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Garden City 3 (Italiani in....)
di Marianna Massa
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Umm Basmala

Nei giorni di vacanza andavamo in giro per il Cairo a vedere i monumenti e perderci a volte nei vicoli della città.

Quella mattina alla Cittadella del Cairo faceva caldo.

Era la terza volta che ci andavamo. La prima volta era sera e la Cittadella dormiva, avevano lasciato aperta una sola stanza dove si esibivano dei danzatori che giravano su loro stessi con grandi gonne colorate, la danza della “tannura”.

La seconda era chiusa. La terza volta eravamo finalmente riusciti ad  entrare.

La luce accecante di mezzogiorno, veniva riflessa dal bianco sporco dei mattoni. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti e ho messo gli occhiali da sole, come una vera turista. La cosa mi dava fastidio perchè non mi sentivo affatto turista, ero lì per studiare, per vivere come gli egiziani, entrare nella loro cultura, studiare la loro lingua;  ma non riuscivo a guardarmi intorno con i miei soli occhi europei.

Novecento anni prima Saladino la usava per difendersi dai crociati cristiani. L’albanese Mohamed Ali Pascià, il primo khedivè d’Egitto, fu sepolto lì nella moschea che porta il suo nome e che luccica sulle monete da cinquanta piastre. Noi nuovi pacifici crociati per la sapienza, andiamo in giro per la storia, entriamo nelle moschee minori, lasciamo le scarpe, passeggiamo, osserviamo, rimettiamo le scarpe, offriamo qualche lira ai custodi della storia e delle scarpe. Dentro alcune moschee c’è chiasso, tra la gente che prega e quella che chiacchiera, ci sono bambini. Pregano anche loro con i papà, imparano da piccoli la religione, come un gioco.

Nella moschea di Muhammad Ali un uomo canta all’improvviso, la moschea gli fa eco e la sua voce risuona amplificata dalla cupola della moschea “Allahu Akbar”. La moschea parla? Prega anche lei con i credenti. L’eco del canto richiama gli sguardi dei visitatori che alzano la testa alla cupola sbalorditi. Ma non c’è nessuno che canta in alto.

Ci sono molti visitatori, molti egiziani. Ci guardano come se fossimo extraterrestri, ci deridono, parlano con noi, scherzano con noi, ci insultano, ci sorridono.

Quella mattina alla Cittadella, tra le stanze della casa di Muhammad Ali, una bambina piccola ha sorriso a Domenico, e poi il padre l’ha avvicinata a Domenico e lei, gli ha dato un bacio.

Anch’io scherzo un po’con la bambina piccola che sorride, con due dentini.

Poi proseguiamo per la nostra strada.

Saliamo in cima alla Cittadella nel punto in cui si vede il panorama del Cairo. Fa sempre più caldo e cominciano a sudarmi gli occhi. Ma questo non mi impedisce di percepire, al di là delle mie lenti scure, il panorama del Cairo. Davanti a noi, alla Cittadella, si stende  la grande città. Due moschee, una di fianco all’altra, sono in primo piano: la moschea di Sultan Hassan e quella di Al Refai. Si somigliano tantissimo, nonostante i cinquecento anni che le separano. Le altre costruzioni sono ammassate l’una sull’altra, in maniera disordinata. I tetti delle case sono delle discariche invisibili, per chi sta sotto. Qua e là tra la sporcizia dei tetti svettano i minareti. Sospesa a mezzaria, tra gli edifici fatiscenti e le strade si stende una nebbia grigia, fitta. Mi tolgo e mi rimetto gli occhiali, forse è il sudore. No. È il colore del Cairo, grigio smog, rosso terra, giallo sabbia, verde fango.

C’è la bambina della casa di Muhammad Ali.

Il papà ci riconosce e si siede affianco a noi. Un’ ombra si siede accanto a lui.

Umm Basmala è un velo nero con due occhi, neri. Parla e si muove senza far rumore.Venticinque anni e una bambina piccola, sorridente, forse ha preso quel sorriso che sua madre ha perso, inghiottito da un velo nero. Suo marito è dieci anni più grande di lei, un egiziano alto, magro, con i piedi e le mani grandi, scuro. Un vero egiziano.

Basmala è capitata per caso sulla nostra strada, tra i ventidue milioni di cairoti proprio lei.

Bism illah ar-ahman ar-rahim. È questa la basmala. Si dice che i buoni musulmani la recitino anche durante il coito, vuol dire: nel nome di Dio Clemente e Misericordioso. Basmala porta nel suo nome la grandezza di Dio, è piccola, innocente, non sa parlare, ma ha un nome che significa cose tanto grandi.

Basmala…suona bene in arabo. Sembra il nome di un fiore profumato, di una cosa buona, dolce, delicata.

Chiacchieriamo serenamente, Basmala gioca, Ala’ci parla di lei ogni tanto chiede all’ombra la traduzione in inglese di certe parole che noi non capiamo. L’ombra risponde a bassa-voce.

A un certo punto inizia anche lei a parlare con noi, raccontandoci della sua bambina, di quando l’ha avuta. Ci parla di Assyut, il paese a cui vengono lei e Ala’. Ci invita ad andarli a trovare.

Era entusiasta del nostro incontro del nostro arabo “rotto”, appena masticato, forse era la prima volta che parlava con degli stranieri. Non menziona il suo vero nome, dice solo che si chiama Umm Basmala, la madre di Basmala.

Ci guidano nel museo delle Forze Armate egiziane, spiegandoci la funzione degli oggetti in esposizione. Poi ci invitano a pranzo in una specie di fast-food, di cui l’Egitto è pieno, dove servono kebab e koshary – pasta con un sugo che ricordava vagamentela nostra bolognese. Mi colpisce il fatto che nonostante la loro palese povertà si mettano a nostra completa disposizione e ci mettano a nostro agio. Ci offrono da mangiare, pietanze a portata delle loro tasche che avrebbero inevitabilmente infettato lo stomaco di uno di noi, se non di tutti noi. In quel momento non ci passa assolutamente per la testa l’idea di rifiutare l’invito, il poco offerto da mani semplici può valere così tanto. Mentre ci incamminiamo per strada in cerca di un taxi, Umm Basmala si ferma davanti a una farmacia per acquistare una matita di “kohl” nero da mettere intorno agli occhi. Ne compra una anche a me, che incuriosita le chiedo cosa fosse. Poi mi dice di chiudere gli occhi e mi segna di nero lo spazio intorno alle ciglia, mi lacrimano un po’ gli occhi per la pressione. Apprezzo il gesto.

Ci siamo visti anche altre volte con loro; mi ero abituata a riconoscere Umm Basmala guardandola negli occhi. Una sera Ala’ ci invitò a cena in un locale. In tv trasmettevano un video di Britney Spears o qualcosa di simile, Umm Basmala guardava e io mi chiedevo cosa fosse peggio tra una ragazza che da venticinque anni fino a quando camperà sarà completamente ricoperta da un velo nero e un’altra che sogna di fare un giorno la finta rock-star per provare l’ebbrezza  di sculettare seminuda davanti agli occhi di tutto il mondo.

Ci hanno chiesto di aiutarli a venire in Italia, ma come spiegare ad Ala’ che uscire col volto coperto è reato in Italia, e che anche Umm Basmala avrebbe dovuto lavorare? Forse Ala’ avrebbe accettato subito, forse queste cose le sapeva già, forse non le avrebbe mai capite nè accettate e comunque noi non potevamo fare niente per portarli in Italia e credevamo sinceramente che non avrebbero trovato niente di meglio da fare nel nostro Paese. 

© Marianna Massa



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