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Mai dire revival
di Patricia Wolf
Pubblicato su PBUNIBOOKANT01


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BETTA: Sono rimasta almeno due minuti sotto shock, quando sulla mia casella di posta elettronica ho trovato un messaggio da Facebook inviato da Massimo Morra. Come se il passato mi avesse lanciato un segnale luminoso violentissimo che mi stava accecando gli occhi. Massimo detto Max, per un paio d'anni il mio "amichetto del cuore" o forse qualcos'altro che nessuno dei due aveva voluto interpretare diversamente, a parte quella sera, colpa di una sbronza più colossale del solito, tutti e due messi k.o. da una birra con un tasso alcolico off-limits, sdraiati sulla nostra spiaggetta, a rincorrere stelle cadenti. Max che mi cercava dopo tutto questo tempo. Eh già, in fondo Facebook è un veicolo perfetto per ritrovare vecchi compagni di ventura. Mi ero iscritta un po' per gioco, per vedere che fine avevano fatto i miei compagni di scuola e d'università, qualche rarissima amica sopravissuta al carrierismo imperante. Non avevo rintracciato quasi nessuno, a parte quell'eterno "provolone" di Ruben che non ha perso il vizio, nonostante le troppe batoste della vita e delle convivenze improbabili. .Beh, quanto a convivenze, forse dovrei stendere un velo pietoso anch'io che ho tentato l'impossibile con Andrea, mio collega di lavoro qui in clinica, impegnato quanto me a sondare la psiche tempestosa di ragazzi difficili e disorientati, più giovane di me di 5 anni e ormai preso al laccio dal sogno proibito di diventare profiler, da qualche mese in America per specializzarsi e conoscere Quantico e i suoi segreti. Strana davvero, la mia scelta: io che da ragazza impazzivo per gli uomini più grandi e sempre incasinati, come il mio docente universitario, brillante in facoltà e succube nella vita di una moglie-virago, autoritaria e più vecchia di lui.

Io e Max avevamo preso a frequentarci fitto nei primi mesi del 1975. E mi ricordo bene il nostro primo incontro, l'autunno precedente. Lui capellone dalla chioma bionda fina fina abbracciato alla sua Gibson che strillava nel microfono "Bye bye Baby" dei Bay City Rollers e "Sugar baby" dei Rubettes assieme alla sua piccola band in quello scantinato. Lui, patito di quella musica sfrontatamente allegra che io avevo amato alla follia nella mia estate a spasso per l'Europa, il viaggio-premio per la mia maturità conquistata. C'eravamo "presi" al volo, in una sosta del suo gruppo al bar. Grandi pacche sulle spalle e sorrisi, birre a fiumi e i miei ricordi di viaggio mischiati ai suoi, visto che era stato più o meno nei "luoghi sacri" del mio pellegrinaggio a poche settimane di distanza, per un pelo non c'eravamo incontrati.

E fu così che nacque la nostra "accoppiata vincente". Lui che stravedeva per i fumetti, era incerto se iscriversi all'Accademia di Belle Arti o tentare l'avventura come "artista indipendente", come diceva lui e ci piazzava lì ogni volta una delle sue risate irresistibili che trascinavano anche me nell'euforia più sfrenata.

Io avevo già deciso cosa fare, invece. Psicologia era l'unica strada percorribile, per me. C'ero "tagliata" in modo vergognoso: forse era stata quella mia vita familiare assurda a scolpirmelo addosso. Un padre brillante chirurgo plastico che collezionava successi e belle donne, una madre che s'era tuffata nella vita mondana con un atteggiamento più che spigliato e non trascurava saloni di bellezza e boutique di lusso. Mia sorella che aveva trovato il suo "principe azzurro" nell'assistente giovane di papà, uno spilungone dal sorriso sardonico insopportabile e mio fratello che aveva tentato disperatamente di accostarsi alle ragazze fino a scoprirsi gay convinto in occasione della sua prima vacanza in camping, nello sconforto totale di tutta la mia famiglia. Io invece, continuavo ad essere attratta dall'uomo grande. Dall'uomo già legato a cui volevo strappare quelle serate incantate che mi avrebbero appagato per quel che davano, senza responsabilizzarmi troppo.

