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Speranza
di Antonio Carnuccio
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Un pomeriggio piovoso di dicembre, in una città del nord, una giovane donna aspettava da mezz’ora alla fermata dell’autobus. Era l’antivigilia di Natale. Reduce da un gelido colloquio col datore di lavoro che l’aveva licenziata in tronco, tornava a casa con la pena nel cuore. Aveva girovagato per la città, sola, senza meta, raggelata da un profondo senso d’ingiustizia, camminando lentamente in quel modo pesante come quando si è oppressi da cupi pensieri. 

Ultima di una numerosa famiglia, era espatriata anch’essa dopo la morte dei genitori: da Brancaleone Calabro. Aveva ventidue anni. Fratelli e sorelle sparsi qua e là per l’Italia e per l’Europa per vivere. “Vivere?! ma lasciamo perdere, va!” Rimuginava. Era stata la sorella a insistere tanto. Che faceva tutta sola lì in paese? Lei non era molto convinta, aveva paura di partire, non era ancora maritata. Una donna deve avere al suo fianco un uomo se deve andare in giro per il mondo. Poi si era decisa. A cunti fatti andava sul sicuro: lì in città c’era la sorella con il marito.      

Era andato a prenderla il cognato alla stazione di Genova. Si era fatto cambiare il turno di lavoro apposta. La moglie era in fabbrica, sarebbe rientrata la sera: quel giorno le toccava lo straordinario. Era luglio e faceva più caldo che al paese, ma lì almeno andavi a buttarti a mare quando volevi. A causa del lutto stretto portava un fazzoletto nero in testa e una camicetta nera a mezze maniche. Il suo seno prorompente dentro la camicetta discretamente abbottonata esaltava la sua ambigua pudicizia.

Il cognato, mentre aspettavano l’autobus, le sciolse il fazzoletto dalla testa: <>. Poi, zuccheroso, le aveva cinto le spalle. La ragazza risoluta gli rimise il braccio al suo posto. Se voleva accompagnarla in giro per la città fino al rientro a casa della sorella, bene, se no se ne andava da sola. No, non si sarebbe persa, non era una stupida. E gli porse la valigia. “Disonestu!” fremette mentre quello con la valigia in mano si allontanava con passo indolente. 

Si avviò, mezzo intontita dal lungo viaggio, verso il centro della città. Dopo un’ora di cammino a zonzo, ecco che cosa si presentò ai suoi occhi: tanta gente quanta non ne aveva mai vista, anche donne mischiate agli uomini e tanti e tanti giuvanotterhi[1] a gridare tutti contro i carbineri[2] ­­ chiara sentiva solo la parola assassini –  e questi con un vastuni curtu[3] menavano che parevano saraceni; camion e camionette verdi in piazza e macchine che mandavano ‘n’abramu[4] altissimo, mai sentito; e tutte quelle bandiere rosse che sventulijavanu[5]. Ebbe tanta paura che per poco non se la fece addosso, e la fece comunque, nella confusione, nascosta tra due macchine. Si ricompose e lì rimaneva, come ipnotizzata da quello sconquasso. Sentì i rintocchi della campana, girò lo sguardo intorno e vide una chiesa. Entrò. Intinse le dita nell’acquasantiera e si segnò. Poi con la mano a concavo prese di nuovo acqua e si rinfrescò la fronte dicendo tra sé: “Che il Signore mi perdoni”; non era giusto sprecare l’acqua santa così. Grazie anche alla frescura dell’ambiente si sentì meglio. Inginocchiatasi, si mise a pregare. La testa sulle braccia poggiate sul banco, si assopì.

Trasalì a un tocco lieve sull’omero. Un prete non più giovane e piuttosto grasso e alto la sovrastava. Dopo qualche minuto di conversazione in cui la ragazza disse chi era e da dove veniva e della paura presa pochi istanti prima, il prete si mostrò premuroso e gentile e con aria accattivante le mise la mano sotto il braccio e, aiutandola ad alzarsi, l’invitò a seguirlo: era più che giusto che la ragazza fosse rifocillata in ottemperanza al precetto di dar da bere agli assetati e mangiare agli affamati. La ragazza accettò. L’offerta proveniva da un servo di Dio, nulla da temere. In chiesa non c’era nessun occhio indiscreto tranne quelli innocui dei Santi, della Madonna e del Signore, ironizzò tra sé il prete. Il quale, mentre si avviavano verso la sagrestia, non lasciava il braccio della ragazza anzi era risalito con la mano ai peli umidi dell’ascella e già pregustava il bocconcino prelibato poiché la ragazza gli aveva preso la mano e se l’era portata alle labbra per baciargliela: ma in quella un urlo belluino rintronò nella chiesa vuota e nel contempo il prete diede inizio a una danza spiritata  dimenando convulsamente a mezz’aria la mano, ricamata sul dorso dai denti della ragazza. Che era volata sul sagrato e aveva continuato la corsa fermandosi infine in una via tranquilla.

