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Le due vite
di Vera Moretti
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SECONDO ELSA


Addento la fetta biscottata spalmata di marmellata d’albicocche, ma, appena accenno un morso, mi rimane in mano il contorno. Non ho bisogno di guardare in basso per sapere che la parte centrale è caduta lasciando la facciata saporita sul piatto. Mentre cerco di raccoglierla e mangiare quel che resta, penso che la mia vita può essere riassunta con quest’immagine: una fetta biscottata caduta dalla parte della marmellata.
Un inizio promettente rovinatosi lungo la strada.

Dalla nascita è stato così: occhi verdi diventati marroni, altezza superiore alla media interrotta da uno sviluppo precoce e così via, fino ad arrivare ad ora.
Approfitto di questo momento di pace per capire cosa mi è accaduto. Cercherò di raccontarmi la mia storia mentalmente, percorrerò questa mia vita tentando di salvare quanto c’è di buono. Nel frattempo, per rendere meno amari i ricordi, ma soprattutto il presente, continuo a spalmare marmellata sulle ultime fette biscottate, assaggiando un gusto diverso per ognuna, fregandomene se poi avrò tanti vasetti iniziati da mettere in frigorifero.

Se mi vedesse mia madre inorridirebbe. Lei, che aspettava di aver raschiato il fondo per buttare qualsiasi cosa, dal dentifricio alla maionese, dai sottaceti alla marmellata, che cosa penserebbe di me? Ancora adesso, che sono più che adulta e lei non c’è più, mi soffermo a considerare ciò che le avrebbe creato disappunto. Il pensiero di poterla far arrabbiare mi diverte ma, allo stesso tempo, ho il timore che, da qualche parte, mi stia spiando. Mia madre ha sempre condizionato o influenzato le mie scelte, con il suo carattere forte ed invadente che mi faceva sentire inadeguata. Lei doveva sempre far cadere l’attenzione su di sé, essere la protagonista di ogni discorso e, ovviamente, fare la figura migliore possibile, anche a discapito delle sue figlie.
Siamo quattro sorelle, tutte legate a lei più da sottili ricatti che da affetto sincero, e soggiogate per buona parte della nostra vita dalle sue parole che alle nostre orecchie diventavano ordini solenni.
E pensare che io sarei stata così orgogliosa di essere sua figlia. L’avrei presentata ai miei amici, fiera di avere una madre così, ma lei non perdeva occasione per farmi apparire inferiore. Più che una madre, mi sembrava una suocera, in continua competizione con me e priva di quell’amore incondizionato che una madre dovrebbe avere. Lei era quella migliore, brava a far tutto.
Anche quando ho partorito mio figlio, un maschio, invece di congratularsi con me mi ha detto di essere dispiaciuta perché, a differenza sua, non avevo avuto una femmina. Io ero felice del mio bimbo, ma se non ho avuto altri figli è stato anche perché temevo le sue parole, nel caso fosse stato un altro maschio. Eugenio appena nato era bellissimo. Tutti me lo ripetevano continuamente, facendo complimenti anche a lei, che era la nonna. Non sembrava, però, esserne contenta e infatti, ogni volta che poteva, mostrava le foto di noi figlie sue neonate, dicendo che eravamo altrettanto belle, o forse di più

Non capisco perché, però, nessuno le abbia mai fatto un appunto sul suo comportamento biasimevole, nemmeno io, come se le fosse tutto permesso.
E’ morta sola, però, senza amici né parenti, ad eccezione di me e le mie sorelle, rimastele accanto più per dovere che per affetto. Credo che questa sia stata la peggiore punizione. Lei odiava la solitudine ma in tutta la vita non ha fatto nulla per rendersi gradevole agli altri, per farsi amare. Nonostante io creda che lo meriti, mi fa pena il pensiero di un’esistenza spesa a prevaricare su tutti, anche sulle sue figlie.

E’ strano che in un momento così critico della mia vita io sita qui a pensare a mia madre che, se fosse stata qui certamente non mi avrebbe dato alcun conforto ma, al contrario, avrebbe colto l’occasione, l’ennesima, per criticarmi.
Anche io, come lei, oggi sono sola ma perché ho voluto esserlo. Ho spento il cellulare e me ne sono andata lontano. Lontana dalla città, da tutto ciò che mi è, o mi era, più caro, mi sento libera e mi sembra che il peso del mio cuore sia più leggero. Sono tornata in questa grande casa di campagna, circondata da colline e campi di grano dove io, Enrico mio marito ed Eugenio eravamo venuti ad abitare all’epoca del “boom” degli allevamenti di struzzi. Enrico pensava che sarebbe stata la nostra fortuna e che, di lì a poco, la carne di struzzo sarebbe stata la più richiesta. L’epilogo fu diverso e alla fine si era arreso ed aveva venduto quegli odiosi pennuti.
Decisamente questo non si può definire un “buen retiro” , tipico delle star hollywoodiane che, fuggendo dalla città, decidono di vivere in enormi e sperduti ranch. Noi non siamo vip e quindi, una volta arrivati qui, abbiamo dovuto rimboccarci le maniche e fare i contadini, anziché limitarci a vestici ogni tanto con camicie di flanella e jeans per farci fotografare con un forcone in mano.

