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Incubi in Veglia
di Adriano Petrucci
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Era un piccolo uomo evidentemente troppo sensibile. Lo conobbi durante una rissa. Egli , selvaggiamente, come un gatto infuriato, saltava a destra e a sinistra, schivando i mortali colpi dei buttafuori. Sembrava un ghepardo, coraggioso, veloce, letale. Io ero sotto un tavolo, come un topo nella tana. Ad ogni schivata, colpiva con la stessa velocità con cui si scansava. Io ero, ancora, ancora sotto il tavolo, non ubriaco, ne terrorizzato. Il mio intento era rimanere intatto. Sotto il tavolo trovai una bottiglia di birra Moretti, di quelle nuove, infrangibili. Nella mia mente cominciò la proiezione del film: “ Adriano contro tutti!”. sarei potuto uscire da sotto il tavolo e spaccare in testa al primo sfigato la bottiglia di birra. Avrei scelto il più grosso e l’avrei affrontato selvaggiamente. Durante il fine primo tempo del film che mi stavo facendo nella mia mente, riconobbi a me stesso, con vergogna, che avrei potuto colpire solamente il più magro e basso, obbligatoriamente alle spalle e quasi sicuramente mi sarei anche ferito con i cocci di bottiglia. Dopo una raffica a salve di pugni misti, il tipo iroso, evidentemente preso da un po’ di stanchezza, venne a farmi compagnia sotto al tavolo. La botta era stata cosi forte da scaraventarlo a terra, fino alla mia tana. Se proprio volevo entrare a far parte della rissa non come spettatore ma come interventista, avrei potuto rompere in testa proprio a lui la bottiglia di birra, anzi l’avrei anche fatta franca perché la sotto, proprio non mi avrebbe potuto vedere nessuno. Riprese i sensi con la stessa velocità con cui era venuto a farmi compagnia. Sembrava un resuscitato. Mi guardò fulmineo, in cagnesco, anche se l’avevo precedentemente paragonato ad un leopardo. Io sopra di lui con una bottiglia in mano, sembravo un vero pericolo, non per lui, ma per me stesso che non avevo le palle per accopparlo. Mi assestò un pugno in gola. I pugni in gola sono i pugni più strani e pericolosi da dare a qualcuno, ma lui non se ne curò. Mi sdraiai a fianco a lui sbattendo la testa alla zampa di legno del mio rifuggio. Quando ripresi i sensi, il mio compagno di pavimento era nuovamente nella mischia. Chissà poi perché era scattata questa rissa? Decisi di alzarmi da terra, anche perché cominciavo ad essere stanco di stare su quelle mattonelle lerce di molliche e cicche di sigaretta e cocci di vetro. Brutto errore alzarsi da terra con una bottiglia in mano durante una rissa. Il primo che mi notò fu anche il primo che provò ad attaccarmi. Fortunatamente riuscii a rifugiarmi sopra una panca e cercando di non venir meno al famoso detto “sopra la panca la capra canta…” mi preparai a non finire sotto la panca. Da li, per schivare il mio aggressore, balzai nel vuoto e mi attaccai al lampadario che, grazie al mio slancio, mi fece provare l’ebbrezza dei trapezisti circensi. Pensai di allungare il braccio e di attaccarmi all’altro lampadario, memore delle prodezze ginniche di Tarzan facendo in modo di allontanarmi il più possibile dalla mischia selvaggia, ma la mia trovata non era poi cosi geniale perché appena lascia la presa con una mano, caddi a terra travolgendo almeno tre o quattro ragazze che si erano messe da parte per non ferirsi. Le ragazze urlarono ed inveirono contro di me chiamandomi scimmione. Invece che Tarzan, ero sembrato a loro Cita. Rimpiansi di aver lasciato la bottiglia sopra il tavolo, ora mi avrebbe fatto comodo, però piena. Mi alzai e da cavaliere provai a porgere la mano alle fanciulle che avevo involontariamente travolto. Erano però delle cozze mostruose. I locali, più sono bui e più c’è pericolo di fare brutti incontri, un po’ come i mostri marini che stanno risalendo dagli oscuri abissi marini. Decisi quindi che si sarebbero alzate da sole, senza il mio aiuto. Passai di corsa nel corridoio pieno di fumo, quello vicino ai bagni dove tutti si fanno le canne. Gente che correva da una parte all’altra in questo stretto corridoio. Io non vedevo assolutamente nulla. Percorrevo a tentoni il corridoio tastando le pareti e i sederi, con le mani. Arrivai finalmente al guardaroba. “che numero?” chiese la darkettona dietro il bancone visibilmente strafatta. Io cercai nella tasca il mio tagliandino. “che numero?” si fece eco automaticamente l’oscura femmina. “…e non trovo il numeretto… cavolo… vabè dai ti dico io qual è il mio ok?!” e gli allungai due euro per corromperla. Mi fece capire che con due euro non avrei corrotto nemmeno un bambino. Cacciai dalla tesca dieci euro e potei finalmente indicare la mia giacca. La presi di corsa e cercai di allontanarmi il prima possibile da li. “ciao bello…” mi urlò dietro la dark lady. Alcuni strateghi dicono “non è detto che l’entrata sia necessariamente anche l’uscita!”