La sera non disse niente alla sorella del pericolo corso in chiesa. Disse invece di tutta quella gente abbampata[6] contro la forza pubblica. Il cognato commentò stizzito che quella gente non aveva niente da fare, e poi continuò dicendo che era meglio se lei abitava con loro anche se la casa era di una sola stanza: si sarebbe arrangiata con una branda pieghevole in cucina. Poi, una volta trovato il lavoro, avrebbero affittato una casa più grande e lei avrebbe contribuito alle spese. Questa era la soluzione giusta. Meglio di così! Dove voleva andare? A stare da sola con tutte le trappole che ci sono in città? Non è che siamo al paese. Tu non sei d’accordo, moglie? Certo che era d’accordo.

La sorella non aveva capito che la generosità del marito era spudoratamente pelosa. ‘Ntumpa![7]

I primi mesi aveva fatto un lavoro sottopagato in stireria ed era vissuta in un appartamento con la tazza del cesso nello sgabuzzino sul balcone, con altre quattro ragazze.

Poi era stata assunta in una piccola fabbrica con una paga un poco più decente e aveva affittato una casa tutta per sé, un garage adattato a monolocale. Era stato il suo fidanzato a spingerla trovarsi un altro alloggio. L’aveva conosciuto in fabbrica dove faceva il ragioniere, ed era amico del padrone suo coetaneo. Aveva quarant’anni, abbastanza grande per lei: in un primo momento l’aveva respinto, ma, dopo un mese di serrato corteggiamento, aveva ceduto.

Era pentita: poteva starsene lì dov’era con le altre compagne, si trovava bene con loro.

Arrivò l’autobus, era pieno, ma per fortuna un signore si alzò e le cedette il posto. Si lasciò sul sedile, imbambolata, la mente nel vuoto. Meglio sarebbe stato se fosse rimasta in paese.

Al paese la voleva un ragazzo timido e gentile, figlio di una famiglia benestante, la amava follemente, ma lei non lo voleva e non voleva fare la fine, sposandolo, di certe ragazze del paese che appena scese dall’altare andavano a cornificare lo sposo. “Brutto ambiente il paese, corna a bizzeffe ed è come se non ce ne fossero”, sorrise. Era la prima volta che sorrideva in quella giornata. E per non pensare al presente continuò a vagare nel passato.

Era estate, un pomeriggio di caldo africano, incattivito da spire di vento, infernali, che si sollevavano dai campi dove sin dal mattino bruciavano le stoppie.

Lo vide arrivare correndo in quella tormenta tropicale e bloccarsi a cento metri dalla casa colonica: gli fece cenno agitando la mano e lui si precipitò.

Erano seduti su una panca a ridosso della casa, sbrecciata, color feci, in compagnia di una comitiva eterogenea dalle condizioni molto precarie: una dozzina di galline spennate e un gallo dalla cresta giallastra che si sforzava senza successo di montarle; una coppia di conigli mezzo storditi che zompavano a stento; una capra ossuta appoggiata a un maiale scavato e instabile che grugniva stizzito; una cagna allungata a terra boccheggiante, flaccida, lippusa;[8] al suo fianco una gatta che si leccava i baffi, sazia e soddisfatta di aver mangiato alcuni dei suoi gattini appena nati.  

Un mix di escrementi sul battuto cotti al sole componeva un cocktail di puzze dalla sintesi inesprimibile: inutile concimare con quello sterco l’orto a lato della casa, irrimediabilmente accartocciato dall’arsura. E quelle spire infernali avevano dato il colpo di grazia agli ulivi lungo il perimetro del podere bruciacchiandone le foglie e annerendo i frutti rachitici, simili alle pallotte caprine. Anche per il pezzo di vigna non c’era stato scampo: solo racchi sulle viti e le foglie vizze a terra manco fosse ottobre. Dai fichi, in compenso, pendevano grumi di miele, manna delle carcarazze[9].

Nessuna voce di cristiani intorno: solo il riso sgraziato di quegli uccelli e il frenetico e barboso sconcerto delle cicale tacitato di tanto in tanto da raffiche di vento che alimentavano il crepitio delle stoppie fumiganti.