In questo meccanismo apparentemente perfetto nella sua follia, Max s'inserì alla grande.  Le nostre notti brave in giro per i locali, davanti ad una birra e ai nostri sogni da scambiarci come figurine preziose, con gli altri a far da contorno solo per rapirci commenti e risatine neanche tanto silenziose. Dopo la seconda volta che ci cacciarono da quei locali, decidemmo di ritrovarci altrove, su quella che da quel momento in poi diventò "la nostra spiaggetta". E da quel momento in poi io e Max, i gemelli terribili, passavamo quasi tutte le sere a stordirci di musica col mangianastri, ululare alla luna e divertirci con le nostre "commedie".  La più esilarante era sicuramente la nostra versione "casareccia" del film "Sugar baby" dove lui interpretava il personaggio femminile, l'impiegata grassoccia delle pompe funebri ed io il conducente della metropolitana ed ovviamente, fra i gol di Gerd Muller nella finale della Coppa del Mondo con l'Olanda e balletti improvvisati sulla sabbia fredda, il nostro finale travolgente era quel "Sugar baby loooove" starnazzato alle stelle, folli di gioia".

"Siete fascisti" ci dicevano gli universitari impegnati, vedendoci sempre allegri. Fascisti noi? Roba da matti! "Ti stai inchinando al maschio padrone" mi sgridavano le amiche femministe. Max padrone? Ma quando mai? Cos'aveva di "dominante" quel maschietto biondino cresciuto solo in altezza che lottava ancora coi brufoli a 25 anni e si vergognava a mettersi gli occhiali e sbatteva regolarmente contro la gente prima di salutarla? Eravamo come due adolescenti avanti con gli anni entrambi: lui con i suoi, io con i miei complessi. Mi sentivo ancora goffa, avrei voluto esibire un fisico più asciutto e mi vestivo con magliettone e pantaloni larghi, andando perfino contro alla moda del momento. Stavo anticipando gli anni 80 e neanche lo sapevo. Pensare che oggi ho davvero quel corpo slanciato e continuo a mettermi felpone e pantaloni multitasche, come a scimmiottare me stessa in eterno.

Non c'era un rapporto sentimentale fra noi. Almeno, non di quelli "classici". Io gli raccontavo le mie infatuazioni per gli uomini "fatti", lui mi confidava le sue passioni per le biondine dai grandi occhi di fiaba che tratteggiava a carboncino, sui suoi cartoni di prova, perfino in strada, appena le vedeva, per poi regalare il disegno con la sua firma a ghirigoro, fingendo di essere famoso.

Ci perdemmo di vista due anni dopo. Quando io ero impelagata negli esami più difficili e in una storia appena iniziata con un collega di mio padre che voleva trascinarmi a tutti i costi a fare tirocinio in clinica prima ancora che finissi l'università, ma ovviamente non avrebbe mai rinunciato al suo menage familiare con l'ennesima "virago" arcigna che poi era anche la proprietaria della clinica, guarda un po'. Max era gasato per il successo di "Vipparella", una striscia puntata su una ragazzina che s'infatuava dei personaggi dello spettacolo e combinava sempre guai. L'avevamo creata in coppia ed ora lui partiva in viaggio per sondare altre vie per collaborazioni importanti all'estero. Ci salutammo all'aeroporto, facendo gli scemi come sempre, come se non fosse cambiato niente. Ma salutandolo, sentivo che un po' lo avevo perso e che era il momento di resettare tutto  e ripartire da sola.

Ed ora di nuovo Max. Max rispuntato dal niente. Max che mi scrive, mi chiede come sto, s'informa se sono cambiata, se sono rimasta la pazza di una volta, se ho rimorchiato altri professoroni con moglie arcigna a rimorchio, Sor Pampurio e la Tordella, li chiamava lui e se ne ricorda ancora. Max che mi scrive messaggi, mi dice che lui ha anche provato a sposarsi ma ha sbagliato il tiro ed il pallone è finito in curva, sotto i fischi del pubblico. Ed io ricomincio a ridere e mi chiedo come sarà diventato, se avrà ancora quei capelli lisci lisci e fini e penso che in tutti quegli anni mi è davvero mancato tanto, un amico come lui. E ad un certo punto ci domandiamo se non abbiamo trascurato forse il rapporto più importante della nostra vita. . E ci diamo appuntamento il sabato sera nella nostra spiaggetta.  Ci riconosceremo sicuro, non siamo poi tanto cambiati. Lui avrà in testa il cappelletto da baseball con su scritto "Boss" di tanti anni fa ed io avrò al collo il vecchio mangianastri ormai scassato, reperto d'epoca. E poi chi vuoi che vada in spiaggia a fine marzo con questo tempo incerto.