. Il buttafuori, una volta uscito da li (non so se dall’entrata o dall’uscita) mi chiese “sei pulito?” “dipende… che intendi?” “centri qualcosa con la rissa?” “ancora no!” mi sbrigai a dire io. Il cervello del tizio fece la scansione delle parole che gli dissi lentamente in modo da rendergli più facile il compito. “vabbè tanto c’abbiamo le telecamere qui… sei schedato…” cercai di sorridere. Ero finalmente fuori. Dannazione, che esperienza, fortuna che ero un tipo in gamba. Risi fragorosamente strofinandomi gli occhi. Il mio fiato era visibile, tanto era freddo quella sera che il mio alito sembrava fumo di marlboro. Decisi di infilare la giacca, dato che ora era tutto più tranquillo. Un problema, un solo problema in una notte di per se problematica, mi si palesò, solamente, dopo essermi vestito. O durante la rissa ero cresciuto di qualche centimetro o il giaccone si era ristretto. Eppure sembrava proprio il mio. Possibile che mi fossi sbagliato ad indicare la mia giacca? Frugai nelle tasche in cerca di qualche cosa che mi avrebbe ricollegato per lo meno, alla natura del padrone dell’abito. Trovai un coltello e una pistola arrugginita. Sicuramente non era il mio. Non potevo certo buttare le armi dietro un cespuglio e andarmene, anche perché quella giacca non mi stava per niente bene addosso. Decisi di tornare indietro facendo finta di niente. Nelle tasche non c’era nemmeno un portafoglio o un documento. Niente. Ripercorsi i miei passi e mentalmente, gli avvenimenti a cui ero appena sfuggito indenne. Girai l’angolo e mi trovai davanti al rissoso omino. Era vestito con una giacca dalle maniche talmente lunghe che avrebbe potuto portare in ogni mano due fucili. Era troppo grande per lui. Era la mia giacca. Avremmo potuto spogliarci l’uno della veste dell’altro e scambiarcele, cosi sarebbe tutto finito in un lampo, ma quella mia notte era appena iniziata. “ti sei preso la mia giacca” fece lui minaccioso. “no, s’è sbagliata la signora al guardaroba e a quanto pare, s’è sbagliata pure con te!” gli feci intendere che comunque fosse andata, la colpa era della guardarobiera e non mia. “c’è poco da fare amico, ora me la ridai immediatamente…” si avvicinò. “certo che te la ridò” dissi io sfilandomela. “sicuramente ora avrai anche impiastricciato la mia pistola e il coltello con le tue impronte digitali vero?”. Mi paralizzai. era vero! Avevo smanettato con quelle due armi senza pensare al loro trascorso criminale. Magari quel tizio aveva fatto fuori i genitori o la ragazza e quelle erano le armi del delitto. “hai ragione, se mi dai il tempo di pulirle,ti ridò tutto” provai a essere accomodante e diplomatico. Lui non ci provò per niente “dammi subito la giacca…” si avvicinò ancora, sta volta con più aggressività. L’unica cosa che avrei potuto fare era l’unica cosa effettivamente che feci meravigliandomi della mi stessa prontezza di spirito e mancanza di cervello. Estrassi l’arma. Vedendosi puntare addosso la sua pistola disse ridendo “ ahahahahaha attento a quella… sei capace di sparare?” “io premo solo il grilletto, a sparare ci pensa lei” mi piace dare risposte da poliziotto dei film americani degli anni 70. sicuramente a lui non piaceva quel genere di film e di battute “non fare il matto, attento potrebbe partirti un colpo!” ora sembrava leggermente spaventato. Sorrisi. “Hai paura è?” continuai “Quando un uomo con la pistola, incontra un uomo senza pistola, l’uomo senza pistola… è un uomo morto!” grande! Rimanendo fermo sul posto, si sfilò la mia giacca e me la lanciò. Atterrò senza problemi sui miei piedi. “alza le mani” urlai minaccioso. Lui come un leone ammaestrato, obbedì. Gli lanciai a mia volta la giacca che avevo nella mano disarmata e agguantai avido la mia. La raccolse e se la infilò. Gli calzava a pennello. Frugò nelle tasche ed estrasse il coltello “se non avessi quella pistola puntata addosso, ti aprirei come un vitello…”. Era sicuramente uno con le palle. Io non minaccerei un uomo che a sua volta mi minaccia tenendomi sotto tiro con una rivoltella. “fai poco il duro amico… questa è ancora puntata contro di te ed è eccitata all’idea di sputare un po’ di piombo” ormai c’avevo preso gusto. “come facciamo allora?” disse lui “ me la ridai o no?”