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La Vacanza
di Andrea Lomoro
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–                           Hai sentito le novità, Carmelo?

Stavo ancora cambiandomi d’abito per tornarmene finalmente a casa, che Janiece, che non era nemmeno entrata nello spogliatoio degli operai, già mi cercava.

–                           Dipende. – le risposi buttandole uno sguardo di sfuggita. - Di che parli?

Era tutta pimpante quando mi si fermò accanto, tanto che prima di continuare mi strinse una spalla per segnare l’attenzione su quanto stava per dire.

–                           Del Governo, Carmè; hanno deliberato una legge sull’età lavorativa per fronteggiare l’ennesima crisi.

–                           Avevano detto che l’avrebbero fatto. Che sai?

Con un cenno le chiesi di seguirmi in un punto appartato dello spogliatoio. Lei mi seguì, poi riprese a bassa voce.

–                           Si va bene, però, non lamentarti sempre.

Intanto si guardava attorno per vedere se qualcuno l’avesse seguita, ma sicuramente lo faceva solo per accontentarmi.

–                           Guarda che stavolta sembra che hanno raggiunto un accordo.

–                           Figurati, il contrario sarebbe un evento.

–                           Sempre contro, eh?

–                           Dai; qual’è l’accordo?

–                           Ho letto poco fa una news sul sito del sindacato. Solo un’indiscrezione, sia chiaro, ma si dovrebbe trattare dell’azzeramento dell’età pensionabile e di un sostegno a favore di noi lavoratori.

–                           Cioè? – aggrottai le sopracciglia istintivamente, manifestandole una certa perplessità.

Lei proseguì con maggior slancio, illustrando con ampi gesti il fatto che dal prossimo anno, almeno le sembrava di ricordare così, avrebbero abolito definitivamente la pensione.

–               E che lavoro fino a che muoio? – dissi senza nascondere una certa perplessità.

–                           Si, ma così dicono che lavoreremo tutti. E poi non pensi ai nostri ragazzi? Non avranno problemi di lavoro perché non ci saranno più licenziamenti. Praticamente, da quello che ho capito, sarà lo Stato a farsi da garante e, dulcis in fundo, ci daranno anche l’assistenza sanitaria gratuita. E ora parliamo del sostegno; pare che saremo curati come i nostri capi: senza badare a spese. Guarda che è indipendente dalla malattia. Mi sembra di ricordare che c’è anche qualcos’altro ma ora non ricordo. Non è male.

Mi sedetti e afferrai una delle scarpe antinfortunio che io, come ogni mio collega, indossavo ogni giorno ormai da più di trent’anni. Me la rimirai per un po’. Quel po’ sufficiente a scuotere finalmente Janiece.

Aveva meno di trent’anni; sarebbe potuta essere mia figlia. Ma era sempre così prudente in ogni occasione da sembrare una vecchia di novanta o più. Eravamo così diversi, ma non solo io e lei. Molti dei suoi coetanei ragionavano allo stesso modo. Avevo avuto modo di accertarmene; avevo avuto molto tempo per farlo.

Lei sapeva per esempio quanto fossi contrario, senza mai riferirlo apertamente in pubblico, alle attività legislative del nostro governo. Stavolta, probabilmente, doveva aver pensato che tale norma avrebbe fatto scattare in me una molla diversa; che mi avrebbe convinto della bontà del lavoro di questa compagine. Quasi certamente Janiece trovava consona questa legge, ritenendola giusta e applicabile. In un certo senso, forse, aveva anche ragione se non avesse, però, perso di vista già da un po’, come molte, troppe persone, il vero problema: ovverosia che qualcuno, anzi, molti qualcuno ci stavano trasformando lentamente nelle loro bestie da soma, in un branco di muli privati aziendali.

E appunto per questo dovevano aver pensato, con grande sforzo neuronale, che donarci la possibilità di vivere l’ultimo grande e definitivo passaggio in modo commisurato a un capo fosse la giusta ricompensa dopo tanto impegno.

Una medaglia al valore affissa a un corpo morto.

A qualcuno doveva risultare un’equazione dal risultato ovvio.

L’avevano detto che l’avrebbero fatto. Hanno sempre fatto così. Lanciano, poi saggiano la reazione e se rientra nei limiti da loro immaginati, la applicano.