Noi eravamo capitati lì durante uno dei nostri numerosi viaggi “all’avventura”. Fin da quando Eugenio era piccolo, approfittavamo di qualsiasi giorno di ferie per salire in macchina e fermarci dove il paesaggio ci ispirava.
Quella cascina, abbandonata ma non ancora fatiscente, immersa nella campagna toscana, ci aveva affascinato da subito ma non avevamo mai sperato di poterla comprare. Sognavamo però di abitare in quel luogo magico e invecchiare tra il rosso fuoco dei tramonti e il viola pallido delle albe estive.
Spesso mi era capitato di descrivere a mia suocera tutta la bellezza di quel posto. La rendevo partecipe del mio desiderio e ciò mi bastava per essere felice. Mentre le parlavo, immaginavo le persiane verdi che si aprivano sulla pietra solida e ruvida dell’esterno, i cespugli di rampicanti che incorniciavano il portone d’ingresso e il patio ampio e soleggiato che degradava verso il grande giardino. Lei mi ascoltava sorridente e partecipe, come una madre affettuosa. Non avrei mai pensato che proprio mia suocera avrebbe reso tutto ciò possibile.
Quando l’ombra del suo male la avvolse completamente e i suoi occhi si spensero per sempre, mi donò il più grande regalo.
In una lettera consegnatami dal notaio appresi che Emilia, la madre di Enrico, aveva acquistato per noi la casa dei nostri sogni, “con la promessa, cara Elsa, che la arrederai e curerai come mi hai sempre descritto nei tuoi racconti”.
La notizia di poter realizzare il nostro sogno giunse improvvisa e inaspettata e ci lasciò disorientati. Il dolore per la sua perdita ci impedì di recarci laggiù per un lungo periodo. Il ricordo di lei era troppo forte e forse anche il pudore dovuto al lutto ci aveva frenato. Poi, però, quando finalmente il coraggio ci condusse fino a là, cominciammo subito a lavorare per risvegliare la nostra nuova dimora.

Enrico mi aveva assegnato il compito di occuparmi dei lavori di ristrutturazione, lasciandomi carta bianca. “Ricordati solo che voglio una grande cabina armadio e una stanza dove rifugiarmi con le cose che amo.”, “E una stanza dove mettere i ricordi di tua madre e della tua famiglia”, avevo aggiunto io. Della mia, di famiglia, non volli niente. Tutto ciò che c’era da ricordare della mia infanzia era ancora in vita, ed erano le mie sorelle. Ci avrebbero pensato loro, con la sola presenza, a tenere viva la parte bambina di me.
Per mesi ero stata impegnata a scegliere materiali, riorganizzare gli spazi, acquistare mobili e attrezzature necessarie per la manutenzione di giardino, orto e frutteto, nonché assumere alcuni collaboratori che avrebbero avviato la nostra piccola impresa.
Mi accorsi che, alla fine di quelle faticose giornate, mi addormentavo esausta ma felice, anzi, elettrizzata dalla consapevolezza di costruire qualcosa di importante. Mi divertiva scegliere progettare la disposizione di tavoli e divani, decidere i colori con cui ravvivare la casa, senza dover discutere con Enrico il quale, a quanto pare, si fidava di me. Mi sentivo indispensabile e attiva come non ero mai stata.
Il mio entusiasmo venne premiato : la nostra cascina era una meraviglia e la vita tra quelle mura si prospettava perfetta.

L’unica cosa che non capivo era perché Enrico continuasse a portare avanti il suo lavoro di consulente, che lo costringeva spesso lontano da casa. Non mi sembrava che avessimo bisogno di altro denaro, ma ormai ero brava a cavarmela da sola e, quindi, pensavo fosse giusto assecondare il suo desiderio. Credevo che volesse assicurarci un futuro il più possibile agevole e comodo, che permettesse ad entrambi di godere di una vecchiaia tranquilla e senza affanni.
Se solo avessi saputo la verità!
Ora mi è tutto chiaro, i conti tornano, tutti e con gli interessi. Amo questo posto ma allo stesso tempo sono consapevole che da quando ci siamo trasferiti sono cominciati i guai, anche se non lo sospettavo. Da quindici anni abitiamo qui e da quindici anni Enrico è sposato con un’altra, oltre che con me. Faccio parte di uno squallido caso di bigamia.
Non sono l’unica ad aver subito un’umiliazione simile, ma sono ugualmente furiosa e delusa perché avevo costruito la mia felicità su qualcosa che non esisteva. Da quando credevo di aver trovato la mia dimensione, mio marito ha cominciato a tradirmi. E non era certo intenzionato a interrompere la sua relazione, visto che si è sposato e ha avuto altri figli.

L’ho scoperto per caso, una sera mentre lui si stava spalmando la crema sulle mani screpolate e tagliate dai lavori nell’orto. Come sempre, Enrico si era tolto la fede e l’aveva appoggiata sulla mensola del bagno. Io la stavo prendendo per portargliela quando lo sguardo andò sull’incisione interna dell’anello: “Eli 1 settembre 1991”. Nemmeno per un attimo pensai ad un errore nella trascrizione della data e, vedendomi quella prova in mano, lui non potè nascondere la verità.
Mi sembrava, anzi, che non vedesse l’ora di confessare tutto, forse schiacciato dai rimorsi e sensi di colpa, ma io non gliene diedi la possibilità.

