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La porta
di Carla Montuschi
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Da ragazzina passavo le ore seduta per terra dietro la porta di casa chiusa...

All'inizio era solo perché non si fidavano  a darmi le chiavi di casa, e poi quando si decisero non le volli più io... Era come se non sapessi più  se desiderassi entrare oppure no ... Stavo accovacciata sullo zerbino ed ascoltavo il silenzio della casa, annusavo il suo odore che filtrava dalle fenditure. Al minimo rumore però fuggivo, non volevo che i vicini mi vedessero li.. mi vergognavo della mia solitudine. Il tempo passava scandito dalla pendola del soggiorno il cui ticchettio deciso oltrepassava il corridoio e raggiungeva il legno della porta cui io solevo appoggiare di quando in quando un orecchio. Ogni tanto infatti, mi prendeva una strana curiosità e, sebbene le lunghe scampanellate  avessero annunciato la presenza di nessuno, origliavo non convinta, come se dentro di me temessi di non essere stata udita, e che li dentro nessuno si fosse accorto di me… fuori.

 Un giorno la vicina di casa fu più lesta di me e mi sorprese mentre, con le gambe ancora rattrappite dalla posizione, cercavo di svignarmela prima che le mandate della serratura avessero smesso di cigolare. L'uscio si aprì di scatto e l'odore estraneo di quella casa avvolse il pianerottolo stordendo, al contempo, la luminosità artificiosa dei neon con un ben più verace raggio di sole. Barcollavo poiché le gambe formicolavano, e non potei simulare d'esser appena arrivata in quanto i libri ed i quaderni di scuola stavano sparsi sul pavimento a testimoniare uno stanziale accampamento di fortuna.

"Ma che ci fai lì?"

"Aspetto che qualcuno mi apra... Ma stia tranquilla non è molto che aspetto e stanno per arrivare!"

Mi portai già avanti con il discorso cercando di prevenire qualunque strano invito, ma non fu abbastanza. Il numero di quaderni e libri sparsi sul pavimento mi tradì, e me ne accorsi pressoché immediatamente sentendo avvampare le guance di vergogna... Però resistetti strenuamente agli inviti della Signora ad aspettare in casa sua, ed in modo secco e quasi maleducato la dissuasi a proseguir oltre, obbligandola a chiuder tra lei e me l'uscio, e con esso tutti i suoi buoni propositi.

Non avevano figli i nostri vicini. Parrucchiera lei, Carabiniere lui.

Distinti, educati e silenziosi  erano costretti a sorbire il dramma della loro mancanza vivendo gomito a gomito con un esubero di ragazzini rumorosi ed inquieti. Forse, se in quella casa ci fosse stato qualcuno come me, forse sarei anche entrata. Ma l'ordine eccessivo dei capelli e dei vestiti della Signora me la faceva sentire così estranea che benché fosse mia vicina, proprio non volli accorciare le distanze.

Che strano, eppure io ho sempre sorriso a tutti e soprattutto da bambina tutti si dicevano deliziati dal mio chiacchiericcio inesauribile. Panettiera, Lattaia, Macellaio, Fruttivendola e Salumiere si contendevano quotidianamente la mia compagnia, a dir il vero un po’ troppo querula, offrendomi ognuno a proprio modo una coccola, una lusinga. La mamma, allo scopo di aiutarmi a crescere, aveva infatti iniziato ad investirmi della responsabilità di fare la spesa, appena fui sufficientemente alta da poter raggiungere il bottone 12 dell’ascensore, numero che designava il piano dove si trovava il nostro alloggio.

Le lunghe ore passate ad aspettare i clienti talvolta sono frenetiche, talvolta sono uggiose. Dipende dagli orari, dalle ondate di persone che, come sciami, vengono orchestrate dalle incombenze. Allora capitava che io arrivassi proprio quando non c’era nessuno e riempissi il silenzio dei negozi con storie da bambina, racconti che descrivevano il mondo visto con i miei occhi, visto dalla mia altezza. Così tra un grissino, una fetta di prosciutto e le coccole fatte ai gattini della Fruttivendola e della Lattaia accadeva che per fare la spesa io mi perdessi nel tempo.

“Ma dove sei stata sino a quest’ora?”

Ma dove voleva che fossi stata mia madre, esattamente dove lei mi aveva mandato… a fare la spesa! Solo che era la spesa fatta a modo mio, fatta nel fluire di un senso assai personale dello scorrere del tempo.

