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Dialogo con un cranio
di Carla Montuschi
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Mi trovavo a Cavendish con la mia compagnia teatrale. Il programma pre natalizio prevedeva una lunga tournee attraverso il Vermont: portavamo in scena l’Amleto.

La consideravo fatica sprecata. Quei quattro bifolchi non potevano di certo apprezzare l’elegante complessità di quella tragedia.

Purtroppo bisognava pur campare così superai il fastidio che provavo, immaginando di recitare solo per me stesso. Un dialogo fra me e le poltroncine vuote, o meglio, occupate da anime inutili. Un discorso ai muri di squallidi e polverosi teatrucoli di provincia.

Quella sera mi toccò un camerino orrendo. Era stato ricavato da un angolo dei bagni del teatro. Una parete posticcia di legno separava la mia concentrazione dallo sciacquio delle latrine.

Tutto in quel luogo era ostile alla mia arte: dai muri scrostati al tanfo di orina. Persino i discorsi della gente erano così grezzi che le orecchie si rifiutavano di dar loro accesso, era improbabile che potessero raggiungere la soglia della considerazione. Mi preparai lottando contro le fastidiose percezioni che giungevano ridondanti da ogni mio senso.

Al culmine del disgusto mi accorsi che il cranio di scena, il compagno silenzioso con cui avrei dovuto dialogare nel III atto, era scomparso. Il fastidio, oltrepassato così il culmine, si tramutò in collera: non potevo fare a meno di quel cranio, benché muto era il mio unico vero alleato e mi era indispensabile per rammentare la parte.

Uscii furioso da quel buco puzzolente e chiamai urlando il mio impresario. Era un ometto buffo e grasso dal viso pacioso che non esprimeva eccessiva intelligenza. La calma era il pregio fondamentale di quell’uomo. Forse la calma dipendeva proprio, quasi come un effetto collaterale, dalla scarsità di acume.

Nel complesso il suo carattere bonario ed accondiscendente ben si sposava con le mie necessità.

«Mi sai dire dove caspita è finito il cranio di scena? Non l’ho trovato nella cappelliera…»

Già, lo trasportavamo in una cappelliera… era la buffa sorte di un capo, che ormai privo di idee da proteggere dalle intemperie, non necessitava più di un cappello. La cappelliera  costituiva un contenitore assai pratico, oltretutto aveva il pregio di nasconderlo dagli sguardi indiscreti.

Mi rispose: «Non potresti farne a meno? Dubito che qualcuno in questo posto abbia modo di accorgersi della mancanza!»

«Me ne accorgo io e ciò basta! Debbo assolutamente averlo per il III atto: la parte più importante della tragedia non può essere priva del suo secondo attore!»

Non era il semplice capriccio di un individuo viziato, davvero il monologo che si domandava se essere o non essere, se affrontare l’iniqua fortuna o piuttosto accogliere a mani giunte la morte, acquisiva la necessaria profondità solo se pronunciato al cospetto di quel cranio. Quel cranio rappresentava la morte stessa, un vuoto di pelle ed organi che restituiva i pensieri dell’anima sotto forma di eco. Non aveva orecchie per ascoltare, non aveva lingua per ribadire né occhi per scrutare l’affidabilità delle intenzioni. L’eco di quella vita scomparsa da tempo,  rifletteva interrogativi circa un destino, prima o poi, obbligatorio per tutti.

L’impresario percepì l’inamovibilità del mio comando e sparì con la promessa che presto sarebbe ritornato con una soluzione.

Pochi respiri dopo, arrivò ansante e vittorioso: brandiva un cranio polveroso e malconcio. Farfugliava qualcosa circa il fatto che l’aveva trovato in un qualche museo della cittadina… mi sembrava già incredibile che in quel luogo ameno e spoglio potesse esservi un teatro, figuriamoci poi un museo!

Non era un granché come compagno: le ossa della calotta presentavano un buco da cui si dipartivano varie linee di frattura. Un buco di analoghe dimensioni era evidente anche sotto l’occhio sinistro. Nel complesso aveva un aspetto piuttosto tetro, anche se a tal proposito c’è da domandarsi come un cranio possa avere un aspetto più spettrale di un altro.