Non lo vedo da quella sera, né mai più lo vedrò. Non ho voluto sapere nulla, perché in realtà sapevo tutto. Quell’iscrizione, Eli 1 settembre 1991, dice molto più di quello che avrei voluto apprendere. Il giorno del nostro quindicesimo anniversario di matrimonio, mio marito si sposava con un’altra che si chiamava col mio stesso nome o in modo simile, visto che il soprannome è il medesimo. Certo, in questo caso non correva il rischio di sbagliare quando mi chiamava, né di confondere le date, ma tutto questo è così meschino che mi chiedo quanto sia stato deciso dall’amore e quanto dal calcolo. Chissà se ha chiamato qualche altro figlio con il nome del nostro, per non sbagliarsi.
Io non so niente della sua altra vita. Ignoro il nome di questa persona che per quindici anni della mia vita ha diviso il marito con me. Non so neanche se lei sapeva o se è stata ingannata nello stesso modo.

Eugenio ha voluto conoscere la seconda famiglia di suo padre. Sostiene che l’unico colpevole è Enrico, e questo è vero, e che altre persone non devono pagare per i suoi errori. Per quanto ne so, ha conosciuto e ha intenzione di frequentare i suoi fratellastri o sorellastre che siano. Non so quanti sono, né quanti anni hanno, né dove abitano e non lo vorrò sapere mai. Mi sono eclissata da allora, un mese fa, e fino ad oggi non ero più tornata qui. Tanto, in questo giorno, nessuno verrà, sono tutti in chiesa, a dare l’ultimo saluto ad Enrico.
Mio marito è morto l’altro ieri, in un incidente stradale, e l’ho saputo dai giornali. Il mio telefono ha suonato a vuoto per tutto questo tempo. Non rispondevo mai perché non volevo sentire la voce di lui. L’avevo cancellato dalla mia vita la sera della verità. Non avevo più intenzione di vederlo né di parlargli, forse temevo che in quel caso sarei caduta nella sua trappola e, mossa da pietà o cos’altro, l’avrei ascoltato. Ma un affronto simile non andava perdonato e, per non farmi trovare, sono fuggita, invece che cacciarlo da casa.
Non immaginavo che sarebbe accaduta una disgrazia simile, non la volevo e mi dispiace che Eugenio abbia dovuto affrontare la morte del padre da solo. Non è un periodo semplice per nessuno di noi, ma almeno mio figlio può contare sul conforto, la dolcezza e la comprensione di Elisa, sua moglie.

Elisa…mi ricordo quando Eugenio l’ha portata a casa per farmela conoscere. Ero gelosa ancor prima di incontrarla. Stavo per fare l’errore tipico delle madri di figli maschi, cioè trattarla come una nemica. Senza accorgermene, ero già una suocera bisbetica e intrattabile. Pensavo a come apparire migliore di lei agli occhi di mio figlio e di mio marito. Temevo la presenza di una giovane donna nella mia famiglia, ero convinta che ne avrebbe distrutto l’equilibrio e che mi avrebbe fatto sembrare quella che poi, in realtà, stavo diventando: una vecchia invidiosa, uguale a mia madre.
Ma nel momento in cui stringevo la mano della mia futura nuora tutti questi pregiudizi e timori si erano dileguati. Da quel primo incontro quella creatura adorabile ha portato nella mia casa, e nella mia vita, una ventata di fresca leggerezza, diventando per me la figlia che tanto avrei desiderato. E’ stato facile amarla, quando me la sono trovata davanti, bella e sorridente, non ho pensato al fatto che lei, così alta e perfetta, mi sovrastava e mi faceva quasi scomparire. Neanche da giovane avrei potuto competere con il suo candore e la sua gentilezza sincera ma, a differenza di quanto immaginavo, non mi importava nulla.
Per questo, so che Eugenio sarà sempre felice con lei. Il suo ottimismo e la sua fiducia nella vita lo aiuteranno a superare questo mesto giorno e, col tempo, ricorderà solo il buono che suo padre ha fatto per lui.

Per me è diverso. Io non sono più sicura di niente, non riuscirò a conservare nulla del mio matrimonio. Vorrei dimenticare tutto e invece trovo ogni giorno un dubbio che si insinua dentro di me e mi consuma. Penso a quel bellissimo regalo che mi ha fatto l’anno scorso e mi chiedo se ha comprato la stessa cosa anche per l’altra. Ho buttato i suoi biglietti, quelli che custodivo gelosamente nel portafogli e portavo sempre con me. Chi mi garantisce che non li scrivesse per entrambe le mogli? E quando sussurrava appassionatamente il mio nome, non pensava forse a lei? Chi mi toglierà mai questi pensieri dalla testa? E’ impossibile. Posso solo sperare di prendere una grande botta in testa e non ricordarmi niente, neanche il mio nome.
Forse, eclissandomi, speravo che tutti si dimenticassero di me e che, rimanendo sola e non sentendomi chiamare, anche io mi dimenticassi di ogni cosa.
Adesso che sono ritornata a casa, mi rendo conto dell’assurdità del mio ragionamento. E anche dell’impossibilità di vivere lontano da qui. Tutto ciò che vedo intorno a me l’ho creato io, è un dono che una persona cara ha voluto farmi e se in questi anni la cascina è ci diventata così rigogliosa è merito solo mio. Enrico, per tutti questi anni, ha condiviso tutto ciò con me, ma non ne ha fatto veramente parte. Ha lasciato che io prendessi le redini di tutto, e non perchè per me avesse piena fiducia ma piuttosto perché aveva altro a cui pensare. Ora che sono seduta a questo grande tavolo e nessuno è accanto a me, non mi sento sola. In fondo, lo sono sempre stata senza saperlo.

