse lungo un corridoio che si perdeva nel buio. Fece alcuni passi fino a trovarsi davanti a una porta. - Il mio studio... - disse con aria incredula, come se il saperlo fosse una cosa assurda. Indugiò prima d’entrare.
Sembrava la tana d’uno strano animale; un essere che si cibasse di carta e che su di essa trascorresse la sua intera esistenza. Una piccola caverna fatta di libri, sulle pareti, perfettamente allineati nelle scaffalature, sulla scrivania, disposti a pile, perfino a terra. Ovunque immagini di Mishima, fotografie, schizzi, dipinti, quasi lo spazio libero fosse un disturbo.
- E’ strano - disse Mishima con un bisbiglio leggero, - entrando qui ho sentito il mio cuore invecchiare misteriosamente, come se non avessi alcun rapporto con questo luogo; eppure la sua essenza mi brucia dentro, migliaia di ricordi che prendono fuoco tutti insieme.
Un’auto passò a forte velocità; per un attimo i fari crearono ombre mostruose nella stanza, giocando con gli oggetti. Gli occhi di Mishima sparirono, per poi riapparire, cambiati, diversi, quasi quell’artificio luminoso di pochi istanti avesse avuto il potere di mutarne l’animo. La curiosità di poco prima si era eclissata lasciando il passo a una tristezza palpabile. La memoria gli stava facendo scorrere accanto le ore di due vite parallele, sovrapponendo le une alle altre mentre i confini del suo inconscio improvvisamente diventavano più trasparenti.
- Non capisco. Perché io? - mi chiese.
- Business, signor Mishima. Puro business. Il Progetto Lazarus ha oltrepassato da tempo i suoi limiti naturali; anni fa l’ONU decise che il procedimento di rigenerazione non poteva avere libera applicazione: occorrono ingenti capitali, attrezzature all’avanguardia, controlli specifici, soprattutto politici, quindi per ogni paese fu dato l’appalto a una società che per cinque anni avrebbe detenuto i diritti del Progetto. I soggetti da rigenerare ovviamente dovevano essere già defunti; nessuno comunque fa più caso a ricchi uomini d’affari perennemente giovani.
- E’ un’illusione ridicola.
- Forse. Un giorno poi un’importante azienda turistica riuscì a ottenere i diritti. Fece rigenerare Marilyn Monroe e organizzò viaggi a prezzi ragionevoli. Vennero da tutto il mondo per vederla, assistere a incontri pubblici e privati, toccarla. Una cena con lei costava decine di migliaia dollari, un’intera giornata al suo braccio in giro per la città o da passare a casa sua, in piscina e dialogando affabilmente, dieci volte tanto. Un emiro la prenotò per una settimana. Ogni paese, una volta l’anno è questa la prassi, rigenera una sua star; oggi vanno di moda gli scrittori, probabilmente perché non ce ne sono più. Il suo caso è leggermente diverso, tra quattro mesi in Giappone ci saranno le elezioni e il fronte conservatore attualmente al governo ritiene che la sua immagine avrà molto ascendente sui giovani nazionalisti dell’opposizione.
- Ma io sono solo uno scrittore.
- No. Come amano dire gli intellettuali, lei è prima di tutto una public figure.
Mishima si scostò dalla libreria e si diresse verso la finestra. Fissò lo sguardo verso un punto indefinito, oltre il vetro, come un attore di teatro che scruta impassibile il pubblico, i ruoli invertiti. - Non c’è futuro se si vive nella continua nostalgia del passato; ho vissuto tutto questo sulla mia pelle, molto tempo fa.
- Avrebbe rinunciato a un barlume d’immortalità?
- Io non l’ho chiesta.
- Perché è fuggito, allora? Si sarebbe risparmiato tutto questo.
Si voltò di scatto, l’aria di chi vuole spaccare qualcosa, prendere a pugni le ombre. Pochi istanti, poi la sua espressione si addolcì, accompagnata da un sorriso amaro. - Chissà, forse volevo immergermi in questo mondo e assaporarne le disillusioni. Non è cambiato molto dai miei tempi: bellezza e morte sono ancora importanti.
Fuori il vento cominciò ad aggredire la casa; mille respiri s’insinuarono nelle stanze, per i corridoi, avvolgendo ogni cosa, congelando i particolari. Una traccia lontana, cupa. Pensieri fangosi.
- Stanno arrivando - dissi. - Andiamocene da questa città.

