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Ferragosto in motoscooter
di Oreste Bonvicini
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RACCONTO SEGNALATO DALLA GIURIA NELLA
II EDIZIONE DEL CONCORSO LETTERARIO UNIBOOK - PROGETTO BABELE

Tutto inizia in un pomeriggio di ferragosto, sotto il sole caldo di Provenza, ricordando Cezanne e la S.te Victoire, quella montagna che par vivere e sentire scorrere sotto le sue nervature come arterie disposte sotto la pelle, il sangue, simbolo pulsante, linfa di questa terra.

Spinto da quello stesso sangue mi sono avventurato a passo lento tra i borghi prospicienti il mare, avvinti ancora dalla proverbiale sonnolenza del Midi ormai contrastata dal traffico della auto divenuto eczema del territorio, macchia che a fior di pelle si fa e disfà, come ulcera indelebile. Le Trophee des Alpes, l’Observatoire, Peillon, Nizza, St Paul de Vence Cannes e ritorno via Villefranche, Cap Ferrat, Eze, Cap d'Ail e, buon ultimo, Montecarlo sfavillante di vita senza misura per chi non ha misura del proprio denaro o denaro avuto, ricevuto, scambiato o vinto ai tavoli della roulette o di chissà qual altro gioco improbabile e vano come la vita che scorre nelle strade e nel gioco a cui tendiamo per rendere sempre più difficile la rincorsa dell’impossibile. Il sogno? O forse l’avventura che si dipana a ritmo di un buon romanzo d’appendice nel momento in cui il pneumatico posteriore del mio scooter decide di giungere al capolinea esplodendo davanti alle porte girevoli del casinò di Montecarlo. Un botto che desta l’attenzione dei passanti, ma che per un istante non mi fa assolutamente comprendere di essere in realtà al centro dell’attenzione, lasciandomi indifferente nel vago pensiero rivolto al possente automezzo che mi cammina davanti, alle sue caratteristiche esagerate di meccanica d’oltreoceano, e all’improvviso scodinzolare del mio veicolo. Qualcosa di strano? Ma certo, sono proprio io la chiave di volte della giornata più calda e vuota dell’anno, privata di ogni soccorso, di carro attrezzi, di assicurazione vera o millantata da decine di garanzie aggiuntive, di ruota di scorta insomma.

Un gendarme annoiato mi avvicina. Un guaio, veramente, e impossibile dire come e dove trovare un aiuto. Oggi, proprio a Ferragosto….. andiamo verso il comando delle guardie del Principato, la centrale operativa che poi nulla opera ma solo si attiene a controllare alcuni monitor, occhio di telecamere poste nei punti strategici della città e forse testimoni del mio malaugurato botto. “Ce n'est pas possibile monsieur, trouver le pneumatiques......” “Tres bien....” mormoro ironicamente tra i denti: anche le istituzioni monegasche si fermano il 15 di agosto e nulla sembra smuovere la sonnolenza che si respira nell’angusto comando, nemmeno la volontà di alzare il telefono e provare a cercare un qualsiasi aiuto. Insisto: mi indicano una stazione di servizio, alla periferia di Montecarlo, unica speranza da raggiungere rigorosamente a piedi. Guarda caso un italiano la gestisce, ma con la spocchia di un senza patria, di un fuoriuscito forse non senza macchia: non mi degna di uno sguardo, anzi, infierisce sul fatto di aver provocato tanto casino proprio il giorno di ferragosto. Certo il mio pneumatico ha scelto un gran brutto giorno. Perché non ha saputo resistere alla tentazione?

 

Torno alla mia moto. Ho con me l’immancabile bomboletta di Fast, tento l’impossibile. Ma il danno sembra esagerato, una larga falla si è aperta nel copertone, a malapena la schiuma riesce a rialzare da terra il cerchione. Mi avvio a passo d’uomo. Circa un’ora per percorrere due chilometri: posso muovermi solo per cercare un disperato aiuto.