Guardo fuori dalla vetrata che si affaccia sul patio e il paesaggio si appanna. Non sta piovendo, c’è un bellissimo sole, è una giornata tersa e azzurra che, in condizioni normali, avrei trascorso in giardino ad occuparmi delle rose e del frutteto. Ma non sono così cinica, quindi me ne sto qui, stordita e vuota.
Piango e, da lontano, do anche io l’ultimo saluto ad Enrico. Insieme a lui seppellisco trent’anni di vita e non so cosa posso conservare, quali gesti, parole, giornate dedicate solamente a me e non all’altra.
Cancello un altro nome dalla lista dei miei affetti più cari. Mia madre prima ed ora mio marito. Le due persone che ho amato di più, le due persone che mi hanno fatto più male.







































SECONDO ELOISA


Mi guardo allo specchio e mi stupisco: al termine di una giornata fatta di lacrime e di persone vestite di nero, il mio viso è fresco e luminoso come se fossi stata in vacanza.
Sono di una bellezza imbarazzante, e non lo dico in modo arrogante, semplicemente è la verità e, chiunque mi incontrasse ora, non penserebbe che sono una vedova dal cuore spezzato. Vorrei, invece, che dalla mia faccia trasparissero i miei sentimenti, che si capisse che sono disperata. Mi sembra sempre di indossare una maschera che rimane perfetta nonostante le circostanze. Anche io mi faccio condizionare dalla mia esteriorità, raramente faccio capire cosa provo, sebbene lo desideri.

Enrico mi aveva conquistata così, incontrandomi per strada un giorno in cui ero stata licenziata. Aveva saputo leggere nei miei occhi l’amarezza e il fallimento e, pur non conoscendomi, mi aveva chiesto come stavo. Un tuffo al cuore per me, che ero abituata a ben altre esclamazioni da parte degli uomini.
La sua sensibilità e delicatezza erano disarmanti per me, fragile ragazza alla prima esperienza lavorativa, e, unite alla sicurezza e maturità dell’età adulta di lui, furono fatali.
Mi chiedevo solo come riuscisse a vedere così bene dentro di me, perché neanche mia madre sapeva cogliere le tristezze e le malinconie che mi struggevano. Solo lui riusciva a cogliere il minimo malessere nei miei occhi trasparenti e non dovevo spiegargli, perciò, il motivo dei miei sbalzi d’umore.

Dopo molti mesi, un giorno disse: Lo so che sono banale, ma sei bellissima.”
“Perché banale?”
“Non credo che tu abbia bisogno di sentirtelo dire per saperlo”.

Mentre ricordo gli inizi della nostra storia e mi tolgo l’abito nero del lutto, mi chiedo se tutti quei momenti sarebbero statti ugualmente indimenticabili se avessi saputo dell’esistenza di sua moglie.
Non mi sarei tirata indietro, credo che avrei accettato il ruolo dell’amante, ma forse, in quella veste, non avrei resistito quindici anni.
Probabilmente Enrico mi ha tenuto all’oscuro del suo passato e del suo presente proprio per non perdermi. Non l’avrei sposato e non avrei avuto da lui due figlie ma sarei stata solo “l’altra”. Già, ma non è questo che sono e rimango?
Io che pensavo di essere l’unica per lui, ero convinta che io e le bambine fossimo tutto il suo mondo e che soffrisse ogni volta che si allontanava. So che ci voleva bene, sembrava un marito ed un padre generoso ed attento ma non era, a quanto pare, la brava persona che pensavo. Nonostante tutto, però, nonostante mi abbia fatto vivere nella menzogna, non riesco a rinnegare tutto ciò che c’è stato. Non me la sento di ridurre tanto tempo e due figlie a una squallida sintesi, alla considerazione che questo fosse un matrimonio di serie B. Eppure, è così che dice la legge: in caso di bigamia, è il secondo matrimonio, avvenuto senza precedente divorzio, che automaticamente si annulla. Quello che per me ha il significato di un sacro giuramento, di un’unione per la vita, in realtà non esiste e non è mai esistito.
Non credo, non voglio credere che Enrico pensasse ad Elsa mentre stava con me e probabilmente non pensava a me quando stava con lei. So che ciò può suonare stonato ma Enrico, nonostante tutto, era una persona leale e se ha deciso di stare con entrambe è perché ci amava entrambe. Molti avrebbero da ridire su questa affermazione, ma per me è una certezza Parlare di certezze ora è coraggioso da parte mia, ma in fondo sono solo una donna disperata che cerca di rimanere aggrappata ai ricordi sperando che siano veri.
Ero furiosa un mese fa, quando Eugenio un giorno ha bussato alla mia porta e, entrando nella mia casa e nella mia vita, ha pronunciato poche frasi e poi se n’è andato.
Inizialmente non capivo perché quel ragazzo educato e gentile avesse deciso di buttarmi in faccia così brutalmente una verità così sgradevole, che non volevo, non conoscevo.
Quando mi ero svegliata, quella mattina, ero una donna felice ed innamorata ma, dopo poche ore, gli stessi pensieri che mi avevano fatto addormentare serena, in quel momento mi riempivano il viso di lacrime e la testa di dubbi.

