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Storie della razza antica – La prostituta
di Vittorio Baccelli
Pubblicato su PBVAMP


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Almeno una volta il mese mi reco da lei e devo confessare che non è proprio facile trovarla. Per questo ho disegnato graffiti su tutti gli angoli delle strade che devo percorrere con uno spray fluorescente di color verde. Seguo così il verde, le righe o i simboli che ho tracciato per terra o sui muri sbrecciati. I miei graffiti spesso si confondono con quelli creativi dei giovani, ma riesco sempre a riconoscerli, beh, diciamo di solito sì, talvolta infatti, sono costretto a ripercorrere i miei passi, anche a costo di ritornare al punto di partenza. In città ho tre punti di partenza e da questi la strada si dipana attraverso vie, cortili, fabbriche dismesse, ruderi indecifrabili, entra in logge private, in alcuni posti s’infila addirittura in locali equivoci aperti al pubblico ove si mescono bevande di dubbia origine, prosegue poi con uscite sul retro che sbucano in cortili di servizio ingombri di scatole d’imballaggio e spazzatura. Attraverso la metropoli in un labirinto impensabile di abitazioni e altri edifici fatiscenti, parchi e rovine; arrivo però quasi sempre a destinazione, talvolta mi ci vuole più tempo, talvolta sono subito alla meta. È uno schifo d’albergo nel mezzo d’una zona di massimo degrado, varco la soglia dell’edificio dai muri perimetrali scrostati, ricoperti dai residui d’antichi manifesti e decorati con infinite scritte demenziali tracciate con spray colorati. La strada ove sorge l’albergo è tortuosa e stretta, con un solo marciapiede dal lato dell’albergo. Il selciato un tempo era pavimentato in pietra, ma oggi ampi spazi sono stati tappati con asfalto, le buche comunque dominano il fondo e ciuffi ribelli d’erbaccia fanno mostra di sé. Sul marciapiede vecchie tracce del gioco della campana (da bambino ricordo che si diceva giocare “a campana” o “al mondo”) fatte col gesso o col mattone, caselle sbiadite e calpestate. Ai muri resti di manifesti, alcuni affissi al contrario. Qualche scheletro d’auto ricoperto di ruggine, con le ruote afflosciate e rotte, a fianco del marciapiede. Qualche antico carrello di supermarket, rovesciato e anch’esso coperto di ruggine. Scheletri d’aquiloni pendono inquietanti dai fili della luce e da quelli del telefono: fili che attraversano la via in ogni direzione da muro a muro a dimostrazione che qui le fibre ottiche non sono mai giunte. Una scritta a neon messa a bandiera sempre spenta dice ALBERGO, ma la R è rovesciata e sbilenca. Si entra da una porta tipo bussola in cristallo, una reception di legno nero illuminata in un angolo da una pallida luce verde, in terra una moquette che un tempo doveva esser rossa o giù di lì. Accanto alla lampada col vetro verde un antiquato campanello d’ottone: si pigia ed esce un “delennn”, subito compare dal niente il solito vecchio con indosso un’assurda giacca rossa con gli alamari come quelle dei generali d’una volta. Sempre senza dire una parola, forse senza neppure vedermi, alza una mano e mi porge una chiave, sempre la solita chiave appesa a un portachiavi di legno con inciso un numero, il 32. Sempre mi porge la stessa chiave con lo stesso numero. Ringrazio, la prendo e salgo le scale fino al secondo piano. Qui nell’albergo è sempre tutto uguale, non è come la strada che sembra sempre mutare. Apro la 32 con la chiave e lei è nuda sul letto che mi attende, come sempre. In silenzio mi spoglio e mi sdraio accanto a lei. Poi lei inizia a parlare, mi racconta di quando fu serva o regina, narra la sua vita da madre esemplare o da prostituta o di quando volle rinchiudersi in convento. Parla della sua vita, sarebbe meglio dire delle sue vite, che s’è allungata oltre ogni misura. Parla delle centinaia di nomi che ha dovuto usare, dei mestieri che ha dovuto fare, parla degli infiniti luoghi nei quali ha abitato, tutti i cambiamenti che ha dovuto compiere perché non fosse scoperto il suo segreto. Ora lei non ha più bisogno di nascondersi: qui è una prostituta e il luogo in cui lei si trova è protetto, non è del tutto nel mio mondo. Con l’esperienza è divenuta una dea dell’amore e sono in molti a godere dei suoi servigi. Io però non faccio l’amore con lei: l’ascolto e poi pago come tutti gli altri. Pago con un po’ della mia vita ogni volta che giaccio con lei, ma la sua presenza è per me una droga, ne sono assuefatto, non posso tirarmi indietro. Mi dico sempre che è l’ultima volta che la vedo, non tornerò mai più da lei, ma tanto so già che tra un mese sarò qui nuovamente. E, infatti, eccomi di nuovo alla ricerca, a scrutare le scritte sui muri, in giro per le strade più improbabili della città alla ricerca di quell’albergo, di quello strano albergo che nella realtà vera forse neppure esiste. E mi sdraio nudo accanto a lei che mi parla e mi racconta cose che non appena sarò fuori da quella stanza neppure ricorderò, così come il suo nome svanisce dalla mia mente non appena varco la porta d’uscita. Sono certo che con lei solo parlo, anzi ascolto, ma talvolta ho dei dubbi su ciò che realmente succede, sento che questa relazione è molto