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Professione Euro
di Elisabetta Giancontieri
Pubblicato su SITO


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Per iniziare dall’inizio, seguendo l’esempio della migliore prosa inglese ottocentesca, dirò che fui coniato il 31 dicembre 1998, un giovedì, a mezzogiorno, come mi è stato in seguito riferito.
Fin da subito, i primi giornalisti che ebbero modo di vedermi, dichiararono che ero proprio bello: da un lato portavo in rilievo l’effige color argento del nostro amato continente, con la scritta del mio nome e cognome: 1 Euro. Dall’altro lato, come tutti i miei fratelli italiani, quasi a sottolineare il grande destino che ci aspettava, avevo impresso l’uomo vitruviano di Leonardo. Fin da subito io e miei colleghi fummo consapevoli della nostra importanza, non solo eravamo uno dei tagli disponibili della nuova moneta, ma eravamo anche la sua unità fondamentale, non eravamo solo un euro, ma eravamo anche L’Euro.
Al corso di economia, che dovevamo frequentare obbligatoriamente, ci dissero che avremmo dovuto aspettare un paio di anni prima di poterci avventurare all’esterno, il mondo era infatti ancora poco preparato al nostro arrivo. Intanto avremmo potuto familiarizzarci con le Borse internazionali, e farci qualche amico tra i dollari e gli yen, cercando di far loro capire che potevamo essere simpatici almeno quanto le lire, i franchi, i marchi e le pesetas, e che insomma avrebbero benissimo potuto fare a meno di queste divise antiquate, che non dovevano vederci come un pericolo, ma come delle simpatiche monetine gentili.
Per ingannare il tempo che ancora mi mancava prima di entrare in circolazione, cominciai ad interessarmi di politica. Mi resi così conto della terribile situazione in cui si trovava l’Europa. Ad esempio, tanto per parlare solo dell’Italia, la Lira, pur presentandosi talvolta con le sembianze di quella paladina dell’infanzia che fu Maria Montessori, non aveva esitato a far una strage di centesimi innocenti, solo per poter sedurre gli italiani con i suoi prezzi tondi. L’ipocrita sfacciata non esitava nemmeno a farsi ufficialmente portavoce del cosmopolitismo e della comunicazione, sfruttando il volto di Guglielmo Marconi, ma poi, quando era il momento di farsi scambiare per fare un viaggio all’estero, lei e le altre monete europee imponevano al malcapitato possessore tanti di quei calcoli complicati che tutti preferivano restare a casa ad ascoltare la radio.
Come passavano in fretta le meravigliose giornate della mia adolescenza, giornate in cui si cimentavano delle amicizie destinate a durare, sia con le altre monete, sia con le banconote. Persino con gli aristocratici biglietti da 200 e 500 euro si era creato un bel legame, sebbene ci guardassero un po’ dall’alto in basso.
Ma il tempo passa in fretta e ci ritrovammo finalmente al primo gennaio 2002, quando era previsto che cominciassimo a lavorare per portare la concordia nelle tasche degli europei. Una gentile impiegata della banca, dove ero stato trasportato qualche giorno prima, mi diede ad un ragazzo di circa venticinque anni, G. E., che come tanti altri italiani era ansioso di vedere come erano fatte queste nuove monete. Cercai di piacergli sfoderando il mio migliore sorriso mentre lui mi rigirava tra le dita facendomi un po’ il solletico. Contento di me, mi mise nel suo portamonete insieme a due o tre biglietti da dieci euro. Subito appena usciti dalla banca, lo sguardo del mio nuovo proprietario fu attratto da qualcosa che si trovava sul marciapiede, a pochi passi da lui. Dopo un momento di incredulità, si rese conto che si trattava di una banconota da 500 euro, allora, dopo essersi rapidamente guardato attorno per accettarsi che la strada fosse deserta, si chinò e la raccolse per metterla nel suo portafogli. Riconobbi subito quella banconota, aveva da sempre avuto un debole per me ed evidentemente aveva deciso di trovare un modo per seguirmi. G. E. pensò subito che l’euro gli portava fortuna e decise che mi avrebbe conservato come amuleto, in un angolo a parte del portafogli, senza mai spendermi.
Fu così che cominciai la mia carriera di divisa europea, certo fin da subito di avere per sempre un domicilio fisso e di non finire mai tra le mani di chissà chi. Passavo le mie giornate al calduccio nella tasca del mio proprietario, che di tanto in tanto mi tirava fuori per guardarmi meglio, per lucidarmi un po’ o se aveva bisogno di me per fare qualche scongiuro.
