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I matti morti e i matti vivi
di Frank Iodice
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In memoria del signor Duval, guardiano di Roblot.

Per un piccolo periodo della mia vita, quando ancora non ero diventato matto, mi ritrovai nella casa dell’anziana signora Nathalie Duval, all’ultimo piano di un edificio enorme, nel quale non si poteva accedere se non con tre codici che aprivano, rispettivamente, il cancello d’ingresso al parco della follia, il portoncino blindato all’entrata dell’Atrium “A” e infine la porta di casa Duval.

A quell’età, e con un cervello normale, impreparato alle onde irregolari del pensiero malato, non avevo la minima idea di cosa mi aspettasse, ero soltanto felice di avere un letto nel quale dormire e una doccia con l’acqua calda, che a quei tempi non era molto lontano dall’essere un vero privilegio, un lusso sfrenato come le bugatti davanti al Café de Paris o gli yacht di fronte al Martinez.

Dall’ultimo piano di quell’edificio scolpito in un cielo grigio perla, si vedevano passare le persone più piccole del mondo e si sentivano correre le carrozze dei treni che facevano lo stesso rumore del mare. Se ti sporgevi oltre le inferriate si vedeva anche il mare.

Di notte, quando l’anziana signora si ritirava per dormire con il suo televisore acceso, mi piaceva tirare via una tenda piena di polvere e sedermi di fronte ad una grossa finestra, un balcone direi, ma poco profondo. Deve avere un nome un oggetto del genere, balcone-finestra, finestra-balcone, ma non ne avevo idea allora e non ne ho idea tutt’ora. Bene, mi sedevo nel buio di quell’agghiacciante cucina, ascoltavo i treni e il mare e osservavo tutto quello che di sotto dava forma a questa città di matti.

Dei padiglioni color caramello coi tetti in lamiera, senza che io me ne accorgessi, emanavano un fumerello leggero color della morte.

Quando chiesi, da qualche parte in centro, che cosa ci fosse di fronte alla mia finestra, un uomo coi baffi e la pelle gialla paglierino mi spiegò che quello era l’obitorio della città, praticamente dove venivano portati i cadaveri prima di essere seppelliti o spediti nell’ufficio del sindaco con gli auguri di Natale. Era stata una vecchia del parco Ferber, la signora Annie, che un giorno aveva spedito una busta coi pezzi dei morti all’ufficio del sindaco. Ma questa è una storia che racconterò un’altra volta.

Adesso, capivo come mai attorno alla casa della vecchia Nathalie ci fossero tante pompe funebri da mettersi le mani nei capelli. Ce n’era una a ogni angolo, e in ognuna c’erano esposte le lapidi, i vasi con i fiori, i porta fotografia e tutti quei begli accessori che ti facevano venire la voglia di essere morto per farteli comprare. Poi però ti veniva in mente che da morto non li avresti visti nemmeno sulla tua tomba e così ti veniva di nuovo la voglia di essere vivo.

Dalla mia finestra a forma di balcone con la tenda piena di polvere mi ero affacciato una sera, era il mese di ottobre, mi sembra, o di agosto, non mi ricordo con precisione, quando li vidi per la prima volta…

Era una sera tiepida senza una nuvola né in cielo né in terra, non faceva freddo, anche se un turbinio di correnti, che veniva da non so dove, sembrava spazzare via tutta la polvere e riempirmi la bocca di terra e meraviglia.

I padiglioni che si susseguivano di fronte alla casa di Nathalie erano per lo meno due, o almeno erano due quelli che vedevo io mentre mi chiedevo che diavolo stesse succedendo a quell’ora della sera. 

Dal padiglione sulla destra venne fuori un uomo in tuta, una bella tuta acetata, bianca e verde, un paio di baffi e la pelle giallognola. Lo sapevo, quel tizio che mi aveva fermato in centro doveva essere il custode o uno dei becchini. Ma non c’erano macchine dell’impresa di pompe funebri e nemmeno quei graziosi furgoncini con le celle frigorifere per trasportare i morti su lunghe distanze. Il tizio coi baffi mi aveva raccontato che a volte gli “ospiti” arrivavano dall’Italia, dall’Inghilterra, dalla Svizzera, tutti belli congelati come dei ghiaccioli al limone. Dai furgoncini non cadeva neanche una goccia. Adesso capivo come mai ne andava tanto fiero e ne parlava con tanta passione.

Dal padiglione sulla sinistra, invece, continuavano a venire fuori quelle nuvole di fumo chiaro, quasi invisibile.

