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Gisa
di Luigia Forgione
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I
Il paese di Gisa ha la forma di un presepe: arroccato sulle pendici di una collina, da lontano pare che le case siano affastellate, con abbaini a guardia di sottomesse finestrelle, ringhiere boriose che si protendono nel vuoto sfidando il senso di vertigine , vetrate ingorde che trattengono gli ultimi bagliori del tramonto e qua e là sprazzi di verde: ginestre, lecci, viti, e tanti ulivi che con puntiglio aprono la chioma al cielo e le radici ai sassi.
A vederlo vien da pensare che il Buon Dio, alla fine del sesto giorno, ormai esausto, abbia gettato alla rinfusa su quelle rocce ciò che gli rimaneva. Qualcosa era precipitato più in basso, verso la pianura, mentre il grosso era rimasto appeso agli spuntoni, dandosi forza vicendevolmente per non soccombere all’altezza e ai venti .
Allo spuntar dell’alba, le stradine del Paese si animavano di uomini e donne che, con gli attrezzi in spalla: zappe falci e roncole, discendevano verso la pianura per un nuovo giorno di lavoro; poi si sparpagliavano qua e là per i campi, che risuonavano di canti e di stornelli, modulati sui tempi e ritmi delle braccia. Al tramonto le schiere si ricomponevano lungo la salita, e, mentre le gambe arrancavano, in bocca si agglutinavano parole.
Durante il giorno, a custodia delle case rimanevano vecchi e bambini : mortali numi di affetti ruvidi, come lenzuola di tela dimenticate al sole, e scontrosi, come bimbi solitari costretti a feste inaspettate.
A sera, dopo un bicchiere di vino, in un’agape improvvisata, tornava il buonumore e le parole, tornate liquide, fuoriuscivano a fiotti dalle labbra, impregnando vetuste suppellettili e muri scalcinati con urgente necessità.
Anche qui, la guerra aveva dispensato lutti e costruito macerie. Era giunta nottetempo, approfittando dell’assenza di luce e del sonno dei paesani. Era iniziata dapprima sottotono con il gorgoglio inquietante d’un corso d’acqua torbido e limaccioso, ma che rimane chiuso e circoscritto tra sponde, all’apparenza, forti e resistenti. Poi, d’improvviso, era divenuta fiumana dilagante che, senza riserve e remore, ingoiando gli argini, era penetrata in ogni dove.
Passata la piena, rimanevano fontanazzi e fango.
Ma anche dal fango si può ricominciare soprattutto se, come Tonio e Lucia, si è tanto giovani da non sentire i crampi della fame e tanto innamorati da spalancare il cuore alla speranza.

Tonio : forte, mite e gran lavoratore. Lucia: esile d’aspetto, ma di tempra tenace e volitiva sentiva di poter piegare il suo destino e cominciò da subito a tessere l’ordito con la trama su quel telaio che era la sua vita. E fu in questo intreccio di fili appena cominciato che venne al mondo Gisa, la Ninna, inaspettata.

II
La casa di Gisa è in Via dei Venti: un nastro di pietra sui cui lati le case si fronteggiano l’una l’altra, in un gioco asimmetrico di cantoni sporgenti e rientranti che si rincorrono sino a una salitella, che con una voluta immette in un percorso soprastante.
A mezza via, proprio di fronte alla casa di Gisa, il gioco dei cantoni sporgenti e rientranti d’improvviso cede ad un basso muricciolo che docilmente segue il selciato, per poi inerpicarsi sinuosamente sulla salitella sino ad abbracciare, in uno slargo, il cantone dell’ultima casa. Al di sotto del muro terrazzamenti digradanti verso le pendici della collina, ai cui piedi si genuflette la pianura, striata dalle acque sonnolenti e limpide del fiume.
Gisa, la Ninna, vive a piano terra in due stanze contigue: la cucina, che nella bella stagione prende luce dalla porta aperta e durante l’inverno da una sopraporta, e una stanzetta con al centro della parete una parca finestrella che ruba un po’ d’aria dalla via. La camera da letto è esterna, sul lato opposto della strada, ma quella, come dice la mamma, è bella grossa con tanto sole e un balconcino che quando ti ci affacci ti ci sani.
“Non mi lamento” dice la mamma alla vicina, “ ora stiamo facendo sacrifici per fare il gabinetto, lo ricaveremo da un angolo della cucina”.
Gisa, la Ninna, i suoi bisogni li fa nel vaso da notte, quello smaltato bianco di papà, che mamma, ogni mattina, non si sa dove, provvede lesta lesta a svuotare e a ripulire, e quando il pitale sparisce sotto al letto non si può più usare. Per questo capita ogni tanto che Gisa-riottosa s’accovacci , ad occhi chiusi, in un cantuccio della via, a volte la gente passa e dice: “Ninnè stai a fa’ i bisogni?”. La Ninna apre gli occhi e, rossa in viso, risponde delusa a bassa voce: “si”. Poi pensa che forse quella volta lì gli occhi non li aveva chiusi bene, filtrava un po’ di luce tra le ciglia, ecco perché le “zie” l’hanno veduta, la prossima volta deve stare più attenta e tenerli più a lungo chiusi chiusi.