Dopo qualche mese di queste vita pacifica, cominciai però a patire dell’isolamento in cui ero costretto a vivere, sperando sempre che il mio padrone decidesse di cambiarmi di posto. Avevo ad esempio sentito parlare di alcune teche dove i collezionisti mettevano delle monete pregiate. Come speravo che il mio proprietario mi collocasse in un posto simile, sarebbe stata un’occasione per conoscere tante monete interessanti, con le quali fare due chiacchiere davanti ad un bicchiere di brandy, magari fumando un buon sigaro, nelle lunghe sere invernali. Purtroppo dovetti ammettere presto che il mio proprietario non si interessava alla numismatica e che io ero l’unica moneta importante della sua vita. Stavo quindi cominciando a rassegnarmi ad una vita solitaria, quando finalmente un giorno mi accorsi che lo scomparto del portafogli dove mi trovavo era leggermente scucito e che quindi sarei riuscito a comunicare con le monete che si trovavano nella zona adiacente. Potei finalmente cominciare a fare quattro chiacchiere con le altre monete che provavano per me un certo rispetto a causa della mia condizione privilegiata di amuleto portafortuna. Quelle che avevo la possibilità di conoscere meglio erano le pigre monetine da uno, due e cinque centesimi. Una volta arrivate nel portafogli vi restavano per intere settimane, in attesa che il nostro proprietario riuscisse a liberarsene. Le monete più attive erano quelle da due euro, assieme anche ai miei fratelli da un euro: per loro il portafogli era come un porto di mare, talmente erano frequenti i loro arrivi e le loro partenze. Come cominciavo ad invidiare la loro vita fatta di viaggi e avventure, oggi tra le mani di un bambino, domani tra le mani di un ministro o tra quelle di una diva del cinema. Alcune mi avevano persino raccontato di essersi ritrovate nelle tasche di certi pusher dall’aria losca o di essere state la posta in gioco durante eccitanti partite di poker.
Anche le altre monete provavano per loro una certa ammirazione, e la vita avventurosa che conducevano li imparentava in un certo qual modo alle misteriose e nobili banconote che sapevamo vivevano in uno scompartimento a parte del portafogli.
Il ceto medio delle monete era costituito dai pezzi da 10, 20 e 50 centesimi: usati di tanto in tanto, non restavano nel portafogli tanto a lungo quanto le monete da 1, 2 e 5 centesimi, ma non conducevano nemmeno una vita eccitante quanto quella dei pezzi da 1 e 2 euro.
Io mi divertivo a chiacchierare un po’ con tutti, ognuno aveva qualche storia interessante da raccontare, mi parlavano di come la gente ci avesse accolto, di come tutti si precipitassero a dar via le Lire per poterci avere, di come la gente si divertisse a calcolare gli importi in Euro dei vecchi prezzi, c’erano addirittura stati dei reportage e dei servizi giornalistici realizzati su di noi. Come invidiavo i miei cugini! Mentre loro partecipano alla rivoluzione economica in atto in tutto il continente europeo, io ero costretto a stare nella prigione dorata in cui si era trasformato il mio scomparto del portafogli, vittima della mia condizione privilegiata di amuleto portafortuna. I miei amici cercavano di consolarmi come potevano, ma non riuscivano certo farmi dimenticare che non avrei mai potuto circolare liberamente nelle grandi capitali europee, come capitava invece a loro.
Poi lentamente, col passare del tempo, comincia ad accorgermi di una certa inquietudine che iniziava ad impadronirsi degli altri euro. Ormai c’era una certa mestizia nella loro voce quando mi raccontavano del mondo esterno, e quando gli parlavo del mio stato di “prigioniero” mi accorsi che invece di consolarmi cercavano di farmi notare quanto fosse fortunata la mia condizione. Lentamente mi rendevo conto, grazie alle testimonianze delle monete che incontravo, del fatto che l’euro era caduto in disgrazia. Lo si accusava della depravazione peggiore di cui possa macchiarsi una moneta: l’inflazione. Tutti pensavano che, col pretesto di far cifra tonda, ci fossimo messi in combutta con dei commercianti senza scrupoli per fare aumentare il prezzo delle merci, mentre gli stipendi e le pensioni restavano uguali. Sebbene non si potesse negare che il fenomeno fosse in parte dovuto alla pigrizia delle monete da 1, 2 e 5 centesimi, noi tutti ci sapevamo innocenti ed eravamo consci che il duro momento che stavamo attraversando era dovuto ad un’abile campagna di stampa orchestrata dalle antiche divise, sicuramente comuniste. Cercavamo in tutti i modi di farci amare dal consumatore, ci lucidavamo più del solito, cercavamo di essere sempre sorridenti e ben educati, provavamo a far mostra di uno spiccato senso dell’umorismo, ma nessuna delle strategie che ci avevano insegnato durante le lezioni di marketing serviva a fare aumentare il nostro tasso di popolarità. Ormai in giro per l’Europa crescevano le manifestazioni di malcontento.