Lasciato alle spalle Montecarlo mi avventuro verso il confine italiano, non poi così lontano, ma irraggiungibile con tanto danno. I dinieghi si susseguono: nessuna stazione di servizio sembra in grado di accogliermi o provare a darmi un consiglio. Nemmeno un sogno può alimentare la possibilità di trovare un pneumatico in sostituzione. E poi tutti mi dicono che il ricambio non è così rapido, bisogna essere attrezzati, smontare parte del motore, la marmitta ad esempio, le predelle poggiapiedi e poi…e poi….. Tante parole in una lingua smozzicata e strana, un misto di francese e italiano mal pronunciato o pronunciato con filosofia da quel benzinaio che mi consegna una nuova bomboletta di fast, più rapido e potente che poi come incontenibile flusso scaricato nel mio pneumatico fracassato è da lì fuoriuscito in un lago di schiuma sull’asfalto.

Ma l’eroe di questa storia non sono io, non è il mio pneumatico, non il mio scooter, non il sole di ferragosto, ma Attilio, o meglio quel personaggio che poi saprò chiamarsi Attilio, un benzinaio che a prima vista poteva ricordare Roberto de Niro ora sul set di Toro scatenato ora del Promontorio della paura.

Arrivo a Roquebrune con il mio lento rotolare di ferraglie e la disperazione che non mi aveva ancora attanagliato la gola in quanto pensavo alla fortuna che in fondo mi era toccata nel momento in cui il pneumatico era esploso davanti al casinò di Montecarlo e non a 160 chilometri all’ora in una galleria dell’autostrada. Mi avvicino all’ennesima stazione di servizio dove un tipo pirotecnico sembra servire tutte le auto con un misto di distaccata superiorità e una spavalda sicurezza che forse si annida solo in chi vive giorno per giorno, contro tutti e tutto e nello stesso tempo ama la vita e tutto ciò che la vita stessa può offrire: un bicchiere di vino, un caffè, un piatto di spaghetti e le donne: l’amore delle donne, o la passione sfrenata per le donne e per ciò che possono dare. Il corpo o il cuore? Ambedue, o solo parti dell’uno e dell’altro, come il ventricolo che ora si contrae, ora spinge il sangue nelle arterie.

Attilio mi guarda con distacco. Non parla o meglio, parla con la sua voce stentorea che diventa poi un grido continuato. Mi ricorderò di queste quarantotto ore come di un unico esagerato vociare. Mi avvicino spiegando alla meno peggio cosa mi è capitato. Parliamo subito italiano perché lui e di Dolceacqua, in provincia di Imperia e lavora in quel distributore francese, sottopagato con orari da bestie. Mi dice subito di aspettare, mi aiuterà, ma solo a fine turno. -Quando?- gli domando. -Alle nove di questa sera - mi risponde senza commenti. Bene, sono appena le tre del pomeriggio, dovrò pur fare qualcosa per ingannare l’attesa.

Devo confessare che le ore passano vedendo sfilare davanti al distributore un’umanità varia e incredibile. Auto di una bellezza sfolgoranti, cariche di donne e gioielli o tenute come gioielli più cari di una donna, auto di italiani e francesi che si alternano al distributore e sembrano conoscere perfettamente il carattere e le abitudini di Attilio. Sembrano tutti amici, gran pacche sulle spalle o due secche battutacce gridate sul piazzale, come di una confidenza cameratesca acquisita in goliardiche avventure. Poi un si avvicina un personaggio non meno strano. Un giovane dalle dimensioni esagerate, un obeso che racconta di essere italiano ma ormai senza patria, costretto ad una vita da invalido dopo aver partecipato alle operazioni militari in Libano e poi scaricato con una piccola pensione. Di cosa vive, come vive? Ha con se un cane microscopico e sembra ancora più piccolo dinanzi alla sua mole flaccida, costretta in un corpo in disgrazia con la vita e con la buona tavola.

Mi porta con se per mostrarmi la sua auto, la sua casa, la zona dove vive e poi resta al distributore parlando del più e del meno, solo, desolatamente solo e forse alla ricerca di qualche occasione per meritarsi una mancia.