Ma non sarà sempre così, la mamma l’ha promesso, le cose cambieranno, ma ci vogliono ancora non si sa quanti sacrifi-ci. Il sacrificio, la mamma le ha spiegato, è come un gioco a cui lei e papà partecipano ogni giorno, sicuri di ottenere tante cose . Gisa non capisce bene cosa sia, ma ugualmente sente di voler partecipare e così chiede alla mamma il permesso di giocare anche lei ai “ pacrifici “; certo che sì!. Ma ci sono due regole: sst, il segreto, e andare ogni giorno all’asilo dalle suore senza capricci .
Così, quando anche mamma, come papà, va a giornata, la Ninna va all’asilo. Ci sono tanti bimbi e Gisa –ubbidiente è contenta, non perché le piaccia andare lì, ma perché così partecipa a quel… gioco. Spesso avrebbe voglia di dirlo alla suora , ma sente che non può: ha promesso, se no la Fata dei “ pacrifici” si arrabbia e non porta più le belle cose di cui mamma le ha parlato. Altre volte si guarda intorno e si domanda se anche gli altri bambini dell’asilo segretissimamente fanno quel gioco. Chissà se anche Mariuccia e Pina… ma poi le torna in mente “ sst!”. Allora, va a fare il girotondo e…” tutti giù per terra” non ci pensa più.
Quando il tempo è bello, dopo la preghiera del mattino, i bimbi con le suore vanno in terrazzo. Qui fanno tanti giochi: il trenino, il cerchio di Madama Dorè, la corsa tra il lupo e la volpe. A Gisa quest’ultimo gioco non piace molto, le mette nel petto una “ pinza” che stringe, perché la volpe spesso trova le tane chiuse e il lupo cattivo la ghermisce. Però, quando il lupo cattivo rimane fuori dalla tana, a bocca asciutta, allora la bimba riccioluta sbatte le manine forte forte sollevata.

III
Prima della campana del vespero, mamme nonne zie scia-mano a riprendere i bambini, che, nell’ingresso col cestino in mano tra mocci, frigni, buffetti e scappellotti scalpitano come puledri negletti ad ogni tipo di bardella.
La mamma di Gisa non viene mai, non fa in tempo a torna-re dal lavoro, e così le suore di volta in volta l’affidano alle vicine. La Ninna -docile fa ritorno a casa all’ombra di una mamma che non è la sua, e, guardando in tralice, quella mano grande che stringe quella della sua bambina , con la scusa di schivare i sassi, s’allontana un poco, prestando poca attenzione alle effusioni scambiate tra le due; forse invidia un poco la compagnuccia, ma solo un pochino perché subito le torna in mente la Fata che fa bellissimi regali alle bimbe che fanno i “pacrifici”. Ciò nonostante, ogni giorno, all’ora dell’uscita, Gisa -caparbia si ostina a spingere oltre il cancello il suo sguardo in attesa di veder comparire il volto noto: forse oggi il padrone ha dato un permesso alla sua mamma, forse oggi verrà… Forse oggi anche lei, come ha già visto fare, potrà involarsi in quella corsetta con le braccia tese per poi planare su quella gonna che sa di casa e d’appartenenza.
Questa gran voglia le era germogliata dentro una mattina, quando,tra le inferriate del terrazzo dell’asilo, aveva scorto nella strada sottostante alcune donne, che con cesti in testa andavano al lavoro. Anche se lontana e se da tergo lei l’aveva riconosciuta: alta,magra, col portamento fiero di chi affronta la vita a muso duro, sicura di piegarla ai suoi voleri .
Gisa l’aveva chiamata a squarciagola, ma la mamma ,come spinta dalla voce, era diventata un puntino al fondo della via mentre lei, con la bocca ancora aperta, aveva ingoiato l’eco di quel nome, che rotolando giù lungo la gola si era posato al centro del suo cuore, aprendo il varco a un pianto silenzioso.
A sera, a casa, Gisa-ventosa abbracciò e riabbracciò la gonna, e, dopo cena, complice la radio,fece un valzer sui piedi di papà: lavoratore e bravo ballerino. Un due tre, un due tre, papà la prese in braccio e Gisa- sdilinquita si riempiva il naso dell’odore del tabacco mischiato a quello della brillantina.
Fuori pioveva, ma la Ninna aveva negli occhi due carboni accesi e in mezzo al petto un fuoco scoppiettante: con quel tempaccio, per il giorno dopo, era sospesa la raccolta delle olive e la mamma sarebbe rimasta a casa, per un giorno in-tero.
Forse per questo, Gisa-trottolina non trovava pace: saltava d’impeto sulle spalle di
papà , si nascondeva dietro al tavolino, poi, ancora, si inventava un bisognino per ritirarsi nel gabinetto nuovo nuovo. Chiuso . Lì dentro si sforzava di richiamare una pipì che non usciva, e mentre tirava su le mutandine rivedeva le bocche aperte di Pina e di Mariuccia quando erano venute a visitare quella meraviglia e le avevano chiesto di poterla usare.
Quella sera il sonno proprio non veniva, forse s’era perso tra le folate di vento che sbatacchiavano le imposte e i catini di pioggia che dilavavano i tetti. Poi, finalmente, l’ultima cosa che sentì fu il respiro rauco e rumoroso di papà.
IV
Al mattino , aveva smesso di piovere, e tra le nuvole scure si apriva timido qualche squarcio di cielo,
ma , diceva la mamma, il terreno era zuppo, troppo per po-ter andare a raccolta . Gisa-fiduciosa, si lasciò vestire e in piedi su una seggiola, davanti allo specchio, si apprestava a farsi pettinare i riccioli lunghi che il folletto del buio si divertiva a intricare in mille nodi.