–                           E delle vacanze ne sai qualcosa? – accennai con un po’ di sconcerto.

–                           Ma che ne so. – replicò Janiece – mica ho letto tutto. Forse più tardi; magari domani. Vai a casa dai, che il tuo turno è finito. – abbozzò un sorriso – E poi ci sono io a sostituirti, per tutta la vita, finché morte non ci separi.

Janiece rise di gusto. Doveva averla trovata decisamente divertente.

Io, invece, intravidi un ghigno demoniaco e involontario in lei.

La sua battuta aveva assunto l’aspetto di una condanna. E la frase, di una ghigliottina che si preparava a calare su ogni testa.

Mi avviai verso casa con un certo malessere nello stomaco. Emotivo quale ero, quella era la zona del corpo che prima di tutte presentava il conto.

Una volta rientrato nascosi la preoccupazione, donando enfasi al mal di stomaco e dando la colpa al mangiare della mensa.

Andai a letto presto, anzi prima di presto, per non dover guardare il volto ancora sorridente dei miei figli trasformarsi in quello di un anziano oppresso da un pesante futuro. E tutto per colpa delle mie inquietudini.

La mattina arrivò tardi. Le ore, infatti, decisero di scandirsi con una certa flemma così che io dovetti, nell’attesa, scacciare i brutti pensieri e al posto della mia solita lettura di testi d’informatica mi dedicai, per il resto della nottata, alla conta delle stelle, riservando a ognuna di loro un nome di fantasia ben augurante. Le ultime, prima che il sole albeggiasse ostacolato da miriadi di grattacieli luminosi e cantieri fin troppo operosi, ricevettero il nome di “vacanza” e della mia “Italia”.

Mi alzai comunque prima degli altri e scoprii, con mia grande sorpresa, che anche Michelle non aveva dormito.

Mi aveva osservato tutta la notte ma non me ne ero accorto.

–                           Cos’hai? Non hai chiuso occhio stanotte. – mi abbracciò da dietro poggiando la guancia su una spalla.

–                           Nemmeno tu l’hai fatto, almeno sembra. - accennai nascondendo la voce dietro uno sguardo fisso e lontano.

–                           È vero. Ma per te non è stato solo il mal di stomaco, vero?

Trent’anni di matrimonio avevano ben temprato la nostra coppia che sembrava non aver più segreti l’uno per l’altra.

–                           Ieri sera con i figli a tavola non potevo parlare.

Mi girai e credo rimase stupita nel notare i miei occhi umidi.

–                           Ti va se andiamo di là?

–                           Dove?

–                           Seguimi.

Entrammo nella sala da pranzo facendo ben attenzione a chiudere la porta affinché Matteo e Giovanni, i figli i cui nomi erano stati scelti per mantenere vive le mie origini, non potessero ascoltare.

–                           Ieri a lavoro mi hanno parlato di una nuova legge del governo.

–                           E allora, che sarà mai? Ne abbiamo viste tante. – fece Michelle donandomi un sorriso.

In gioventù era stata una bella ragazza e ora, che era diventata una donna, aveva aggiunto anche un ragguardevole fascino. Anche se in verità erano stati i suoi occhi, grandi e segnati ad arte da raffinate sopracciglia, a colpirmi quel lontano 2018.

In tutto questo tempo lei aveva imparato a perfezione quanto fossi abituato a occuparmi dei problemi e non a preoccuparmi di essi.

Era una regola che avevo con cura spiegato anche ai nostri due figli, con particolare attenzione a Giovanni, il più piccolo.

–                           So che non sei preoccupato. Questo mi è chiaro, ormai – fece come se mi avesse letto nel pensiero – ma se non ti conoscessi così bene direi che stavolta il limite si è incrinato.

Le sue parole erano arrivate a essere così vicine alla verità che riuscii a risponderle solo attraverso le lacrime e il profondo calore di un abbraccio.

Quando finii di asciugarmi gli occhi, accesi la televisione certo di trovare un’altra risposta alle sue domande.

Un box interattivo, di un canale terrestre dedicato agli affari della politica, come ogni giorno informava sugli sviluppi del lavoro di Governo.

Inserii la parola “pensione” e “vacanze” nel menù di ricerca, poi diedi l’invio.