Non c’era tempo per dilungarsi in dettagli così prelevai il mio nuovo amico, lo posai delicatamente sul tavolino accanto e finii di truccarmi. Fu allora che per la prima volta nella mia intera carriera teatrale, ebbi netta la sensazione che un cranio mi osservasse…

In tono confidenzialmente canzonatorio gli sussurrai un  “A dopo!”, voltai le spalle e mi diressi verso il palco. Uno sguardo vuoto d’orbite, ma non per questo lieve, mi accompagnò sino al  tendone di scena.

Il profondo buio della sala, evitava cortesemente ogni possibile contatto con il pubblico: ne avvertivo la presenza, la deducevo dal rumore di rari e lievi sospiri ma godevo della possibilità di mantenere un certo distacco.

Gli atti si susseguirono senza impicci, secondo il copione dettato da un’abitudine ormai quasi priva di emozioni.

Del resto anche il tipo di pubblico non meritava uno sforzo maggiore…

Ciò nonostante fu proprio quel teschio a movimentarmi lo spirito. Fece la sua comparsa nella prima scena del terzo atto. Mi aspettavo da lui collaborazione e muto supporto ma ciò che mi trasmise fu la sinistra sensazione di una presenza che nulla aveva a che fare con quel contesto. Qualcuno mi stava scrutando, giudicando…

Proseguii -e ciò mi fu possibile solo grazie all’esperienza- con una certa inquietudine addosso. Con una fatica immensa mi estraniai dalle percezioni interiori e recuperai dalla memoria le parole necessarie.

Raggiunsi il termine della tragedia frettolosamente,  spinto dall’esigenza di fuggire. Non esitai neppure sugli scarni applausi che il pubblico mi dedicò, non mi dilungai in auto-compiacimenti, volevo solo andarmene.

Ero infastidito persino dal dover sorreggere il lieve peso di quel contenitore vuoto che, non so come, continuava a fissarmi .

Come si può distogliere lo sguardo da qualcuno che ti fissa senza occhi? Abbassare i propri può non bastare…

Giunto in camerino pensai di allentare la tensione con una battuta di scherno.

«Cos’hai da fissarmi anima sciocca? Vuoi farmi arrossire? L’incolore dei tuoi occhi mi abbaglia!»

Raggelai… nel silenzio cupo del teatro ormai vuoto, giunse alle mie orecchie un lungo sospiro cui seguì il suono di una voce troppo profonda per essere reale.

«E’ vero… ti sto fissando… ma l’anima sciocca che vedi e di cui parli, non è altro che l’immagine della tua, riflessa dallo specchio!»

Trasalii, sperai in uno scherzo e cercando un appiglio di normalità domandai ad alta voce se vi fosse qualcuno, dichiarai di non amare quel genere di scherzi. La risposta fu pressoché immediata.

«Non ti affannare, siamo rimasti solo io e te: per essere uno che ha appena dialogato con lo spirito di suo padre, pare che tu sappia cavartela solo nella finzione!»

A quel punto domandai:

«Chi sei? Cosa vuoi da me?»

«Sono chiunque e nessuno. Sono il residuo di ciò che è stato. Sono uno spirito in cerca di parte di se stesso. Sono in cerca di una parte della vita e dell’essenza che persi morendo ancor prima di dipartire.

Osservandoti, non credo però che tu possa darmi nulla. Nulla di ciò che sei mi è simile, diciamo piuttosto che il caso ha combinato quest’incontro.»

Mai nessuno mi aveva trattato così. Le sue parole risuonavano aspre, ostili. Al contempo però ne ero ammaliato. Non mi capacitavo di come la finzione subdolamente potesse essere scivolata nella realtà.

Esitai un momento e poi dissi ironicamente:

«Se Vostra Grazia sente di cotanto eccellere al cospetto   di questo poveruomo, come mai lo ritiene sufficientemente degno di sostenere una conversazione? Voi non avreste fatto miglior scelta esitando nel silenzio dell’ignorare?

In sintesi… perché non taci?»

Rispose:

«Le tue parole mi fanno sorridere più di quanto le labbra che non ho più possano concedere ad una persona “in carne ed ossa”.

Ti ricordo che sei stato tu a volermi cercare. Tu hai avuto per primo il bisogno di dialogare con me.

