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22 dicembre 2012
di Cinzia Baldini
Pubblicato su SITO


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Che giornata incredibile! Da stanotte c’è un caldo pazzesco. Il vento di scirocco non ha cessato un minuto di soffiare e benché siamo a dicembre inoltrato, anzi ormai a Natale, invece di goderci il freddo invernale e qualche fiocco di neve, ci troviamo a boccheggiare come in piena estate. Sembra di essere capitati in un forno a ventilazione programmata, trenta gradi di massima, costanti, da dodici ore. Le finestre sono spalancate ma l’aria che arriva da fuori è rovente. Le giacche a vento e i cappotti, come luttuose figure, giacciono gettati sugli appendiabiti, la sola vista stimola a sudare. Il cielo nel frattempo, da biancastro è divenuto di un mostruoso colore giallo pallido. Sembra espandersi a dismisura e voler esplodere da un momento all’altro, mentre un alone di colore indefinito indica il punto esatto in cui è nascosto il sole. Un senso di aspettativa incombe nell’aria e rimbalza tra le vie. L’irritabilità della gente, affaccendata nella ricerca dei regali per le festività ormai prossime, cresce in maniera esponenziale all’umidità della temperatura.
Nel pomeriggio, se possibile, la situazione peggiora ulteriormente. Tutto è immoto, anche il tempo sembra fermarsi. Una calma piatta si distende in ogni angolo, su ogni tetto, paralizza i muscoli e dissolve i pensieri. L’afa è arrivata al massimo, madre natura ha deciso di arrostirci a fuoco lento… invece all’improvviso, inaspettatamente, un refolo d’aria s’insinua serpeggiando in quell’inferno sulla terra. Nel giro di pochi minuti si rafforza sempre di più e dal cielo, gravido, inizia a cadere sabbia. Si infiltra negli infissi, rende uniformi i colori delle auto e graffia i volti dei passanti che, con un muto interrogativo sulle labbra, osservano con il naso all’insù l’inatteso fuoriprogramma della natura. Le raffiche di vento aumentano e finalmente inizia a cadere la pioggia. Ma non è l’acqua ristoratrice che tutti attendono. Le gocce grosse, intense, gelate, pillottano la terra e poi scorrono in rivoli che si ingrandiscono man mano, come piccoli torrenti, lungo i viali cittadini. I pini e gli altri alberi dei giardini, inermi e fradici, sotto quella sferza violenta gemono scricchiolando, sembrano accartocciarsi su se stessi e raccomandarsi a qualche entità sovrannaturale, per essere risparmiati da quella furia distruttrice. L’urlo del vento, che ora è diventato libeccio e soffia dal mare, si incunea nelle fessure dei palazzi, il suo respiro sempre più gelido si incanala in ogni costruzione umana e crea un lamento monotono e costante. La gente presa alla sprovvista corre, spintonandosi per trovare un riparo o si affretta per rientrare a casa. Il traffico impazzisce e le auto restano imbottigliate in grovigli inestricabili. Le persone non più assuefatte a quei suoni cupi, opprimenti, con i lampi che squarciano il cielo e accecano la vista e i tuoni che rimbombano fragorosi scuotendo le viscere, si guardano esterrefatte. I bambini, gli occhioni sgranati, sono affascinati e terrorizzati allo stesso tempo da un fenomeno atmosferico tanto inconsueto, da una così superba manifestazione della grandezza della natura.
Fradicia come un pulcino arrivo a casa. Mi spoglio, mi friziono con un asciugamani e indosso una tuta, quindi con calma accendo il camino e spengo tutte le luci. Mi sdraio sul divano e attendo, acquattata al buio, che la sorte compia ciò che ha deciso. Mentre i tuoni si intensificano e i brevi ed accecanti flash dei lampi illuminano la stanza e confondono gli oggetti, animandoli di una luce tetra e ostile, trattengo il fiato, pienamente consapevole della mia piccolezza ed impotenza. Ogni tanto uno spasimo involontario mi fa serrare i pugni e in questo stato di terrorizzata ammirazione assisto alla maestosa evoluzione della perturbazione. Essa obbedendo ad un piano preciso, ad una legge universale, avanza lentamente riempiendo l’aria. Minacciosa, avvolge rapida il paesaggio circostante e con clamori assordanti fiacca ogni resistenza che si presenta sul suo cammino. Incalza instancabile e percuote con furia inaudita e violenta ogni cosa animata e inanimata, finché ne ottiene la resa. Infine, vittoriosa e soddisfatta, si allontana, con turbini e borbottii, più maestosa ed imponente di quando è arrivata.
“Finalmente è passata” dico tra me e me e con uno scatto nervoso mi alzo. Eppure il senso di disagio continua, mi stringo la maglietta al corpo madido di sudore freddo per la tensione sostenuta e le dita ancora contratte e intorpidite dall’ultima ferrea stretta. Mi abbraccio, quasi a volermi infondere coraggio, a scacciare la paura e dondolandomi da un piede all’altro, non posso fare a meno di sentirmi ancora accapponare la pelle. Un movimento improvviso e la casa sembra sussultare come un’auto con gli ammortizzatori scarichi su una strada piena di buche. «Oddio! La fine del mondo!» grido terrorizzata con tutto il fiato che ho in gola.
Mio marito mi riscuote, svegliandomi da quell’incubo e sorridendomi, indica il gatto che, accoccolato ai piedi del letto, ci osserva con aria sorniona: «No solo lui» dice assonnato, «che per buona parte della notte ha dormito sulla tua pancia facendo le fusa come un motore diesel ed ora ha pensato bene, per completare l’opera, di fare le pulizie straordinarie e grattarsi anche le orecchie facendo oscillare il letto con una intensità di magnitudo massima sulla scala Mercalli».
Poi si gira su un fianco e tirandosi le coperte sulla testa: «Buona notte» esclama ironico e borbotta a mezza voce «ed ora vediamo se possiamo dormire!».

© Cinzia Baldini



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