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L'edicolante
di Anna La Rosa
Pubblicato su SITO


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Ho fatto spallucce alla domanda che il ragazzo dai capelli rossi mi ha rivolto. Può avere intorno ai trent'anni, ma ha già i capelli prematuramente diradati ai lati della testa e sul cranio e una faccia che invita a prenderlo a sberle, se ne trovano, a volte, di tipi così, basta uscire in strada di notte, dopo aver bevuto due bicchieri di troppo per dimenticare tua moglie. A volte faresti volentieri a cambio con l'individuo con la faccia da scemo che ti fa una domanda che hai già sentito decine di volte, negli ultimi due anni. Non è la prima volta, come vorrebbe credere il ragazzo, vecchia storia, come lo è la cicatrice in mezzo alla mia guancia destra, ferite di guerra potrei dire, ma non sarebbe la verità e vorrei poterla dire tutta, un giorno, raccontare tutta la maledetta storia pagandone magari le conseguenze e ripulirmi una volta per tutte. Perché tengo aperta, di notte, l'edicola sotto il portico di Ponte Vecchio? Ho le mie buone ragioni per farlo, come dicono tutti, se messi con le spalle al muro. Ogni volta che sento quella domanda è come se precipitassi nuovamente nell'incubo. Eilà come ti butta vecchio mastino? – La voce di quel ronzino mi desta dai miei ricordi, il taxi che guida, sempre di notte, ripercorre la via deserta e non manca di salutarmi, ha una faccia da cattivo che è solo una maschera, conosco veramente i cattivi, appartengono a un altro mondo, quello che io ho lasciato da anni. Non oso più avventurarmi di giorno per le vie del centro, una prova di quello che potrebbe succedermi mi ha fatto perdere tutta la bellicosità che metto di solito nelle mie azioni. L'aria è fredda e si condensa dalle nostre bocche in nuvolette vaganti, ho le mani nei guanti, ma c'è il gelo lì dentro, niente riuscirebbe a riscaldarle. Cosa c'è di tanto infamante a voler rivedere il sole! Niente, se non mette a repentaglio la tua vita. Mi è stato proibito di salire dove il cielo è limpido, dove due mani che si stringono forti sono il preludio all'amore, dove se hai del pane puoi far contenti dei piccioni o specchiarti nel lago che riflette allusivo i colori dell'anima, quando anima c'è ancora. Ma in me è finita da un pezzo, e il prezzo da pagare è così alto per quello che ho fatto e continuo a fare che non saprei da che parte cominciare, se dovessi raccontarvi tutta la storia. A volte si muore di colpo, io sto morendo giorno per giorno da due lunghi anni.

Ho preso un treno per l'inferno l'estate di due anni fa, il sole cocente era il mio solo compagno. L'uomo che avevo conosciuto al circolo mi aveva dato appuntamento fuori città, era la prima volta che lo vedevo e mi diede speranza per un lavoro. Avevo chiesto in giro ma nessuno sembrava sapere da dove fosse piovuto. Il treno sferragliante conciliava il sonno, col capo reclinato e madido di sudore mi svegliai di soprassalto quando sentii il fischio e la frenata. Mi era stata ritirata la patente quando in stato di ebbrezza avevo messo sotto mia suocera, ma non ero lontanamente ubriaco come avevo fatto credere alla polizia, lei adesso riposa sotto una coltre di terra, dove finalmente ha finito di far andare quella bocca chiudendo finalmente quel maledetto becco. Io da allora viaggio in treno. Sono un uomo qualunque, un viaggiatore silenzioso, un anonimo quarantenne che a momenti ne dimostra sessanta. Si scende! – Disse il mio compagno di viaggio con la ventiquattr'ore che gli sbatteva contro la gamba, non capivo il suo abbigliamento in quel caldo afoso, non si era tolto nemmeno la giacca e sotto portava dei pantaloni così attillati che credo facesse una fatica incredibile a infilarseli. Il modo che aveva nel muovere le mani mi ricordava tanto una checca. Annuii prendendo il mio bagaglio che consisteva in una borsa di plastica con un cambio dentro. Proprio caldo oggi – continuò senza ricevere risposta. I suoi occhi acquosi mi guardavano come se fossi una forma strana di vita, sfarfallavano al mio indirizzo quasi a provocarmi. Cosa c'è di strano? Ha visto qualcosa di verde? – Chiesi mentre alzavo le braccia a prendere il mio magro bagaglio. Niente, per un attimo ho creduto di conoscerla. E aveva torto? – Gli chiesi, quasi sfidandolo a continuare una conversazione che aveva dell'assurdo. Non credo che sia lei quella persona. Lo credo anch'io! – Mi stava saltando la mosca al naso, come in quel periodo succedeva quasi ogni giorno. Mi scusi – disse l'altro, cercando di uscire dallo scompartimento e allontanarsi al più presto. Lei è frocio? – Mi sentii chiedere, e quando vidi due chiazze rosse sul viso del ragazzo capii che avevo centrato il bersaglio. Cerchi di guarire – gli urlai dietro, mentre si allontanava frettolosamente. Un'anziana signora che aveva sentito solo l'ultima parte del discorso mi si avvicinò afflitta – è qualcosa di grave? – Chiese. Direi di si, è incurabile – la donna si fece il segno della croce in direzione del ragazzo che non si voltò. Ci sono grandi ospedali specializzati – mi informò la donna con i capelli tinti di quello schifoso azzurro che hanno quasi tutte le persone anziane. Per la sua malattia c'è un solo modo per guarire. La donna mi guardò fiduciosa – vede che c'è una speranza? Gettarsi giù da un ponte! La signora dalla strana chioma si rannuvolò in viso e si allontanò a passo spedito. La mia risata la seguì lungo tutto il corridoio.