Una clessidra fece solo un paio di giri finché si fermò indicando un paragrafo in grassetto con un po’ di note a fianco. Altri numeri e sequenze di lettere lo seguivano: erano i codici che indicavano che stavo per leggere una norma appena approvata e quindi già DEFINITIVA.

La lessi completamente e con impegno. Scandendo ogni parola così che non si potesse capire qualcos’altro. Tutto doveva essere chiaro, soprattutto a me stesso.

E tutto fu chiaro.

–                           Incredibile. – continuò Michelle abbandonandosi sulla sedia come se le forze l’avessero momentaneamente abbandonata. – Ma così stravolgono la vita di miliardi di persone.

Non riuscivo neppure a guardarla, eppure sapevo esattamente quale fosse il suo sguardo in quel momento.

–                           Sono riusciti a emendare anche l’eliminazione delle ferie lunghe. Possibile che nessuno si sia opposto? E poi che vuol dire “a discrezione del titolare d’azienda in base all’andamento del lavoro”. È peggio di quanto avevo immaginato.

–                           Abbiamo bisogno di una vacanza. – affermai cancellando con forza qualsiasi cosa stesse pensando.

–                           Sei impazzito?

–                           Magari l’ultima?

–                           Parli di vacanze quando tutto precipita.

–                           Michelle ti prego ascoltami e non interrompermi.

 

Tre anni dopo, più o meno nello stesso periodo, eravamo tutti e quattro in una sala d’attesa pronti a imbarcarci su un aereo per l’Italia.

Avevo finalmente pianificato, con estrema difficoltà, quindici giorni di ferie tutti attaccati, grazie a un lavoro incessante che aveva prodotto ottimi risultati all’azienda. Avevo convinto il capo dopo anche un lungo, umiliante ed estenuante piagnisteo. Tutto pur di partire.

Ero conscio che probabilmente sarebbero stati gli ultimi che mi avrebbero portato così lontano; troppo faticoso riproporre lo stesso schema.

Le tappe erano poche e anche raccolte geograficamente. Il Lazio la faceva da padrona. Dei quindici giorni poi, almeno una settimana era dedicata proprio a Roma.

I più acuti, e quindi anche i miei figli, avevano notato che nel giro turistico non avevo inserito alcuna tappa familiare, normalmente d’obbligo. E questo perché solo io e Michelle conoscevamo il vero scopo di questo viaggio all’apparenza sentimentale.

Arrivò la tanto sospirata chiamata per il volo e finalmente ci imbarcammo.

Da tre anni a questa parte ogni cosa, a parte il lavoro, veniva ricompensata ai massimi livelli. Noi, per esempio, ci trovavamo nella parte anteriore dell’aereo insieme alla crema del management locale. Conversavano con noi, ma per lo più facevano domande sulle nostre abitudini e il brutto, per il mio carattere, stava nel fatto che i miei figli avevano la buona creanza di rispondere.

Si formò in men che non si dica un capannello di persone, mentre io, pur non palesandolo, ne ero profondamente disgustato.

Rappresentavamo la novità per loro. In pochi anni, infatti, si era già creato il baratro tra le due classi.

L’Italia intanto era già sotto di noi. I prati e le colture si rincorrevano per la sua lunghezza mentre una fascia, più azzurra di quanto la mia memoria mi potesse aiutare, la cingeva per l’intero corpo. Gli archi montuosi, come seni sodi, erano pronti per essere avvicinati. Un messaggio mai cambiato ci informava che stavamo entrando nella fase d’atterraggio.

Per i miei figli questa rappresentava la prima vera vacanza. Per tale motivo feci il possibile per distrarli più volte dalle bizzarre domande dei neo nobili, per raccontargli ciò che avveniva sotto di loro e permettergli di vivere quel viaggio come un vero inizio di vacanza e non come semplice trasferimento.

Quando scendemmo mi allontanai in fretta, spingendo i miei figli e mia moglie verso quella che era la zona dell’uscita e lasciando a me solo l’onere dei bagagli.

All’uomo burbero nessuno osava chiedere niente: una regola che il tempo non era riuscito a infrangere.

Appena fuori, il profumo di Roma mi catturò la coscienza e la memoria, come un cuore defibrillato, restituendomi da un passato remoto immagini, sapori e colori. Lo ammetto, per un attimo dimenticai di essere in compagnia e mi girai attorno a rimirare il paesaggio. Poi rinvenni quando quattro piccole mani cominciarono a sbattermi addosso. Erano i miei figli che reclamavano la loro attenzione: un grande autobus si stava avvicinando.