Mi resi conto che in tutto il quartiere, che era evidentemente un quartiere residenziale di gente morta o molto vecchia coi negozi di tombe dappertutto, la mia era l’unica luce accesa. Mi voltai immediatamente per spegnerla, ma proprio in quel momento la lampadina dopo un suono ovattato e una scintilla si spense da sola. Appena riportai gli occhi sull’ingresso del primo padiglione, mi accorsi che non c’era più nessuno. Tutto era di nuovo nel silenzio più totale. Soltanto il rumore sfumato di un treno che passava in quel momento mi svegliò dallo stupore e dalla curiosità, mi lasciò il tempo di ritornare alla mia tenda, alle mie idee; quel treno maledetto mi distrasse quel tanto che bastava per farmi dimenticare della morgue e della porta del primo padiglione spalancata a quell’ora di sera.  

Era tardi, era davvero tardi e avevo paura di domandare in giro se a quell’ora fosse normale che qualcuno aprisse i padiglioni sulla rue Sainte Marguerite. Per due ragioni. La prima era perché, se mi avessero risposto di no, mi sarei fatto venire un infarto – sono sempre stato un tipo pauroso, fin da piccolo, per me il confine tra i due mondi, quello della veglia e quello del sonno, era sempre stata la fase più spaventosa della vita e della morte di un essere umano – e la seconda ragione era che l’ultima volta che avevo domandato delle informazioni su quel maledetto posto era stato quell’uomo coi baffi gialli a darmele. E quella sera lo avevo rivisto lì ad armeggiare con il cancello d’ingresso.

Così preferii tenere la tenda impolverata chiusa per qualche giorno e rimanere sul mio tavolino a bere le spremute di mandarino mentre la vecchia Nathalie se ne andava a dormire col suo televisore.

La sera del tre novembre era la loro festa. Mentre passavo davanti ad una delle vetrine delle onoranze funebri sul lato sud della morgue mi sorpresi a vedere la fotografia dell’uomo coi baffi e la pelle giallastra che mi sorrideva dalla sua bella lapide colore del marmo. C’erano decine di facce in quella vetrina, era come un fottuto show della morte. E io ero lo spettatore, con la paura che mi ritrovavo, proprio io che mi ero ritrovato in quel quartiere per errore. Soltanto perché la vecchia Nathalie mi faceva pagare una miseria. Un momento! Perché la vecchia Nathalie Duval mi faceva pagare così poco? Era davvero poco considerando che lei se ne stava sempre chiusa nella sua camera da letto col televisore acceso ed io avevo tutta la casa per me.

Per fortuna le mie paure furono sedate da una buona dose di buon senso e pastis. Era sempre meglio riempire la pancia e la testa di pastis prima di affrontare i propri demoni, soprattutto quando li avevi visti in faccia e sapevi che era il tre novembre. Mi venne anche in mente di prendere una camera in albergo solo per quella sera, telefonai a due o tre alberghetti che conoscevo, ma era tutto pieno perché da tutta la Francia venivano i parenti dei morti matti per i quali si festeggiava l’anniversario. Non sapevo neanche dove fossero questi matti morti dei quali mi avevano parlato, così provai a fare una domanda non troppo esplicita per non ottenere una risposta troppo esplicita. Dove sarebbero questi matti morti? Che domande fai? Alla morgue. Andiamo bene, sto andando a dormire nel quartiere dei matti morti. Ma allora che diavolo ci faccio io nel loro quartiere se non sono né matto né morto? Non lo so, sei tu che te ne sei andato dalla signora Duval, lo sanno tutti che sei uno sporco necrofilo che va a letto con le vecchie quasi morte o quasi matte. Che cosa c’entrano le vecchie adesso?

Misi giù la cornetta del telefono pubblico al quale mi aggrappai con le ultime speranze che mi restavano e mi avviai lungo Sainte Marguerite. Era già sera, era una bella sera con due gradi e mezzo fuori e non so quanti gradi dentro.

Quella sera il televisore della vecchia Nathalie era a un volume ancora più forte del normale, infatti, dopo un paio d’ore nemmeno arrivarono le due vicine del piano di sotto, anche loro quasi morte, e mi chiesero di abbassarlo. Come? Finsi di essere sordo perché non volevo andare nella camera di Nathalie a chiederle di abbassare il volume. Come? Il volume! Come? Abbassi il volume del televisore! Mi dispiace non capisco un cazzo di niente, sono sordo come una campana. Il volume, per la miseria maledetta! Il volume del suo televisore! Come?

Andammo avanti per dieci minuti, poi finsi di afferrare qualcosa e gli chiusi la porta in faccia; a dire il vero puzzavano, e non poco, di qualcosa alla quale non si pensa mai, che poteva essere la morte o la santità. Mi misi le mani in tasca per cercare chissà che cosa e mi decisi ad aprire, per la prima volta da quando ero lì, quella benedetta porta.

