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la vergine cuccia
di Luigia Forgione
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La vergine… cuccia

Ovidio narra che Zeus, innamoratosi di Semele, figlia di Cadmo e Armonia, si unisce segretamente con la fanciulla, principessa di Tebe, e concepisce con lei un figlio: Bacco.

 

 

 Il giorno della mia maturità scolastica fu anche il giorno in cui ebbi la conferma d’essere incinta.

Le mie compagne mi abbracciavano e si abbracciavano tra loro, ma niente di quegli umori entrava nei miei pori, anzi, ero a disagio anche solo a sentirli scivolare sulla pelle. C’era ben altro nei miei pensieri, ero estranea ai mille progetti gridati nella concitazione, aliena da tutti i verbi coniugati al futuro. Per me l’unica dimensione temporale era il qui e ora: hinc et nunc come dicevano i latini e macchinalmente abbozzai un sorriso, ricordando le maledizioni agli ablativi assoluti, alla prof. e a Cicerone. Con una scusa, guadagnai l’uscita. Dovevo comunicare le notizie della promozione e di quel “seme” messo a dimora nel mio ventre. No, avrei dato solo la prima: quella della promozione con merito. Immaginai mio padre con gli occhi lucidi dalla commozione mista a un inespresso orgoglio, che io pur coglievo dal modo in cui rizzava la testa tra le spalle e arcuava le labbra per dire le parole che da troppi anni ormai erano prigioniere dei denti e della lingua. Papà da una vita faceva il commerciante, e si sentiva che quel lavoro non era stato un ripiego, né la continuazione naturale di una tradizione di famiglia.  Il suo negozio era sempre aperto, anche di domenica; i tempi vuoti papà li riempiva trattenendosi nella piazza antistante con i suoi amici, discutendo di politica di donne e di motori, con facondia argomentava le sue tesi, e, puntualmente, all’ora di chiusura riponeva nello scaffale la sua loquacità. A casa diventava un altro, e alle mille domande e agli sproloqui di mia madre rispondeva con concisione e brevità. Qualche volta aveva tentato di contrapporre gli argini a quel fiume in piena, ma le sue perifrasi, come barchette di cartone, erano risucchiate nel vortice della corrente di torbida. Allora, abbassava gli occhi nel piatto e rivolto a mamma concludeva: “ va bene, hai ragione tu. Si fa come vuoi tu.”  Anche quando si trattava di me, era lo stesso; in parecchie circostanze, incrociando le mie preghiere mute, aveva tentato di difendere le mie posizioni, ma con risultati pressoché nulli, per cui decisi che non valeva molto come alleato. Immaginai mia madre che, altera con piglio asciutto, mi avrebbe fissato dritta negli occhi, per poi aprire le braccia ed esclamare: ” hai fatto solo il tuo dovere”. Ogni volta così, e ogni volta mi sembrava che le sue parole come lapilli ardenti mi attraversassero il petto per poi depositare cenere tiepida sul cuore. Da mia madre non ricordo di aver avuto coccole, ma solo avvertimenti. Non osai immaginare quello che lei avrebbe detto quando avessi confessato che il mio grembo ospitava un’altra vita. E, come non bastasse, che il padre di mio figlio era non un coetaneo, ma un uomo col quasi il doppio dei miei anni, alle cui certezze per un fugace momento si erano appoggiate le mie acerbe dubbiosità. Sì, dovevo dirlo! Tergiversare non risolveva nulla. Mentre aspettavo l’autobus, mi preparavo mentalmente le parole giuste per ancorare nel porto della mia famiglia quella barchetta che mi navigava, ingorda d’onde, nella pancia. Alla prima fermata cancellai tutta la parte iniziale del discorso da tenere. Alla seconda, mi sembrò buono il nuovo attacco. Alla mia fermata, non ricordavo neanche una parola. Decisi di ricomporre i miei pensieri, così presi la strada in discesa che conduceva alla villa comunale. Non incontrai quasi nessuno, era ora di pranzo e soprattutto era una giornata calda e afosa. Mi sedetti su una panchina all’ombra, lontana dall’ingresso e un po’ appartata, quella che le coppiette sperano sempre di trovare vuota. Ero sola, in un parco abbacinato dalla luce e frastornato dal frinire delle cicale.