Ad un tratto dalla porta una donna chiamò la mamma , do-veva prepararsi in fretta ché si doveva approfittare della tregua per raccogliere le olive che il vento aveva bacchiato durante la notte. La Ninna-sorpresa incontrò nello specchio gli occhi dubbiosi della mamma , e senza darle il tempo di profferir parola si catapultò dalla sedia andò alla porta l’aprì e scaricò una gragnola di pugni contro quel vestito grifagno: nero come la delusione, nero come l’anima di Giuda. Poi si girò di scatto, e alla mamma che senza guardarla le cercava il grembiulino gridò:” bugiarda”. Non servì, qualche minuto dopo Gisa – tradita era all’asilo, non aveva voluto ascoltare le spiegazioni della mamma , non voleva giocare più a quel gioco brutto, non le importava più della Fatina, che pure aveva portato il gabinetto nuovo ed ora prometteva un’altra casa. Aveva nel cuore un nuvolone scuro ove, a tratti, frizzava una scarica pungente echeggiante un rimbombo silenzioso.
Quel giorno, durante la pausa della colazione, la mamma chiese al padrone quanto costava mandare un figlio a scuola, voleva che la sua bambina facesse le scuole alte: quelle che ti consentono di vestire di giusti suoni i pensieri, le ragioni e i desideri. Le fu risposto che occorrevano tanti sacrifici, ma questo non la spaventò. Anzi, a sera ne parlò con Tonio che accampò mille obiezioni, ma non ci fu verso di intaccare quella decisione impalpabile come il sogno e granitica come la roccia. Fu così che da quella sera Lucia al telaio aggiunse un altro punto con la spola, prefigurante un disegno nuovo .
Ci furono altre raccolte: olive, noci,granturco, grano,uva e poi ancora olive noci granturco grano uva. Ci furono altre Gisa -arrabbiata che non vuole andare all’asilo perché non vuole più giocare ai “ sacrifici”.
Alcune volte, quando l’asilo era chiuso, Gisa andava dalla “nonna zoppetta” e “nonno piè lesto”, lì stava bene e si divertiva un mondo.
La nonna era in parte impedita nella camminata a causa di una poliomelite avuta da bambina; il nonno era magro come uno stecco e veloce come il vento. La loro casa era speciale: piena di nascondigli e zuppa d’aria. Si trovava nella parte più alta del Paese, due stanze contigue , una scaletta di legno a pioli che portava all’abbaino e un’altra scala in pietra che scendeva nelle stalle. Gisa nel petto sentiva un martellio quando, eludendo la sorveglianza della nonna zoppetta, ,s’inerpicava su per la scala di legno che dava sul piccolo impiantito incastrato tra i tetti. Uscita all’aria aperta, si muoveva carponi, poi pian piano, facendosi coraggio, si rizzava e, facendo un passo avanti ,si sporgeva un tantino ad osservare il vuoto pieno di tetti digradanti, di rocce e d’orizzonti. Era tutto bellissimo: piccolo e lontano; poi, alzava le braccia per toccare le nuvole: quella aveva forma di farfalla, no di cane , no di bue… Poi ancora s’accovacciava per seguire da vicino il via vai di minuscole formiche a cui tendeva trappole improvvise: sassetti e calcinacci di fortuna a chiudere le biche, o pagliuzze intralcianti che però non fermavano l’andirivieni: al massimo sortivano ripieghi. All’improvviso la voce di nonno piè lesto la costringeva a rientrare; guai se l’avesse scoperta lassù in compagnia del cielo, delle nuvole e dei “grandi pericoli”.
Altre volte scendeva di soppiatto nella stalla per far compagnia all’asina Leonora che masticava il fieno, indifferente alle sue parole or carezzevoli come una lusinga or gravi come una minaccia. Di tanto in tanto, l’asinella girava la testa pesante e la guardava con occhi miti e acquosi mentre le ganasce continuavano il su e giù.
Mai stanca, Gisa s’acquattava sul davanzale d’una finestrella, sbocconcellando pane nel pollaio sottostante: le galline si avvicinavano guardinghe e incuriosite alla mollica, zampettando a sghimbescio, poi d’improvviso con versi minacciosi si azzuffavano con le piume rizzate e gonfie tra di loro, finché arrivava la gallina dalle penne bianche che chiocciando con un mezzo volo piombava sulle altre indietreggianti e con aria beata beccava la mollica.


V
Poi, un giorno,all’inizio di un autunno, Mariuccia e Pina, compagnucce d’asilo oltre che di giochi, le dissero che non sarebbero andate più all’asilo con lei, poiché cominciavano la scuola; anzi, con sussiego, l’avevano invitata a casa loro per mostrarle il grembiulino nero che quell’Ottobre avrebbero indossato. Gli occhi di Gisa si spalancarono a vetrata, ancor più che per la cartella di cartone marrone con le borchie in oro, per il lapis dalla punta a chiodo, per i due quaderni dalla copertina nera e per la scatola di colori: nero rosso giallo verde marrone blu. “ Non me li toccare, si spuntano” diceva Maria, “ tu sei piccola, devi mettere il grembiulino bianco dell’asilo” faceva eco Carmela. Gisa-silenziosa annusava i quaderni il lapis i colori: sapevano di buono; toccava la stoffa del grembiule lucente e morbida, guardava il colletto bianco con il fiocco rosso. Quelle cose dagli occhi le arrivavano al cuore producendo un tum tum negli orecchi.