Ho poi intuito che il gesto di Eugenio era stato mosso da rabbia e da curiosità. Pensava che anche “l’altra” famiglia dovesse soffrire come loro. E certamente desiderava conoscere la donna che per quindici anni gli aveva concesso, inconsapevolmente, un padre part-time.
Nel frattempo, ha anche incontrato le sue sorelle, Elena ed Elisabetta, e tra loro è nata una forte solidarietà, come spesso capita tra persone che condividono la stessa disgrazia.
Le mie bambine adorano il loro fratello maggiore e le ammiro per come lo hanno accolto tra loro. Hanno perso il padre due volte in un mese: prima affrontando la verità sulla sua vita, poi assistendo al suo funerale. Nonostante tutto, riescono a prendere quello che di buono questa situazione ha donato loro. Sono come me, ottimiste fino all’infinito, sempre alla ricerca degli aspetti positivi di questa vicenda, un po’ per indole, un po’ per non impazzire.

Avvolta dalla mia vecchia e comoda tuta, affondo le mie ossa stanche sul divano, quello grande di pelle che aveva scelto Enrico. Nel silenzio guardo il soffitto e, mentre cerco di chiudere gli occhi, sconfitta dalla spossatezza e dal dolore, il mio stomaco reclama. Mi riporta alla realtà, dalla quale ero fuggita, fluttuando intorno alla mia vita senza farne parte. Mi alzo e apro il frigorifero: la prima azione “normale” dopo ore irreali e caotiche. Mi sento frastornata, come quando, da bambina, ricominciavo a dire cose sensate dopo ore di delirio febbrile. Non mi ricordavo nulla di ciò che avevo vissuto e mi sembrava di essermi risvegliata da un lungo sonno. Questa volta vorrei davvero dimenticare. Nonostante la sofferenza, riesco però ad assaporare la pace intorno a me. Ma dura poco. Torno sul divano ma il cracker spalmato di formaggio cade per terra, ovviamente dalla parte del formaggio. Mentre mi chino per raccoglierlo, mi sento come quel pezzo di cracker: il retro di una medaglia, il lato B di un disco. Bello in apparenza ma, in realtà, quasi inutile.
Dovevo immaginarlo che la perfezione non esiste, ma non mi sarei aspettata tutto questo. Ciò che ora mi dispiace di più è che le mie figlie si riprenderanno a fatica da tutto ciò e non so come fare per proteggerle dalle voci, dai pettegolezzi che gireranno intorno a loro. Da un momento all’altro sono diventate figlie illegittime, e io da moglie a mante vissuta nell’inganno.

Non credo che Elsa se la passi meglio di me. Io so molto di lei: cosa fa, quanti anni ha, dove vive. Lei, invece, no n ha voluto sapere nulla di me. Sola e lontana da tutti, chissà come ha passato questa giornata. Le sarà venuto il desiderio di esserci, al funerale del marito? Si è tenuta nascosta per non farsi vedere da me o per l’imbarazzo di dover condividere la stessa panca in chiesa?
Non la biasimo perché anche io, quando ho saputo la verità, ho smesso di essere la moglie di Enrico. Il rispetto e la stima sono svaniti in un attimo, ma l’amore è più difficile da gestire. Ho continuato a vederlo e a parlargli, ho contattato io le pompe funebri e, ma solo per sbaglio, ho appreso per prima la notizia della sua morte. Se Elsa fosse stata reperibile, io l’avrei saputo molto dopo, perché, meglio ricordarsene, io rimango il lato B.
Sarò forte, però, e supererò anche questo momento. Per una volta cercherò di immedesimarmi nella maschera intatta che dall’esterno sono.
Comincio da adesso, assaporando questa cena frugale in abiti comodi, libera finalmente dagli sguardi curiosi e insistenti di parenti che neanche conoscevo e che non sapevano della mia esistenza. Questa sera avranno qualcosa di cui sparlare, uno di quei pettegolezzi succosi da spremere e sorseggiare fino alla fine. Sono quelle persone che si sono mosse fin qui per convenienza, perché non essere presenti “non stava bene”. Di certo non amavano Enrico eppure, essendo parenti, avrebbero più diritto di quelli che ho io, che l’ho adorato e scelto tra tanti pretendenti, io che ora mi ritrovo con nulla in mano, solo polvere fluttuante che sfugge e se ne va.
Per ironia del destino, ha cominciato ad essere solo mio quando Elsa se n’è andata, quando io, ormai, non lo volevo più.

Mi ha lasciato le nostre figlie, mi ha donato la gioia di essere mamma, mi è stato vicino nei momenti difficili e ha festeggiato con me i suoi successi. Non è questo che dovrebbe fare un marito? Io tutte queste cose le ho avute, e credo di avergli dato altrettanto, se non di più, perciò sono più fortunata di tante persone che, nella vita, non state amate.