Ero sola anche quel giorno al negozio: sostituivo papà ed era l’ora di chiusura. Avevo chiuso i libri, sui quali avevo studiato per tutto il pomeriggio e mi preparavo a riporre un bancone di merce che una signora aveva lungamente visionato, salvo poi scoprire che aveva bisogno di ritornare con più calma. Fu allora che entrò Carlo. – Cerca qualcosa?- Chiesi. – Sì, cerco te- Mi rispose. Rimasi sconcertata, poiché io a mala pena lo avevo intravisto una volta, e solo perché due mie compagne avevano avuto con lui uno stravagante scontro verbale nell’attraversamento della strada. In verità, le mie compagne Lia e Teresa l’avevano apostrofato malamente con gesti irriguardosi e parolacce, nonostante avessero torto marcio, ma a loro dire gli stava bene a quel damerino che ostentava le macchine di lusso e si credeva un adone con le donne. Ora me lo trovavo lì e mi cercava, perché? Io in quella storia non c’entravo per niente e poi, mi sembrava di ricordare, avevo chiesto scusa al posto loro. Mentre mi arrovellavo, mi venne da pensare che non era bello, ma emanava un certo fascino, derivante, forse, dal denaro e dalla maturità. Non saprei dire perché, ma ero a disagio. “ Allora? “ gli chiesi mentre trafficavo, lui di rimando mi tolse una scatola dalle mani e fissandomi aggiunse: “ Ti tengo d’occhio da un po’, sai d’essere bella? Vengo a prenderti domani all’uscita della scuola, ti devo parlare con più calma”.  Senza aspettare una mia risposta se ne andò. Rimasi di sale. Bella io? Pensavo. Ma se quasi nessuno mi notava, con quegli eterni jeans e T-shirt più grandi di una taglia; io che non ero mai alle feste per i veti di mia madre; io che dovevo sopportare il nomignolo di “vergine cuccia”, affibbiatomi dalle amiche ammiccanti e maliziose; io con una cotta storica per un compagno di scuola che si ricordava il mio nome solo quando c’era il compito in classe da passare, finito il quale neanche mi vedeva! No, qualcosa non quadrava. A casa, tuttavia, un’urgenza mi sbalzò davanti allo specchio, mi toccai i capelli, poi rizzai le spalle e con un dito seguii le curve dei seni e dei fianchi, ma… non mi trovavo bella, continuavo a vedere riflessa semplicemente me: morbida e rotondetta. Mi mancavano i fianchi stretti, le cosce lunghe, il vitino da vespa e il viso sbarazzino, insomma per esser bella occorreva sottrarre e addizionare. Quello di Carlo era stato uno scherzo, una presa in giro. Così decisi semplicemente di non pensarci più. Il giorno dopo a scuola, eravamo in pochi: solo quelli che davano l’ultima interrogazione. Mi attardai, e persi l’autobus. Contrariata, mi accingevo a una lunga attesa quando notai la Mercedes parcheggiata: era di Carlo. Mi avvicinai curiosa e di fronte alla portiera spalancata mi dissi che in fondo valeva la pena approfittare del passaggio. Carlo mi accolse col sorriso sornione dell’uomo navigato e dei fiori di campo, che si affrettò a recuperare dal sedile posteriore; io, come avevo visto fare alla televisione, li avvicinai al naso, aspirando i profumi dei rosolacci, mischiati a fiordalisi e gelsomini. Non sapevo cosa dire, allora per mitigare quell’aria pesante, che s’incollava addosso, cominciai a parlare con voce acuta dei fiori e degli aneddoti a essi correlati. “ Lo sai che il rosolaccio nell’antica Roma alleviava le ferite d’amore, che il fiordaliso guarì il centauro Chitone e che del gelsomino fu estimatore Cosimo dei Medici, cui fu sottratto da un giardiniere scaltro per farne dono alla donna amata?”. Carlo, però, non sembrava interessato alle mie nozioni e in un silenzio ansioso guidò fino a un campo fuorimano, lì spense il motore e si girò a guardarmi. Notai negli occhi scuri pagliuzze di passione, il busto leggermente piegato lo faceva simile a un arco, teso a scagliare il dardo. Io ero il bersaglio, lo intuivo, eppure restai ferma come se la cosa non mi preoccupasse. Era una situazione per me nuova e singolare, tuttavia sentivo di dover restare, come se non potessi sottrarre il mio corpo a quella prova che il fato cieco aveva stabilito a mia insaputa. “ Sei spontanea come questi fiori e ti desidero come nessun’altra mai “, sussurrò Carlo con voce roca; io, sdoppiata ammaliata incantata, e forse compiaciuta, tacevo, guardandolo negli occhi. Carlo incalzava - dì, ti piaccio un po’? Tu a me tanto. – Poi, senza aspettar risposta si avvicinò, la sua lingua s’intrufolò vischiosa nel mio orecchio, mentre la mano sinistra, con esitante risolutezza, trovò un varco nella camicetta. A quel tocco avvertii all’inguine una scarica bruciante, mille lingue di fuoco lambirono all’unisono la pelle, acuendo i sensi. Sentii il suo corpo forte che mi schiacciava, ma non provavo male, anzi piacere, per cui fu inevitabile assecondare le sue mani che senza posa si muovevano su me, ansiose d’esplorare vette, colline, e anfratti.  Ormai irretita, mi lasciai condurre in un abisso di gorghi fangosi, rifluenti risacche e cavalloni spumeggianti. Madida e ansante, cavalcai la cresta di frangenti che mi sollevarono su fino a sfiorar le stelle,  per poi depositarmi su di una sponda ignota, ove echeggiarono gracchianti le parole di Carlo: “ Caz-zo! Eri vergine!” I rosolacci, i fiordalisi e i gelsomini erano rimasti schiacciati tra il sedile e la portiera.

 

 

 

 

© Luigia Forgione



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