Cosa può provare un uomo inginocchiato davanti alla propria tomba? Nulla è mai ciò che sembra e a volte, anche davanti alla morte, ci si illude di trovarsi al di là della possibilità d’essere feriti.
Mishima aveva un aspetto così fragile che, osservandolo, avevo l’impressione che un minimo soffio d’aria l’avrebbe fatto volar via. Soltanto il giorno prima con i suoi modi marziali ed energici, quasi aggressivi, nonostante tutto, sembrava un’altra persona.
Era, un’altra persona.
Ora, fissava assorto la propria effige, incapace di rincorrere quei ricordi che attimo dopo attimo invece svanivano, tutt’uno col marmo crepato, i radi fiori cresciuti attorno la lapide, la terra appena secca. Per quanto mi sforzassi, in lui non percepivo alcuna emozione, nessun desiderio, come se la sua anima fosse lentamente evaporata.
Eravamo arrivati al cimitero di Koriyama la mattina presto, dopo un percorso fatto di montagne polverose e larghe distese di orti piatti. Era una bella giornata, stranamente calda; il cielo pulito si andava schiarendo all’orizzonte quando il cancello arrugginito del cimitero era apparso alla fine della strada.
Durante il viaggio Mishima aveva scoperto un’improvvisa voglia di parlare. Ascoltava con attenzione, qualche volta rideva persino, ma sempre col cervello voltato altrove.
La vecchia Ford senza mappali automatici sferragliava per le stradine fuori mano, lontana da possibili controlli e accertamenti. Alla debole luce interna dell’abitacolo, Mishima continuava a guardare le sue mani pallide che si andavano sempre più riempiendo di chiazze bluastre, mentre la pelle raggrinziva, ora dopo ora.
- Senza opportune terapie di mantenimento - dissi, - il metabolismo di un rigenerato comincia a squilibrarsi molto rapidamente.
- Un bel problema per la mia presunta immortalità - constatò con falso humor. Il panorama non offriva nulla di particolare; raramente spuntavano squarci di mare illuminati da cittadine isolate nel buio.
- Per quanto tempo vivono quelli come me? - chiese poi, il tono di un bibliotecario che cataloga un libro con scarso interesse.
- Sette, otto mesi al massimo con trattamenti rigorosi.
Appena attraversato il fiume Naka sono costretto a fermarmi, la mente stretta in una morsa arroventata. Senza dire nulla prendo il pacco di Hitasura e ne traggo una piccola scatola foderata di velluto verde: all’interno due boccette di vetro mandano riflessi stanchi. Infilo un dito e prelevo il piccolo cerchio arancione non più spesso di un foglio di carta, poco più grande di un coriandolo. Per oggi tutto il mio mondo e lì.
Mishima guarda mentre mi premo il frammento alla base del collo. Un attimo, poi la droga inizia a sciogliersi assorbita dall’epidermide, dipanandosi nelle vene come un fiume di lava rovente.
La morsa si allenta un po’.
- Lei è un Mistico, vero?
Mi volto; è stato ancora capace di sorprendermi, quasi fosse un gioco che lo diverte. Deve trovare la mia espressione incredibilmente buffa; attacca una risata genuina che abortisce in un eccesso di tosse. Pochi respiri profondi e la crisi passa.
- Vado avanti solo così - mormora, gli occhi ridotti a due fessure. - Singoli balzi di ricordi che una manciata di minuti dopo non sono più tali. Poco fa la osservavo attentamente, e all’improvviso mi sono tornati in mente vecchi racconti, niente più che dicerie che gli anziani si scambiavano in rare occasioni, o quando usavano la parola “mistico” per spaventare noi ragazzi. “Ti leggono nel cuore…”, sentenziava mia nonna, soddisfatta del mio terrore, “… sentono i pensieri, ti trovano pure se ti nascondi all’inferno e riescono a ucciderti anche con lo sguardo… poi impazziscono, se usano troppo il loro potere…”. Forse l’avevo capito fin dall’inizio, non mi chieda come.
Una nebbia sottile corteggia i miei pensieri. - Si chiama Amaranth - dico. - E mi fa sopravvivere. Sua nonna aveva ragione, ma a quel tempo una cosa simile non esisteva.
Mishima ascolta il sommesso frinire notturno delle cicale, aspirando l’oscurità con grandi boccate d’aria, come un medicamento capace di lenire ogni dolore.
- Cosa vede in uno come me?
Ormai sono abituato alle sue domande, quasi fossero un rito.
- Sfumature - rispondo. - Trovare quelli come lei è relativamente semplice, la vostra aura non è definita, nessun colore netto, solo tracce appena accennate, dissolvenze.
- Non è una condizione invidiabile. Del resto suppongo che il mio spirito sia trasparente e artificiale come il corpo. Persino le emozioni ormai hanno un nonsoché d’insolito.
- So soltanto che è facile da individuare. E’ di questo che vivo.
Torna a guardare fuori, cercando qualcosa nell’oscurità, qualcosa che sa bene non esserci.
La sua confusione si alimenta con proroghe infinite, ed è la stessa che leggo nei suoi occhi mentre lo aiuto a rialzarsi dalla tomba, accompagnandolo barcollante all’auto. Il suo stordimento ora è fisico; i ricordi si stemperano nei minuti che passano e il corpo cede con essi. Si siede sul sedile posteriore e poi si allunga, esausto. Un rivolo di sangue si fa strada tra le labbra ma non posso farci nulla, la sua pelle ormai è troppo delicata. Gli occhi restano vivi anche se la luce si affievolisce sempre più.
Non ha bisogno di parlare per farmi capire.
- Per strada compreremo un coltello, poi troverò un posto tranquillo.
E’ buffo, nonostante l’abitudine le parole mi si spezzano in gola.