Si caracollò da mamma a protestare la sua gran voglia di andare a scuola, lì era molto più bello dell’asilo: si facevano le aste i tondi e i quadratini, si coloravano i disegni e si indos-savano il grembiulino nero, il colletto bianco e il fiocco ros-so.
Il tarlo del desiderio scavava i suoi pensieri, lasciando gallerie colme di rosume .
Ma non ci fu verso di essere capita né dalla mamma né dal papà,” sei troppo piccola”tutti le dicevano; “aspetta un altro anno” le ribadivano. Ma lei testarda come l’asina non voleva sentir ragioni. All’improvviso si ricordò delle formiche che aggiravano sassi e calcinacci e fu così che trovò la soluzione. Le venne in mente che il maestro elementare , nonché Sindaco del Paese, abitava poco distante dalla sua casa; bisognava andargli a parlare, lui avrebbe risolto il problema, perché, come diceva mamma, era istruito ed era anche un’Autorità. Prese la decisione.
Alla sera non riusciva a dormire, s’immaginava insieme alle compagne a tirar fuori quel lapis, e quei colori: avrebbe usato il giallo per il sole che filtrava dagli scuri semichiusi del balconcino in camera da letto; col blu avrebbe colorato il cielo sopra i tetti della nonna, col verde le foglie degli ulivi che tenevano mamma tanto impegnata, e poi col nero le alte ringhiere dell’asilo; ma, caspita! Non c’era un colore per colorare il vento che, quando si affacciava al muretto della sua Via , giocava a nascondino tra i suoi capelli e le scompigliava tutti i pensieri fino a portarli tra le nubi morbide che passano il tempo a rincorrersi nel cielo, senza andare all’asilo ogni mattina e senza dover fare sacrifici per una casa nuova.



VI
Gisa si risvegliò di buon mattino, e, di soppiatto, sgattaiolò fuori.
Alzandosi sulle punte dei piedi e tendendo il braccio all’infinito arrivò al batacchio della porta. Quel toc toc le risuonò nella pancia, che di rimando emise strani suoni, men-tre una mano invisibile le stringeva il petto.
All’improvviso l’uscio si spalancò e il Maestro-Sindaco ap-parve col pennello in mano e col viso pieno di schiuma bianca. Allora con la testa bassa Gisa-educata salutò, poi prese coraggio e tutto d’un fiato aggiunse che voleva andare a scuola e che non era affatto giusto tenerla in quell’asilo. Lei era ormai grande, a chi importava se aveva solo sei anni, si sarebbe procurata libro lapis e colori più due quaderni dalla copertina nera.
Lei era pronta .
Finite le parole, alzò la testa e lo fissò decisa. Il maestro nonché Autorità col pennello a mezz’aria la guardava muto, forse stupito per quella strana visita alle sette di mattina, ma forse più per quella strana richiesta- imposizione da neanche mezzo metro di bambina in bilico sullo scalino dell’Istruzione e dell’Autorità. In quell’eternità fatta silenzio a Gisa sembrò che mille tamburi si fossero dati appuntamento nel suo petto per poi suonare tutti insieme fino a rintronarla. Nonostante il tum tum la voce arrivò chiara: “ Vedrò d’accontentarti, fa’ venire mamma”. Una carezza al volo, un divertito sorriso e la porta si richiuse.
Gisa rimase ferma: le gambette come colonnine di pietra le-vigata , gli occhi fissati sulla porta chiusa, nelle orecchie a mo’ di mulinello il suono della promessa estorta; poi ,dopo un attimo lungo quanto la sua vita, l’energie riemersero dagli antri bui e vischiosi dell’incredulità dando vita a cascatelle allegre e chiacchierine che a pelo d’acqua la sospinsero di getto sino a casa.
La mamma faticò a dare un senso al racconto concitato di Gisa bimba ubbidiente-educata-arrabbiata-sensibile -giudiziosa ed ora anche bimba determinata e coraggiosa.
Fu così che ad Ottobre, come uditrice, la Ninna-Gisa indos-sò raggiante il suo grembiule nero ed armata di cartella di cartone prese posto su di un trespolo detto banco, da dove fuoriuscivano due occhi vispi e canterini circondati da una corona di riccioli increspati.
Era felice d’andare a scuola, e all’uscita far ritorno nella casa nuova.


VII
Gisa a scuola ci stava proprio bene; le lezioni si tenevano in una stanza di una palazzotto antico dove, d’inverno, la maestra metteva l’impannata alla finestra ed un braciere acceso per mitigare l’aria birbona che punzecchiava con invisibili spilli le mani, il naso e i talloni. Nei giorni più freddi, i bimbi erano tutti imbacuccati, certe volte dalla sciarpa fuoriuscivano solo gli occhi e gli zigomi arrossati. Tra le piccole dita di Gisa spuntava un lapis birichino che spesso scambiava il rigo per un cunicolo soffocante da cui evadere, per cui inevitabilmente finiva o troppo in su o troppo in giù. Eppure la maestra esortava a non andare oltre i bordi, ma la mina non voleva sentir ragioni, cosicché le gobbe delle “ m " diventavano colline con la fune al collo, il braccino delle “ a “ un amo proteso verso improbabili fondali e le gibbosità sporgenti delle “ e “ bambini sbircianti dietro a muretti imbiancati di fresco. Il lapis godeva quando c’era da fare le “ t “ e le “g”; lì non c’era storia, in quanto l’insegnante legittimava l’ “ evasione” ed allora ecco che la linea autorizzata saliva come il campanile della chiesa oppure discendeva diritta come un tuffatore zavorrato, che ,toccato il fondo, molla il peso e con un prillo ascende in diagonale fino a riemergere a ridosso del traguardo. Ogni volta le labbra di Gisa si allargavano in un sorriso sdentato e malizioso, per il piacere di essere andata a rubare un po’ d’ossigeno negli spazi bianchi circostanti: giusto quel tanto che la metteva al riparo dai rimbrotti, ma che le garantiva l’aria sufficiente per continuare nel budello afoso.