Decido di chiedergli se vuol restare di guardia al mio scooter mentre io e Attilio andremo a recuperare un furgone. Si offre con piacere. Bene, questa fotocopia del Bibendum Michelin resterà fino a notte fonda accanto alla mia moto, immobile al distributore, come una guardia scelta pronta al sacrificio. Dopo tutto la fortuna non è così distratta, c’è anche per i disgraziati, gli sfaccendati, i diseredati. E per me che vivo quasi in apnea questa avventura che ignoro quanto sia ancora lontana dalla conclusione.

Ci siamo allontanati dal distributore quando le ombre della sera si erano ormai allungate sulle strade di Roquebrune. Una vettura con targa francese, concessa da una donna di Attilio una delle tante come conoscerò nel volgere di poche ore. Guida come un matto tra vie strette, tra scorciatoie concesse solo a chi di queste terre ormai orrendamente urbanizzate è abitudinario. Quaranta minuti di folle guida per giungere a Dolceacqua tra le montagne dell’entroterra di Imperia, e qui un’ulteriore sorpresa: il furgone non è altro che un obsolescente Bedford riverniciato più e più volte, ora imbrattato di un verde indefinibile. -Senti come canta questo motore- millanta Attilio smanettando l’acceleratore. L’ottuagenario propulsore si incattivisce in una tosse quasi soffocante, lasciando nuvole di gasolio puro alle nostre spalle. Poi inizia la danza dell’impianto di illuminazione. I fari fanno le bizze: ora le luci di posizione, ora gli anabbaglianti, si accendono, si spengono in un intermittenza che ricorda gli addobbi natalizi. Ma non siamo nelle feste di fine anno, bensì su strade strettissime che svoltano improvvise sulle montagne circostanti il confine tra Italia e Francia. E’ mezzanotte quando torniamo al distributore di Roquebrune. L’obesa guardia del corpo lasciata accanto al mio scooter è immobile ad attenderci. Non posso che gratificare quest’attaccamento al dovere. Qualcosa di più di un senso di solidarietà tra sfortunati.

La fatica più grande è quella di far entrare la moto nel furgone. A smontare il parabrezza non ci pensiamo subito. Bisogna caricare e poi scaricare. La notte sembra avviata a rendere ancora più gravida di attese quest’avventura di ferragosto.

Ma l’impegno più gravoso a cui vengo sottoposto è lo snervante stillicidio di telefonate a cui Attilio è sottoposto.

Un vero bombardamento di squilli con risposte e contro risposte. Donne che da ogni parte della regione si contendono i suoi favori. E parlando di favori è chiaro cosa intendo. Non ha ritegno. E' sagace e spietato nel linguaggio quanto nei propositi, soffermandosi nei particolari come se io non fossi presente.- Le donne le devi trattare come bestie - dice Attilio con voce selvaggia - non perché siano tali, ma perché è così che vogliono. E più ti dimostri un duro e più ti seguono, ti cercano. Non fuggono mai. A tutte piace. Nessuna esclusa. Ricorda: tutte ci stanno. -

Nel ritorno verso Dolceacqua, l’illusione di essere a buon punto dell’avventura, fa scendere tra di noi una serenità che stempera le tensioni e l’atmosfera si confonde nei racconti personali. Chi siamo, quali le nostre realtà. E qui emerge l’Attilio senza macchia e senza paura, l’uomo che non dice mai di no ad una donna, ma che pretende sempre il massimo e forse l’impossibile da queste donne che ovunque lo braccano, lo temono e forse lo amano per quanto può dar loro, forse di più del semplice piacere fisico. Dice che da ragazzo lo scambiavano per Alain Delon. Forse è il suo destino essere per sempre legato ad una figura dello spettacolo, ma non per questo temere i confronto, anzi, vivendo in maniera spregiudicata una realtà a tratti goliardica a tratti disperata. Come affrontare i problemi quotidiani? E gli appuntamenti e il lavoro? Combinare la vita in funzione del carpe diem di oraziana memoria. Ma Attilio ha fatto appena la prima elementare: non ha cognizione dell’insegnamento dei dotti latini o degli antichi cultori della bella vita. Catullo ne sarebbe stato ammaliato. Ed io non posso negare l’entusiasmo che mi trasmette: non posso dimostrarmi inferiore a lui, devo pormi sullo stesso piano, competere per far sì che il suo vociare esagerato non sia un modo per stupire, ma un confronto tra diverse realtà eppure protese al medesimo fine. E’ dunque vero che la scuola a volte non insegna altro che ciò che dentro di noi latente, non sempre emerge. Solo la realtà in cui ciascuno si trova immerso consente poi di liberare quanto in natura ci compete.