L’albergo era proprio nel centro della città e a questo punto mi sembra un po’ stupido ripeterlo, ma ci avevano riservato il migliore. Quante stelle avesse nemmeno me le ricordo, ma che fosse di una bellezza mozzafiato quello si che mi è rimasto in mente. Riuscì persino a farmi dimenticare quanto infame fosse quella prigione dorata e a tempo. Nulla che potesse, anzi che dovesse durare una vita ma solo il tempo necessario per mantenere viva la speranza di poter tornare a vivere quell’esperienza.

Per un attimo erano riusciti a fregare pure me; un sorriso idiota mi si era stampato in volto e, nonostante la mia preparazione culturale, quel lusso era riuscito a ingannarmi, distogliendomi dal suo vero obiettivo: dare tanto in poco tempo per tenere alta l’attesa della prossima volta.

Per mia fortuna durò poco ma fu sufficiente per provare un po’ di sana vergogna.

La sera arrivò presto; potei finalmente porre termine alla mia recita per dedicarmi a quanto di importante avevo programmato da tempo: la realizzazione di quanto avevo letto in un testo confidenziale.

Quel piccolo volume che custodivo gelosamente tra le mutande del bagaglio a mano raccoglieva le confidenze di un uomo di governo pentito. Era un testo proibito, poche pagine già diventate leggenda.

Era la trascrizione del colloquio avuto ai massimi livelli istituzionali, che aveva cambiato la vita a miliardi di persone. In esso erano riportati i veri obiettivi del vecchio cambiamento legislativo, nonché il luogo dove il nostro tempo era schedato: la banca dati segreta, posta in Italia, dove erano celati i files.

Tutto quanto da me fatto negli ultimi tre anni era stato messo in atto in funzione di quelle poche righe e delle pagine che seguivano: più facciate fitte di numeri e lettere, apparentemente alla rinfusa, che servivano ad accedere al server principale. In esse era custodita la libertà di ogni singolo lavoratore della terra.

Un complesso algoritmo stabiliva, infatti, quando e di quanta vacanza ognuno di noi poteva godere.

L’obiettivo era aggiungere una sequenza al file che mi riguardava, tale da garantire a me e alla mia famiglia una vacanza costante e duratura.

Per mia grande fortuna, gli studi clandestini d’informatica mi avevano permesso di tentare.

Nessuno avrebbe mai messo in discussione il risultato del software madre, tantomeno i miei neonobili capi d’azienda. Impossibile per loro sognare di disturbare un superiore per raccontargli la storia di un dipendente che non viene a lavoro ormai da troppo tempo. Questa tesi avrebbe avallato l’ipotesi che nel software madre c’era un buco. E questo non doveva essere permesso. Avrebbe significato mettere in discussione l’intero establishment, partendo dal più basso livello di neonobiltà fino ai massimi vertici del governo mondiale. No, no. Troppo anche per un qualsiasi neonobile. Molto meglio far finta di niente per non rischiare di creare una pandemia e distruggere una vita già piena per loro di agevolazioni.

Puntavo su questo; non avevo altro, solo una fragile considerazione psicologica. Un’idea che somigliava più a una speranza e forse anche facilmente attaccabile.

Per quanto ne sapevo, che ne so, poteva bastare un imprevisto. Ecco, io non avevo voluto considerare nemmeno l’imprevisto. Ma non avevo altro, ripeto, perchè ero, fin dall’inizio, talmente determinato nel non far vivere quello scarto di vita a nessun membro della mia famiglia che ho sempre creduto valesse il rischio. Per fortuna Michelle era d’accordo con me.

Arrivò mattina con eccessivo ritardo. Non avevo mai considerato quanto lento scorre il tempo quando non vedi l’ora che una cosa accada.

Avevo passato la notte sveglio. Un’altra volta, come quella volta.

Avevo chiuso gli occhi, è vero, ma era rimasto per tutte quelle ore solamente un serraggio meccanico delle palpebre; dietro, gli occhi, si erano mossi senza sosta per cercare nell’oscurità risposte ai più insoliti pensieri, ma raramente era accaduto.

