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Sono una gattina
di Costantino Posa
Pubblicato su SITO



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In realtà sono una gattina. Tutti mi chiamano Birba, persino la famiglia dove sono andata a vivere. E’ una cosa strana che risale a parecchio tempo fa. Un bel giorno una signora che mi ha visto nascere mi ha consegnata nelle mani di una bella ragazzina. Poi mi hanno fatto capire che si chiamava Valentina. A dire il vero, io non mi ricordo molto del tempo prima, ma a quanto pare la mia famiglia d’ origine essendo troppo numerosa, aveva creato non pochi fastidi in quella casa precedente. Qualcuno di noi doveva sacrificarsi ed ai voti mi fu affidata, senza saperlo, l’ingrato compito di sfrattare. Come ho detto, non mi ricordo affatto come sono finita in questa famiglia un po’ strana. Per tutta la vita non ho fatto altro che cozzare contro persone diverse e cose strane.Ad essere sincera pensavo di affibbiarmi un altro nome, ma poi le cose non vanno come uno se l’aspetta... Birba ci può anche stare.
C’è in questa casa solo una persona che non mi chiama così ed è quel signore alto con i baffi. Spesso lo sento imprecare. Un giorno mi chiama col mio nome. Un altro giorno mi dice – “signorina”. Il giorno dopo esordisce dicendo – “giovane”. Non capisco, se è stato deciso in una riunione di famiglia che il mio nome doveva essere Birba, non vedo perché ogni tanto qualcuno si diverte a cambiarmelo. Poi c’è quella signora anziana, mi urta i nervi, perché non gioca mai con me. Ogni qualvolta che mi avvicino, al massimo mi tira un calcio, non si degna neanche di salutarmi. Non parliamo poi di quell’ altro giovanotto tutto muscoli. Ogni tanto appare, questo va bene, evidentemente avrà tanto da fare. Lo sento spesso parlare, mentre accende la TV, dice : “ che si mangia? ”. Poi all’improvviso scompare, non solo di pomeriggio, ma anche tutte le sere. Quelle poche volte che sta con noi, si stende su quel suo divano tutto dritto al televisore e non fa altro che maneggiare un piccolo affare nero con dei tasti. Da quel momento è come se non ci fosse più nessuno. Se suona il telefonino, dice : “ ci è moh ? “.
Ogni tanto esplode, non di gioia, ma mentre cerco di riposare dopo un’ ora di caccia sul tetto, all’improvviso scoppia, borbotta e non vorrei neanche dirlo, spesso bestemmia. Non ho ancora capito a chi si rivolge.
Ho provato a guardare il monitor, non ne capisco, vedo soltanto tante maglie dello stesso colore, correre a destra e a sinistra dietro una palla. Un giorno ho provato a prenderla, ma era tutto piatto, tutto finto.
Ora devo dirvi la verità. C’è una persona che a me piace più delle altre. Parlo di quella signora che sin dal primo giorno mi ha sorriso, mi accarezza, mi coccola. Spesso mi prende tra le sue mani e dice :” tesoro mio che c’è? ” mentre mi gira e mi rigira come se fossi un gomitolo di lana morbida. Io certe volte sto al gioco, altre volte cerco di morderla, è dolce come una mamma e allora desisto e mi lascio convincere dalla bontà delle sue ricette. Tra le mie favorite, ci metto quella simpaticona di Valentina, anche lei è una gattina, anche se devo ammettere, tante volte scappo, perché ho capito che mi vuole bene, solo che spesso mi assale, mi sballotta di qua e di la, fino a quando, arrendendomi, decido di non muovermi più, sperando che tutto si fermi.