Nemmeno per quanto riguardava la mia vita professionale le cose andavano bene. Infatti, dopo che G. E. aveva trovato la banconota da 500 euro, non gli avevo più portato tanta fortuna. Qualche giorno dopo aveva infatti perso sia la banconota che aveva trovato, sia altre due da 50 euro che gli appartenevano, nelle settimane successive era stato lasciato dalla sua ragazza che era andata a vivere a Montecarlo col suo migliore amico, nei mesi successivi aveva cominciato a manifestare un’allergia al cioccolato e un giorno, mentre attraversava la strada per andare dal suo allergologo, era stato investito da un’ambulanza, condotta da un autista ubriaco, e si era rotto una gamba. La concatenazione di questi eventi aveva fatto nascere nel mio proprietario il dubbio che non fossi proprio adatto a fargli da portafortuna. La goccia che fece traboccare il vaso fu però una sigaretta che G. E. lasciò imprudentemente accesa prima di assentarsi dal suo ufficio. Questa sigaretta causò la combustione, in un primo momento del computer portatile che non aveva ancora finito di pagare, e in un secondo momento di buona parte dell’azienda. In seguito a questo spiacevole incidente, il suo datore di lavoro aveva deciso che era meglio privarsi dei suoi servizi e quindi ci eravamo ritrovati soli, lui al bancone di un bar intento ad ubriacarsi per affogare nell’alcool i dispiaceri, e io sullo stesso bancone a dover subire i suoi insulti. La mia situazione cominciava a preoccuparmi seriamente: cosa mi riservava il mio futuro? Sarei rimasto ad ammuffire solo nel mio scomparto del portafogli? Sarei finalmente stato speso e condannato a subire gli stessi insulti che subivano le altre monete a causa dell’inflazione? Sarei stato gettato in qualche fontana da un turista desideroso di ritornare in futuro nella stessa località? Nessuno aveva mai più sentito parlare di queste monete: cosa gli era successo? Erano state divorate da qualche pesce rosso? Si erano arrugginite?
Mi immersi in queste riflessioni per tutto il tragitto dal bar alla casa del mio proprietario. Appena arrivati, i miei timori sembrarono fondati quando G. E. mi tolse con violenza dal portafogli. Dove mi avrebbe messo? Dove mi sarei ritrovato? Mi accorsi con terrore che stava per lanciarmi nel caminetto acceso e rividi di un colpo tutta la mia vita, i bei tempi della Zecca e tutti gli amici che vi avevo conosciuto, il viaggio nel furgone portavalori per arrivare in banca, la gentilezza degli impiegati, l’incontro con G. E. e l’arrivo nel suo portafogli. Già cominciavo a sentirmi tra le fiamme che di lì a poco avrebbero cominciato prima a sfiorarmi e poi ad avvolgermi sempre più e già cominciavo a sentirne il calore che sarebbe diventato sempre più forte fino a far fondere il mio metallo. Cominciai a vedere la stanza volteggiare attorno a me finché la vista mi si annebbiò e persi i sensi. Mi risvegliai qualche ora dopo in un cassetto, al sicuro e senza nessun segno di bruciature. Evidentemente, il ricordo dei bei momenti passati insieme aveva impedito a G. E. di compiere il gesto irreparabile e all’ultimo momento aveva deciso di limitarsi a licenziarmi. Rincuorato cominciai a guardarmi attorno quando sentii qualcuno chiedermi: “What’s your name?” Fu così che conobbi Penny, un’affascinante sterlina antico souvenir di un viaggio a Londra. Soccombetti subito al suo fascino british e, dopo esserci raccontati le nostre storie, decidemmo di unire le nostre strade dividendo per sempre lo stesso angolo del cassetto. Da quel giorno non ci siamo più lasciati.

Per iniziare dall’inizio, seguendo l’esempio della migliore prosa inglese ottocentesca, dirò che fui coniato il 31 dicembre 1998, un giovedì, a mezzogiorno, come mi è stato in seguito riferito.
Fin da subito, i primi giornalisti che ebbero modo di vedermi, dichiararono che ero proprio bello: da un lato portavo in rilievo l’effige color argento del nostro amato continente, con la scritta del mio nome e cognome: 1 Euro. Dall’altro lato, come tutti i miei fratelli italiani, quasi a sottolineare il grande destino che ci aspettava, avevo impresso l’uomo vitruviano di Leonardo. Fin da subito io e miei colleghi fummo consapevoli della nostra importanza, non solo eravamo uno dei tagli disponibili della nuova moneta, ma eravamo anche la sua unità fondamentale, non eravamo solo un euro, ma eravamo anche L’Euro.
Al corso di economia, che dovevamo frequentare obbligatoriamente, ci dissero che avremmo dovuto aspettare un paio di anni prima di poterci avventurare all’esterno, il mondo era infatti ancora poco preparato al nostro arrivo. Intanto avremmo potuto familiarizzarci con le Borse internazionali, e farci qualche amico tra i dollari e gli yen, cercando di far loro capire che potevamo essere simpatici almeno quanto le lire, i franchi, i marchi e le pesetas, e che insomma avrebbero benissimo potuto fare a meno di queste divise antiquate, che non dovevano vederci come un pericolo, ma come delle simpatiche monetine gentili.
