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L'ultimo Natale di Victor
di Giovanna Circiello
Pubblicato su SITO


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Era ripiombato il silenzio.
Igor se ne stava lì, seduto sullo sgabello di legno ammuffito, stringendo più forte il cristallo di champagne.
Victor, un po’ annoiato, si grattava la lieve ruga della sua non più giovane fronte.
La fiamma del camino scoppiettava a tratti allegra, lasciando guizzare qua e là piccole lingue di fuoco. Fuori, fiocchi di neve ricoprivano la città di un candido manto.
S’apprestava il Natale.
Igor riprese il suo discorso. Era fatto così : allorché gli si faceva una domanda, non smetteva di parlare fino a quando non riteneva esaurito l’argomento.
“ Del resto “ disse “non mi sembra giusto che debba essere tu a pagare per tutti noi…”
“ Se anche fosse ingiusto”, replicò Victor, con voce grave, “non c’è altra soluzione!”.
S’alzò e andò verso la finestra.
Poggiò la fronte al vetro che, appannato, lasciava appena intravedere l’esterno. In primavera sarebbero sbocciati i fiori e gli alberi, rigogliosi, avrebbero, d’estate, rinfrescato coloro i quali avessero voluto usufruire della loro ombra.
Le stagioni volano via in fretta.
Sembrava ieri estate. E l’inverno è pungente. Gli alberi sono piegati al gelo, l’erba ha lasciato il posto a fango e terra.
Victor si voltò ad osservare quel giovane ragazzo e la sua ombra snella. Gli ricordava la sua gioventù : pieno di sé, intuitivo, avventato e tenace. Egli non aveva più la forza d’animo necessaria per affrontare il mondo a pugni stretti. Le sue mani, ormai, potevano solo mostrare, nude, le palme al cielo e i suoi occhi, non più ardenti, potevano solo tenere basse le palpebre in segno di resa.
Igor, vedendolo così pensieroso, gli andò vicino : “Su!” disse, stringendogli un braccio, “Io ti sarò vicino!”.
A quelle parole, Victor avvertì un brivido percorrergli la schiena. Ben intese le parole dell’amico e, con l’animo misto di gioia e dolore, pronunciò qualche confusa parola.
Capita sempre così : quando arriva il momento di dover parlare e dire , la bocca si impasta, le idee ti si serrano in un cassetto attanagliato da catene e catenacci, le mani ti tremano alquanto e le orecchie si ovattano. Per non dire dello sguardo che ti si annebbia!
Ma fu un attimo e, forse, Igor non se ne avvide. Ora, era di spalle e versava altro champagne.
“Prendi” disse l’amico, porgendogliene un calice, “t’aiuterà a non pensare!”
“Già!” rispose appena. E correva con la mente ai dolci ricordi della sua vita.
Quarant’anni trascorsi all’insegna della sfrenata allegria : donne, soldi, sesso, successo, gloria e fama, perenne immortalità. Qualche poesia scritta ad arte, un paio di romanzi sulla sua città e null’altro. Il ritiro in un paese solitario per ritrovare se stessi e poi…il baratro infernale.
Così come improvvisa era arrivata la fama, improvviso fu lo sprofondamento.
Debiti di gioco, truffa e droghe fecero il resto.
E, proprio quando stava per togliersi la vita, Igor.
Osservava, la mattina di Pasqua di un anno prima, la Senna scorrere un po’ tumultuosa sotto al ponte che collega le due sponde. Poche persone erano a passeggio : qualche scapestrato, qualche frivola signorina ad un segreto appuntamento con un aitante principe azzurro. E lui.
La tranquillità era Parigi.
Victor era intento ad immergersi coi pensieri in lontani ricordi di vita e di poesie. Quanti grandi s’erano ritrovati così? Quanti avevano contratto la malattia più grave di tutti i secoli?
Il male di vivere.
Victor era ammalato di vita e non ne poteva più.
Adesso era seduto su quello stesso ponte e meditava di imparare a volare.
Fu allora che sentì una stretta al braccio. La mano di quello sconosciuto era la mano di Igor.
“Credi davvero che ne valga la pena?” gli chiese “Si ricorderanno di te come di un vigliacco!”
“Lasciami andare! Neanche sai chi sono!”
“Non lo so… e allora? Anche se fossi un furfante non cambierebbe niente!”.
Suonarono le campane a Notre Dame.
Victor ridiscese dal ponte e, allontanandosi , disse al giovane amico : “ Ma cosa vuoi da me? Torna a casa, giovanotto!”.
Igor sorrise e fu sicuro che, almeno per un po’, quell’uomo avrebbe considerato un po’ di più la sua esistenza.
Purtroppo, quando sei ricoperto di guai, sembra che anche le disgrazie ti inseguano apposta.
Nessun editore sembrava volergli pubblicare nemmeno un aforisma.
Basta. Non ne poteva davvero più!
“Non dovrebbero tener conto del mio passato…Una volta ero un grand’uomo!” e si disperava.
“Si è grandi sempre : devi esserne convinto. Un giorno gli uomini si ricorderanno di te!”
“Sbagliasti a Pasqua. Se la facevo finita allora, non avrei avuto più problemi né economici né d’altro!”
“ Non sarebbe giusto!”
“Non c’è altra soluzione!” ripeté per la seconda volta.
S’addormentarono, mezzo ubriachi accanto al camino ancora acceso, mentre il vento soffiava più forte e il gelo più pungente.
Victor s’alzò dalla sua poltrona. Aveva freddo. Attizzò la legna e osservò il fuoco, verso il quale tendeva le mani per trarne beneficio.
Fu un lampo.
Si caricò in spalla Igor e lo portò, di peso, nella stalla di fronte. Era una catapecchia vuota e, con quel freddo, nessuno osava soggiornarvi il cavallo. Sospirò un paio di volte. Afferrò un ciocco acceso e appiccò il fuoco alle tende.
La piccola casa s’illuminò d’un chiarore diurno. Presto tutto fu avvolto da fumo e fiamme. Victor si rannicchiò, piangendo, in un angolo dell’ampio salone. Sapeva che nessuno l’avrebbe potuto salvare.
E Igor dormiva. Per quando si sarebbe destato, egli l’avrebbe già contemplato dall’alto.

Alla mattina, col timido sole a picco sui monti, Igor si destò infreddolito. S’alzò e, con movimento automatico, cercò l’arnese per ravvivare il fuoco nel camino. Fu, però, distratto da vocii e grida. S’avvide, allora, di essere nella stalla abbandonata. Si stiracchiò, facendo mente locale di come fosse lì, e guardò fuori della finestrella.
In fiamme era tutta la casa.
Gli abitanti del fondovalle si passavano secchi d’acqua per spegnere le ultime fiammelle.
Igor voleva svenire, ma i suoi sensi non riuscivano ad abbandonarlo. Corse incontro a quegli uomini. Non chiese nulla. Il vecchio, con la pipa in bocca e le rughe profonde, scosse lieve il capo.
Il giovane amico s’abbottonò meglio il cappotto.
E andò via.
“Vigliacco!” gridò al vento “Vigliacco!”.

© Giovanna Circiello



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