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Prima colazione
di Debora Gatelli
Pubblicato su SITO


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Lei si chiamava Latte ed era una femminuccia sebbene portasse un nome maschile. In fondo al giorno d'oggi non dovrebbe stupirsene più nessuno, visto che il signor Giulio Maria potrebbe decidere di chiamare Andrea la figlia e visto che Claude in francese vuol dire sia Claudio che Claudia. Ci sarebbero molti altri esempi, ma rischierei di divagare ancora prima di iniziare a raccontare.
Torniamo quindi alla piccola Latte che, fresca e candida, viveva però relegata in un cartone ordinatamente riposto nel frigorifero; vista da quella prospettiva la vita non le pareva un granché e le sue uniche conoscenze erano limitate a qualche yogurt un po' acido e a una confezione di formaggi troppo stagionati per poter essere compatibili con la sua giovane età.
Lei sognava di trasferirsi al più presto in una tazza bella e spaziosa, conoscere gente nuova e visitare luoghi diversi, come il famoso tavolo della cucina del quale le parlava spesso il salame piccante, che entrava e usciva dal frigo in continuazione e ogni volta tornava un po' più corto e Latte non capiva perché ma non osava chiederglielo.
Sognava anche di poter incontrare il principe azzurro sebbene non avesse idea di cosa fosse, ma ne aveva sentito parlare dalla ragazza che spesso si affacciava al frigo ed estraeva sempre e solo i gelati riposti nello scomparto del ghiaccio. Forse il principe azzurro era un tipo di gelato, ma allora per lei sarebbe stato difficile incontrarlo, perché nel freezer non poteva entrare. In ogni caso le sarebbe piaciuto indagare; per quanto ne sapeva i gelati si facevano con il latte e allora forse non tutto era perduto.
Latte non era una che si dava facilmente per vinta; l'unica cosa che la spaventava era la solitudine e lì, ferma da giorni tra la maionese e il succo d'ananas, cominciava a sentirsi più sola che mai.
E questa era lei. Lui, perché quando c'è una lei prima o poi arriva anche un lui, era completamente diverso. Lui si chiamava Chicco, ma non era il suo vero nome. Solo che a volte capita che sin da piccoli si venga chiamati con un diminutivo o un soprannome, fino a quando ci si convince di chiamarsi davvero così; la cosa buffa è che spesso il soprannome è più brutto del nome vero e per alcuni la cosa può diventare anche un po' irritante.
Per farla breve, il vero nome di Chicco era Caffè.
Si trattava di un tipo deciso, veniva da molto lontano (forse dai Caraibi ma non ne sono del tutto sicura) e non parlava quasi con nessuno. Stava zitto e serio nel suo barattolo nel ripiano superiore della credenza e sembrava avercela col mondo intero.
Forse era davvero così, perché ogni volta che usciva a prendere una boccata d'aria si trovava sempre con la sua amica Caffettiera, e con lei borbottava a più non posso sfogando ire e risentimenti vari.
La Zuccheriera, che aveva frequenti contatti con la Caffettiera ed era nota per la sua attività di comare pettegola, disse in giro che la scontrosità di Chicco era dovuta principalmente a una delusione amorosa avuta di recente. Nessuno sapeva esattamente come fossero andate le cose, ma sembrava che ormai lui non volesse più saperne dell'amore e cercasse in ogni modo di evitare i contatti sociali; se avesse potuto avrebbe schivato persino le zollette di zucchero, ma il caffè amaro ormai lo bevono in pochissimi. E poi le zollette erano tutte simpatiche e (guarda caso) molto dolci, tanto che con loro a volte si lasciava sfuggire qualche raro sorriso.
Resta il fatto che a Chicco mancava qualcosa, quel qualcosa che illumina lo sguardo, quel qualcosa che dà l'energia per alzarsi la mattina, quel qualcosa che fa sentire vivi, quello stesso qualcosa che mancava anche a Latte, solo che lei non sapeva dargli un nome e lui invece sì.
Per entrambi però era questione di tempo, di aspettare, di aver pazienza. Quando è il momento le cose succedono in un baleno e all'improvviso tutto cambia; solo che nessuno ci può dire quando sarà il nostro momento e così viviamo nel terrore che potrebbe anche non arrivare mai.
Questo è al tempo stesso il bello e il brutto dell'ignoto. Nessuno guarda per la seconda volta un film con la stessa trepidazione della prima, anche se il fatto di conoscere il finale permette di apprezzare meglio i dettagli. Nella vita, quando ci guardiamo indietro e proviamo dei rimpianti, probabilmente è perché vediamo con chiarezza tutti i dettagli che ci siamo lasciati sfuggire nel corso del tempo.

Fu così che un bel giorno Chicco e Latte si ritrovarono nella stessa tazza e le loro vite cambiarono drasticamente. Non sapevano che in migliaia di altre cucine in tutto il mondo avveniva la medesima cosa tutte le mattine; non lo sapevano e non importava loro saperlo.
Era la loro storia, era il loro momento, si erano trovati ed erano felici.
Chicco non era più Chicco e Latte non era più Latte, entrambi erano diventati Cappuccino e si sentivano più completi che mai. Perché essere in due come lo erano loro non è uguale a essere in due come possono esserlo due mele in una cesta.
Il bello di certe unioni è il fatto che danno luogo a nuovi elementi, miscugli in grado di elevare a potenze altissime numeri di per sé bassi.
Il bello di certe unioni è l'impossibilità di scinderle; nessuno avrebbe più potuto rimettere Latte nel suo cartone in frigo, né far ripiombare Chicco nel borbottio della caffettiera. Una volta incrociatesi, le loro esistenze avrebbero seguito lo stesso percorso fino alla fine e questo non accade a tutti.
Per quanto si amino le mele nel cesto, chiunque può separarle in ogni momento e loro tornerebbero a essere due mele singole esattamente come lo erano prima di conoscersi. Forse incontreranno altre mele in altri cesti e probabilmente un giorno si dimenticheranno addirittura l'una dell'altra.
Chicco e Latte saranno sempre una cosa sola.
Ci penso sovente a Chicco e a Latte, ci penso e un po’ li invidio. Poi mi ricordo che spesso sta a noi scegliere di diventare Cappuccino e non mele nel cesto.
E allora mi faccio un po' coraggio, esco dal frigo delle mie paure e comincio a prepararmi il caffè.

© Debora Gatelli



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