Non ho detto che la casa dei Duval era piena di manichini e di teste tagliate presumibilmente da altri manichini, ma c’erano anche molti manichini ai quali mancava la testa, quindi qualcuna di quelle teste veniva da fuori e qualcun’altra da quella stessa casa. Io non ne avevo toccata nessuna fino a quella sera. Le porte erano rivestite da una carta da parati a fiori, erano delle rose bianche e verdi, erano orribili, piene di riflessi anche di notte. E per terra, non me lo ricordo cosa ci fosse esattamente, se una moquette o del marmo sporco che pareva una moquette.

Bah, lasciai una mano in tasca e l’altra mano la misi sul pomello di quella porta, le vibrazioni del televisore mi passarono prima nelle dita e poi. Dove arrivarono quelle maledette vibrazioni? Non me lo ricordo. Come è possibile che non te ne ricordi? Non me lo ricordo e basta. Aprii quella benedetta porta e mi accorsi di un fatto ben più sconcertante della morte e della morgue: la vecchia Nathalie tanto vecchia non era…

Quello che accadde quella notte del tre novembre mentre il televisore urlava sempre più forte resterà un segreto che non rivelerò mai. Quello che accadde dopo, invece, lo racconterò adesso.

Bravo, adesso a chi diavolo importa chi erano questi matti morti! Come sarebbe a dire? È il titolo della storia. Non importa più a nessuno, te lo vuoi mettere in testa che adesso l’unica cosa che voglio sapere è cosa hai fatto con la vecchia Nathalie nella sua camera da letto? Ti ho detto che non era affatto vecchia. Sei un necrofilo, un maledetto necrofilo, Jeff.

Il mio nome, prima che diventassi matto, quella sera del tre novembre, era Jeff, ma non ero un necrofilo. Giuro che la vecchia Nathalie non era vecchia. È inutile giurare il falso, un giorno tutti sapranno quello che hai fatto con quella pelle raggrinzita sotto le tue dita e la dentiera sul comodino. Non aveva la dentiera. L’aveva. No, ti giuro che non l’aveva.

Quella sera, quando scivolai fuori dalla camera da letto della vecchia Nathalie mi affacciai alla mia finestra dalla forma di un balcone. Il padiglione della morgue era di nuovo acceso, ma questa volta invece di un solo uomo in tuta ce n’erano almeno una decina, e delle luci soffuse venivano fuori dai finestroni socchiusi, proprio da dove era venuto fuori quel fumo il giorno in cui avevo visto l’uomo coi baffi e la pelle giallastra. Adesso che ci penso, anche Nathalie aveva la pelle un po’ giallastra. Doveva essere una caratteristica degli abitanti di quel quartiere vecchio e morto e matto.

Tutti gli uomini e anche alcune donne, sempre vestite con abiti sportivi e scarpette da corsa, quella sera si apprestavano a entrare nella morgue. Che diavolo stava succedendo? Ero curioso, un po’ spavaldo perché gli uomini dopo aver fatto quello che non posso raccontare in questa storia, in genere, si sentono così. Tuttavia, avevo paura di andare giù a vedere da vicino. Andiamo, se ne avevi voglia, ci saresti potuto andare, no? Che male c’era? Ti ho detto che avevo una paura fottuta che quella gente fosse tutta morta e stesse festeggiando il ritorno di Nathalie nel loro mondo perché, a giudicare da come l’avevo lasciata in quel letto, doveva essere davvero morta. Come sarebbe a dire, “davvero morta”? Pensavo che fosse morta dal momento che era rimasta talmente contenta di quello che era successo che si era messa lì sul letto a fissare il soffitto proprio come una morta, una bella morterella niente affatto vecchia.

I morti matti intanto entravano e uscivano come in una processione, senza curarsi della luce accesa di fronte a loro. Ma la lampadina era saltata! Come diavolo era possibile che la luce fosse di nuovo accesa? Questo lo devi sapere tu, sei tu che hai inventato questa storia. Ti ho detto che non l’ho inventata. Allora, vidi di nuovo l’uomo coi baffi, quei bei baffetti che sembravano uno scopettino da camino, che discuteva con un ragazzo dal sorriso divertente; era un ragazzo con tanti denti da sembrare un cavallo che nitriva davanti all’ingresso di una stalla. Adesso che ci penso, la morgue aveva la forma di una stalla, una bella scuderia piena di cavalli, e i tetti non erano di lamiera ma di un rosso color terracotta. Ma un attimo fa hai detto che erano di lamiera! Niente affatto, io non l’ho mai detto. Certo che lo hai detto, hai detto “padiglioni color caramello coi tetti di lamiera”. Me ne ricordo, volevo dire che c’erano delle lamiere da qualche parte. Il fatto è che per la paura di ricordarmene negli anni a venire – come è successo − cercai di evitare di fissare i dettagli nella testa e mi limitai a lasciarli scorrere negli occhi. Dopotutto, cosa mai poteva succedere? Ecco cosa successe, te lo dico io.