Penso a mia madre, la mia dolce mamma che, nonostante un matrimonio infelice e i sacrifici di una vita, era sempre allegra e generosa. Era così buona, avrebbe meritato tutta la felicità del mondo e invece ha avuto il più disgraziato e scansafatiche dei mariti. La sua fortuna è stata che mio padre se n’è andato prima di rovinarle completamente l’esistenza, altrimenti si sarebbe trovata sola, piena di figli e senza un soldo. E’ morto prematuramente con il fegato distrutto dall’alcool. Poveretto, credo che tutti si siano sentiti sollevati dalla sua scomparsa. Dopo così tanti anni mi fa un po’ pena, ma se torno indietro a quei tempi mi ricordo che non riuscivo a provare nulla nei suoi confronti.
Non lo conoscevo quasi per nulla, tornava a casa la sera tardi, quando noi piccoli eravamo a letto. Non credo che amasse molto i bambini, nemmeno i suoi figli, e sono convinta che aspettasse apposta a rincasare, per non averci tra i piedi. In realtà era così ubriaco che a malapena riusciva a trovare la porta di casa, perciò, se anche fossimo stati svegli, non se ne sarebbe accorto.
Nonostante ciò, mia madre lo accoglieva ogni notte nel suo letto, come la più devota delle mogli, sperando che suoi abbracci calorosi lo avrebbero tenuto sempre legato a lei.
Con noi funzionava, la mamma era per noi un approdo sicuro. Sapevamo che, avvinghiati a lei, non poteva accaderci nulla di brutto. Era autoritaria in un modo tutto suo. Ci dava ordini e ci sgridava con il sorriso sulle labbra e non aveva mai bisogno di alzare la voce né le mani. Per rispettarla non servivano minacce né castighi. Il suo carattere tollerante e comprensivo meritava tutta la nostra stima.

Quando è morta, ho giurato a me stessa che mai avrei accettato una vita così. Volevo che la sua esperienza mi servisse per migliorare, per pretendere per me qualcosa di buono. Pensavo che, dal cielo, vedendomi felice e realizzata, potesse riposare tranquilla e soddisfatta.
Ma ora, cosa mi direbbe? Io vorrei chiederle scusa per averle provocato un dispiacere, per non essere stata in grado di prendere esempio da lei.
Perdonami mamma per non aver mantenuto la promessa che ti avevo fatto. Non sono riuscita a trovare un marito che potesse essere un buon padre per le mie figlie.
Mi sentirò sempre inadeguata ed inferiore a te, perché, anche quando pensavo di avere tutto e di essere felice, non sono stata capace di fare la mamma sorridente e dolce che avrei voluto. Non sono stata all’altezza della situazione e non ti ho alleviato le pene che hai sofferto.

Piango, finalmente piango e lascio scorrere tutti questi cattivi pensieri, sperando di allontanarli per sempre da me.
Piango perché mi sento sola, perché la mia disperata ricerca di un padre, che speravo di aver trovato un po’ in Enrico, non mi ha portata ad un finale felice. L’epilogo della mia storia d’amore è amaro, e solo adesso riesco ad ammettere a me stessa cosa speravo di trovare sposando lui: la protezione e la sicurezza che solo un uomo maturo, un padre appunto, pensavo potesse darmi.
Piango e per la prima volta queste lacrime sono per il papà che non ho mai avuto, che non ho mai amato.










































LA LETTERA


Il giorno seguente, Elsa ed Eloisa furono svegliate dallo squillo del telefono.
Per entrambe la notte era stata lunga ed insonne e solo all’alba la stanchezza si era trasformata in sonno.
La chiamata dal commissariato di polizia, perciò, fu accolta da una voce concitata e smarrita. La convocazione era per le due donne alle dieci della mattina stessa, ma loro non sapevano che si sarebbero incontrate.
Quella voce formale e sconosciuta non aveva voluto anticipare nulla e tutte e due si recarono nell’ufficio segnalato senza particolari preoccupazioni.

“Ormai il peggio è accaduto, che cosa può esserci da discutere?”
Elsa pensava che la polizia avesse bisogno di una sua testimonianza o che dovessero consegnarle alcuni effetti personali del marito.

“Con questa faccia sembro una sposa novella invece che una novella vedova. Dopo una notte in bianco non ho neanche un po’ di occhiaie e il colorito è luminoso come se avessi dormito dodici ore. Se fossi indiziata per u crimine, credo che chiunque mi indicherebbe come colpevole.”, pensò Eloisa guardandosi allo specchio. Arrivò prima lei, conosceva già quel posto per esserci stata la sera dell’incidente.
La fecero accomodare in un ufficio separato dagli altri da una parete a vetri.

Proprio mentre Eloisa veniva fatta accomodare di fronte ad una scrivania vuota, Elsa saliva le scale e rimaneva nell’atrio in attesa di indicazioni.

“Là dentro c’è una sventola impressionante. La più bella tra le belle che io abbia mai visto!”
“Fa vedere: accidenti, hai ragione! Beato arnesi, il solito fortunato, toccano sempre a lui quelle giovani e belle, a me solo vecchiette o racchie!”
“Però, non sembra una alla quale è capitata una disgrazia. Guardate com’è impassibile. A quanto pare non gliene importava un granchè di quel poveretto.”