MAX : Betta esiste ancora. Betta c'è. Dio l'ha creata per darmi la carica.. Mi ci voleva davvero un'iniezione di energia pura in questo momento. Ora che voglio dare un senso diverso alla mia vita. Ora che mi sta stretta perfino la professione di grafico e webmaster e voglio riprendere il discorso lasciato a metà come caricaturista e ho firmato un contratto con l'estero per una serie di strisce settimanali. E' nel disegno che ho sempre dato il meglio di me, fin da ragazzino e non mi rassegno a lasciarmi guidare dai programmi già confezionati per creare. Cosa può esserci di più intrigante che esasperare i tratti umani, sottolineare i piccoli difetti, portare alle stelle  le caratteristiche, danzarci su con un tratteggio? Un sorriso diventa un ghigno, un'increspatura si trasforma in smorfia, un gesto si fa quasi animato ed il personaggio diventa una macchietta vivente. "Chi è stato il tuo primo bersaglio? Tuo padre?" mi chiese un tale che si spacciava per psicologo e in realtà voleva solo ficcare il naso nelle mie faccende private. Ah certo, mio padre docente di diritto all'ateneo, un baronetto che dettava legge nella sua facoltà ed anche fuori. Serio rigoroso, incorruttibile. Un uomo tutto d'un pezzo, come si diceva una volta. Uno stoccafisso, cominciai a pensare io a quindici anni, quando smisi di pensare con la sua testa.. Lui che aveva la sua grande croce da portare e chissà perché non l'hanno fatto santo: mia madre, fragile bimba troppo delicata, condannata alle sue emicranie e ai suoi nervi  eccitabili, sempre in cura da qualche luminare. Eppure ancora viva e vegeta a novant'anni  ospite di mio fratello Poldo e sua moglie mentre papà non c'è più da un pezzo, fregato  da una curva pericolosa ed un eccesso alcolico poco dopo la pensione che gli rubava visibilità.

Betta che sprizzava entusiasmo e fantasia ma aveva poco stima di sé. S'invischiava in storie complicate per non mettersi di fronte a problemi facili. Era quasi certa di non riuscire a risolverli, quelli. Lei che cercava sempre la via difficile eppure aveva un dono della sintesi naturale, la battuta pronta come poche ragazze della sua età, a quei tempi.  Era spontanea, genuina come poche. Non giocava a fare l''intellettuale. Eppure  aveva una bella testa e nello studio riusciva anche bene. Molto più di me che scappavo dalle aule dell'accademia e saltavo sulla mia moto e cercavo i paesetti pittoreschi per tratteggiare su carta tutti i personaggi che incontravo, curioso di facce come lei era curiosa di menti.

Betta che non somigliava alle ragazzine bionde e quasi eteree che sognavo e idealizzavo. Ma che aveva un'anima  più grande e la spendeva tutta con me nelle notti brave piene di alcol e musica e parole. Eppure era carina, un tipo diverso da tutte. Ma non la vedevo come mia possibile partner anche se una volta siamo andati vicini all'amore e ci siamo fermati giusto in tempo per non guastare la nostra complicità al disopra di tutto e tutti.

Betta non era certo come Margot, la donna-manager che ho conosciuto progettando un sito web per lei, qualche anno fa. Bella, bionda, sottile come le ragazzine dei miei sogni. Ma presa da se stessa e stop. Un matrimonio-lampo a Malibu Beach e poi al ritorno, la sua smorfia nauseata davanti a quest'artistoide sbandato che sarei rimasto per sempre. E ripresi la mia vita da pazzo single, da un giorno all'altro, come riprendendomi  i vecchi vestiti dall'armadio.

Betta che non si è mai sposata e ha provato a convivere, ma non ci ha preso troppo gusto. Betta che forse ha ancora voglia di ridere con me e mi chiede quanto sono cambiato. Ed anch'io glielo chiedo, anche se forse ho paura della sua risposta. Betta che vedrò sabato sera alla nostra spiaggetta. Appuntamento sul molo dove vivevamo la nostra eterna estate.