Ma la vicina di casa no. Quella Signora non rientrava nelle mie simpatie, era come se percepissi che il suo non essere madre corrispondesse a non sapere bene come trattarmi, come avvicinarmi. In una parola era rigida. Io stessa, anche se vestivo accuratamente di chiacchiere la mia timidezza, ero rigida e forse in modo inconsapevole percepivamo entrambe che la nostra incompatibilità derivasse proprio da questo, dall’essere entrambe estremamente riservate. Lei era chiusa nella sua ordinata discrezione, io ero chiusa nel vestito di parole che serviva a distrarre chiunque dal vedermi davvero. Due estremi opposti della stessa medaglia. Mi ci vollero parecchi anni per comprendere quanto il mio diniego ad entrare la ferì quel giorno. Seppure per poche ore, occupandosi di me, avrebbe potuto divenire madre.

L’attesa dietro la porta un giorno cambiò. La famiglia si allargò accogliendo una piccola palla di pelo nero dagli oggi gialli e penetranti come quelli di un gufo. I silenzi della casa non furono più quelli, poiché già alla prima scampanellata il mio piccolo fratellino peloso correva festante a rispondermi con miagolii dapprima felici e poi interdetti. Perché non entravo? Nella sua testolina di gatto sembrava incomprensibile il significato di quella porta chiusa, poiché aveva pian piano imparato che bastava abbassare la maniglia per aprirla, cosa che mi aveva visto fare ormai centinaia di volte. Perché questo non funzionava con la porta di casa? E perché tutti avevano la facoltà di aprirla e chiuderla a loro piacimento a parte la sottoscritta?

Ma al gatto ed a me questo poi non importava così tanto. Per noi l’attesa era divenuta un gioco in cui intessevamo un discorso fatto di paroline dolci e di miagolii delicati scambiati attraverso la calda morbidezza del legno. Amavo poi far passare un foglio sotto la fessura della porta e giocare con lui che si divertiva a farlo a brandelli come fosse la versione cittadina di una lucertola. Quando poi mia madre o mia sorella aprivano la porta, regolarmente trovavamo a terra una festa di coriandoli ed il gatto fiero che vi troneggiava in mezzo come fosse il più abile dei cacciatori.

“Volete smetterla una buona volta di sprecare carta e di fare sempre ‘sto macello? Sah, ora prendi una scopa e rimedia a ‘sto disordine! ”

Ci guardavamo complici con la stessa luce beffarda negli occhi, ma  come potevamo farne a meno, a parte la voce, quello era l’unico genere di contatto che potevamo avere attraverso la porta. Io ero prigioniera del fuori, lui era prigioniero del dentro e sebbene entrambe avremmo potuto scegliere di andare altrove rimanevamo lì in ascolto l’uno dell’altra, rimanevamo legati più di quanto forse lo saremmo stati senza quella barriera. Il gatto si sa ha unghie affilate, quasi come sanno esserlo talvolta le parole degli uomini e la barriera era al contempo un ostacolo ed una protezione reciproca.

Io non amo le porte chiuse. Ho bisogno di tenere tutto sotto controllo ed una porta chiusa non mi consente di vedere cosa sta per accadere. Ma, al contempo una porta chiusa difende, protegge e talvolta è una necessità per poter fingere, in vero più con se stessi, di essere altrove. Basta respirare lievemente, basta non fare rumore e chi sta fuori forse, dopo aver a lungo bussato, può convincersi che non c’è nessuno ed andarsene.

Ma io no. Io non me ne vado. Tendo sempre, fedele come il mio gatto, ad aspettare che qualcosa cambi, che qualcuno arrivi a rimescolare le regole del gioco ed apra l’uscio. Io, coerente di una coerenza spesso suicida, preferisco affrontare a viso aperto e cuore nudo ciò che mi attende. Più di una volta mi sono domandata perché rimanessi lì. Si, ora c’era il gatto cui fare compagnia, ma prima? Avrei potuto tranquillamente andare a farmi un giro ed aspettare all’aria aperta il ritorno dei miei, ma l’ordine era quello di stare lì ed aspettare, andare a zonzo avrebbe comportato dei pericoli cui forse non avrei saputo far fronte. Casa era la mèta, e l’averla raggiunta significava già di per se stesso essere in un luogo sicuro. Ma può mai essere un luogo sicuro quello che non s’apre pronto ad accoglierti, quello che protegge il sé a tripla mandata e che decide attraverso uno spioncino chi far entrare oppure no?

Questa, più che la descrizione di un luogo sicuro pare la descrizione di una prigione, ove l’unica differenza risiede nel fatto che taluni a differenza di tal altri, ne posseggono le chiavi.

Stavo lì seduta ed ascoltavo i rumori degli alloggi vicini, seguivo il batter dei possenti cavi d’acciaio che portando gli ascensori ai diversi piani del grattacielo stridevano come campane sorde, cercavo di indovinare dal suono dei potenti motori quando essi fossero in dirittura d’arrivo per prevedere se qualcuno sarebbe sceso al piano 12 e potermela così svignare in tempo prima d’esser vista.