A poco a poco imparò a padroneggiare i segni: semi che germogliarono in primavera, producendo strani fiori: parole, dai significanti cangianti come la fantasia e dai significati radicati nelle sue emozioni. Parole che, stagliandosi sul foglietto bianco, le bisbigliavano: “ Siamo i tuoi pensieri, siamo te”.
Di contro, da subito la ninna-Gisa sentì che i numeri non le davano gran soddisfazione, due più due fa eternamente quattro e lei di suo non annetteva niente: era come quando mamma le dava una faccenda da sbrigare e con puntiglio pretendeva che fosse eseguita nei tempi e modi che le suggeriva.
Altro cruccio: gli incolonnamenti traditori, bastava che un numeretto sbilenco sbalzasse un po’ più in là o un po’ più in qua perché il risultato fosse matto. Di tanto in tanto, annichilita sbirciava sul quaderno della sua compagna, che invece incolonnava i numeri come soldatini, fermi nell’uniforme nera,tanto avvezzi a solide certezze da disdegnare il fremito della creatività. Provava tanta pena per quelle somme che rimangono sempre uguali a se stesse anche se hai rimescolato la posizione degli addendi. Per non parlare dei problemini tristi dove c’era sempre qualcuno che perdeva qualcosa o per incuria o per negligenza. E lei, al riguardo, ne sapeva molto; l’ultima in ordine di tempo: era andata in negozio a comprare un etto di salame, col fagottino in mano aveva cominciato a correre con le braccia aperte come un aereoplano che ha premura d’arrivare per depositare il carico in cucina e lì … il portento: il cartoccio era completamente vuoto, rimaneva solo l’unto di quelle fette di salame fuoriuscite durante il volo e le cabrate.
Ma quando si trattava di lettura, una goduria! Nell’ultima mezz’ora la maestra Faustina leggeva ad alta voce favole racconti e avvenimenti. Quello era il momento delle cartelle chiuse sotto al banco, delle mani in grembo,delle bocche chiuse e delle orecchie tese.
Quello era il momento in cui l’udito di Gisa si allertava per non perdere alcun suono o vibrazione, indispensabili alla sua mente per creare volti ambienti e situazioni.
“ C’era una volta una moglie sciocca…” diceva la maestra e ,nella sua mente, Gisa vedeva…
In una piccola casa, linda e graziosa, in mezzo al verde, una moglie ed il marito contadino. Lei: una donnina bionda , con gli occhi candidi, ma un tantino tonta; lui: un uomo alto robusto e rubicondo, spiccio di modi, ma di buon cuore. Una mattina lui, già pronto per andare nei campi, le dice di preparargli una pila di tagliatelle; il viso della donna si rischiara scrollando il buio della notte dalle ciglia e in men che non si dica eccola lì , nella cucina illuminata da raggi ancora giovani, col grembiule a fiori che comincia ad impastare chili e chili di farina bianca e polverosa, a tirare e tagliare sfoglie e sfoglie tonde e sottili fino a riempirne la casa: sulla tavola, sulle sedie, sulla madia, sul letto finanche sulla porta, oltre la quale il marito, a sera, suo malgrado, non poté avanzare.
“ Oggi ” dice la maestra “ vi leggo qualche pagina della storia di Cosette e Jean Valjean”.
Gisa vuole ascoltare e si affretta a riporre le sue cose mentre la compagna di banco si appresta a fare il pisolino.
Finalmente si comincia, e Gisa vede…
Cosette, una bambina senza mamma, con un visino dolce ed emaciato, i capelli biondi lunghi sporchi e spettinati, un abitino logoro e sfrangiato , i piedi violacei scalzi sul freddo acciottolato. Valjean, un uomo alto e poderoso che la salva dalle grinfie dei tutori e per mano fuggono di notte, lungo una strada buia, bagnata e silenziosa ove risuonano solo i passi del gigante buono...
Come era bella la maestra quando leggeva: aveva un viso dolce e rilassato, a tratti negli occhi s’accendevano riflessi di luce e modulava il tono della voce a seconda degli accadimenti. Ogni tanto si fermava per la gola secca, allora con grazia estraeva dalla borsa una scatola di latta contenente delle caramelle verdi portentose, che le permettevano di ricominciare la lettura. Su quella scatola c’era scritto “ VALDA”, quella scritta si stampigliò nella memoria e Gisa decise che un giorno, facendo la lezione, ne avrebbe aperta una.
