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Fortezza Mentale
di Fabio Centamore
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«Che diavolo vorresti fare, vecchio».

Eccolo. Orazio, sempre lui il primo a farsi vedere. Figurarsi se non poteva essere il primo anche in quel frangente. Così avevano deciso di non dargli pace nemmeno nei suoi ultimi minuti di vita. Sospirò e si lasciò accarezzare da una fievole brezza salmastra. Puntò lo sguardo sui tetti rossi delle case sotto di sé. Si udiva perfino il monotono sbatacchiare di qualche sparuta persiana.

«Non sono fatti tuoi, lasciami in pace», sbottò Arturo Bellini ostentando le spalle al corpulento Orazio.

«Ma guardati», continuò  quello imperterrito. «Stai lì, in piedi sull'orlo del precipizio, da un sacco. Smettila di ingannare te stesso e vieni via, tanto non ti butterai mai».

«A no? Davvero? Vuoi vedere? ».

«No! Non lo faccia, signor Bellini».

«Mamma, mamma, cosa sta facendo lo zio Arturo? ».

Fantastico. La giovane Sara Agosti e la piccola Irene, il pubblico era quasi al completo. Un raggio di sole attraversò i tetti rivelando impietoso lo stato di abbandono della città. Un amaro deserto di case vuote, ecco cos'era diventato il mondo.

«Andate via tutti», mormorò Arturo, «lasciatemi solo vi prego».

«Ma perché? ». Sara doveva essersi avvicinata, il suo profumo dolce e sottile stava raggiungendo le narici del vecchio. «Forse non si trova bene con noi? Forse l'abbiamo disturbata troppo in passato? Se è così le chiedo perdono, anche per le piccole marachelle che può averle combinato Irene. Sa, lei è una brava bambina ma ogni tanto fa i dispetti».

«La smetta. Smettetela tutti di far finta. Voi lo sapete perché lo sto facendo. Io... io non dovrei nemmeno parlare con voi».

«Ecco! », proruppe Orazio. «Ora salta fuori la storia che siamo solo frutto della sua immaginazione».

«Ebbene è così», confermò Arturo. «Non esistete e mai siete esistiti. Vi ho creati io per colmare i vuoti».

«Ma sentilo. E se anche fosse, non te li abbiamo colmati bene questi tuoi vuoti? Ti abbiamo forse fatto mancare qualcosa? Insomma, che bisogno hai di farlo?».

«Ha ragione, signor Bellini», rincarò Sara. «Noi abbiamo condiviso ogni cosa insieme a lei. Ricorda quando è nata Irene? Da quanto tempo ispezionava inutilmente le case vicine alla stazione? Fu un incontro miracoloso, stavo per partorire da sola fra tutto quell'abbandono. Lei ci aiutò, abbiamo deciso insieme il nome della bambina. Non ricorda? ».

«Vero, mamma. Mi chiamo Irene come la pace universale».

Arturo scosse la testa senza rispondere. Quell'episodio era  avvenuto solo nella sua mente, in quella specie di fortezza che si era eretto contro la solitudine e la desolazione. Aveva cominciato per scherzo, quasi giocando.

«Vi ho creati per caso. Prima del virus e dell'epidemia mondiale, ero uno scrittore. Così mi è  venuto facile, quasi naturale immaginarmi dei personaggi. Con il tempo vi ho plasmati così bene da non distinguere più fra realtà e fantasia. Ma ora basta».

«Un corno, vecchio. Tu arrivi, ci dai vita, significato ed esistenza tanto per mitigare la solitudine, e pretendi ora di ucciderti uccidendo anche noi?».

Il vecchio si voltò. Orazio era rosso in viso, le braccia enormi scaturivano dalle maniche di camicia rimboccate come due pistoni. Sara sembrava un'acciuga che stringeva al petto una bimba pel di carota.

«Ma cosa state cianciando adesso? », urlò. «Voi non sapete cosa voglia  dire svegliarsi tutte le mattine ed ascoltare solo il silenzio, il cigolio del vento. E non avere più rumori di traffico, non avere più stress o confusione intorno. Tutto il mondo tace. Io solo sono immune al virus, a che pro andare avanti?».

«Lo faccia per noi, signor Bellini», singhiozzò Sara. «Non meritiamo noi di vivere? Le  nostre vite sono piene, noi ci sosteniamo a vicenda. Io ho Irene, lei ha me e noi abbiamo il signor Orazio: siamo una famiglia. Ma senza di lei non saremmo più nulla, capisce? La stiamo solo pregando di non ucciderci».

«Zio Arturo, se vai via tu chi mi racconterà le storie? ».

«Non illuderti, piccola. A questo signore non interessiamo minimamente. Vedi, lui  dice che siamo solo frutti della sua fantasia. Vuole persone reali lui, vuole il mondo com'era prima del disastro. Ma ci pensa quest'uomo alla festa che abbiamo fatto quando hai messo il tuo primo dentino? Ci pensa alle ore passate insieme ad ispezionare vecchi supermercati e case diroccate? Quante cose ci siamo detti, vecchio. So più io di te della tua defunta moglie. Ma me lo dici che differenza fa realtà o fantasia davanti a tutto questo? Che differenza fa? ».

Arturo tornò a guardare davanti a se, dritto nel vuoto che attendeva di risucchiarlo. L'aria sapeva di nulla, portava solo odore di disfacimento e abbandono. Fu quasi un colpo di fulmine. Stavano combattendo per la loro sopravvivenza. Orazio, Sara e Irene, pur entità immaginarie, desideravano vivere. Il fondo del burrone oscillò, quasi tentò di sostituirsi al cielo terso e limpido. Li aveva creati per tenere lontano il deserto di case intorno, per popolare di finta vita tutta quella morte vera. Ma non erano più solo quello, volevano vivere quando lui desiderava solo porre fine a quell'incubo. Le sue stesse fantasie volevano vivere. Fantasie? Orazio, Sara, Irene sapevano tutto di lui e lui tutto di loro. Cielo e terra ebbero un capogiro, i comignoli semi arrugginiti si fusero con il freddo dell'asfalto e la calura del sole. Cadde a sedere come un sacco vuoto. Orazio aveva ragione, che differenza poteva fare? Si voltò, i tre erano ancora lì impietriti nello stesso, speranzoso, sorriso.

«Ho avuto un incubo», mormorò infine Arturo ricambiando quel sorriso. «Pensavo di essere veramente rimasto l'unico essere vivente al mondo, che sciocco!».

© Fabio Centamore



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