Il fatto è che poc’anzi, dopo averti sentito proferire parole tanto ricche di profondità ed ovviamente non sapendo che in vero non erano tue, ho avuto la curiosità di conoscerti.

Ora, scoprendo la tua realtà, mi infastidisci al punto tale da non poterti ignorare. »

Non riuscivo a capire perché, nonostante l’istinto di alzarmi ed andarmene, era come se fossi incollato alla sedia. Una macabra curiosità rendeva tollerabile quella voce che mi turbava sempre di più. Quella voce mi attraversava ormai senza passare dalle orecchie.

Dunque provai a cambiare registro.

«Vorrei capire perché ti infastidisco tanto… è vero, non sono stato accomodante ma, sai, la paura spesso ci fa apparire assai diversi da ciò che in realtà siamo. Forse possiamo trovare uno spazio ove capirci dal momento che anche tu dichiari di non potermi ignorare…»

Può sembrare pazzesco ma su quelle ossa inerti si dipinse la parvenza di un’espressione amichevole.

«Saggia decisione. Se la sorte ci ha voluti compagni di scena, possiamo cessare l’approccio ostile e ripartire da capo. Sono rimasto colpito dalle parole che mi hai rivolto quando eravamo sul palcoscenico. Mi domandavi se fosse opportuno sopportare gli oltraggi della sorte iniqua o piuttosto combattere, disperdere le tribolazioni… mi è sembrata quasi una beffa crudele poiché tutta la mia vita è stata condizionata da quella stessa sorte iniqua…  Ma prima di raccontarti perché, mi interesserebbe conoscere il significato che tu attribuisci all’Essere…»

Ci pensai su molto più del tempo di un respiro… era decisamente più semplice esprimersi utilizzando parole di altri…

«Vedi, io sono un attore ed è come se la mia vita fosse frantumata in mille realtà assai differenti che ho la possibilità di attraversare semplicemente cambiandomi d’abito. Percepisco l’Essere come una difficoltosa ed affascinante ricerca di coesione fra le mille sfaccettature dei sentimenti, le peculiarità della coscienza. Questo mestiere mi offre la possibilità di spacciarmi per ciò che non sono, ma capita che talvolta io mi perda e non sappia più distinguere qual è la mia realtà. Forse per me Essere coincide con il trovare gli abiti che mi sono più adatti, quelli più comodi da indossare.

In fondo indossando un abito che cade “a pennello”, ci si sente “a posto”, persino con sé stessi.»

Rispose:

«Perdona ma da questa descrizione che fai del tuo modo di Essere non riesco ad evincere la differenza fra Essere ed Apparire…

E’ più importante Essere od Apparire?

Forse solo quando i due aspetti sono coerenti ed aspirano ad un ugual traguardo, positivo o negativo ch’esso sia, ci si sente in equilibrio con sé stessi... Ma, cosa accade quando si è o si vuol essere in un dato modo e si appare o si vuol apparire in un altro? Talvolta capita persino che  la sorte si beffi di te  e proprio nel bel mezzo della contesa fra Essere ed Apparire, ti sconvolga la vita mutando radicalmente ogni regola, vanificando ogni debole certezza circa il tuo Essere.

Mi hai domandato poc’anzi chi io sia…

Il mio nome era Phineas Gage. Io ho vissuto l’esperienza di morire due volte. La prima volta il mio Essere è scomparso senza che la morte ne fosse responsabile. E’ rimasta l’Esistenza di un Qualcuno così dissimile da ciò che conoscevo come “me stesso”, da non potermi riconoscere più, neppure allo specchio.»

All’improvviso mancò la luce. Le tegole del tetto del teatro, percosse da una timida pioggia, vociarono dapprima sommessamente, ma l’improvvisa mancanza di luce annunciava uno scroscio ben più violento.  Folate di vento rabbioso scuotevano ogni cosa al di fuori, ed il suono che ne derivava, attraversandomi, aveva l’effetto di farmi sentire come se la mia anima fosse sul pontile di una piccola imbarcazione in preda alla tempesta. Quel buio, rotto soltanto dai bagliori accecanti dei lampi, rendeva “più reale, umano” il mio interlocutore. Parlare al buio con lui, faceva sì ch’io lo sentissi dotato di un calore che la morte non può possedere… eravamo quasi simili…

Per nulla impressionato dalla furia degli elementi Egli proseguì il suo racconto.