Le possibilità erano parecchie poiché al di là dei due ascensori e del montacarichi v’erano altri due alloggi ed il vai e vieni dell’ora di punta spesso era frenetico. Ma per i due alloggi al di là degli ascensori era facile nascondersi, bastava appiattirsi dietro l’angolo del muro che li conteneva. Bastava rallentare il respiro ed ammutolire il cuore che nel frattempo si era messo a battere all’impazzata. Allora il compito più difficile era quello di indovinare se stesse arrivando l’ascensore più prossimo a me, in quanto per gli altri avrei potuto avere il tempo di saltar fuori da dietro l’angolo e fingere così di stare uscendo. Raccattavo tutti i miei averi di corsa, li affastellavo nella borsa e mi alzavo di scatto con il cuore in gola. Se qualcuno mi avesse visto in quell’istante, non conoscendomi, avrebbe potuto pensare che fossi una ladra…  già…  gli scherzi dell’apparenza, avrei potuto sembrare una ladra che furtiva aspettava di entrare in casa sua!

Un giorno optai per la rampa delle scale. Separata da uno spesso muro verdastro di vetro ignifugo c’era infatti una massiccia rampa di scale che percorreva tutto il palazzo dal piano terra alle soffitte. Già dalla mancata risposta al citofono potevo presagire l’assenza del mio passepartout per entrare e decisi di provare ad aspettare altrove, senza neppure passare per la porta di casa.

Ad ogni piano la rampa si affacciava su un piccolo pianerottolo che confinava al contempo sulla porta di un balconcino che affacciava verso l’esterno, e su un  corridoio tagliafuoco che era delimitato da un lato da una porta che dava accesso al pianerottolo degli alloggi e dall’altro su un altro balconcino che portava ad un ascensore esterno. La rampa sembrava sospesa in una colonna di vetro e l’apertura ovale che disegnava nella sua parte centrale procurava una vertigine sinistra. Affacciarvisi significava al contempo provare la meraviglia nel contemplare un manufatto tanto possente che pareva galleggiare nel vuoto, e la paura di immaginare  un volo che in un attimo avrebbe percorso la distanza di quei dodici piani. Lì  i suoni del palazzo echeggiavano rimbalzando nel vuoto e venivano amplificati, come quando si appoggi l’orecchio ad un bicchiere appoggiato sul muro nel tentativo di carpire i segreti che vengono vissuti al di là di una stanza.

I suoni della vita di ogni piano lì si confondevano, si mischiavano e salivano e scendevano rimbombanti rimbalzando sul vetro delle pareti. Mi sedetti su un gradino e cominciai ad osservare il muro. Il bianco ormai sporco recava  su di sé i segni di quanti prima di me erano sostati lì, il muro era diventata una pagina illecita dove piccole scritte denunciavano amori adolescenziali,  dolori e frustrazioni consegnati al tempo affinché tutti potessero sapere che qualcuno era o non era stato di qualcun altro, che tutti potessero conoscere di quanta rabbia o amore fosse capace la giovinezza.

Ebbi anch’io il desiderio di imbrattare della mia vita quel muro. Allora estrassi una matita dalla borsa e mi apprestai a scrivere. Fu in quel momento che mi accorsi con vergogna che non avevo nulla degno di nota. La mia vita era già fatta perlopiù di doveri e nessuno pareva ancora essersi accorto che io esistevo in quanto essere di cui potersi innamorare. Io, a dispetto dei miei compagni non avevo che storie a senso unico da raccontare, potevo descrivere nel dettaglio chi mi rapiva il cuore ma non il viceversa. Il mio nome era lì sul muro sporco, le lettere leggere denunciavano la mia presenza ma non avendo un compagno a cui appoggiarlo decisi di cancellarlo. Inumidii un dito fra le labbra e lo cancellai. Il modo maldestro con cui scelsi di farlo sparire non ebbe che l’esito infausto di sbiadirlo in una macchia, una nuvola nerastra che, in vero, aveva un valore molto più profondo del semplice susseguirsi di una serie di lettere, quella macchia infatti divenne per me come un patto di sangue, grafite e tinta fra me ed il muro. Io sapevo di essere stata lì con i miei sogni ed i miei dolori ed il muro ne portava un segno ben più profondo del semplice nome che era stato scelto per individuare la mia essenza.

Da quel giorno non fui più capace di sostare in quel posto. La macchia sul muro, impietosa mi ricordava le mancanze di un qualcosa che  non avevo ancora semplicemente vissuto,  ed un misto di paura e sensi di colpa rendevano inquieta l’attesa.

Allora provai a cambiare piano.