Ad essere sincera, non sono molto contenta per le ricette che mi preparano. Il giorno in cui preferisco un po’ di pesce, mi riempiono la ciotola di manzo. Quando mi aspetto di avere della carne, trovo pronto una specie di pane, solo che non capisco, perché è dolce, eppure dovrebbero saperlo che ho un po’ di diabete. Ma la cosa che mi fa più arrabbiare è che ogni tanto, senza che io l’abbia mai chiesto, a cena mi riempiono il vassoio di una cosa chiara con i buchi. Sembrano tanti tubicini di plastica. Loro dicono che si mangiano, ma ad essere sincera a me fanno un po’ schifo, non danno di niente. Certe volte mi convinco che forse sarò costretta ad usare le unghia. Vi spiego : “ ci ho messo tante notti ad abituarmi a dormire nel mio letto, giusto al centro, quello grande, dove spesso sento la signora russare, ma da un po’ di sere mi prendono nel bel mezzo di un sonnellino e mi sbattono, anche se con modi gentili, in un cestino con una copertina vecchia che sicuramente appartiene a quella signora muta che quando cammina sembra una macchina con il freno a mano tirato. Tra l’altro ho notato che è già sfilacciata ai bordi. Se ero io a decidere, quella vecchietta la metterei fuori casa. Che ci sta a fare con noi? Non fa niente, sporca dappertutto e tante volte quando la portano al bagno, si sente una puzza incredibile.
Mentre io, il mio bagnetto lo tengo sempre in ordine e se mi accorgo della mancata sostituzione della sabbia, mi rifiuto di entrarvici dentro. Piuttosto preferisco farla in un vaso. Un’altra cosa strana l’ho notata in quel signore di prima, quello che tutti chiamano papà. Mi sta facendo perdere la voce. Quante volte gli ho chiesto di farmi uscire in terrazzo e lui ride soltanto e mentre io mi affliggo ad implorarlo, il tempo passa e gli uccelli volano via. Neanche capisco, perché non và a lavorare, sta sempre tra i piedi, sempre con quelle carte e matita in mano. Mi chiedo cosa scrive, per me avrà dei grossi problemi. Una sera poi mi ha fatto mangiare dei grossi pezzi di carne, per poco morivo soffocato. Quante volte ho detto a tutti di farmela ben cotta e a pezzi piccoli. E poi, mi piacerebbe averla quando ho fame, non solo quando lo decidono loro.
Altra tragedia è quando Valentina fa i compiti. Per non sentirle gridare, spesso m’infilo in quei cassetti così pieni che sono costretta ad appiattirmi come una sogliola, per poter riposare in santa pace. Poi c’è, ogni tanto quel ragazzino che viene a fare i compiti da noi. E’ più piccolo degli altri, ma non fa altro che mangiare. Fa il testo e vuole bere. Fa matematica e chiede una banana. Deve leggere e si mette a parlare di play-station. Mi piacerebbe sapere cosa viene a fare da noi. Mi occupa la casa. Mi distrae la famiglia e mi svuota il cestino della frutta. Una volta l’ho visto cadere per le scale con quel suo enorme zaino. Senza gridare, solo che quando arrivò giù in fondo alle scale lo sentii esclamare :” per poco prendevo un pesce ”, cosa centra il pesce con la sua caduta? Non parliamo poi di quel altro signore che ogni tanto la domenica viene a prendere il te. Una domenica si e una si. Come arriva, con quella sua pelle scura coperta quasi sempre da una barba che secondo me, lo invecchia molto, urla a squarciagola, non mi sembra italiano e poi si rivolge soltanto a me. Mi spaventa, faccio per scappare, ma la casa è così piena da non riuscire a trovare un angolino libero dove nascondermi. Poi tra l’altro spesso si toglie le scarpe e si stende su quei divani chiari da poco lavati. Un’altra cosa che mi fa rabbia è perché mi hanno tenuta chiusa dentro, senza dirmi dell’esistenza di un giardino. Quando un giorno sono riuscita a scappare dal balcone, mi sono resa conto che da quelle parti gironzolavano altri miei simili. Anche le farfalle mi fanno innervosire. Quando cerco di afferrarle, si spostano all’improvviso. Faccio tanti di quei salti, ma inutilmente. Tante volte quando mi costringono a risalire in casa, faccio per riposare e vorrei essere capita : la vita all’aria aperta è bella, ma consuma energia, quindi mi piacerebbe rilassarmi un po’ vicino alla stufa o giù, vicino al computer, ma cosa succede? C’è sempre uno della famiglia che sistematicamente ogni due giorni, se ne và in giro con quel aspirapolvere rumoroso e ingombrante.