Molti anni dopo, qualcuno le disse che la sua maestra, rima-sta vedova e con i figli altrove, era ricoverata in un ospizio, sola e demente. Che ogni mattino si vestiva di tutto punto e con al braccio l’inseparabile borsetta sostava silenziosa per ore e ore davanti alla finestra, scrutando con lo sguardo mite e vacuo l’ingresso del giardino, come in attesa. Di tanto in tanto apriva la borsetta per poi richiuderla dopo una fugace occhiata. Forse in cerca di quelle pastiglie balsamiche portentose,capaci di donare a lei la voce e ad una bimbetta sdentata e riccioluta tanti sogni. Gisa pianse, calde lacrime che immaginò al mentolo.

VIII
La casa nuova di Gisa era grande e spaziosa, c’era persino una stanza per sé e il fratellino, recapitato a sorpresa da una cicogna svagata e disorientata nel dedalo di vie. Quando la Ninna vedeva quel fagotto in culla, le tornava in mente la notte in cui era arrivato. Notte agitata e misteriosa. Allora, abitavano ancora in Via Dei Venti. Gisa era andata a dormire tranquilla come sempre, ma in una fase imprecisata del suo sonno le orecchie cominciarono ad avvertire lamenti e uno scalpiccio insistente, dapprima lontani poi sempre più prossimi, al punto che le palpebre sonnacchiose si alzarono e faticosamente intravidero un andirivieni di donne nella stanza.” Che ci faceva lì quella gente?”, pensò Gisa, ma prima che potesse trovare una risposta una vicina si premurò di metterla in collo e di portarla nella casa accanto. Intanto i lamenti a tratti diventavano gridi acuti, che neanche la parete riusciva ad ovattare. Gisa -disorientata cercava le scarpine intorno al letto per correre di là da mamma sua, ma non c’erano. La vicina con un sorriso indulgente stampato sulla faccia le diceva che andava tutto bene. Di rimando, la bambina in camiciola sgusciò dall’abbraccio e fece per correre verso l’uscio che si rivelò interdetto. “ Che fare?”. Mentre il cuore galoppava, senza piangere, ella si girò di scatto, e come trasportata dalle lingue mobili di una vampata ardente che l’avvolgeva tutta, si lanciò a testa bassa contro la donna: scalciando come un mulo e gridando con tono sibilante e minaccioso: “ Brutta strega, mandami a casa mia.” Quando tutto si acquietò, la vicina zoppicante le annunciò il fratellino.

IX
Questa casa nuova era situata dalla parte opposta del paese, qui non c’era tanto vento però mancava il muretto dal quale lei guardava la pianura e parlava con le nuvole. Anche le amiche erano lontane, per cui all’inizio si sentì un po’ sola. Ma per fortuna scoprì che nella casa accanto viveva Tilde, una bambina della sua stessa età, che subito la guardò con sussiego ostentando la sua bambola nuova con i capelli biondi, grandi occhi azzurri, guanciotte piene e bocca atteggiata a un delizioso broncio. Gisa si vergognò della sua, piuttosto logora: orba da un occhio, per il dito brigante del fratello,e con un braccio pendulo per un ruzzolone. Tilde imponeva i giochi e si adombrava quando la nuova a-mica non accorreva ai suoi richiami, perché trattenuta a casa da piccole faccende che la mamma le dava da sbrigare. In queste occasioni, a dire il vero, Gisa si incupiva, quelle chiamate erano ammalianti come le voci delle sirene, la “cera” nelle orecchie si ammollava e avrebbe voluto precipitarsi fuori, ma la trattenevano come legacci al palo le parole della mamma: “ tu non puoi star dietro a Tilde tutto il giorno, perché lei è benestante e noi no”. “ Che vuol dire benestante?” “Semplicemente che tu devi sacrificarti più di lei se vuoi qualcosa dalla vita” “ Non è giusto!” concludeva Gisa mentre sciacquava i piatti nel lavabo, con la voce rotta dalla stizza e nella testa innocenti brame di giustizia . La famiglia di Tilde era formata da nonna, mamma, sorella, bambinaia . La nonna matrona guidava il gineceo, ancor prima della vedovanza si occupava della gestione delle pro-prietà: incontrava i coloni, patteggiava la paga coi braccianti, seguiva le semine e i raccolti nelle sue campagne. Aveva un carattere forte e pervicace che costringeva al rispetto anche i salariati più rustici e ignoranti. Soleva dire di sé che la sua parola valeva più di un contratto scritto: ed era vero. Spesso di nascosto della figlia riempiva una sporta di farina o di legumi per farne dono alle famiglie più indigenti del rione. Aveva un fisico morbido, possente ed abbondante; come la Grande Madre, suggeriva sicurezza, accoglienza ed energia. Per questo ed altro ancora tutti le portavano rispetto. La figlia, madre di Tilde, era l’opposto: tirata, quasi avara, come l’ Euclione plautino, che faceva del denaro la ragione di vita non tanto per l’intrinseco valore quanto per l’insicurezza di sé e il timore assillante del futuro; minuta, bionda con occhi azzurri vacui, persa nelle letture dei settimanali e volubile nei suoi umori di donna giovane asservita alla vedovanza, spesso in contesa con le due ragazze che più che figlie sentiva sue sorelle. Da quando, giovanissima, era rimasta vedova viveva quasi reclusa, in una solitudine in cui trovava posto lo straordinario interesse per la storia di Soraya, principessa triste, con cui condivideva rimpianti e depressione. La bambinaia Pierina era piuttosto un tuttofare. Entrata in famiglia giovincella, vi aveva già trascorso metà della sua vita. A lei si appoggiava la nonna-matrona nel disbrigo della quotidianità. Il suo cruccio era non aver ancora trovato marito, ma non disperava. . Pierina a suo modo era saggia, arguta e intelligente; dotata di uno spirito semplice e concreto che spesso si scontrava con quello diffidente e problematico delle sue padrone. Da qui diverbi e battibecchi, chetati ogni volta dalla voce ferma della nonna-matrona che pure assente dalla stanza tutto vedeva e tutto sentiva.