Per ingannare il tempo che ancora mi mancava prima di entrare in circolazione, cominciai ad interessarmi di politica. Mi resi così conto della terribile situazione in cui si trovava l’Europa. Ad esempio, tanto per parlare solo dell’Italia, la Lira, pur presentandosi talvolta con le sembianze di quella paladina dell’infanzia che fu Maria Montessori, non aveva esitato a far una strage di centesimi innocenti, solo per poter sedurre gli italiani con i suoi prezzi tondi. L’ipocrita sfacciata non esitava nemmeno a farsi ufficialmente portavoce del cosmopolitismo e della comunicazione, sfruttando il volto di Guglielmo Marconi, ma poi, quando era il momento di farsi scambiare per fare un viaggio all’estero, lei e le altre monete europee imponevano al malcapitato possessore tanti di quei calcoli complicati che tutti preferivano restare a casa ad ascoltare la radio.
Come passavano in fretta le meravigliose giornate della mia adolescenza, giornate in cui si cimentavano delle amicizie destinate a durare, sia con le altre monete, sia con le banconote. Persino con gli aristocratici biglietti da 200 e 500 euro si era creato un bel legame, sebbene ci guardassero un po’ dall’alto in basso.
Ma il tempo passa in fretta e ci ritrovammo finalmente al primo gennaio 2002, quando era previsto che cominciassimo a lavorare per portare la concordia nelle tasche degli europei. Una gentile impiegata della banca, dove ero stato trasportato qualche giorno prima, mi diede ad un ragazzo di circa venticinque anni, G. E., che come tanti altri italiani era ansioso di vedere come erano fatte queste nuove monete. Cercai di piacergli sfoderando il mio migliore sorriso mentre lui mi rigirava tra le dita facendomi un po’ il solletico. Contento di me, mi mise nel suo portamonete insieme a due o tre biglietti da dieci euro. Subito appena usciti dalla banca, lo sguardo del mio nuovo proprietario fu attratto da qualcosa che si trovava sul marciapiede, a pochi passi da lui. Dopo un momento di incredulità, si rese conto che si trattava di una banconota da 500 euro, allora, dopo essersi rapidamente guardato attorno per accettarsi che la strada fosse deserta, si chinò e la raccolse per metterla nel suo portafogli. Riconobbi subito quella banconota, aveva da sempre avuto un debole per me ed evidentemente aveva deciso di trovare un modo per seguirmi. G. E. pensò subito che l’euro gli portava fortuna e decise che mi avrebbe conservato come amuleto, in un angolo a parte del portafogli, senza mai spendermi.
Fu così che cominciai la mia carriera di divisa europea, certo fin da subito di avere per sempre un domicilio fisso e di non finire mai tra le mani di chissà chi. Passavo le mie giornate al calduccio nella tasca del mio proprietario, che di tanto in tanto mi tirava fuori per guardarmi meglio, per lucidarmi un po’ o se aveva bisogno di me per fare qualche scongiuro.
Dopo qualche mese di queste vita pacifica, cominciai però a patire dell’isolamento in cui ero costretto a vivere, sperando sempre che il mio padrone decidesse di cambiarmi di posto. Avevo ad esempio sentito parlare di alcune teche dove i collezionisti mettevano delle monete pregiate. Come speravo che il mio proprietario mi collocasse in un posto simile, sarebbe stata un’occasione per conoscere tante monete interessanti, con le quali fare due chiacchiere davanti ad un bicchiere di brandy, magari fumando un buon sigaro, nelle lunghe sere invernali. Purtroppo dovetti ammettere presto che il mio proprietario non si interessava alla numismatica e che io ero l’unica moneta importante della sua vita. Stavo quindi cominciando a rassegnarmi ad una vita solitaria, quando finalmente un giorno mi accorsi che lo scomparto del portafogli dove mi trovavo era leggermente scucito e che quindi sarei riuscito a comunicare con le monete che si trovavano nella zona adiacente. Potei finalmente cominciare a fare quattro chiacchiere con le altre monete che provavano per me un certo rispetto a causa della mia condizione privilegiata di amuleto portafortuna. Quelle che avevo la possibilità di conoscere meglio erano le pigre monetine da uno, due e cinque centesimi. Una volta arrivate nel portafogli vi restavano per intere settimane, in attesa che il nostro proprietario riuscisse a liberarsene. Le monete più attive erano quelle da due euro, assieme anche ai miei fratelli da un euro: per loro il portafogli era come un porto di mare, talmente erano frequenti i loro arrivi e le loro partenze. Come cominciavo ad invidiare la loro vita fatta di viaggi e avventure, oggi tra le mani di un bambino, domani tra le mani di un ministro o tra quelle di una diva del cinema. Alcune mi avevano persino raccontato di essersi ritrovate nelle tasche di certi pusher dall’aria losca o di essere state la posta in gioco durante eccitanti partite di poker.
Anche le altre monete provavano per loro una certa ammirazione, e la vita avventurosa che conducevano li imparentava in un certo qual modo alle misteriose e nobili banconote che sapevamo vivevano in uno scompartimento a parte del portafogli.