Un brivido di paura, improvvisamente, mi attraversò il corpo. Un lampo di coscienza mi suggerì che avevo portato la mia famiglia allo sbaraglio.

E se non avesse funzionato? Se qualcuno avesse scoperto il mio piano o anche solo il quaderno? E se, invece, proprio il quaderno avesse contenuto cifre errate, fatte apposta per stanare i tordi che come me pensano di poter fuggire? Che cosa sarebbe successo in tal caso ai miei figli e a mia moglie?

Di me ovviamente non m’importava nulla, questo è chiaro; di me potevano fare quello che volevano. La polizia segreta della rete mondiale avrebbe potuto torturarmi fino a morire e sarei morto con un sorriso, ma non potevo accettare che la stessa sorte sarebbe potuta capitare anche ai miei cari, alle persone alle quali ho voluto e voglio più bene al mondo.

Compresi che avevo solo una via di uscita: completare senza la più piccola sbavatura questa dannata operazione.

Quando il sole si alzò, sufficientemente alto nel cielo, tirai un sospiro di sollievo. L’ora era arrivata; lo spettacolo poteva cominciare e come sempre, quando si sale sul palco, passa la paura e subentra la giusta scossa d’adrenalina.

Svegliai di fretta il resto della famiglia. Ero già vestito.

Michelle aveva capito e senza caricarmi anche del peso di spiegare ai bambini la mia momentanea assenza, fece tutto lei.

–                           Bambini salutate papà. Non fa colazione con noi perché ci sta preparando una grande sorpresa. Tanto torna presto.

L’ultima affermazione possedeva il sapore della domanda. Non risposi che con un bacio lanciato con la mano. Chissà se i bambini avevano notato il progressivo inumidirsi degli occhi della madre.

Quando li ebbi stretti tra le mie braccia notai Michelle prendere un lembo del vestito per asciugarsi in fretta le guance. Uscii senza voltarmi indietro.

Mi recai al Palazzo del Lavoro senza ancora una chiara idea su come entrarci.

Sapevo solo che quello rappresentava il vero ultimo e sconosciuto scoglio, perché una volta dentro avrei dovuto solo fare ciò per cui mi ero preparato con cura da tempo.

Nel quaderno era scritto che l’intera area era circondata da una serie di segnali messi lì apposta per disturbare qualsiasi tentativo di accesso sulla rete e che, pertanto, per intervenire sul software si rendeva necessario essere esattamente nel cuore del palazzo, l’unico punto accessibile in linea, anche se criptato.

Ma anche quello non sarebbe stato un problema grazie al quaderno. L’unica cosa che quel benedetto ammasso di fogli non poteva suggerirmi era come entrare; come superare l’ostacolo di quelle due bestie, senza alcun riferimento al fisico, che sostavano a guardia dell’ingresso.

Rammentai, però, che in quell’occasione io ero assolutamente un privilegiato. Noi tutti: operai, funzionari, e quadri, nell’occasione di una vacanza o della morte eravamo equiparati ai capi. Quindi una mia lamentela non sarebbe dovuta passare inosservata. Peraltro erano i primi anni di attuazione della legge e nessuno, speravo, avrebbe ancora abusato della propria posizione.

Esposi visibile sul petto il badge della vacanza: un rettangolo rosso lucido con alcuni segni impressi in calce che indicavano il nome della mia famiglia e la posizione lavorativa. Un chip, poi, riluceva al sole. Cosa contenesse non lo sapevo e sinceramente non me ne importava.

Mi diressi verso l’ingresso, dove una coda di persone ben distribuita attendeva che le guardie terminassero i controlli su una ragazza elegantemente vestita.

Mi accodai. Loro, le bestie, mi seguirono per un attimo con lo sguardo poi si scambiarono un’occhiata. Deglutii; infine, con larghi gesti, mi indicarono come superare la fila.

Avevo ragione, ecco uno dei privilegi.

Mentre una delle guardie mi sorrideva fintamente, il portone si aprì e una persona di rango chiaramente superiore al loro si affacciò e mi chiese con rispetto:

–                           Di cosa ha bisogno… signor Carmelo Lomoro. – precisò guardando velocemente il monitor dell’orologio, cercando di apparire il più naturale possibile.

Ero dentro.

© Andrea Lomoro



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