Elsa ascoltava i commenti da caserma intorno a quella povera donna e pensò:”Se l’Italia è nelle mani di poliziotti dall’intuito così scarso, c’è poco da ridere.”
Si soffermò a guardare Elisa, non sapendo chi fosse e senza che lei se ne accorgesse e capì subito che quello era il volto di una persona disperata. Il suo viso era intatto, neanche una lacrima l’aveva solcato, almeno nelle ultime ore, ma gli occhi e la bocca dicevano tutto.
La desolazione era palese e, a giudicare il suo frenetico guardarsi attorno, si capiva che era impaurita dall’ambiente in cui si trovava. Quello sguardo disorientato e insicuro, le suscitava una tenerezza infinita. Quella ragazza stava sicuramente attraversando un periodo buio e duro e, oltre al dolore che sicuramente provava, doveva anche subire i pregiudizi di persone insensibili.

Finalmente arrivò il commissario Farnesi, che fece accomodare Elsa nel suo ufficio…proprio accanto ad Eloisa. Le due donne si guardarono e si riconobbero.
“E cos’ è questa la donna della quale avevo tanta paura.”, pensò Elsa.
Inaspettatamente, si piacquero. Avrebbero dovuto, date le circostanze, studiarsi con diffidenza e, invece, si sorrisero in modo sincero.

“Scusate se vi accolgo in questo ufficio spoglio ed anonimo, ma sono stato trasferito qui da poco e non ho avuto ancora il tempo di renderlo più accogliente”, disse il commissario.
Stava per comunicare alle due donne qualcosa di molto grave ed era sicuro che i sorrisi si sarebbero spenti a breve.
“Immagino che siate impazienti di sapere che cosa ho da dirvi. Ho pensato che, data l’importanza della notizia, fosse giusto convocarvi insieme. Non ritenevo che in questo caso si dovesse rispettare alcuna gerarchia, per me avete gli stessi diritti”.

Eloisa fu grata al commissario, che non faceva distinzione tra la prima e la seconda moglie, ma non lo disse ad alta voce per paura di irritare la sensibilità di Elsa.
Nutrì subito un profondo rispetto per quella donna. Nonostante il suo aspetto minuto, le ricordava sua madre per gli occhi vivaci e il sorriso benevolo.

Questi pensieri furono bruscamente interrotti da arnesi che, volente o nolente, doveva svolgere il suo lavoro.
“Signore, vi ho chiamato qui oggi perché è emerso qualcosa di nuovo nelle indagini riguardo l’incidente del signor Enrico Fabbri. Abbiamo trovato, tra gli effetti personali all’interno dell’automobile questa lettera. Non posso darvela perché è un’importante prova dell’indagine in corso ma avrei bisogno di sapere se riconoscete la calligrafia”.
Elsa ed elisa non ebbero dubbi, si trattava della scrittura di Enrico.
“Io sono al corrente del contenuto ma, essendo rivolta ad entrambe voi, vi ho fatto due fotocopie. Ve le porgo in modo che possiate leggerle, anche se un po’ titubante, perché le parole usate sono forti e non lasciano dubbi su ciò che è realmente accaduto. Rimarrò con voi per darvi la possibilità, qualora lo vogliate, di chiedermi spiegazioni.

Le due donne, impaurite, allungarono la mano tremando e, con lunghi sospiri, lessero le ultime parole di Enrico per loro :
“Care Elsa ed Eloisa, vi scrivo dopo che, ormai, avete saputo la verità.
Non meritavate di scoprirla così, per colpa di una mia sbadataggine, ma io non avrei mai avuto il coraggio di parlarvi apertamente. Ero sicuro che, se io avessi confessato tutto, vi avrei perso e così è stato.
Questa per me è la peggior condanna. Senza di voi mi sento perso, sperduto, solo, perché so che il mio futuro non sarà con voi. Ho fatto qualcosa di troppo grave e non provo nemmeno a chiedervi perdono. Mi sono diviso tra voi il più equamente possibile, la mia doppia vita per quindici anni mi ha causato continui sensi di colpa, per i momenti che non vi dedicavo e per le continue menzogne, ma non sono riuscito ad uscire allo scoperto.
Non volevo, non potevo perdervi, eppure, è successo ugualmente, in un momento della mia vita in cui ero confuso e affranto a causa della mia codardia, che non mi dava il coraggio di scegliere.
Ma come avrei potuto fare una scelta tra una di voi? Voi che mi avete amato così tanto, fidandovi di me ciecamente?
Elsa, il mio primo amore, mi hai dato la gioia di un’unione complice ed esclusiva. Mi sentivo bene con te, al sicuro, non avrei mai potuto rinunciare alla tua comprensione, al tuo sguardo attento ed amorevole. Non pensare di aver fallito, se io, dopo quindici anni di matrimonio con te, ho fatto entrare Eloisa nella mia vita. Credo sia un mio limite, una mia lacuna, non sapermi accontentare di quello che, seppur bello, avevo.
Eloisa, incontrarti mi ha permesso di conoscere un nuovo lato di me e di mettere in atto ciò che Elsa mi aveva insegnato: la comprensione e la generosità, la voglia di essere un sostegno per qualcuno. Quello che lei ha fatto con me, io l’ho fatto con te. Sono riuscito per la prima volta ad essere ciò che gli altri erano per me.
Insieme, mi avete reso un uomo felice e completo. Sono fortunato per aver potuto condividere la mia vita con due donne straordinarie.
Queste sono le ragioni che mi hanno portato verso di voi, ma so anche che la mia condotta è inammissibile e che nessuna di voi mi vorrà più. Voi siete forti ed indipendenti, ciò che io non sono.
Neppure adesso riesco ad esserlo, ma una decisione l’ho presa. So cosa devo fare, ma la fine non avverrà di mio pugno. Mi affiderò al destino, mi farò condurre dalla mia macchina e, quando sarò stanco di guidare, chiuderò gli occhi e, se sarò fortunato, questo dolore che sento al cuore svanirà e potrò, nella mia nuova dimensione, guardavi ed amarvi come voi avete fatto con me.
Vi ringrazio per la vita che mi avete donato, grazie per i figli adorabili che abbiamo avuto insieme. Eugenio, Elena, Elisabetta, vi ho voluto bene sempre, senza distinzioni e senza preferenze. Possiate avere buoni ricordi di vostro padre e perdonare la mia vile debolezza. Avete saputo cogliere il meglio di me, siete speciali, possiate esserlo sempre.
A voi tutti il mio ultimo pensiero,
Enrico”