Venerdì sera: BETTA

M'ha preso paura. Ci ho pensato anche troppo a quest'incontro-revival con Max. Paura che tutto sia troppo diverso. Paura di averlo idealizzato troppo in questi giorni di mail e messaggini. Paura di trovarmelo davanti come un estraneo. Allora eravamo soltanto amici e dovevamo ancora iniziare a correre ognuno per la propria strada. Noi non siamo per le lunghe distanze. Siamo entrambi centometristi e non maratoneti. Non rendiamo per niente nei progetti a lungo termine. Io ho sempre studiato gli ultimi giorni, lui ha sempre sintetizzato in pochi tratti la propria originalità: quando si ha il dono, si può. Anche nel definire le problematiche dei ragazzi, oggi, conto molto sul mio sesto senso e sulla facilità di "leggere" la loro gestualità, le parole dette ed anche quelle non dette. Non sono stati certo gli studi a potenziarmi, solo a darmi gli strumenti del mestiere e la qualifica. Il resto come sempre, è già dentro di me forse dalla nascita.

E poi, me lo ripeto da qualche ora, la paura più grande è di trovarmi davanti un Max più vecchio. Io che da ragazzetta adoravo gli uomini grandi, oggi li sfuggo come la peste. Anche il mio tentato convivente Andrea è più giovane di me. Scappo come una lepre dagli anziani, ne ho quasi paura. Non sopporto le fronti spaziose senza più capelli o le mani rugose. Ho paura di aver assimilato il gusto della perfezione estetica da mio padre: di averlo sottovalutato nel tempo e d averlo sempre avuto sottotraccia, nel dna, come un tratto genetico inesorabile. Io che oggi sono fisicamente migliore di trent'anni fa, paradossalmente, temo che Max sia sulla china discendente. E se i suoi bellissimi capelli biondi fini come la seta si fossero dissolti? E se il suo fisico atletico, nonostante l'andatura caracollante da finto sbandato, si fosse imbolsito o si fosse tramutato in segaligno e decadente? Se fosse diventato lui stesso una di quelle caricature che ama disegnare? Avrei il coraggio di uscire con lui in mezzo alla gente come facevo una volta, quando ero fin troppo incosciente e  non avevo ancora  un passato da scansare'?

Ho deciso: domani sera io resto in macchina ad aspettare  nel parcheggio  davanti alla spiaggia, all'ingresso  che dà sulla strada principale. Mando in avanscoperta la mia amica Mafalda, una che somiglia un po' a com'ero io all'epoca, un po' impacciatella, leggermente sovrappeso, single per forza, non per scelta. Siamo già d'accordo: le do mezz'ora di tempo. Lei fa la commedia, finge d'essere me, tanto al telefono non abbiamo parlato, l'ho "catechizzata" per bene, i fatti importanti li sa tutti.  Se dopo mezz'ora ricevo un suo squillo al cellulare, allora vuol dire che Max è come me lo ricordavo: un bel tipo ancora giovanile, caruccio, piacente. Uno con cui poter recuperare il tempo perduto senza timore di delusioni. A quel punto lei sparisce con una scusa, torna su ed entro in gioco io. Se dopo mezz'ora sento silenzio, me ne vado e chi s'è visto, s'è visto. Dopo poco lei trova una scusa, s'inventa un mal di testa e se la squaglia.. Tanto ,andiamo con due macchine. Non sono una vigliacca come gli uomini che ho conosciuto da ragazza.  Ho solo gli occhi ben aperti, ormai. E non voglio fare passi falsi.

Venerdì sera. MAX

Che rabbia.  Con i giorni che passavano, sono diventato nervoso. L'idea di ritrovarmi con Betta non mi ha convinto più come ai primi tempi. Mi pareva di aver trovato l'Araba Fenice, di poter sfidare con lei il mondo come nei tempi d'oro. Quando cantavamo un po' svociati e sbronzi le canzoni che andavano in quel periodo, quelle più facili, facendo i falsetti come i Cugini di Campagna oppure giocando a Johnny Halliday e Sylvie Vartan, Wess e Dori Ghezzi, July e Julie. Poi ho pensato, ma io che ne so di com'è Betta ora? E se poi sotto sotto, si fosse lasciata andare? Se fosse diventata una zitellaccia gonfia come la protagonista di Sugar Baby, quella che ci faceva tanto ridere? E se si vestisse da signora-bene e si mettesse lo smalto rosso alle unghie e avesse addirittura la dentiera? Dio, lo so che sono scemo e a volte straparlo, ma notare i difetti degli altri è sempre stata la mia forza. E' vero, la mia prima caricatura è stata quella di mio padre, alto, secco come un chiodo, arcigno e duro nei suoi silenzi. Nelle peggiori versioni era addirittura uno spaventapasseri. Non ce la farei a non ridere vedendo Betta trasformata.