Ero stato in cura per un po' di tempo dopo l'affare di mia suocera, più per non sentire mia moglie che per altro. Un giovane dottore, con la scriminatura in mezzo e tracce di forfora sul risvolto del camice verde, cercava di convincermi che tutto poteva risolversi assumendo delle pilloline azzurre. Le gettavo nel water e tiravo lo sciacquone appena mi venivano date, credo che ci prendessimo in giro a vicenda, e sospettavo che quel giovane forforoso conoscesse la verità sondandomi il fondo degli occhi. Mi avevano appiedato, i compaesani mi guardavano con sospetto, credo che questo potesse bastare come punizione. E invece persi il lavoro.

Scesi dal treno e.... Lo notai da lontano. Anche se lo avevo visto una sola volta, lo riconobbi all'istante. Indossava un vestito nero che in quell'afa mi metteva il prurito addosso, gli feci cenno con la mano ma non ricambiò il mio saluto, si stava allontanando e per un attimo credetti di essermi sbagliato. Lo seguii, nel caso ci avessi visto giusto, avevo affrettato il passo nel farlo, ma era scomparso dietro l'angolo. Corsi in quella direzione e all'improvviso quasi gli finii addosso. Da dove era comparso se un minuto prima la strada era deserta?

Mi mise una mano davanti la faccia come a voler mimare una grata di prigione e mi sentii come soffocare da quello strano contatto, il cielo era d'ardesia su di noi, il mondo sembrava fermo. Come se si fosse fermato dopo che c'eravamo rivolti la parola. So che l'affare di tua suocera non è stato un incidente – cominciò, prendendomi alla sprovvista – sono interessato a quella piccola parte di nero che c'è in fondo alla tua anima. Non lo capivo, non riuscivo ad afferrare il nesso del discorso. – Cosa c'entra mia suocera con il lavoro che ha da offrirmi, se adempierà alla promessa che mi ha fatto giovedì scorso? Mia suocera è un capitolo chiuso. Io l'ho riaperto oggi – continuò – non puoi sfuggire alle tue responsabilità davanti alla legge, come non puoi sfuggire a me in questo momento. Feci per allontanarmi, come avevo fatto centinaia di volte con altre persone quando le cose per me si mettevano al peggio. Non riuscii a muovere un passo, era come se le mie gambe fossero diventate blocchi di cemento sulle quali credevo di sprofondare. Mi ascolterai – disse col viso cinereo del becchino – non hai alternative – lo farai anche se il tuo primo istinto ti urla di scappare. Mi leggeva nel pensiero, così cercai in un ultimo barlume di coscienza a pensare a qualcosa d'altro, alla corda di una bambina che salta contando. E questo facevo io, contavo nella mente per non starlo ad ascoltare, per non sentire tutte quelle fandonie. Allungò una mano nella mia direzione, indicandomi con un dito ricurvo lungo e legnoso come non avevo visto mai – mi ascolterai perché questi sono gli ordini, aprirai ogni notte l'edicola di Ponte Vecchio e la gestirai per i nottambuli che vorranno servirsene. Dai loro ciò che chiedono e quando torneranno, perché torneranno a chiedere la ragione per cui si sentono un nugolo di vespe in testa, tu li farai accomodare nella stanzetta che c'è sul retro dove ci sarò io a riceverli. Non è necessario che tu sappia altro. Avevo delle domande ma mi sfuggirono dalla mente, ero terrorizzato. Hai capito tutto? – Continuò. Annuii. Si era già allontanato quando chiesi all'aria intorno – come faccio a sapere dove si trova Ponte Vecchio? Una risata sguaiata mi risuonò lungo il corridoio della mente facendomi cadere in ginocchio, un passante affrettò il passo quando vide nei miei occhi la follia, non posso dargli torto, avendolo potuto fare anch'io sarei scappato