più importante di quello che possa sembrare a prima vista. La mia mente si rifiuta di ricordare troppe delle cose che accadono nella stanza d’albergo: lei è una dea, lei è una prostituta. Si ciba della mia giovinezza e di quella degli altri suoi clienti, è questo il prezzo che viene pagato per il suo mantenersi giovane. Ha centinaia d’anni, ne sono sicuro, io invece ne avrei pochi di più di trenta, ma ora ne dimostro quasi il doppio, è la mia vita che è fuggita verso di lei. Per questo non vorrei ritornare, oppure vorrei ucciderla, ma ogni mese mi sento nuovamente attratto e il desiderio di raggiungerla è più forte di me. Così la raggiungo giaccio con lei, poi me ne vado e sento solo allora la debolezza cogliermi sempre più a fondo. Lei mi ha rubato anni di vita e mi ha preso litri di sangue: non tanto da farmi morire, non tanto da farmi trasformare in uno come lei. Più volte mi ha chiesto se volessi ottenere il suo status: il suo status? Proprio così ha usato questa parola e mi è sembrata buffa, sì me l’ha chiesto più volte e ho sempre rifiutato. È però un rifiuto che non credo potrò permettermi ancora a lungo perché le forze mi stanno abbandonando, mi sento come un centenario e anche se ora smettessi di rivederla, non credo che mi resterebbe lo stesso molto da vivere. Forse oggi stesso le dirò di rendermi come lei. Ma lei cos'è? È tanto che la frequento, ma non ho ancora ben capito. Un vampiro? Una lamia? Una dea? È sempre stata evasiva su questo argomento, per la verità è sempre stata evasiva su tutto, come se neppure lei lo sapesse con precisione. Alle volte neppure mi sembra contenta della propria esistenza, eppure lei dovrebbe esser soddisfatta, sicuramente ha vissuto oltre l’equivalente d’un centinaio di vite umane. Chiunque darebbe l’anima per una simile immortalità. Il mio sangue, sono sicuro che ha preso il mio sangue, non molto, ma poco alla volta, ma come ha fatto? Mai mi sono trovato segni di punture o graffi. Lei forse proprio immortale non è, ma sicuramente ci si avvicina, così come non è una dea, ma è la cosa più simile che io conosca. Mi sono deciso, oggi le chiederò di rendermi come lei, sempre che possa veramente farlo. Mi domando se sono proprio sicuro di quello che voglio. Non lo so ma le chiedo di farmi come lei. Mi guarda stupita con lo sguardo interrogativo, io le dico sì, sì. Capisce che sono convinto della mia richiesta, forse sa leggermi nel pensiero, l’ho sempre sospettato. Le do comunque un ultimo sì, sincero. Mi afferra dolcemente e questa volta in silenzio riesce a farmi provare tutte le delizie e gli eccitamenti dell’amore. Quanto tempo è passato? Non so, ho perso ogni cognizione: l’amore non l’avevano proprio mai fatto, ora ne sono sicuro. Spossato nelle mie membra precocemente invecchiate, m’addormento. Al mattino mi ritrovo solo nel letto, lei se ne è andata: la stanza è vuota. Il letto è tutto sporco come se qualcuno vi avesse versato dei fondi di caffè. Il sole entra da uno spiraglio tra le tende. Uno sporco specchio è appoggiato al muro, uno specchio del quale non avevo mai notato la presenza. Ho un forte giramento di testa e per alzarmi mi sorreggo al muro, e riesco a spostarmi barcollando. Vado davanti allo specchio e mi guado riflesso, resto esterrefatto. Sono un giovane nel pieno delle forze, stento a credere a ciò che vedo, penso a un’allucinazione. Forse mi ha dato qualche droga, per questo non riesco a stare in piedi. Più mi schiarisco le idee più mi rendo conto della situazione è reale e le lenzuola sono veramente sporche di fondi di caffè. Li guardo attentamente, non sono proprio fondi, sembrano ma non lo sono. Mi rimetto i miei abiti e scendo: l’albergo è vuoto e sembra del tutto abbandonato da tempo. Anche dietro alla reception non c’è nessuno e il banco è coperto di polvere. Suono il campanello inutilmente più volte. Esco: fuori è pomeriggio inoltrato, ma la strada sembra diversa da quella che io conosco, gli edifici ci sono tutti e ancora fatiscenti, ma c’è qualcosa di sbagliato, il cielo dà una strana sensazione d’essere troppo alto, ma che senso ha? La gente intanto mi guarda e scantona, di notte in questa strada non incontravo mai nessuno, si vede che di giorno è più frequentata. Non vedo auto in movimento, ma solo qualche pedone. Gli scheletri delle auto sono stamani ridotti a montagnole di ruggine. La città è sicuramente la stessa, ma c’è qualcosa di sottilmente diverso e d’inquietante nell’aria. Non so ben definire queste nuove sensazioni, tutto forse dipende dal mio improvviso ringiovanimento, c’è una vetrina e mi specchio in essa per assicurarmi d’essere ancora giovane: lo sono, mi ricordo così quando avevo diciotto anni. Anche l’aria che respiro sembra diversa e riesco a distinguere i diversi odori che giungono alle mie narici: alcuni sono di putrefazione, altri di cibo, altri ancora di spezie. C’è anche un odore di idrocarburi e di plastiche combuste. Aspiro più volte profondamente nel tentativo di distinguere tutti i diversi odori, i passanti seguitano a evitarmi accuratamente, eppure sono un giovane, non ho più l’aria del vecchio malandato: e lei? Dov’è finita lei?

© Vittorio Baccelli



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