Elsa ed Eloisa lasciarono il commissariato di polizia senza altre domande.
La lettera non lasciava alcun margine di errore, era un saluto ai suoi familiari prima di compiere un gesto estremo. Il suo non era stato un incidente ma un suicidio ponderato e attuato con decisione.

Le due donne non erano pronte ad una verità così lacerante. Ricevere una lettera postuma era davvero troppo. Serviva solo ad aumentare dubbi e ad alimentare nuovi sensi di colpa. Veniva spontaneo chiedersi quando aveva maturato questa idea.

“Dopo la mia fuga?”, si chiedeva Elsa.
“In seguito alla nostra litigata?”, si tormentava Eloisa.

Poi, però, la risposta non arrivava, non sarebbe arrivata mai. Ora rimaneva una lettera fotocopiata, una macchina distrutta e un cadavere ormai freddo.
Sarebbe stato questo l’unico ricordo di loro marito?
Era inutile struggersi e arrovellarsi su infiniti quesiti.
Decisero di supportarsi a vicenda, unite dal dolore comune ma anche dalle loro personalità diverse ma complementari. Ognuna ricordava all’altra Enrico, nelle sue debolezze e nelle sue qualità. Erano state ingannate, ma questo non toglieva loro ciò che avevano costruito in quegli anni. Si convinsero di essere state protagoniste della stessa avventura ed ora toccava proprio a loro deciderne l’epilogo.
Dovevano mettere al corrente i figli suo ciò che era accaduto, ma l’avrebbero fatto insieme, per darsi forza e trovare le parole adatte. Era un’altra dura prova alla quale il marito le stava mettendo. E loro non avevano intenzione di scappare.

“Sai, Eloisa, credo che dovresti venire con me, in campagna, con le tue figlie. In questo periodo il lavoro non manca e avere qualcosa da fare potrebbe essere una buona medicina per tutti. La fattoria in cui vivo è grande, ognuna di noi avrà i suoi spazi e potrà decidere di stare in compagnia solo se lo vorrà. Te lo propongo anche perché non ho voglia di star sola ma nello stesso tempo non ho voglia di condividere questo momento con nessun altro.”
“Credevo che mi odiassi”.
“No, non sei stata tu a tradirmi ed ingannarmi, è stato lui. Per anni ho pensato di avere al fianco un uomo forte e deciso, mentre in realtà la più forte ero io. Vivere come ha fatto lui è da vigliacchi, non da furbi e, infatti, quando se n’è reso conto non ha avuto più il coraggio di affrontare la realtà.”
“Penso che abbia sempre avuto una visione distorta della vita, se ciò che scriveva era quello che pensava. Vivere con una persona significa accettare anche i suoi difetti e, qualche volta, scendere a compromessi. Lui non ne è stato capace. Ha cercato di colmare le sue lacune cercando conforto in un’altra donna invece di parlarne con te.
Sono delusa ma se penso ad Enrico che, rimasto solo, ha deciso di togliersi la vita, mi fa sentire impotente. Nonostante la verità, io l’amavo e, anche se non avrei continuato a stare con lui, non avrei mai desiderato la sua sofferenza. Non credo che riuscirei ad uscire da questa situazione da sola, perciò, sì, accetto il tuo invito, anche se mi sembrerò strano vedere dove andava Enrico quando non stava con me.”
“Non rischierai di imbatterti in cose sue, non c’è più niente che lo possa far ricordare. Quel posto è sempre stato più mio che suo, tutto lì dentro l’ho deciso io.”

La situazione sembrava assurda, probabilmente nessuno avrebbe deciso di passare del tempo con “l’altra” moglie del marito ma, in circostanze così particolari spesso si prendono decisioni inaspettate.

Eloisa aveva bisogno di una madre che la guardasse con occhi benevoli e indulgenti. Con la morte di Enrico aveva smesso di essere “figlia” ma non era ancora pronta a non esserlo più.
Elsa, al contrario, desiderava qualcuno di cui prendersi cura, come aveva fatto sempre in vita sua, prima con sua madre, poi con suo marito e suo figlio.
Si erano incontrate e trovate in una circostanza terribile e sicuramente ne avrebbero portato le cicatrici per tutta la vita ma, condividendola, avevano più possibilità di superarla, lontano dai pregiudizi e dai commenti della gente.

Enrico aveva visto nelle due donne il riflesso della sua doppia personalità e la possibilità di essere due uomini diversi ma complementari. Ora le sue due mogli stavano continuando ciò che lui aveva iniziato.







© Vera Moretti



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