via da me stesso. Ero sudato, terrorizzato e prossimo alle lacrime anche se l'ultima volta che lo avevo fatto era stato quando era morta mia madre. Ma le lacrime quel giorno sembravano avere una vita propria, scorrevano sulle mie guance ricoperte da una barba incolta con la naturalezza delle nuvole che riversano sulla terra tutto il loro umido carico. Mi rimisi in piede solo qualche tempo dopo, quando ridiventai padrone delle mie azioni. Mi ero imbarcato in qualcosa che sfuggiva alla mia comprensione, questo mi terrorizzava. Alzai gli occhi al cielo, che chissà perché era ritornato quello di prima. La folla transitava nelle due direzioni come se non esistesse nemmeno, sulla faccia della terra, un essere indefinito che si faceva ubbidire semplicemente mandandoti in pappa il cervello. Un momento prima mi ero sentito forte e saccente col ragazzo del treno, adesso ero io un essere inerme che strisciava piuttosto che mettersi in piedi per paura di cadere.

La stanza d'albergo che potevo permettermi era una topaia, ma serviva almeno a chiudermi fuori dal mondo e anche se sentivo le reti del letto che cigolavano nella camera accanto, o uno stereo a tutto volume nel cuore della notte, il mio solo pensiero era di chiudermi nel mio cantuccio e aspettare. Ho aspettato una settimana prima che mi fossero forniti dei ragguagli. Dopo cominciò l'inferno.

Sono due anni ormai che gestisco l'edicola, due anni, durante i quali ho cancellato dalla mia vita moglie e figlio, ho pensato bene di non coinvolgerli, di risparmiare almeno a loro le tribolazioni alle quali sono sottoposto continuamente. Non so ancora, dopo tutto questo tempo, cosa succede nel retro dell'edicola di notte, quando il mio padrone riceve gli ultimi avventori della zona. Non so cosa capita loro durante le visite, non mi è dato di sapere. Ma forse ieri ho compreso più di quanto vorrei..... Non avevo sonno l'altra notte..... Mi sono alzato alle sei e sono arrivato fino a questo covo malsano, ho aperto con le mie chiavi come faccio solo di notte e l'occhio mi è caduto su un oggetto che s'intravedeva attraverso la tenda che divide il negozio.... Ho attraversato l'andito col fiato corto, ho raggiunto lo strano oggetto e mi sono chinato a raccoglierlo. Era la scarpa di una donna, normale per certi versi, col tacco basso e la tomaia di cuoio... Solo che... internamente era sporca di sangue. Sangue appena rappreso, come se fosse colato lì dentro da non molto, il cuore mi ha fatto un balzo nel petto e mi sono detto che potrei tagliare la corda. In un momento di autolesionismo ho pensato al mio grado di sopportazione, qualora il mio padrone e datore di lavoro mi somministrasse la sua strana medicina, e mi sono detto che non sono in grado di sopportare tutto questo dolore. Forse ancora per un po' di tempo chiuderò gli occhi. Ma non è forse una rinuncia? Quando credo di poter abbandonare tutta la faccenda? Avanti di questo passo, mai. Sono già trascorsi due anni e non ho avuto ancora il coraggio di accettare le conseguenze, nel corso di questo tempo ho trovato degli strani manufatti al mattino, strane tracce scure sui muri. Ma stamattina credo di aver trovato quanto cercavo, la certezza che tra non molto toccherà a me, se non riuscirò a fare qualcosa per questa mia vita sconsiderata. Durante gli anni ho visto la mia faccia sul giornale e dei brevi trafiletti dove si menzionava la mia scomparsa, ma è da mesi ormai che sono scomparso anche da quelle pagine che riesco a leggere anche dalle mani dei clienti. Ma è come se non mi vedessero, ho il sospetto di essere diventato trasparente ai loro occhi.