Scoprii ben presto che ciò coincideva quasi con il cambiare un punto di vista. Ogni piano infatti aveva i suoi odori, ad ogni piano il muro recava i segni di esistenze diverse sicché solo dai nomi, che talvolta erano scritti in codice, si poteva dedurre l’esperienza di vita degli occupanti di quel livello del palazzo. Di sicuro al sesto piano qualcuno aveva provato l’emozione del suo primo bacio e ad osservare bene,  pareva ancora di vedere l’ombra di due ragazzini appoggiati al muro che furtivi ed inesperti mettevano in pratica un copione, dettato in parte dall’istinto ed in parte dall’emulazione di un prodotto televisivo. Lo stesso copione si ripeteva due piani sotto, ma con in più l’aggiunta dell’onta del tradimento. Ben presto mi stancai di leggere sul muro un mondo di esperienze e di emozioni che mi appartenevano solo in qualità di spettatrice, io volevo viverle in prima persona  e così ritornai alla compagnia fedele del mio gatto.

Lui, prigioniero della casa era infatti quasi costretto ad essermi fedele. La casa era divenuta per lui come il ventre di una madre al punto che tollerava malissimo le trasferte estive in cui cambiavamo di alloggio. Piangeva disperato come avesse perso tutti i suoi punti di riferimento non comprendendo il senso della libertà che in vero il cambiamento poteva portare con sé.

Non si abituò mai. Per lui “casa” era quella di Torino, la prigione chiusa ed allarmata che lo custodiva in modo ossessivo come non volesse mai partorirlo.

Il periodo in cui mi dedicai al girovagare fra i vari piani del palazzo fu per il gatto un sofferenza. Si era infatti abituato al nostro dialogo cieco e sebbene non avesse il modo di esserne certo, aveva imparato che ad un certo orario io sarei stata lì, al di là della porta, a fargli quello strano tipo di compagnia. Un giorno percepii la frustrazione della sua attesa solitaria in quanto aprendo la porta trovammo un delirio di pezzettini di carta da giornale, che aveva strappato a morsi per protestare contro l’incontro negato, per dar segno di non aver apprezzato il tradimento.

So che ci sei anche se sei muta. So che ci sei anche se sei muto… sembravamo dirci questo da una faccia e dall’altra della porta. Infatti, dopo il mio tradimento, entrambe eravamo diventati molto più parchi di rumori quasi come se l’immaginare che l’altro fosse dall’altra parte dovesse essere “solido” molto più che l’avere delle prove tangibili della sua presenza. È un po’come dire che talvolta si preferisce vedere la realtà a modo nostro poiché non si hanno le forze sufficienti per affrontarla per come essa realmente è.

 

Il gatto non c’è più ed ora ho le chiavi di tutte le porte della mia vita. Nonostante la mia libertà sia in apparenza decisamente accresciuta, continuo però a non amare le porte chiuse. Le porte chiuse mi levano il respiro.

Eppure tutta la vita è un susseguirsi di porte che si aprono e che si chiudono, di visi che si affacciano ad una porta dischiudendo uno spiraglio mentre proferiscono un  “a dopo”,  per poi lasciarti solo ad aspettare dietro l’uscio che si chiude  ripiegandosi su se stesso. Quante volte si sta ad aspettare dietro una porta chiusa che nasconde una intimità non condivisibile, quante volte si sta ad aspettare che l’altro sia pronto ad accoglierti, che abbia un po’ di tempo che possa diventare tuo.

Dietro le porte ci sono attese gioiose come quella di un uomo che sta per diventare padre ed attese tragiche come quella di un figlio che sta per diventare solo più un uomo. Porte che ci appartengono per anni e che poi improvvisamente, al chiudersi di un capitolo, divengono di altri. Il mio nome sul campanello della porta ora dovrebbe rassicurarmi, le chiavi in tasca dovrebbero farmi sentire grande ma tutto ciò non mi importa. Io vorrei non dover chiuder nulla, vorrei entrare ed uscire con la libertà di un genere di Rispetto, che non ha bisogno di chiedere il permesso per sapere di poterlo  o non poterlo fare. Basta saper ascoltare il silenzio per capire che una porta è chiusa o aperta e non c’è bisogno di un chiavistello per proteggere la propria intimità. Ora insegno ai miei figli ad aprire e chiudere la porta della nostra casa ma so bene che si tratta solo di un oggetto e che altro affare è saper tener chiusa o aperta, al momento più opportuno, la soglia della proprio intimo. Ancora oggi ho la consuetudine di sedermi sullo zerbino ad aspettare, ma oggi non è sulla soglia di una cosa, oggi è sulla soglia dell’animo altrui. Le attese si sono fatte sempre più complesse e l’incapacità di lasciar perdere ed andar via, anche solo al fine disperato di proteggere sé stessi, sempre più onerosa. Ma io no, io… non me ne vado.. ed è così che il mio personale senso dello scorrere del tempo, spesso ora si perde nella dimensione dei silenzi altrui.

 

© Carla Montuschi



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