Dolceacqua ci attende in un’atmosfera di festa. E’ appena finito il ballo, la notte sta entrando nelle ore piccole, tutti i locali stanno chiudendo. Ci fermiamo in una pizzeria e Attilio comincia a bussare alla serranda che è appena stata calata. Bestemmia come un turco e finalmente qualcuno si affaccia. Ma qui è di casa, tutto sembra dovuto, non c’è nulla che possa arrestare la sua furia bonaria di estroverso.

Cucinano per noi le pizze, ma non ci chiedono il conto. Andiamo a casa, sua moglie è appena tornata dalla festa, ci sono i parenti, tutto sembra immerso in un’atmosfera di feria, di allegria. Si mangia ancora, ma bisogna pensare anche alla notte, al riposo e io non posso negare di essere stanco. In fondo ricordo appena quando tutto è cominciato. Per un istante non so se si tratta di questo ferragosto o di un giorno ormai lontano nella memoria, come di un tempo che non vuol finire se non nell’oblio che annienta il tutto, anche la mia identità. Chi sono? Cosa sto vivendo? Un giorno della mia vita o l’invenzione di una fantasia vissuta davanti ad un teleschermo?

Alla fine non c’è modo di trovare un letto. Tutta l’Italia sta vivendo ferragosto fuori di casa, o su questa parte delle Alpi marittime, a confine tra il mare e i monti, nel verde di una conca spezzata dalle luci del paese impavesato a festa.

Mi tocca dormire sul Bedford dal verde colore indefinibile, accanto alla mia moto, o di traverso sui sedili anteriori, tra l’incavo del cambio e come spalliera il finestrino con il vetro impossibile da far risalire. E’ notte e fa freddo. E poi siamo parcheggiati vicino al cimitero. Un’ossianica escursione di quest’avventura tra il grandguignolesco e la tragedia, che poi sfonda nella farsa, scoprendo come nel buio le mie scarpe avessero calpestato lo scomodo disagio di una cane di passaggio. Ora la cabina del Bedford è puzzolente come un cesso di piazza nel giorno di mercato, ma alternativa non c’è se non l’ancor meno morbido asfalto. Mi adeguo all’olezzo, dal finestrino l’aria della notte alleggerisce l’atmosfera.

Al mattino Attilio arriva quando il sole è già alto. Ho dimenticato dove sono. Un passante diretto al cimitero è passato accanto la Bedford. Mi sono alzato di scatto, ma la sorpresa lo ha spaventato a morte. E’ fuggito come davanti ad un fantasma e forse la vicinanza con le porta dell’aldilà ne ha esaltato il paragone.

E’ proprio Attilio ad aprire la portiera del Bedford e annusando l’aria fetente della cabina associare santi e dannati alle parti intime del suo corpo, chiedendomi se mi ero cagato addosso.- Ma l’ospite è sacro - commenta e approntati stracci e deodoranti ripulisce l’abitacolo: siamo pronti a riprendere l’avventura. Ora si tratta di trovare un rivenditore di pneumatici e soprattutto qualcuno in grado di procedere alla sostituzione.

La prima sosta è però nel bar della piazza dove Attilio mette in mostra la sua verve di attore: ancora una volta nulla è dovuto per la colazione, così come era accaduto per la pizza notturna.

Attilio è come un aruspice dell’antichità: intoccabile. La sua presenza è foriera di buon augurio. Mi indica nomi e personaggi: conosce tutti e tutti lo conoscono. Così come conosce tutte le donne o meglio sembra conoscere di loro ogni parte e di intimità in intimità mi racconta piaceri e sollazzi del paese, grottesca commedia di sesso e corna che si confonde dietro un velo di comicità. Gli uomini cornuti e mazziati, le donne allegre e disponibili. A tutto, ma proprio a tutto, culo compreso, tranne qualcuna. Ad esempio una sua vecchia fidanzata, ricca anche, ma non disposta a cedergli quell'onore . E di questo Attilio non può fare a meno, perché nulla è meglio che farlo contronatura.