X
Gisa passava i pomeriggi d’estate ad aspettare la voce di Tilde che la invitava ad andare a casa sua, e succedeva quasi tutti i giorni. A volte giocava con le bambole, altre volte, seduta su uno sgabello nel fresco cortile, imparava a conoscere le vicende della regina del Belgio, della principessa Soraya, dell’ex regina d’Italia, attraverso i racconti della signora giovane, madre di Tilde, la quale non si limitava a seguire le interviste riportate sui giornali, ma le rielaborava con personale entusiasmo e partecipazione. Anzi, quando disquisiva dei reali, negli occhi le si accendeva una luce intensa, inusitata e proclamava Gisa, migliore ascoltatrice perché silenziosa e attenta. Le figlie: Vittoria e Tilde, invece, si stancavano presto d’ascoltare e l’interrompevano con canzonature; per non parlare di Pierina che liquidava l’ esposizione con un secco: “ Che me ne importa dei guai loro, ne tengo tanti dei miei” e lì si capiva che rimuginava sul quel marito che non arrivava mentre il tempo inesorabile la faceva zita. Allora la signora si stizziva e le ricordava che in quella casa era trattata da regina, per cui non c’era motivo di dolersi se il destino non la voleva sposa: “ Non puoi pensare di pretendere le cose, sappi che l’uomo propone e Dio dispone. E poi una donna non può sposare il primo venuto giusto per dire che è accasata, bisogna scegliere e selezionare. Calma, ci vuole calma in queste cose.” “ Con questo vuole dire che io soffro di smanie? Il fatto è che io ho la fortuna della lumaca: la casa addosso e le corna in fronte” ribatteva Pierina con la voce rotta, mentre alzandosi se ne tornava in cucina, e dai rumori del vasellame si capiva che stava tirando padellate alla sua sorte. Durante questi diverbi Gisa non fiatava e anche quando tentavano di farle esprimere opinioni lei si limitava ad un “non so”. A suo modo capiva di non poter partecipare a quel gioco delle parti in cui di volta in volta una delle protagoniste era chiamata. Lei era solo spettatrice, ammessa non per rango, ma per penuria di platea. La stessa Tilde quando si stancava di giocare la liquidava con un perentorio: “ ora basta” e svaniva in quelle stanze in cui nessun estraneo era ammesso e da cui, a volte, proveniva il suono di un pianoforte al quale la sorella di Tilde si esercitava, seguendo le disposizioni instabili del corpo giovinetto. Gisa immaginava quegli spazi come una sorta di giardino incantato, ove tutto era armonia: le mamme ricce e bionde leggevano riviste, le bimbe si stancavano per il gran giocare, le faccende domestiche si sbrigavano da sole e nessuno doveva fare sacrifici, perché da fuori venivano alla spicciolata nugoli di folletti buoni recanti scorte d’ogni bendidio. In verità, Gisa di magico e incantato non conobbe altro che la sua fata dei sacrifici che era, come al solito, al lavoro. Lucia una sera a tavola espose alla famiglia il suo progetto: investire i risparmi in un negozio, dato che in paese non ce n’erano: una specie d’emporio. I bambini, imprudenti e ignoranti, sembravano felici mentre il papà appariva piuttosto titubante. “ E se poi va male? Perdiamo tutto.” Non andrà male, la gente compra, e per tutto bisogna andare fuori.” ribatteva la mamma,“ bah! “ replicava il papà che tradotto significava fai un po’ tu. Fu così che per Gisa e i suoi iniziò una nuova avventura piena di incognite ed altrettanta eccitazione.



XI
I giorni si riempirono di carte da compilare e permessi che tardavano a venire , la mamma era spesso fuori e Gisa aveva in custodia il fratellino detto Ninì che era praticamente la sua ombra. Di tempo per Tilde ne aveva poco, lo capiva dal broncio dell’amica, offesa per le prolungate assenze dai giochi nel cortile. Poi, finalmente, il tutto si avviò con gran soddisfazione di tutta la famiglia, che si permise il lusso del televisore. In tutto il paese ve ne erano non più di cinque. L’apparecchio, grosso e pesante, troneggiava in sala da pranzo; solo papà poteva accenderlo e maneggiarlo, per quello che costava non si poteva correre il rischio di farvi accedere chiunque. Gisa passava la giornata aspettando la sera, quando sul video appariva una signorina che ti diceva, senza conoscerti, Buonasera. Quel saluto andava anche a tutti i vicini, i quali puntualmente alla stessa ora si affollavano al portone per entrare. Molti si portavano le sedie, perché in casa non ce n’erano per tutti e si sistemavano anche in doppia fila. Alcuni, diceva la mamma, “ non avevano creanza”, perché non lasciavano il posto migliore a suo marito. Altri durante la visione si lasciavano andare a commenti ad alta voce, suscitando spesso la reazione di quegli astanti che la pensavano al contrario. Insomma si verificava un parapiglia e ci voleva l’intervento del papà per riportare l’ordine in platea. Lo stesso intervento che il pubblico ansioso sollecitava quando sul più bello lo schermo si riempiva di strisce grigie e bianche in diagonale; ed era tutto uno smanettare seguito puntualmente da colpetti dati con rabbia e decisione all’apparecchio, che quasi sempre riprendeva a funzionare. Era quello il periodo dei grandi sceneggiati, tratti da libri che Gisa incontrò più tardi. Particolarmente le rimase impresso un bacio, tra Andrei Petrovic’ e la figlia del capitano Maria Ivanovna, al termine del quale si vedeva in controluce un filo vischioso di saliva, simile a un filo della ragnatela ,appeso tra le labbra dei protagonisti. Gisa provò un fremito di disgusto e, per la prima volta, si soffermò a pensare sul perché gli uomini e le donne che si amavano se lo dimostrassero a quel modo. Ma, ovviamente, non trovò risposte anche perché non aveva nessuno a cui parlarne.