Il ceto medio delle monete era costituito dai pezzi da 10, 20 e 50 centesimi: usati di tanto in tanto, non restavano nel portafogli tanto a lungo quanto le monete da 1, 2 e 5 centesimi, ma non conducevano nemmeno una vita eccitante quanto quella dei pezzi da 1 e 2 euro.
Io mi divertivo a chiacchierare un po’ con tutti, ognuno aveva qualche storia interessante da raccontare, mi parlavano di come la gente ci avesse accolto, di come tutti si precipitassero a dar via le Lire per poterci avere, di come la gente si divertisse a calcolare gli importi in Euro dei vecchi prezzi, c’erano addirittura stati dei reportage e dei servizi giornalistici realizzati su di noi. Come invidiavo i miei cugini! Mentre loro partecipano alla rivoluzione economica in atto in tutto il continente europeo, io ero costretto a stare nella prigione dorata in cui si era trasformato il mio scomparto del portafogli, vittima della mia condizione privilegiata di amuleto portafortuna. I miei amici cercavano di consolarmi come potevano, ma non riuscivano certo farmi dimenticare che non avrei mai potuto circolare liberamente nelle grandi capitali europee, come capitava invece a loro.
Poi lentamente, col passare del tempo, comincia ad accorgermi di una certa inquietudine che iniziava ad impadronirsi degli altri euro. Ormai c’era una certa mestizia nella loro voce quando mi raccontavano del mondo esterno, e quando gli parlavo del mio stato di “prigioniero” mi accorsi che invece di consolarmi cercavano di farmi notare quanto fosse fortunata la mia condizione. Lentamente mi rendevo conto, grazie alle testimonianze delle monete che incontravo, del fatto che l’euro era caduto in disgrazia. Lo si accusava della depravazione peggiore di cui possa macchiarsi una moneta: l’inflazione. Tutti pensavano che, col pretesto di far cifra tonda, ci fossimo messi in combutta con dei commercianti senza scrupoli per fare aumentare il prezzo delle merci, mentre gli stipendi e le pensioni restavano uguali. Sebbene non si potesse negare che il fenomeno fosse in parte dovuto alla pigrizia delle monete da 1, 2 e 5 centesimi, noi tutti ci sapevamo innocenti ed eravamo consci che il duro momento che stavamo attraversando era dovuto ad un’abile campagna di stampa orchestrata dalle antiche divise, sicuramente comuniste. Cercavamo in tutti i modi di farci amare dal consumatore, ci lucidavamo più del solito, cercavamo di essere sempre sorridenti e ben educati, provavamo a far mostra di uno spiccato senso dell’umorismo, ma nessuna delle strategie che ci avevano insegnato durante le lezioni di marketing serviva a fare aumentare il nostro tasso di popolarità. Ormai in giro per l’Europa crescevano le manifestazioni di malcontento.
Nemmeno per quanto riguardava la mia vita professionale le cose andavano bene. Infatti, dopo che G. E. aveva trovato la banconota da 500 euro, non gli avevo più portato tanta fortuna. Qualche giorno dopo aveva infatti perso sia la banconota che aveva trovato, sia altre due da 50 euro che gli appartenevano, nelle settimane successive era stato lasciato dalla sua ragazza che era andata a vivere a Montecarlo col suo migliore amico, nei mesi successivi aveva cominciato a manifestare un’allergia al cioccolato e un giorno, mentre attraversava la strada per andare dal suo allergologo, era stato investito da un’ambulanza, condotta da un autista ubriaco, e si era rotto una gamba. La concatenazione di questi eventi aveva fatto nascere nel mio proprietario il dubbio che non fossi proprio adatto a fargli da portafortuna. La goccia che fece traboccare il vaso fu però una sigaretta che G. E. lasciò imprudentemente accesa prima di assentarsi dal suo ufficio. Questa sigaretta causò la combustione, in un primo momento del computer portatile che non aveva ancora finito di pagare, e in un secondo momento di buona parte dell’azienda. In seguito a questo spiacevole incidente, il suo datore di lavoro aveva deciso che era meglio privarsi dei suoi servizi e quindi ci eravamo ritrovati soli, lui al bancone di un bar intento ad ubriacarsi per affogare nell’alcool i dispiaceri, e io sullo stesso bancone a dover subire i suoi insulti. La mia situazione cominciava a preoccuparmi seriamente: cosa mi riservava il mio futuro? Sarei rimasto ad ammuffire solo nel mio scomparto del portafogli? Sarei finalmente stato speso e condannato a subire gli stessi insulti che subivano le altre monete a causa dell’inflazione? Sarei stato gettato in qualche fontana da un turista desideroso di ritornare in futuro nella stessa località? Nessuno aveva mai più sentito parlare di queste monete: cosa gli era successo? Erano state divorate da qualche pesce rosso? Si erano arrugginite?