Lui le prendeva la mano e gliela baciava freneticamente. I vecchi genitori con una scusa si allontanavano per un po’ di tempo con la speranza che succedesse l’“irreparabile”, e anche i genitori del ragazzo speravano la stessa cosa, contenti di acquisire in famiglia quel fior di ragazza, “povera ma bella”. Lei lo baciava sulla fronte come al solito, e sugli occhi, quegli occhi smarriti, imploranti: no, non ce la faceva a porre le labbra sulle sue, era più forte di lei. Le faceva tenerezza, ma anche ribrezzo: il ragazzo aveva il labbro leporino. Era buono e, soprattutto, il miglior partito della zona, ma non se la sentiva di sposarlo per poi fargli adorna la fronte, come quella del cervo. Chissà il poverino! e lo pensò disperato che ancora le scriveva.

Oh, com’era stato tutto diverso con l’altro! Solo a guardarla la irraggiava di appetiti carnali. Era fuggito prima di lei dal paese e non le aveva scritto mai neanche una cartolina. Lo pensò con una germanese alta e bionda. Qua siete tutte nigrue e curte, protestava. Poi si scusava: anche lei era bruna e bassa, ma ben modellata e berha[10] assai.

S’impose di non dare spago a quel ricordo, le faceva troppo male.

Sussultò a una fermata dell’autobus, pulì freneticamente il finestrino appannato ma non riuscì a vedere niente lo stesso. Il signore che le aveva ceduto il posto la rassicurò che mancava ancora un po’ alla fermata; anche lui abitava dalle sue parti. Lo ringraziò.

Al pensiero che di lì a poco sarebbe arrivata a casa ebbe una fitta al cuore. Era la prima volta che tornava a casa senza più il lavoro. Non riuscì a trattenere le lacrime.

Aprì la porta di casa e accese la stufetta elettrica. Bevve un bicchiere di latte caldo e andò a letto.   

Rabbia, rancore, disprezzo tennero lontano il sonno. Era stato bravo il farabutto a recitare: doveva preparare i suoi all’evento, non poteva dirglielo così a bruciapelo che aveva messo incinta una ragazza e intendeva sposarla! Ricordava che a una cert’ora si vestiva in fretta e furia e scappava come un ladro. Non aveva mai passato una domenica con lei. Ora capiva.

La prese un forte mal di testa, sentì brividi di freddo, forse aveva un po’ di febbre. Si alzò dal letto: no, non avrebbe preso una pillola, poteva fare male alla criatura che portava nel ventre.

Prima si abbuffa e beve come un porco, e poi:senti anima mia lo sai che ti amo e ti amerò sempre ma la nostra è una situazione insostenibile’... S’era ubriacato per dirmelo, il vigliacco, che era sposato con figli. E voleva pure… Ma sono stata brava a scacciarlo come un cane. Com’è che il padrone sapeva che sono incinta? Nessuno lo sa tranne lui. Bastardo!

Si sorprese a parlare ad alta voce mentre si preparava la camomilla.  

Tornò a letto, sfilò dalla presa la spina della stufa, si tirò le coperte fin sulla testa e stanca dell’infame giornata si addormentò.

Quando si svegliò ebbe la sensazione che fosse molto tardi. Sbirciò la sveglia fosforescente, mancava un quarto alle nove. Pensò di restare ancora a letto, tanto non doveva rendere conto a nessuno. Eppure, un lato positivo c’è quando sei senza lavoro, ti alzi all’ora che vuoi, ironizzò. Poi si alzò e apri la porta-finestra. Il cielo era imbronciato ma non pioveva. Si accorse che dirimpetto oltre il cortile, dietro i vetri della finestra con la tendina scostata, un giovane la guardava.

Un giorno l’aveva avvicinata e accompagnata a casa. Le parlò di fascisti, violenti, e del loro capo di cui lei non ricordava il nome, che aveva fucilato tanti partigiani e allora lei gli chiese chi erano i fascisti e chi erano i partigiani. E poi le parlò del Governo dei padroni, di sfruttamento e l’aveva invitata alle riunioni in Sezione a due isolati dalla sua abitazione. Vi passò qualche volta per curiosità e vide tanti giovani lì davanti e notò che portavano tutti delle magliette a righe.

In seguito l’aveva incontrato, ma non spesso - forse lavorava in un posto fuori città oppure aveva orari di lavoro che non coincidevano con i suoi - e ogni volta le parlava dei fascisti, dei partigiani, dei padroni che non hanno morale, del Governo servo dei padroni…

Gli fece un saluto allegro con tutte e due le mani, sorridendogli. Il giovane aprì precipitosamente la finestra e quasi gridò per la contentezza, impappinandosi: <<Buonasera! Buongiorno! Buona giornata!>>.

La ragazza si accorse che aveva un viso dolcissimo.



[1] Ragazzi

[2] Carabinieri

[3]Bastone corto

[4] Un lamento continuo: le sirene della polizia

[5] Sventolavano

[6] Abbampari: prendere fuoco; qui in senso figurato

[7] Tonta

[8] Da lippo

[9] Gazze

[10] Bella

© Antonio Carnuccio



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