. “credo proprio di no, almeno non carica…” velocemente feci uscire il caricatore dall’arma e gli diedi un calcio per farlo sparire dietro dei cespugli. Lui ancora non mi aveva attaccato, sicuramente aveva paura del colpo in canna. Fortunatamente stava passando un autobus notturno. Feci cenno di fermarsi e fortunatamente si fermò. La porta si apri. “adesso voltati…” lui si voltò. Sparai il colpo in canna. Sparai in cielo. Era la prima volta che sparavo. Infatti, pochi secondi dopo, un gabbiano precipitò a terra ferito al petto dalla pallottola vagante. La fortuna del principiante. Il matto si voltò ed estrasse il coltello. “parti! Parti! parti!” urlai al conducente che mi rispose “aspetta, non vedi quello? Sta correndo verso di noi, sicuramente vuole salire…” era la prima volta che trovavo un autista gentile verso i passeggeri. La volta sbagliata. Gli puntai addosso la pistola “parti maledetto!” “si signore!”. Chiuse le porte dell’autobus e partì di corsa. Ero sfuggito alla mattanza. Non era stato versato del sangue. Non umano per lo meno. Il gabbiano, vittima sacrificale dell’arma sanguinaria, sarebbe rimasto sempre nei miei pensieri. Cominciai a pulire la pistola. Dai vetri intanto vedevo il pazzo correre dietro la vettura. Mi avrebbe seguito fino alla morte come il Colombre? Possibile. Nel frattempo la prima cosa da fare era sbarazzarsi dell’arma da fuoco pulita alla perfezione. Aprii il finestrino e senza farmi vedere dall’autista, gettai dal finestrino. Era fatta. Sfortunatamente, la vettura stava rallentando. Ci avvicinavamo alla fermata dove una vecchietta stava facendo segno di sostare ed aprire le porte. Che diavolo fanno in giro di notte le vecchiette? Non me lo spiegherò mai. “ei che fai? Non fermarti!” urlai balbettando all’autista. “ma come, povera donna, starà morendo di freddo…” continuava a rallentare. “ti ho detto di non fermarti maledetto!” infilai la mano in tasca, allungai il dito indice e feci finta di avere ancora in tasca l’arma da fuoco. Il conducente tossi imbarazzato. Comincio a spingere sul pedale, forse l’avevo convinto. Sporsi la testa fuori dal finestrino. Il tizio in lontananza continuava a correre. Famelico e feroce. L’avevo precedente paragonato ad un leopardo. Avevo sbagliato. Era un leone! Lo vidi chinarsi a terra ed armeggiare con degli oggetti. Sicuramente aveva raccolto la pistola e stava inserendo il caricatore che avevo gettato via con un calcio troppo poco potente. Fortunatamente la mia minaccia aveva avuto un impatto emotivo non indifferente sull’autista. Non fece sosta alla fermata. L’autobus sfilò lentamente come una modella in soprappeso durante una sfilata, davanti alla povera donna che, alzando inutilmente il braccio per segnalare la sua presenza, guardava sbalordita le porte che rimanevano chiuse. La superammo.“fermati figlio di puttana!” urlò la donna. Non ci fermammo. Sporsi nuovamente la testa dal finestrino. La donna aveva cominciato a seguirci zoppicando come una tartaruga invalida. Intanto il pazzo dietro di lei continuava a correre agitando l’arma da fuoco in aria. Incrociammo per strada un motociclista che, procedeva sparato ad alta velocità. La moto sfrecciava come un treno. Sfrecciò finche non si avvicinò al pistolero che sotto la minaccia di una pistolata, intimò al centauro di fermarsi e di donargli gentilmente la sua moto. Incredibile, gliela lascio veramente. Proprio come nei film americani. “accelera, accelera dai se no ti faccio fuori!” dissi nervosamente al conducente. Il mio tono di voce tremante e innervosito dava ancora più enfasi al momento. Accelerò velocemente. La vecchia era ormai lontana. Sembrava un pupazzetto a carica, di quelli che si muovono passo per passo, scattando, un piede per volta, inesorabili. Il rombo del motore della moto faceva da colonna sonora a questo teatrino ambulante. Si affiancò all’autobus e urlò all’autista: “fermati Capo, fai scendere quel bastardo!”