Eppure Attilio esprime allo stesso tempo l’essere primordiale e la poesia, certo non quella elevata e affinata da secoli d’arte e di lettere, ma quella che in noi alberga come istinto e genialità, espressione che ci contraddistingue e vale più di una vita fatta di fatica e stenti sui libri cercando un’ispirazione che invece, è tutta insita nella natura. Attilio è il teorico del dolce retro, o deretano che dir si voglia.

Pensa alla forza che prende -mi dice stringendo il volante del Bedford affaticato- nel godere quei placidi deretani, larghi e caldi delle donne italiane così educate ai carboidrati. O quelli stretti e sodi, fatti da certe diete di frutta e integratori, da ginnastica e carne al sangue, stranieri in fondo non solo per l’accento della voce, ma anche nel colore delle terga, bianche e fredde al contatto. O quando ti svegli dopo un sonno breve e senti accanto il tepore del corpo della donna, il caldo di un sonno appena interrotto. Sai cosa mi dicono ogni volta? “non ti basta mai?” E poi stretti stretti daccapo un'altra volta.-

La sequenza dei particolari riempie il viaggio che ci porta verso il primo gommista che vedo aperto, ma qualcosa qui non va per il giusto verso o forse questo è uno dei martiri cornificati da Attilio. Non vuole assolutamente fermarsi, lo reputa un incapace e nessuna delle mie rimostranze riesce a soverchiare il tono della sua voce. Ma la storia vorrà diverso il destino ultimo dell’avventura.

Verso Ventimiglia troviamo finalmente un rivenditore di pneumatici, ma non è disposto alla sostituzione. Prima ci fanno scaricare lo scooter dal Bedford, poi quando è a terra e noi esausti dalla fatica, si degnano di negare l’intervento. Troppo impegnativo: ci sono parti del motore da smontare, la marmitta ad esempio, le predelle poggiapiedi e poi... e poi... tutto come in una sequenza già ascoltata. Quando? Ieri forse o un secolo fa?

Attilio riprende ad imprecare alla sorte e all’incapacità dei più. -Io sono capace, io ci proverò- e si fa dare chiavi e cacciavite.

A stento riesco trattenerlo, a stento urlando più forte di lui, quasi come in un furibondo litigio. Ad un tratto la sua vulcanica energia si esaurisce e guardandomi mi dice: Certo che tu devi avere due coglioni così! Nessuno mi ha mai parlato in questo modo!- Il gesto è eloquente e gettata a terra la chiave a pappagallo si siede sulla predella del suo furgone verde indefinibile.

Mi faccio accompagnare dal proprietario dell’officina. Torno verso il gommista che abbiamo scartato per precisa volontà di Attilio: provo a spiegare il mio problema, sembra disposto a dedicarmi attenzione. Torno con la moto, spinta a fatica e con le parti che Attilio in mia assenza ha ostinatamente continuato a smontare. Un guaio se poi mancherà qualcosa, ma ormai non c’è via d’uscita: sono furibondo con questo vulcanico trombatore impenitente che sembra passare da una donna all’altra e con la stessa facilità mettere mano a meccaniche e carrozzeria.

Riprendono i suoi insulti. Non sa tacere e dovrei allontanarlo. E’ evidente che una vecchia ruggine tra Attilio e quest’officina non può essere sanata dalla mia diplomazia stanca di attendere. Siamo nel capannone, ci fanno segno di aspettare e tacere. Appena saranno disponibili mi ripareranno lo scooter: Attilio è incontenibile come il diavolo della Tasmania. All’improvviso una scintilla -ecco cosa fanno qui dentro, -sentenzia- danno fuoco alle auto invece di aggiustarle.- E l’atmosfera subito si scalda. Temo per un istante di non vedere la fine di questa mia avventura. O disavventura?