XII
Stranamente in quel periodo più di una volta la signora nonna- matrona fece visita a casa della Ninna, che ogni volta veniva allontanata dalla mamma, riverente nei confronti dell’ospite tanto illustre quanto inaspettata. Parlavano fitto fitto, dopodiché la signora ringraziando se ne andava con aria sollevata. Una volta uscendo disse : “ Son brutti tempi, la proprietà non rende più e le spese si mangiano il guadagno”. Fu sempre in quel periodo che la signora bionda sempre più spesso diceva a Gisa: “ So che le cose vi vanno bene col negozio! Questo mondo gira all’incontrario, la terra non la lavora più nessuno, vanno tutti al Nord a lavorare nelle fabbriche e tornano boriosi con quattro soldi in tasca cosicché siamo arrivati a un punto in cui la pasta sta sopra e la carne sotto.” Gisa, come al solito, taceva o si limitava ad un’alzata di spalle anche se in cuor suo non capiva perché alla signora dessero noia quelli che erano migrati a Torino o il negozietto dei suoi che effettivamente rendeva bene. Avrebbe voluto raccontarle del gioco segreto della sua famiglia, ma si ricordò di quel “sst!” della mamma e ancora una volta preferì il silenzio. D’altra parte a lei non era mai stato consentito di sostare nel giardino magico delle contestazioni. Poco dopo, accaddero eventi a catena: la nonna di Tilde morì all’improvviso, Pierina trovò marito e l’inadeguatezza e la solitudine della signora giovane peggiorarono. Non c’era più posto per i pomeriggi con Tilde né per le disquisizioni sulla sorte dei nobili decaduti. Quando tutte e tre le vicine si trasferirono altrove Gisa soffrì molto, sentiva che l’amicizia di Tilde era perduta: solo più tardi realizzò che, nonostante la vicinanza fisica, e l’attaccamento quasi morboso, entrambe non avevano mai condiviso i segreti personali. Il suo si chiamava sacrificio, ma quello di Tilde, bambina puntigliosa, ribelle, benestante, qual era? Forse, l’ Assenza. Alle scuole medie Gisa riannodò amicizie eclissate dalla pervasività di Tilde. Ma lei intuiva di non essere in sintonia con le altre, a lei piaceva tanto la lettura per proiettarsi oltre quel piccolo pugno di case affastellate, aveva il bisogno di immaginarsi altri mondi, di conoscere altre persone con vite diverse e in fondo uguali alla sua per problemi e desideri. Per questo iniziò a far visita al cosiddetto Centro di Lettura, ove, tra tanti ragazzi schiamazzanti, aveva la possibilità di leggere dei libri. Il primo che prese in mano fu : Un albero cresce a Brooklin ; siccome non era permesso portare i libri a casa, Gisa lesse il libro a puntate: un po’ ogni sera entro l’ora di chiusura. A letto rimuginava sulle vicende della protagonista: Francie Nolan, costretta a vivere in una dura realtà ambientale da cui desiderava evadere ed affrancarsi. Seguirono altre storie ed altri libri, scelti per le copertine o per la sonorità dei titoli. Alcuni non li capiva , ma si ostinava a leggerli fino in fondo, temendo di perdere qualcosa d’importante nascosta tra quelle righe allineate e nere. Più volte Gisa aveva tentato di condividere la sua passione con le compagne, ma inutilmente. La guardavano con occhi interrogativi, come si guarda qualcuno che si conosce, ma che proprio non si capisce: gabbiano nato in colonia di lago che si ostina a pensarsi gabbiano di scogliera. Gisa se ne rendeva conto e qualche volta pur di restare in gruppo si tarpava le ali, ma durava poco in quanto subdolamente le ritornava la voglia di volare, allora si sedeva sul gradino di casa fissando quel triangolo di cielo in cima ai tetti e, in quella posizione, immaginava che lo scricciolo, aduso a muoversi a saltelli, si portasse su un cespuglio e da lì, sfruttando correnti ascensionali, azzardasse un volo su un albero, poi su uno più alto ancora fino a che s’accorgeva che la coda si era allungata biforcandosi, che le ali erano divenute curve e aguzze e… il corpo agile. Cosicché, per sortilegio, si scopriva rondine, capace di migrare per mari aperti, inseguendo cieli ed orizzonti. Quando giunse l’ora di trasferirsi fuori per frequentare la scuola superiore, Gisa era pronta. In fondo erano anni che si preparava al suo destino: tessuto punto dopo punto da una madre paziente per la sua bambina.

© Luigia Forgione




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