Mi immersi in queste riflessioni per tutto il tragitto dal bar alla casa del mio proprietario. Appena arrivati, i miei timori sembrarono fondati quando G. E. mi tolse con violenza dal portafogli. Dove mi avrebbe messo? Dove mi sarei ritrovato? Mi accorsi con terrore che stava per lanciarmi nel caminetto acceso e rividi di un colpo tutta la mia vita, i bei tempi della Zecca e tutti gli amici che vi avevo conosciuto, il viaggio nel furgone portavalori per arrivare in banca, la gentilezza degli impiegati, l’incontro con G. E. e l’arrivo nel suo portafogli. Già cominciavo a sentirmi tra le fiamme che di lì a poco avrebbero cominciato prima a sfiorarmi e poi ad avvolgermi sempre più e già cominciavo a sentirne il calore che sarebbe diventato sempre più forte fino a far fondere il mio metallo. Cominciai a vedere la stanza volteggiare attorno a me finché la vista mi si annebbiò e persi i sensi. Mi risvegliai qualche ora dopo in un cassetto, al sicuro e senza nessun segno di bruciature. Evidentemente, il ricordo dei bei momenti passati insieme aveva impedito a G. E. di compiere il gesto irreparabile e all’ultimo momento aveva deciso di limitarsi a licenziarmi. Rincuorato cominciai a guardarmi attorno quando sentii qualcuno chiedermi: “What’s your name?” Fu così che conobbi Penny, un’affascinante sterlina antico souvenir di un viaggio a Londra. Soccombetti subito al suo fascino british e, dopo esserci raccontati le nostre storie, decidemmo di unire le nostre strade dividendo per sempre lo stesso angolo del cassetto. Da quel giorno non ci siamo più lasciati.

Per iniziare dall’inizio, seguendo l’esempio della migliore prosa inglese ottocentesca, dirò che fui coniato il 31 dicembre 1998, un giovedì, a mezzogiorno, come mi è stato in seguito riferito.
Fin da subito, i primi giornalisti che ebbero modo di vedermi, dichiararono che ero proprio bello: da un lato portavo in rilievo l’effige color argento del nostro amato continente, con la scritta del mio nome e cognome: 1 Euro. Dall’altro lato, come tutti i miei fratelli italiani, quasi a sottolineare il grande destino che ci aspettava, avevo impresso l’uomo vitruviano di Leonardo. Fin da subito io e miei colleghi fummo consapevoli della nostra importanza, non solo eravamo uno dei tagli disponibili della nuova moneta, ma eravamo anche la sua unità fondamentale, non eravamo solo un euro, ma eravamo anche L’Euro.
Al corso di economia, che dovevamo frequentare obbligatoriamente, ci dissero che avremmo dovuto aspettare un paio di anni prima di poterci avventurare all’esterno, il mondo era infatti ancora poco preparato al nostro arrivo. Intanto avremmo potuto familiarizzarci con le Borse internazionali, e farci qualche amico tra i dollari e gli yen, cercando di far loro capire che potevamo essere simpatici almeno quanto le lire, i franchi, i marchi e le pesetas, e che insomma avrebbero benissimo potuto fare a meno di queste divise antiquate, che non dovevano vederci come un pericolo, ma come delle simpatiche monetine gentili.
Per ingannare il tempo che ancora mi mancava prima di entrare in circolazione, cominciai ad interessarmi di politica. Mi resi così conto della terribile situazione in cui si trovava l’Europa. Ad esempio, tanto per parlare solo dell’Italia, la Lira, pur presentandosi talvolta con le sembianze di quella paladina dell’infanzia che fu Maria Montessori, non aveva esitato a far una strage di centesimi innocenti, solo per poter sedurre gli italiani con i suoi prezzi tondi. L’ipocrita sfacciata non esitava nemmeno a farsi ufficialmente portavoce del cosmopolitismo e della comunicazione, sfruttando il volto di Guglielmo Marconi, ma poi, quando era il momento di farsi scambiare per fare un viaggio all’estero, lei e le altre monete europee imponevano al malcapitato possessore tanti di quei calcoli complicati che tutti preferivano restare a casa ad ascoltare la radio.
Come passavano in fretta le meravigliose giornate della mia adolescenza, giornate in cui si cimentavano delle amicizie destinate a durare, sia con le altre monete, sia con le banconote. Persino con gli aristocratici biglietti da 200 e 500 euro si era creato un bel legame, sebbene ci guardassero un po’ dall’alto in basso.