Niigata. Solo un piccolo villaggio di pescatori che si ostinano a raschiare i fondali dove scarseggia tutto tranne che i rifiuti gettati dalle petroliere di passaggio. Intorno soltanto montagne.
Alla fine ci hanno trovato. Non sono un esperto in fughe, e comunque è tardi anche per loro. Non riusciranno a riportarlo indietro.
Mishima s’inginocchia sul tappeto di sabbia, la brezza del mare fa sbattere con impeto la camicia ormai divenuta larghissima. Con una forza che non credevo ancora possedesse, irrigidisce la schiena raddrizzandosi, i denti serrati contro i dolori che lo squarciano da dentro.
Gli uomini di Hitasura sbucano da un viottolo tra i sassi. Urlano, imprecano; sono come fiori bianchi che stringo nel mio pugno. Li hanno addestrati e credono di sapere cosa aspettarsi; hanno menti forti, ma rigide. I primi cadono mentre puntano le armi verso di me.
Mishima stringe le mani intorno all’elsa del piccolo pugnale finemente lavorato; neanche un lamento quando i gomiti scattano all’indietro e la lama scompare nel suo ventre, il corpo scosso dai tremiti.
L’ultimo rimasto è il più forte, anche lui un Mistico, ma inesperto. Non ho scelta. Prendo i suoi pensieri, li lascio evaporare mentre i sensi impazziscono; forse, mentre il mondo si spegne, si chiede perché le cose non hanno più sapore e il sole è diventato nero.
Ora il pugnale fa uno scatto da sinistra verso destra e il fetore che subito si materializza è spaventoso, ma almeno ha una sua dignità. Mishima si accascia in avanti, gli occhi fissi sul mare. E’ un sorriso stanco ma tranquillo quello che ha sulle labbra, mentre il sangue viene lentamente assorbito dalla sabbia.
Si può chiedere a un uomo di morire nello stesso modo una seconda volta? In rari momenti mi raccontava di come avesse voglia di cose infantili, e di come si sentisse perso e impotente. Lui, che aveva scelto fino alla fine in entrambe le vite.
La morte infine giunse. Una nube capace di oscurare tutto. Da qualche parte, però, c’era una luce che ormai soltanto lui era capace di vedere.

Tokio.
Il litorale è invaso dalla nebbia che si alza dal fiume Sumida e che precede il crepuscolo.
Un cutter borbotta da qualche parte verso il molo; il rumore aumenta e una nuvola di fumo compare dietro a un’imbarcazione più grande. Un vecchio urla qualcosa e poi ride, con la canna da pesca che oscilla. Il cutter parte lasciando dietro di sé tante piccole onde oleose e un gradevole odore di nafta, un effluvio di normalità.
Mancano ancora un paio d’ore al tramonto. Gli uffici sono affollati, ma aspettare non è mai stato un problema per me. Più tardi sarà tutto tranquillo. Per ora voglio solo godermi il tramonto.
Poi andrò a trovare Hitasura, e parleremo di rispetto.

© Alberto Cola



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