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L’incapacità del verbo essere.
di Carla Montuschi
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Dicono che crescere sia molto difficile.

Mi guardo allo specchio solo quando devo, solo quando mia madre mi obbliga a rendermi un poco più presentabile e ciò che vedo è sempre lo stesso mucchietto d’ossa allampanate che si allungano stentando a prendere i tratti di un adulto. A scuola sono lo spilungone, quello che è talmente alto che il “riscaldamento” stenta a raggiungere il cervello e tutti dicono esser lento nel ragionare.

Invece sotto i miei brufoli, sotto i capelli unti che non riescono mai ad assumere un senso definito, sotto gli occhiali spessi tre dita ed il carro armato che mi tocca portare in bocca… io ci sono. Non sono affatto lento o svagato come dicono, io ci sono ma evidentemente non dove credono gli altri. Sono solo distante dai piedi che toccano terra, sovrasto un mare di teste che da quassù mi sembrano sempre tanto ridicole. Mi secca curvarmi verso il basso per poterle raggiungere, preferisco stare ai miei piani alti in compagnia della mia buona solitudine.

“Cerca di essere educato,  cerca di non essere scontroso come al solito, cerca di sorridere un poco di più, cerca, cerca, cerca…”

Eppure io mi trovo proprio al di fuori di tutti i quei cerca, come fa mia madre a non vedermi. Mi perderei in mezzo a tutti quei cerca ed invece così come sono mi trovo, trovo il senso di me stesso. Forse mia madre stessa si è persa da tempo in mezzo a tutti quei cerca dimenticandosi  di guardare un poco meno verso terra ed un po’ più verso il cielo.

Mi piace il mio nome. “Alberto”, nella mia testa suona come un albero lungo e flessibile e che deve la sua forza proprio in questi due doni:  la possibilità di veder lontano ed al contempo di flettersi al volere del vento.

Mi secco quando il mio nome viene storpiato in sciocchi diminutivi che ne sminuiscono la forza. Odio i “Tino” ed i  “Tuccio” che nulla centrano con la mia statura, futili  tentativi di offrire una melensa dolcezza che essendo in netto contrasto con la mia figura ottiene solo il risultato di ridicolizzarmi.

“Figliolo  cerca essere un po’ più sveglio, di non farti fregare che il  prossimo ti passa sempre avanti!”

Questo è mio padre,  anche lui mi spinge in cerca di un me diverso, e quando ci rifletto su, proprio non capisco perché i miei debbano avere così timore per il mio futuro.

 

Dicono che ad un certo punto arrivi la maturità e che si smetta di giocare.

I brufoli hanno abbandonato il viso lasciando spazio alla barba. La voce si è fatta profonda ed accordata alla mia altezza. I capelli hanno assunto un verso definito, hanno capitolato a vantaggio di un ordine più consono alla mia età. Certo che non è semplice portarsi dietro la diversità del rosso fuoco di ogni mio pelo del corpo, non è facile gestire una pelle troppo delicata da esporre alle intemperie.

“Amore cerca di essere attento, lo sai che se non ti proteggi a sufficienza, subito ti scotti…”

Questa è la mia fidanzata. Attento io? Ma quando mai lo sono stato, la flessibilità che mi contraddistingue negli anni ha parato quasi tutti i colpi, riparato le ferite sempre superficiali della pelle. Se la buccia è fragile questo non significa automaticamente che anche la polpa lo sia, talvolta proprio perché la buccia non può essere diversa la polpa si rafforza.

“Alberto, Lei è davvero pieno di talento, se solo avesse cercato di essere più paziente con lo studio, se si fosse impegnato di  più…  probabilmente oggi occuperebbe il posto che la sua intelligenza merita…  è davvero un peccato…”

Se il mio capo conoscesse il ragazzino che sono stato,  allampanato, con una voce troppo stridula per essere ascoltata, con occhiali troppo spessi per potervi guardare dentro, forse si ricrederebbe. Alcuni ragazzini sono davvero difficili da capire. Ma davvero è meglio così, ho avuto tutto il tempo per osservare il mondo da una posizione di privilegio, distante da qualunque cosa mi potesse distrarre.

 

Dicono che la giovinezza scappi in fretta.

Per fortuna la scienza è andata avanti sennò a quest’ora il peso degli occhiali sarebbe stato insopportabile. Invece un intervento e le lenti a contatto hanno risolto il problema. Sinceramente un poco mi dispiace di non avere più gli occhiali, mi nascondevano permettendomi di osservare da un’inquadratura ben definita. Il poter spaziare con lo sguardo sicuramente è libertà ma talvolta può esser utile avere dei punti di riferimento fissi.

“Papà cerca di essere più elastico, tutte le mie amiche tornano più tardi, l’unico che fa delle storie sei tu!”

Mia figlia, il più grande orgoglio della mia vita. Anche secondo lei dovrei andare in cerca di qualcosa che non sono e guarda caso proprio per essere qualcosa che assomiglia di più al suo favore. Ma la mia elasticità è stata sempre al servizio della necessità di adattarsi alle situazioni senza mai accondiscendere a ciò in cui non credevo.

“Figlio mio cerca di essere forte, la mamma è già andata e tra poco anche io la raggiungerò. Della nostra famiglia rimani solo tu cerca semplicemente di essere come i  tuoi genitori ti hanno sempre insegnato”.

Anche un albero talvolta trema. La flessibilità di un tronco esile negli anni si perde a favore di una maggior possenza sicché i colpi duri della vita si incassano con maggiore difficoltà, non si riescono a far scivolare via fra fronda e fronda.

 

Dicono che tutti temano la vecchiaia.

Il rosso dei capelli si è stemperato annacquandosi fra i capelli bianchi che pian piano sembrano aver soffocato anche  gli ardori. Sul naso sono tornati gli occhiali ed il mondo visto come alla televisione è ritornato ad avere dei limiti ben definiti. Sorrido senza più denti alla dentiera che mi guarda dal comodino e teneramente ricordo il carro armato che per anni mi ha tenuto lontano dalla paura di voler baciare una ragazza. Mia moglie è accanto a me e le mani grinzose che stringo teneramente assomigliano al mucchietto d’ossa ch’ero io.

“Nonno, ti prego non stancarti. Raccontami ancora un poco della tua vita, dei tuoi ricordi!”

Mio nipote. Lui non conosce tutto ciò che non sono stato capace di essere. Lui si accontenta di ciò che sono stato e si ciba delle mie parole, quelle che parlano di Alberto visto da dentro. A lui posso svelare i miei doni perché non si aspetta che io diventi diverso, per lui non avrebbe senso.

 Un vecchio ha un solo futuro che, privo del senso di dover essere per forza qualcos’altro, finalmente si accontenta di sé stesso.

Finalmente nella mia lunga vita ho trovato il tempo in cui sentirmi capace di essere semplicemente Alberto.

© Carla Montuschi



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(2) I dispetti di Pandora di Carla Montuschi - RACCONTO
(3) L’incapacità del verbo essere. di Carla Montuschi - RACCONTO
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