Ma il tempo passa in fretta e ci ritrovammo finalmente al primo gennaio 2002, quando era previsto che cominciassimo a lavorare per portare la concordia nelle tasche degli europei. Una gentile impiegata della banca, dove ero stato trasportato qualche giorno prima, mi diede ad un ragazzo di circa venticinque anni, G. E., che come tanti altri italiani era ansioso di vedere come erano fatte queste nuove monete. Cercai di piacergli sfoderando il mio migliore sorriso mentre lui mi rigirava tra le dita facendomi un po’ il solletico. Contento di me, mi mise nel suo portamonete insieme a due o tre biglietti da dieci euro. Subito appena usciti dalla banca, lo sguardo del mio nuovo proprietario fu attratto da qualcosa che si trovava sul marciapiede, a pochi passi da lui. Dopo un momento di incredulità, si rese conto che si trattava di una banconota da 500 euro, allora, dopo essersi rapidamente guardato attorno per accettarsi che la strada fosse deserta, si chinò e la raccolse per metterla nel suo portafogli. Riconobbi subito quella banconota, aveva da sempre avuto un debole per me ed evidentemente aveva deciso di trovare un modo per seguirmi. G. E. pensò subito che l’euro gli portava fortuna e decise che mi avrebbe conservato come amuleto, in un angolo a parte del portafogli, senza mai spendermi.
Fu così che cominciai la mia carriera di divisa europea, certo fin da subito di avere per sempre un domicilio fisso e di non finire mai tra le mani di chissà chi. Passavo le mie giornate al calduccio nella tasca del mio proprietario, che di tanto in tanto mi tirava fuori per guardarmi meglio, per lucidarmi un po’ o se aveva bisogno di me per fare qualche scongiuro.
Dopo qualche mese di queste vita pacifica, cominciai però a patire dell’isolamento in cui ero costretto a vivere, sperando sempre che il mio padrone decidesse di cambiarmi di posto. Avevo ad esempio sentito parlare di alcune teche dove i collezionisti mettevano delle monete pregiate. Come speravo che il mio proprietario mi collocasse in un posto simile, sarebbe stata un’occasione per conoscere tante monete interessanti, con le quali fare due chiacchiere davanti ad un bicchiere di brandy, magari fumando un buon sigaro, nelle lunghe sere invernali. Purtroppo dovetti ammettere presto che il mio proprietario non si interessava alla numismatica e che io ero l’unica moneta importante della sua vita. Stavo quindi cominciando a rassegnarmi ad una vita solitaria, quando finalmente un giorno mi accorsi che lo scomparto del portafogli dove mi trovavo era leggermente scucito e che quindi sarei riuscito a comunicare con le monete che si trovavano nella zona adiacente. Potei finalmente cominciare a fare quattro chiacchiere con le altre monete che provavano per me un certo rispetto a causa della mia condizione privilegiata di amuleto portafortuna. Quelle che avevo la possibilità di conoscere meglio erano le pigre monetine da uno, due e cinque centesimi. Una volta arrivate nel portafogli vi restavano per intere settimane, in attesa che il nostro proprietario riuscisse a liberarsene. Le monete più attive erano quelle da due euro, assieme anche ai miei fratelli da un euro: per loro il portafogli era come un porto di mare, talmente erano frequenti i loro arrivi e le loro partenze. Come cominciavo ad invidiare la loro vita fatta di viaggi e avventure, oggi tra le mani di un bambino, domani tra le mani di un ministro o tra quelle di una diva del cinema. Alcune mi avevano persino raccontato di essersi ritrovate nelle tasche di certi pusher dall’aria losca o di essere state la posta in gioco durante eccitanti partite di poker.
Anche le altre monete provavano per loro una certa ammirazione, e la vita avventurosa che conducevano li imparentava in un certo qual modo alle misteriose e nobili banconote che sapevamo vivevano in uno scompartimento a parte del portafogli.
Il ceto medio delle monete era costituito dai pezzi da 10, 20 e 50 centesimi: usati di tanto in tanto, non restavano nel portafogli tanto a lungo quanto le monete da 1, 2 e 5 centesimi, ma non conducevano nemmeno una vita eccitante quanto quella dei pezzi da 1 e 2 euro.
Io mi divertivo a chiacchierare un po’ con tutti, ognuno aveva qualche storia interessante da raccontare, mi parlavano di come la gente ci avesse accolto, di come tutti si precipitassero a dar via le Lire per poterci avere, di come la gente si divertisse a calcolare gli importi in Euro dei vecchi prezzi, c’erano addirittura stati dei reportage e dei servizi giornalistici realizzati su di noi. Come invidiavo i miei cugini! Mentre loro partecipano alla rivoluzione economica in atto in tutto il continente europeo, io ero costretto a stare nella prigione dorata in cui si era trasformato il mio scomparto del portafogli, vittima della mia condizione privilegiata di amuleto portafortuna. I miei amici cercavano di consolarmi come potevano, ma non riuscivano certo farmi dimenticare che non avrei mai potuto circolare liberamente nelle grandi capitali europee, come capitava invece a loro.