E' notte, sono dietro il bancone come sempre, il taxista con la faccia da mastino rallenta e lancia un saluto nella mia direzione, vedo i miei clienti che stanno salendo sulla sua vettura e adesso capisco tutto. Almeno riesco a capire una parte della situazione, il taxista è uno di noi, per questo mi rivolge la parola. Il suo è uno strano taxi, credo di non aver nessuna voglia di salirvi mai, neanche in futuro, il suo sorriso ammiccante mi fa capire che la sa lunga sull'argomento. Sfreccia nella notte come un dannato, le luci della sua vettura scompaiono dietro l'angolo. Ho deciso che questa notte sarà quella buona, ma prima devo vedere cosa succede in quella stanza sul retro che sembra un gabbiotto. Ho il terrore addosso, ma questa non è vita. Il dolore di questi anni e la forzata solitudine mi hanno temprato e fatto maturare, non ho mai dato niente senza chiedere in cambio l'anima alle persone, e forse è quello che sta facendo il mio padrone in questo momento con me. Ho sempre snobbato le persone, etichettandole, mi sono sporcato di sangue, adesso sto pagando, ma non vedo un termine alla punizione. Mi rendo conto che sotto un altro aspetto sto facendo quello che facevo nel mondo di sopra, umiliare e uccidere anche se indirettamente, perché sono sicuro che questo succeda di notte nel retrobottega e voglio che tutto questo abbia un termine, qualunque sia il prezzo da pagare. Sono nel retro da due ore, mi è stato detto di rimanere al mio posto, non vedo perché il mio padrone non dovrebbe fidarsi se gli ubbidisco da quasi tre anni, parecchie volte sono stato tentato di andare a sbirciare nei suoi maneggi, ma ho avuto paura e sono tornato al mio posto. Procedo un passo alla volta, un pensiero alla volta, in questa notte nera e senza stelle. Il vapore che sale dalla strada sembra emanare un odore come di zolfo, mi sono abituato da tempo, anche se a volte la sensazione di soffocare è più forte di me.

Mi stavo allontanando dalla mia postazione quando mi si è avvicinata una ragazza, credo che sia sui trenta, e mi ha chiesto di condurla sul retro, niente di nuovo, ne ho accompagnati a decine – una mia amica mi ha parlato di un nuovo metodo di rilassamento e in questi giorni è come se avessi delle api in testa – mi dice. Le suggerisco di ritornare un'altra volta, ma solo per allontanarla, perché quello che ho in testa io non va rimandato, o mi passerà tutto il coraggio. - Le consiglio di ritornare a casa, ci sono dei malintenzionati nella zona di notte, torni un'altra volta! Mi guarda come se non capisse – mi è stato detto di venire in qualsiasi momento – dice quasi adirata - non ce la faccio più a continuare, penso continuamente alla morte. Entrando la vedrai – vorrei poterle dire, ma mi è vietato dalle circostanze, Mi faccia un favore – le dico invece – ritorni domani, intanto io parlerò di lei al mio padrone. Mi sorride nel congedarsi, non sapendo che le ho appena salvato la vita. Ma per gli altri come la mettiamo? – Penso – Sono stato suo complice per anni. Ha cercato me perché la mia anima non era quella di un penitente, ma di un peccatore reiterato.

Sono arrivato alla parete che mi separa da lui, ma non ho più paura. Sto entrando e non m'importano più le conseguenze... Quello che conta è il fatto di aver salvato almeno quella ragazza... Forse questa notte sarò in grado di fermarlo, forse no, ma devo almeno tentare... Comunque domani saprete com'è andata... Dai giornali. Ma vi consiglio un'edicola che non sia quella di Ponte Vecchio.

© Anna La Rosa



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