-Attenti bene - interviene il meccanico rivolgendosi a me e Attilio, ma forse indirizzando solo a lui l’invettiva - se qualcosa non vi garba o non volete aspettare io vi mando fuori a calci e vi trovate un'altra officina. Intesi?-

Tengo a freno Attilio, anzi sono costretto a farlo uscire. Così com’era capitato poco prima torna a sedersi sul suo furgone smozzicando tra labbra e denti ingiurie e bestemmie. Per un istante scende il silenzio intorno a me e al mio scooter. E’ quasi mezzogiorno: sono ventiquattrore da quando tutto è cominciato.

Tornato a scorrazzare sul mio motoscooter, di nuovo in strada come se un secolo mi separasse dal big bang del pneumatico, tutto diventa più semplice, divertente anche e con Attilio torniamo verso Dolceacqua, tra bar e ristoranti alla ricerca di un pranzo di addio. O di arrivederci? In fondo credo che sarei disposto a ricominciare tutto dal principio, ora che ogni cosa sembra essersi conclusa per il meglio.

Attilio è più esplosivo che mai. Torna a raccontarmi di donne senza affetti o di amori smisurati per francesine e italiane, accomunandone difetti e vizi, pregi e virtù. Non c'è confine che tenga a freno il desiderio. Ogni occasione può essere l'ultima o la prima di una lunga serie. Non c'è tregua ai suoi interminabili resoconti. Improvvisamente si blocca. Davanti al bar più importante, mi indica un amico, seduto al tavolino, trincerato il volto dietro il quotidiano locale. Con il dito al naso mi indica di tacere o forse solo di aspettare per godere di una sua nuova sparata. Ci avviciniamo e dal centro della via, con quella voce stentorea a cui sono ormai abituato, ecco gridargli in faccia se ha proprio intenzione di continuare a fottersi la moglie del panettiere. Non che gli dispiaccia per la donna, - una più una meno - mi conferma alzando le spalle, ma per una questione di principio: vorrebbe mantenere l’esclusiva. L’ignaro apostrofato sembra sprofondare. Non gli basta il quotidiano per nascondersi agli occhi del mondo. Vorrebbe fuggire o forse sparare su di noi, o solo ad Attilio? Mi stupisco ancora dei principi di Attilio, mentre ho compreso che non esiste un solo modo di intendere la vita così come non esistono universi paralleli: siamo parte integrante di un sistema in cui viviamo a contatto senza mai sfiorarci. Con un Attilio o cento come lui. Con mille differenze e mille difetti diversi e nelle stesso tempo compatibili tra di loro come il diavolo e l’acquasanta.

Mi racconta di tutto e di tutti e nel volgere di poche ore conosco il paese, come un cittadino onorario in visita in visita ufficiale. Vuole a tutti i costi che io torni per le feste di Capodanno. Solo o accompagnato e se solo lui penserà a trovarmi compagnia. Senza problemi.

Vai vai, povero untorello” mi sovviene alla memoria mentre mi allontano da Dolceacqua. Attilio, quell’Attilio con cui ho trascorso queste ultime quarantotto ore della mia vita e che mai avrei pensato di conoscere, nell’esplosione di sentimenti e trivialità nel contempo nel suo indaffarato essere dunque ovunque, uomo, amico, maschio, seduttore, ma sensibile come un ragazzino al suo primo amore è alle mie spalle. E’ già tempo trascorso. E già rimpiango quel suo aiuto senza condizioni che mi ha concesso una solidarietà a cui il mio connaturato scetticismo non avrebbe mai creduto.

La notte sul furgone verde indefinibile, le donne che ruotano intorno ad Attilio come un sistema planetario ruota intorno alla propria fonte d’energia e nel contempo la realtà familiare, con i parenti tutti e la moglie tutti forse ignari di questa doppia, tripla, esagerata vita e vitalità di Attilio.

Così in paese, come un’autorità, tratta alla pari autorità e forze dell’ordine, amici e conoscenti, con la stessa animosità che a prima vista potrebbe indispettire.

Ci siamo lasciati come due fratelli. La sua scorza di duro inattaccabile si è sciolta in un abbraccio che non mi aspettavo. E forse quel baluginare nei suoi occhi non era del tutto il sole intenso che ci abbacinava.

© Oreste Bonvicini



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