Poi lentamente, col passare del tempo, comincia ad accorgermi di una certa inquietudine che iniziava ad impadronirsi degli altri euro. Ormai c’era una certa mestizia nella loro voce quando mi raccontavano del mondo esterno, e quando gli parlavo del mio stato di “prigioniero” mi accorsi che invece di consolarmi cercavano di farmi notare quanto fosse fortunata la mia condizione. Lentamente mi rendevo conto, grazie alle testimonianze delle monete che incontravo, del fatto che l’euro era caduto in disgrazia. Lo si accusava della depravazione peggiore di cui possa macchiarsi una moneta: l’inflazione. Tutti pensavano che, col pretesto di far cifra tonda, ci fossimo messi in combutta con dei commercianti senza scrupoli per fare aumentare il prezzo delle merci, mentre gli stipendi e le pensioni restavano uguali. Sebbene non si potesse negare che il fenomeno fosse in parte dovuto alla pigrizia delle monete da 1, 2 e 5 centesimi, noi tutti ci sapevamo innocenti ed eravamo consci che il duro momento che stavamo attraversando era dovuto ad un’abile campagna di stampa orchestrata dalle antiche divise, sicuramente comuniste. Cercavamo in tutti i modi di farci amare dal consumatore, ci lucidavamo più del solito, cercavamo di essere sempre sorridenti e ben educati, provavamo a far mostra di uno spiccato senso dell’umorismo, ma nessuna delle strategie che ci avevano insegnato durante le lezioni di marketing serviva a fare aumentare il nostro tasso di popolarità. Ormai in giro per l’Europa crescevano le manifestazioni di malcontento.
Nemmeno per quanto riguardava la mia vita professionale le cose andavano bene. Infatti, dopo che G. E. aveva trovato la banconota da 500 euro, non gli avevo più portato tanta fortuna. Qualche giorno dopo aveva infatti perso sia la banconota che aveva trovato, sia altre due da 50 euro che gli appartenevano, nelle settimane successive era stato lasciato dalla sua ragazza che era andata a vivere a Montecarlo col suo migliore amico, nei mesi successivi aveva cominciato a manifestare un’allergia al cioccolato e un giorno, mentre attraversava la strada per andare dal suo allergologo, era stato investito da un’ambulanza, condotta da un autista ubriaco, e si era rotto una gamba. La concatenazione di questi eventi aveva fatto nascere nel mio proprietario il dubbio che non fossi proprio adatto a fargli da portafortuna. La goccia che fece traboccare il vaso fu però una sigaretta che G. E. lasciò imprudentemente accesa prima di assentarsi dal suo ufficio. Questa sigaretta causò la combustione, in un primo momento del computer portatile che non aveva ancora finito di pagare, e in un secondo momento di buona parte dell’azienda. In seguito a questo spiacevole incidente, il suo datore di lavoro aveva deciso che era meglio privarsi dei suoi servizi e quindi ci eravamo ritrovati soli, lui al bancone di un bar intento ad ubriacarsi per affogare nell’alcool i dispiaceri, e io sullo stesso bancone a dover subire i suoi insulti. La mia situazione cominciava a preoccuparmi seriamente: cosa mi riservava il mio futuro? Sarei rimasto ad ammuffire solo nel mio scomparto del portafogli? Sarei finalmente stato speso e condannato a subire gli stessi insulti che subivano le altre monete a causa dell’inflazione? Sarei stato gettato in qualche fontana da un turista desideroso di ritornare in futuro nella stessa località? Nessuno aveva mai più sentito parlare di queste monete: cosa gli era successo? Erano state divorate da qualche pesce rosso? Si erano arrugginite?
Mi immersi in queste riflessioni per tutto il tragitto dal bar alla casa del mio proprietario. Appena arrivati, i miei timori sembrarono fondati quando G. E. mi tolse con violenza dal portafogli. Dove mi avrebbe messo? Dove mi sarei ritrovato? Mi accorsi con terrore che stava per lanciarmi nel caminetto acceso e rividi di un colpo tutta la mia vita, i bei tempi della Zecca e tutti gli amici che vi avevo conosciuto, il viaggio nel furgone portavalori per arrivare in banca, la gentilezza degli impiegati, l’incontro con G. E. e l’arrivo nel suo portafogli. Già cominciavo a sentirmi tra le fiamme che di lì a poco avrebbero cominciato prima a sfiorarmi e poi ad avvolgermi sempre più e già cominciavo a sentirne il calore che sarebbe diventato sempre più forte fino a far fondere il mio metallo. Cominciai a vedere la stanza volteggiare attorno a me finché la vista mi si annebbiò e persi i sensi. Mi risvegliai qualche ora dopo in un cassetto, al sicuro e senza nessun segno di bruciature. Evidentemente, il ricordo dei bei momenti passati insieme aveva impedito a G. E. di compiere il gesto irreparabile e all’ultimo momento aveva deciso di limitarsi a licenziarmi. Rincuorato cominciai a guardarmi attorno quando sentii qualcuno chiedermi: “What’s your name?” Fu così che conobbi Penny, un’affascinante sterlina antico souvenir di un viaggio a Londra. Soccombetti subito al suo fascino british e, dopo esserci raccontati le nostre storie, decidemmo di unire le nostre strade dividendo per sempre lo stesso angolo del cassetto. Da quel giorno non ci siamo più lasciati.

© Elisabetta Giancontieri



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