Perché non fare le pulizie quando sono in giardino? Vivremmo tutti in santa pace. Un giorno mi sono permessa di addentare una ciambella appena uscita dal forno. Un casino della malora. Mi sono detta :” cosa sarà mai, tanto dopo me la danno lo stesso ”. E poi si parla tanto di famiglia, dello stare insieme, di cenare insieme, ma ogni volta che cerco di sedermi a tavola insieme a loro, c’è sempre il più intelligente che mi afferra per il collo e mi sbatte a terra. Così non si può vivere, non c’è dialogo, non c’è rispetto, c’è solo emarginazione, e poi io sono curiosa. Mi piacerebbe sapere dove và sempre tutti i giorni, tutte le sere, quel Nicola. Quello che parla sempre di un certo Adriano. Tutte le notti, arriva tardi, zitto-zitto sale in mansarda in punta di piedi, ma poi di colpo accende la luce, la TV,. Io sto dormendo, apre il frigorifero, beve alla bottiglia, fa dei rutti da brivido, va al bagno, scarica. Poi apre quel suo letto rumoroso, sempre con quel telefonino in mano. Facendo così mi rovina il sonno, poi al mattino dopo sono nervosa, non riesco a fare le fusa e per farmi le unghia, spesso prendo certi ceffoni. Una volta mi si sono infilate in una tenda. Mi chiedo di che cosa sono fatte tutte queste tende che ogni tanto vedo arrivare in casa. Si è strappata tutta e per poco sbattevo i denti sul pavimento.
Quando poi, il micio del vicino è venuto a miagolare dietro alla porta, ho visto uscire sempre lui, il papà con una scarpa in mano. Correndo come un matto, poi dice che gli fa male la schiena. L’altro giorno per farmi rientrare in casa, mi è corso dietro con il tubo dell’acqua. Eppure lo sanno tutti che noi gatti odiamo bagnarci. Mi sa tanto che questi uomini hanno parecchie rotelle fuori posto. Per fortuna, qualche volta, in queste notti fredde mi fanno dormire con loro, almeno resto un po’ al caldo e se al mattino qualcuno si alza presto, me ne accorgo subito, così lo seguo e con un po’ di fortuna lo convinco ad aprire quel barattolino di manzo, sempre chiuso nel frigo, in cassaforte come fosse un lingotto d’oro. Forse un giorno prenderò anch’io carta e penna, così metterò per iscritto le regole di buona convivenza, altro che protezione animali. Questi umani sono proprio da riformare. Se ne vanno a Lecce e mi lasciano tre giorni da sola con quella specie d’interista. So io cosa ho passato in quei giorni. Le luci tutte accese. Musica ad alto volume. Frigorifero sempre aperto. Piatti sporchi. Da mangiare sempre lo stesso menù. Sempre riso e se cercavo di reclamare, mi lanciava subito una ciabatta. Un’ altra cosa che mi irrita è quando mi prendono per la coda, come se fosse un manico di una paletta. Alcune mattine per far felice il mio padroncino, gli ho portato le calze sul letto, ma poi quando ho visto che lo pretendeva tutte le mattine, ho piantato tutto e ho detto basta. Io sono abituata ad essere una gattina. Non credo di essere un cagnolino a cui basta un ossicino per farsi fregare. A me piace essere servita e mi fa rabbia vedere quei passeri sull’antenna. Io li chiamo, mi strozzo e loro niente, se ne stanno lì fermi a guardare il panorama. Adesso devo scappare, c’è quella signora nel quadro che non si degna di rivolgermi la parola e pensare che ho passato tante di quelle sere a farle il filo, ma niente, è sempre lì immobile. Ricordatevi soltanto che, anche se mi chiamate Birba, io sarò sempre una signora gattina.

© Costantino Posa



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(1) Sono una gattina di Costantino Posa - RACCONTO
(2) Il lento mutar. di Costantino Posa - POESIA
(3) Mamma due volte di Costantino Posa - POESIA
(4) La verità di Costantino Posa - POESIA



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