«Era il 13 Settembre 1848. Avevo venticinque anni, un lavoro in cui riuscivo ad esprimere la mia personalità, una moglie ed alcune certezze. Un’esplosione mi  portò via tutto.

Ero il caporeparto di alcuni operai intenti a costruire la ferrovia fra Burlington e Rutland. Quel giorno, mentre stavamo facendo saltare alcune rocce, una scintilla innescò una violentissima esplosione. Avevo in mano un ferro da intasamento  che adoperavo per comprimere la polvere da sparo . Quel ferro, spinto dall’esplosione schizzò via dalle mie mani perforandomi il cranio.

Quel ferro lasciò dietro di sé un vuoto che ora è evidente per i  fori presenti sotto l’occhio sinistro e sulla calotta cranica, ma allora costituiva un vuoto assai più importante.

Qual ferro si era portato via la mia personalità, quel ferro, strappandomi un pezzo di cervello, mi condannò ad un’esistenza diversa dalla mia.

I compagni di lavoro assistettero increduli al mio incidente poiché, dopo aver fatto un volo di qualche metro mi rialzai, come se nulla fosse: lucido nella coscienza e scevro dal dolore.

Mi prestarono i primi soccorsi con sguardi allucinati come di chi stesse dinnanzi ad un fantasma… Io non compresi per molto tempo la gravità dell’incidente, non realizzai neppure che la mia vita non sarebbe più stata la stessa…

Figurati che  scherzai persino con il Dottore che ebbe l’ingrato compito di rimettere insieme i pezzi. Leggevo sul suo volto il  pallido raccapriccio di chi  non può neppure lasciarsi andare allo spavento, ma non comprendevo… il pezzo di cervello rimasto sulla terra polverosa accanto allo scoppio era molto più di un semplice pezzo del mio corpo, era un pezzo della mia stessa coscienza, della mia stessa vita…

Oggi tu parli di Essere o non Essere e mi  sembra una beffa, poiché io sono stato condannato, perdona il gioco di parole, ad esistere senza più Essere.

Ci impiegai circa due mesi per riprendermi dai postumi di una infezione occorsa quale unica complicanza apparente di tutto l’incidente. Ciò che sopravvisse non ero più io.

Ho dovuto vagare per altri tredici lunghi anni annaspando in un’esistenza indegna, sino al momento in cui la morte mi rese giustizia facendo sì ch’io recuperassi l’interezza di un’anima che era corrotta solo nella sua porzione fisica.

Oggi nel guardare questi tredici anni compatisco il me stesso privo della favella, il me stesso che indugiava nel turpiloquio, nella dissolutezza. Compatisco una coscienza priva di regole che conduceva un’esistenza lasciva, regolata solo da istinti animaleschi. Ho umiliato la mia moralità,  distrutto la mia famiglia, insozzato i miei progetti. Avrei preferito di gran lunga morire subito, che essere artefice allora e spettatore oggi di tutti questi accadimenti.

Perso il lavoro, divenuto inaffidabile ed inconcludente ho vagato per musei, teatri e baracconi tentando di far fruttare l’unico aspetto importante della mia tragedia personale: la spettacolarità.

Il mio cranio e la sbarra di ferro da sei chili che lo aveva trapassato, erano da esibire in quanto meraviglie di una realtà inspiegabile. Ad una prima apparenza non sarei dovuto sopravvivere, in realtà Esistevo senza più Essere.

Comprendi ora la beffa di trovarmi sul percorso del tuo destino? »

La pioggia era cessata. Con l’illuminazione era tornato anche un silenzio surreale. Guardandomi allo specchio provavo vergogna. Non potevo più vivere la mia vita senza interpretarla, non potevo demandare “all’Amleto del momento” l’importanza di scegliere al posto mio visto che, a differenza di quel cranio, io potevo ancora scegliere di Essere.

Il mio amico si era ammutolito lasciandomi a riflettere… oltre la vergogna, il dubbio di aver semplicemente sognato.

© Carla Montuschi



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