. Il conducente mi guardò e mi disse “ quel tizio vuole che io la faccia scendere signore…” “ e questa pistola che ho in tasca vuole che tu non lo faccia!” feci un po’ il duro, ma di scendere proprio non ne avevo voglia. “fermati bastardo o ti sparo in fronte!” il pazzo motociclista cercò di puntare l’arma. Brutta storia, l’autista era sensibile alle armi da fuoco. Era da vedere ora di quale pistola aveva più paura, di quella del mio inseguitore o della mia pistola virtuale? “procedi sempre dritto… tranquillo che quello c’ha la pistola a salve, ti vuole spaventare” cercai di tranquillizzarlo dandogli una calorosa pacca sulla spalla. Chissà chi di noi due avrebbe finito prima la benzina. “allora non vuoi fermarti è?” dopo pochi secondi, uno sparo copri il rombo dei motori e una pallottola sfondò il parabrezza. “minchia ma quello mi sta sparando addosso!” il conducente era nel panico. “continua a guidare…” dissi. Un altro colpo colpì lo specchietto retrovisore. “aiuto, continua a sparare quel pazzo, non sarebbe meglio fermarci?” panico. “no non possiamo fermarci, se ci fermiamo, quello ci spara alla nuca a tutti e due e poi ci ruba il cellulare… prova a sterzare e mandalo fuori strada!” “ma non sarebbe meglio che lei rispondesse al fuoco?” giustamente mi fece notare l’ingenuo autista che, avendo una pistola, potevo anche io a mia volta, sparare addosso al nostro inseguitore. Avessi avuto una pistola, avrei sparato ancora prima di aver fortuitamente schivato le pallottole appena esplose. “no, è meglio che ci teniamo i colpi, me ne sono rimasti pochi e uno è ancora per te, se non esegui i miei ordini! Mandalo fuori strada..”. non mi disse nemmeno di tenermi forte, sterzò bruscamente e andò a colpire il motociclista pazzo che, sfruttando lo specchietto retrovisore o quello che ne rimaneva, si aggrappò alla vettura lasciando piroettare sull’asfalto, la moto appena rubata e successivamente rottamata. “adesso vi ho in pugno” infilò il braccio dentro all’abitacolo passando per il piccolo finestrino di fianco “fermatevi o vi faccio fuori tutti e due!” disse urlando come un forsennato. Il conducente preso forse da un principio di infarto, inchiodò di colpo. Sia io che il pistolero fummo catapultati da forzute leggi fisiche, in avanti. Io andai ad accozzare contro il parabrezza e il povero ma selvaggio clandestino, volò per parecchi metri in avanti ed andò poi a sfracellarsi contro l’asfalto. Il silenzio regnò sovrano per alcuni minuti. Per parecchi minuti, forse troppi. Insomma rimanemmo tutti in silenzio per un buon quarto d’ora. L’autista ansimava come un cane da tartufo mentre io cercavo di riprendere il controllo del mio corpo. Non avevo mai sbattuto addosso ad un parabrezza cosi grande e cosi duro. Una volta andai addosso ad un motorino che si fracassò, io ero a piedi, ma la botta che presi avevo appena preso mi avrebbe accompagnato sicuramente per tutta la vita. sentivo in lontananza delle urla strane. L’autista fu il primo a rompere il silenzio “tutto bene?”. Provai ad alzarmi. Il pazzo era ancora a terra, distante almeno venti metri dall’autobus. “tutto bene… sei stato grande Capo!” agli autisti piace essere chiamati Capo. Gli schiamazzi che si sentivano prima in lontananza ora erano vicini, cosi vicini che bussarono alle porte dell’autobus… era la vecchia signora che aveva inseguito la vettura. L’autista aprì le porte, la vecchia entrò. “mi scusi signore, ma le pare giusto quello che ha fatto? Io pago l’abbonamento tutti i mesi sa? Le sembra questo il modo di trattare una cittadina? Lasciarmi alla fermata a questa tarda ora della notte?”. Nonostante la corsa, aveva ancora tanto fiato la vecchia signora. “mi scusi, non l’ho vista proprio…” si limitò a dire l’autista che, tornando al suo ruolo originario, era ritornato un duro. Io guardai l’anziana e le dissi “ signora, si vada a sedere…” lei mi guardò e disse “ma scusi, lei chi è? Come si permette? Ma guarda un po’ questi giovani! Che maleducati” continuò a sbraitare le frasi fatte che gli anziani utilizzano solo ed esclusivamente in autobus e si andò a sedere ai posti riservati agli anziani. Come da copione. La voce dell’autista mi richiamò alla realtà “ Ehi… si sta alzando!”