I morterelli matti si accorsero che io li stavo fissando e che tenevo di nuovo la luce accesa. I granelli di polvere, che scendevano come neve dalla grossa tenda di Nathalie, gli caddero sulla testa e gliela imbiancarono. Dal padiglione più grande, quello che sembrava una stalla con le finestre sigillate e il fumo che scappava dal tetto, vennero fuori altri due uomini in tuta e scarpe da ginnastica, erano belli in forma, io invece erano mesi che non facevo altro che spiare i morti da quella tenda. Aveva anche i buchi e le toppe quella tenda, era impregnata di polvere e puzzava di olio di semi di arachidi.

Quando mi accorsi che la combriccola stava attraversando la strada in direzione della casa di Nathalie, e che conosceva tutti i codici per aprire i cancelli, mi dissi: Se stanno venendo qua, ci può essere una sola ragione. Tanto vale preparare la vecchia Nathalie con una bella tuta acetata e le scarpe da ginnastica! Ma che ti viene in mente? Nathalie non ce l’ha le scarpe da ginnastica. È una povera vecchia senza neanche un paio di scarpe da ginnastica. Basta, ti ho detto che non era vecchia. E comunque il problema che mi si presentò fu ben diverso. I matterelli salirono per le scale saltando i gradini di quattro in quattro. Dovevano essere le scarpe. Si misero davanti alla porta e chiamarono. Nathalie, Nathalie, lo sai che non ti possiamo obbligare, ma ce lo avevi promesso. Che cosa? Chiesi io, fingendo di essere lei. Ci avevi promesso che saresti venuta alla festa. E non ti portare dietro quel necrofiletto schifoso. Adesso basta, ne avevo abbastanza della storia del necrofilo. Vi ho detto che la vecchia non è poi tanto vecchia, anzi, non è nemmeno morta, quindi non può venire alla vostra festa alla morgue stasera, se ne parla un’altra volta. Adesso andate via, sciò, altrimenti sarò costretto a chiamare i becchini e farvi rimettere dentro. Guarda guarda chi si vede, il necrofilo tirchio che paga quattro soldi di affitto. Che ne sapete voi di quanto pago per l’affitto?

Allora, lo dirò con un po’ di paura e redenzione: in quel momento apparve la vecchia Nathalie, ed era davvero vecchia e decrepita, i matti morti avevano ragione su tutto. Mi sentii davvero in un vortice d’acqua fredda. L’uomo coi baffi mi afferrò per un braccio e mi trascinò giù per le scale. No, aspetta, non sono ancora morto e neanche matto, non posso venire alla vostra festa. Non ti preoccupare Jeff, c’è una soluzione per entrambi i problemi.

Quando arrivammo ai piedi della grossa porta di ferro della morgue, mi voltai verso la mia vecchia casa, la tenda era gialla e piena di polvere, una luce leggera e sporca vi passava attraverso e rivelava la sagoma di Nathalie che piangeva perché era rimasta da sola con il suo televisore. Si sentiva Ridge che urlava contro Brooke.

Dall’altro lato della strada c’era la vetrina delle pompe funebri. Aspettate, dissi ai matterelli, dal momento che non so cosa ci sia lì dentro, entrare nel padiglione per me equivale a morire, se voglio intendere la morte come un passo nell’ignoto e nient’altro, perciò voglio esprimere un ultimo desiderio. Intanto il fumo era aumentato e le finestre enormi che riflettevano la notte nizzarda si erano appannate come i finestrini di una macchina piena di sospiri.

Acconsentirono e mi lasciarono il braccio, era livido e mi faceva male da morire. Appena arrivai davanti alla vetrina capii tutto, me l’ero cercata io, ed era tardi per recuperare la vita e la ragione. Sulla lapide di marmo nella quale la fotografia dell’uomo coi baffi spiccava come un’isola in mezzo a un mare di latte, c’era una scritta a caratteri dorati che, non so come mai, non avevo notato prima. C’erano anche le rose, quelle maledette rose bianche e verdi. Eppure passavo davanti a quella maledetta vetrina tutti i santi giorni! Che cosa c’era scritto? E che ne so io? Come sarebbe a dire “che ne so io”? Lo hai detto un attimo fa che avevi letto qualcosa. Ah si, è vero, la scritta. Beh, proprio un attimo prima che mi ritrovassi con una tuta e le scarpe da ginnastica a correre nel cortile della morgue, avevo letto il nome dell’uomo nella fotografia, Jeoffrey Duval. Ah ah ah, Jeff! Sei proprio un mattacchione e hai una tuta e un paio di scarpette da ginnastica bellissime; ti servono a correre dietro alla tua follia, non è così? Sccccc, ascolta, il rumore del mare si confonde con quello del treno…

© Frank Iodice



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