Ne ho parlato con Ricky, il mio vicino di casa da cui passo ogni tanto a farmi una birra, parlando del più e del meno. Lui dice che ha chiuso con le donne. In realtà l'hanno sempre mollato. Ha anche qualche soldo da parte ma è sbiaditello, pelatino, con gli occhialoni come fondi di bottiglia. Mi ha guardato sbalordito, quando gli ho detto che forse sono più miope di lui ma da quando porto le lenti a contatto mi sento un altro. "Eh ma tu ci hai il fisico" mi ha detto. Beh certo, palestra e piscina quando posso, lo shampoo giusto per avere la chioma fluente sempre a posto, controvento, quando vado in moto. Ma basta poco per non lasciarsi andare. Insomma Ricky va lui al mio posto domani sera. Io con la moto, lui con la sua scalcinatissima monovolume del 1987. Io mi fermo, mollo la moto e mi nascondo a fumare fra i cespugli, all'entrata della spiaggia sulla strada secondaria. Tanto sono sicuro che lei entrerà dall'altra, parcheggiava sempre da quella parte, a quei tempi. Siamo d'accordo. Dopo una ventina di minuti mi fa uno squillo al cellulare. E' il segnale che Betta è come la ricordo io. Carina, divertente e sopravvissuta al tempo. A quel punto lui va via con una scusa ed entro in scena io. Butto lì la mia battutaccia del momento e io e Betta torniamo inseparabili e magari combiniamo anche un matrimonio tardivo. Se non sento squilli, sparisco. Basta saper combinare i pezzi e il mosaico va a posto.

SABATO SERA, ore 22.

I due ragazzi camminano un po' abbracciandosi, un po' spintonandosi. Lei ha la frangia che le vola qua e là per il vento, la tutina larga, le scarpe Nike senza lacci. Lui coi capelli corti, il piercing al naso, i pantaloni a vita bassa stile hip hop. "Che serata assurda" si stanno dicendo. "Prima quei due tipi buffi che si abbracciavano sulla spiaggia come due ragazzini. Quello pelatino con gli occhialoni che rideva tutto timido e lei, bella pacioccona che parlava parlava e gli si stringeva addosso sempre di più...Mi sa che fra un po' si spogliano e fanno il bagno di mezzanotte...pure se s'è alzato un vento tremendo". Il ragazzo si ferma a carezzare i capelli di lei e le dà un buffetto sulla guancia. "Beh....poi per finire la serata, quei due soggetti strani.  Appena salite le scale sull'uscita secondaria, quel maschione sulla moto, con tanti capelli biondi appena un po' grigi, che ci ferma e con la scusa di accendere si mette a fare il simpatico, a dirci di goderci la nostra storia finché c'è, ma non ricontattarci mai fra tanti anni...sai che brutte sorprese!" La ragazzetta gli prende la mano e lo trascina via, ridendo. "Eh, e quando abbiamo fatto il giro largo e siamo spuntati sull'altro ingresso che dava sulla strada per andare verso il bar, quell'altra tipa. Quella col caschetto castano, secondo me i quaranta li ha passati da un pezzo, ma se li porta proprio da Dio. Beh quella... che  s'è sporta fuori dalla macchina, abbassando di colpo lo stereo che suonava musica rock che non ho mai sentito, forte però. E ci ha guardato,  fissandoci dritti in faccia mentre fumava  facendo la dura  e poi ci ha urlato, buttando via la cicca...oddio come ha detto?" E il ragazzo le dà un'arruffata di capelli e  la  solleva di colpo, prendendo a correre "Ha detto MAI DIRE REVIVAL! Ha chiuso forte lo sportello, ha acceso il motore ed è ripartita sgommando. Tutti i matti l'abbiamo incontrati noi, stasera!"

© Patricia Wolf



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