. Mi voltai di scatto. Il pazzo era ancora vivo e stava tentando di rialzarsi. Aveva il volto completamente grattato sull’asfalto e la pistola ancora in mano. Sembrava un cucciolo di cerbiatto che cercava di stare per la prima volta in piedi sulle sue gambe. Purtroppo non aveva nulla di Bambi. Urlò come un licantropo alla luna. “mettilo sotto…” dissi. Ormai il Capo aveva avuto la sua buona dose di adrenalina e il pensiero di mettere sotto qualcuno con l’autobus, non gli faceva più tanto effetto, quindi ingranò la marcia. La vettura partì come un razzo. Stavo per assistere allo sfracellamento di un essere umano. “senta lei, ma come guida? Ma le sembra il caso di andare cosi forte?” urlò la vecchia rompiscatole. Non le badammo. I fari ci precedevano, illuminavano centimetro per centimetro la strada che stavamo mangiando come ghiottoni. Il tizio, non sembrava impaurito, anzi, provò ad esplodere qualche colpo. Ci riuscii. Due proiettili forarono l’imponente parabrezza. Mancandoci fortuitamente. L’autista sorrise “ora è legittima difesa!”. Gli autisti sono molto stressati, per lo meno quelli di Roma. I fari furono i primi ad investire il pistolero, dopo mezzo secondo toccò a noi. Sembrò come se avessimo superato un dosso in cemento di mezzo metro. “cos’era quel botto? Ma vogliamo guidare bene?” la vecchia aveva avvertito l’urto contro il corpo del pazzo. Egli era stato scaraventato chissà dove, nel buio della strada. Cercammo di non commentare ciò che era appena accaduto quindi restammo in silenzio a tremare. “scusi?” perché i vecchi sull’autobus si lamentano sempre? “signora, mi faccia vedere il biglietto” le dissi rivolgendomi alla vecchia. L’autista, come un automa, continuava a guidare silenzioso, ma il viso era una maschera di goduria. Quella notte aveva passato il confine… era diventato un vero e proprio killer a sangue freddo. Io invece mi stavo improvvisando controllore ma va bene lo stesso. “il biglietto?” disse la vecchia. “si signora… non aveva detto che ha l’ abbonamento? Per favore, favorisca l’abbonamento…” feci la faccia da controllore annoiato. “veramente, non credo di averlo portato… cioè, sono andata a fare una passeggiata e…” “ e ha pensato bene di tornare con un mezzo…” fini io la frase poi continuai “signora non si fanno le passeggiate a questa ora, soprattutto alla sua età… comunque, se non ha un biglietto con lei, le devo fare la multa”. “la multa? Come la multa! La prego giovanotto, non potrebbe chiudere un occhio?”. Per quella sera avevo gia mietuto troppe vittime quindi, cercando di riguadagnarmi un pezzo di paradiso, scelsi di non fare la contravvenzione all’anziana donna. “caro ragazzo, la ringrazio. Ecco prenda questo. Dio la benedica!” mi porse un santino. Ne avrei avuto bisogno molto prima di un santo protettore. “capo, mi puoi portare in zona mia?” “si, ma non minacciarmi più con quella pistola, ormai so cosa fare…”. Decisi di non digli la verità sulla pistola fasulla nella tasca anche perché non volevo che avesse un trauma dato che era incappato nella famosa sindrome di Stoccolma. Sfrecciammo incuranti delle fermate verso casa mia. Non vedevo l’ora di chiudere gli occhi e dimenticarmi l’accaduto. Che notte travagliata. Il mattino mi accolse benevolo nonostante tutto. Ero completamente dolorante. Feci fatica nel lavarmi e vestirmi. In strada, con la luce del sole, il rumore e la gente vociante riuscii a rilassarmi molto di più che durante tutta la notte di tormentato sonno. Comprai il giornale e arrivato alla cronaca di Roma, riconobbi il volto del tizio che aveva provato ad uccidermi. La foto era allegata ad un articolo: dicevano che era stata una delle tante vittime della notte brava dei giovani sciagurati. Nessuno sapeva che tutto era cominciato dal niente. Non avevano trovato un documento addosso al corpo. Non ne avevo trovati nemmeno io frugando nella sua giacca. Nessuno lo conosceva. Io si: era un piccolo uomo evidentemente troppo sensibile. Lo conobbi durante una rissa…

© Adriano Petrucci



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