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di Anna La Rosa
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Ma che spingi? Brutto stupido!

Pensi che sia una mia scelta?

Non lo era, in effetti, e il numero Cinque lo sapeva bene anche se il numero Diciannove gli aveva fatto sbattere la testa alla parete di ferro che non era  un cuscino di piume. Per un attimo aveva creduto di vedere il cielo stellato.

Pura magia dovuta al panico.

Erano in un convoglio. Diretti verso una destinazione ignota. Almeno era sconosciuta a loro.

Si muovevano appena al buio, tra il caldo opprimente e il tanfo bestiale dei loro escrementi.

Chissà dove ci staranno portando? - chiese nuovamente il Cinque.

Giuro che darei tutto quello che ho per saperlo - anche se in definitiva non aveva niente da offrire oltre il suo corpo bello florido e nel fiore degli anni.

Io invece - continuò il Cinque - sono pentito di non essermela data a gambe come ha fatto il Venti. Di corsa fuori della recinzione verso il bosco.

Bella trovata - ribattè il Diciannove - tu non hai visto la fine che ha fatto.

No, racconta. Ho il sospetto che tu conosca tutti i particolari.

E' riuscito a restare nel bosco per mezza giornata, il tempo di ossigenarsi e di mangiare qualcosa di più buono che quel pappone insipido che ci propinano quei bastardi.

E poi? - lo incitò l'altro incuriosito suo malgrado.

Poi la storia si fa alquanto macabra.

Credi che abbia paura?

Lo escludo, conoscendoti.

E allora?

Lo hanno catturato dopo mezza giornata di ricerche. Sono tornati trascinandolo mentre lui urlava.

Avessi sentito quelle urla strazianti! Sapeva di essere condannato.

Gli avevano legato una corda intorno al collo, ma talmente grossa che avrebbe potuto bloccare un elefante.

Quando sono arrivati al centro dello spiazzo ormai tutti guardavamo la scena orripilante, ma quasi silenziosi come se avessimo paura ormai anche di fiatare.

Lo hanno issato per i piedi alla quercia più alta che c'era vicino la casa e lo hanno sgozzato.

Avessi visto il sangue zampillare dalla ferita, avresti potuto farci il bagno talmente tanto n' è venuto fuori. La pressione si è un po' allentata, quando il numero Venti ha finito di dibattersi in quella ridicola posizione

Poi il corpo è stato portato via.

C'erano anche i piccoli a guardare questa bella scenetta bucolica?

Che cosa credi che abbiano rispetto almeno di loro? Se lo pensi, ti sbagli di grosso.


I numeri tatuati dietro l'orecchio erano il loro marchio d' identificazione. Erano in trentasette e si sgomitavano in continuazione in un convoglio lanciato a forte velocità verso il nulla.

Sembrava che fossero passati dei giorni, ma non potevano giurarci. Il fetore lì dentro era indescrivibile, rape marce e fogne a cielo aperto.

Credi che rivedrò la mia femmina? - chiese speranzoso il Cinque.

Secondo me è meglio che ci dai un taglio. Non credo che torneremo mai più indietro. Ma potrebbe non essere un male, dopotutto qualunque posto è meglio di stare rinchiusi qua dentro.

Sicuro. Ma quella era la migliore femmina che avessi mai avvicinato. Chissà dove l'hanno portata!

Di sicuro con le altre.

E i piccoli - s' impuntò il Cinque.

Con loro - finì pronosticando il Diciannove.

Passò circa un quarto d'ora, ma nel buio il tempo sembrava allungarsi come stelle cadenti in una notte d'agosto. C'era silenzio nel convoglio, o almeno un ragionevole silenzio, dato da trentasette corpi stipati in un luogo angusto, privo di finestre.

Stai dormendo?

Cercavo di farlo ma con te vedo che è impossibile. Che cosa vuoi ancora?

Penso che sarebbe meglio fuggire.

Lo credi ancora dopo ciò che ti ho raccontato?

Penso che sia l'unica via percorribile.

E come penseresti di fare?

Quando aprono le porte per farci scendere. Quello è l'unico momento in cui siamo in troppi da controllare.

 

Passarono il resto del tempo in silenzio. Quanto tempo fosse passato il Cinque e il Diciannove non avrebbero saputo dirlo. C'era una cosa che condividevano in pieno, sapevano solo che ne era trascorso fin troppo di quel tempo maledetto.

Della loro segregazione, delle sevizie cui erano sottoposti sembrava che se ne fregassero altamente tutti.

Il dove e il quando non avevano importanza.

Importava solo la loro angoscia. Il senso di soffocamento, il brontolio dello stomaco ormai vuoto.

Ma soprattutto il puzzo intenso e disgustoso in cui erano costretti a vivere.

Passò ancora del tempo.

Infine, ci fu solo il rumore delle ruote sferraglianti.

Il convoglio si stava fermando. L'inattesa frenata provocò uno spostamento che fece precipitare il Cinque addosso al Diciannove.

E questo è l'ultimo atto - fece risentito il Diciannove.

Se non approfittiamo adesso è finita.

Socchiusero gli occhi quando la luce penetrò come un punteruolo nel ghiaccio, in quel buio che se la stava dando a gambe velocemente.                                                                                           
Sperarono di poterlo fare altrettanto celermente.

I loro carnefici li stavano aspettando.

Se, come aveva predetto il Diciannove, quello era il solo momento in cui tra la ressa e la confusione generale avrebbero potuto fuggire, non se lo sarebbero lasciato scappare.

Scesero uno ad uno, lentamente, come chi non ha più forze per tenersi in piedi.

Il sole li colpiva come una frusta.

Il Cinque e il Diciannove erano a metà del gruppo, uno sguardo d'intesa e si defilarono.

Nessuno sembrò accorgersene quando presero a camminare più svelti, e poi a correre, superando i primi alberi radi per addentrarsi successivamente tra la vegetazione più fitta.

E come aveva sentito dire il Cinque, di un suo amico che aveva vissuto tutta la sua vita nei boschi, era probabile che un poco di fortuna fosse tempo che venisse in loro soccorso.

Alla fine scesero tutti dal convoglio, grufolando e spintonandosi, inconsapevoli che stavano andando in un luogo chiamato macello.

Gli uomini addetti a custodirli avrebbero pagato di tasca loro se quei due, intrufolatisi nel bosco, non fossero stati catturati.

Erano dei guardiani.

Ma a detta di alcuni solo dei guardiani di porci incompetenti.

© Anna La Rosa



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